Il sabato spaziale: Tempo fuor di sesto

Tempo fuor di sesto, oltre ad essere una frase dell’Amleto di Shakespeare, è il titolo del romanzo di Philip K. Dick scritto nel 1958-59. Scrittore postmodernista, Dick è autore di numerosi romanzi di fantascienza dai quali sono stati tratti vari film tra cui, per esempio, il fantastico The Truman show che è stato ispirato proprio da questo libro.

Il tempo, non per niente, è fuor di sesto

In un’anonima cittadina americana degli anni ’50, Ragle Gumm, campione nazionale del concorso “Dove si troverà l’omino verde?”, vive, assieme alla sorella Margo, il cognato Vic e il nipote Sammy, un’esistenza alquanto monotona e tranquilla. Ogni mattina, non appena arriva il giornale, Ragle si cimenta ferventemente nella risoluzione del quiz indetto dalla Gazette da ormai tre anni. Le sue soluzioni, rivelatesi sempre giuste, gli garantiscono un cospicuo reddito con cui vivere. Così, mentre gli altri uomini lasciano le proprie case per recarsi a lavoro, Ragle passa le sue giornate a lavorare in casa armato di grafici, tabelle e schemi, perché per lui è di un vero e proprio lavoro che si tratta. Per via di questa vita placidamente statica Ragle si sente insoddisfatto, turbato. Non solo sente che la sua vita non ha sbocchi, ma è anche preda di strane allucinazioni. Che stia diventando pazzo? Ma Ragle non è il solo a cui capitano certe stranezze: anche suo cognato Vic comincia ad avere inspiegabili visioni. Il ritrovamento di strani biglietti, elenchi telefonici con numeri inesistenti, riviste con dive mai viste in copertina, assieme alle allucinazioni, mettono in allarme tutti nella casa Gumm-Nielson. Qualcosa non va, ma cosa? La realtà diventa dubbio.
Il piccolo Sammy, poi, costruisce una radio a galena e riesce a captare anomale comunicazioni militari.
Pezzo dopo pezzo, Ragle si convince sempre di più che la sua paranoia non sia così infondata. Qualcuno lo sta spiando e usando, ma perché?
Così Ragle tenta la fuga. Il primo rocambolesco tentativo di varcare il confine della città si dimostra più arduo del previsto ma alla fine Ragle riesce a scoprire la verità. Una terribile, quanto incredibile, macchinazione è stata ordita contro di lui proiettandolo in un altro mondo, in un’altra epoca che non esiste più. Ma Ragle viene presto ritrovato e drogato dai sui sorveglianti. Viene riportato nella città fittizia da cui era scappato, senza ricordare nulla. O quasi. I particolari, il pezzo chiave della sua memoria è annebbiato ma ormai Ragle sa che ciò che lo circonda è falso. L’unico modo per scoprire finalmente tutta la verità è uscire di lì, di nuovo. Sapendo di essere monitorato, questa volta Ragle è più cauto e assieme al cognato ruba un camion riuscendo finalmente a “evadere” dalla cittadina. E’ fatta.
Ragle e Vic approdano in una città sconosciuta, apparentemente simile a quella che hanno abbandonato, ma popolata da individui assai strani. I ragazzi si vestono con lunghe tuniche e si acconciano i capelli in giganteschi coni, le ragazze si rasano la testa, non si truccano e indossano abiti maschili ed entrambi parlano un astruso slang. La carta moneta non esiste più, sostituita da dischetti simil plastica, e in atto c’è una guerra: tra Lunari e Terrestri.
Ragle capisce così che “Dove si troverà l’omino verde?” non è semplicemente un gioco, ma un’importante operazione di intercettazione missilistica. Il suo talento nel prevedere il punto in cui la Terra sarà colpita dai missili Lunari è quindi di vitale importanza e decide di tornare a “casa”. Alla ricerca di un telefono per contattare chi di dovere, Ragle e Vic entrano in una farmacia. Dal bancone, però, spunta fuori una vecchia conoscenza di Ragle, la signora Keitelbein, fittizia vicina di casa. La donna, una Lunare, mostra loro delle riviste moderne dove tutta la verità è scritta nero su bianco. Ragle finalmente ricorda tutto: aveva deciso di schierarsi con i Lunari e lasciare la Terra, ma i terrestri non potevano perdere un elemento tanto importante come Ragle. Così hanno riprogrammato la sua mente riportandola agli anni ’50, alla sua infanzia, un’epoca che Ragle ha sempre amato e per la quale provava nostalgia.
Ripreso il pieno possesso della sua memoria, Ragle decide di porre fine alla guerra e lasciare così la Terra.

Questa strana cosa chiamata realtà

Può la realtà essere un’illusione? E se sì, che cosa è reale? Ma cosa vuol dire reale? Ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo? Secondo Ragle Gumm no. Il reale va al di là di tutto ciò; il reale è paradossalmente l’ideale, l’intellegibile, la parola intesa come Logos. Le percezioni empiriche non sono veridiche, non manifestano la realtà perché i nostri sensi non sono oggettivi ma soggetti ad alterazioni, sono influenzabili. Possiamo conoscere il fenomeno ma non la cosa in sé (come si può notare, se non si è completamente estranei alla filosofia, i riferimenti a Eraclito, Platone e Kant sono palesi).
Ma allora, se la realtà non è la realtà, chi sono io veramente? L’identità del soggetto si perde se gli assodati contorni contestuali che lo circondano (socio-culturali, ambientali ecc.) si annullano. Un colpo di spugna su tutto ciò che si conosce e si comincia a dubitare di noi stessi, a diffidare sul valore delle nostre verità e sulla stessa concezione di esistenza. Perché, come nel pirandelliano Mattia Pascal l’individuo non esiste se non esiste per la società, allora neanche Ragle esiste – almeno così com’è – in una realtà che non esiste. E se non esisti, perché non sai più chi sei, cosa fai? Vai alla ricerca di risposte. E Ragle lo fa.

Old Town

Il ritorno agli anni ’50 non è casuale. Nel suo iniziale lavoro di intercettazione missilistica anti-Lunare, Ragle Gumm percepisce tutto il peso e lo stress di una responsabilità così alta come quella di evitare centinaia morti. Il destino delle vite terrestri dipende unicamente da Ragle; si può comprendere quindi la difficoltà nel dover sopportare un onere del genere. Inoltre Ragle comprende la fondatezza della causa Lunare e decide di passare dalla loro parte. Per impedire tutto ciò ed evitare a Ragle lo stress del suo compito, i capi terrestri decidono di riprogrammare la mente di Ragle e per meglio favorire il lavaggio del cervello, rispediscono Ragle negli anni della sua infanzia, gli anni ’50. Una città fittizia, Old Town, viene costruita apposta per lui e in questo palcoscenico allestito ad arte vengono inseriti degli attori e dei volontari che si sono sottoposti alla riprogrammazione.
Ma cos’è che di quest’epoca affascina tanto Ragle? La stabilità, direi. Il cliché dell’uomo che va a lavoro e quando torna a casa ha la sicurezza di ritrovare ancora lì la sua famiglia che lo ama e lo circonda, così come accadeva al padre di Ragle. I racconti della seconda guerra mondiale, il tepore del focolare domestico, la serenità del nido familiare, sono in realtà esperienze che appartengono al padre di Ragle, col quale in questa utopia (o distopia, a seconda di come la si voglia interpretare) si reincarna.
Ma Ragle non è suo padre, e se per tre anni interi la sua ansia della realtà ha favorito l’assoggettamento a questa fantasia, Ragle cade nell’insoddisfazione. Non ha una casa tutta sua, non ha una moglie e dei figli, non ha il classico lavoro in un ufficio. Ragle si sente un inetto, un inconcludente, un quarantenne che passa la vita risolvendo lo stupido gioco di un giornale.
Il sogno idealizzato dell’infanzia non si traduce così  nelle aspettative di Ragle, ed è probabile che questo, assieme agli indizi che man mano trova, risvegli in lui echi indefiniti della sua vita reale.

Lo stile

Lo stile narrativo di Philip K. Dick risulta alquanto prosaico, soprattutto nella prima parte del romanzo: le molteplici scene descrittive sono caratterizzate da vere e proprie elencazioni, come una sorta di lista delle azioni dei protagonisti. Risulta quindi una parte un po’ lenta, statica, in cui ci si immerge flemmaticamente nella classica e banale vita medio-borghese dell’epoca. A far sì che l’attenzione del lettore non si sopisca entrano però in gioco gli strani avvenimenti che accadono ai protagonisti e le varie stranezze e incongruenze che se da un lato mettono in confusione chi legge, dall’altro accrescono inevitabilmente la curiosità del lettore (io ho finito il libro in due giorni non riuscendo a smettere di leggere).
Man mano che la presa di coscienza di Ragle aumenta e si cimenta in un’ardimentosa fuga, si entra nel vivo dell’azione; il ritmo è più attivo, più veloce, emozionante.
L’ultima parte invece è diametralmente opposta alla prima. Lo stile si velocizza fin troppo; il finale è frettoloso e serrato, si perde quasi il senso di continuità con l’altra metà del libro. Una scissione totale: dal mondo degli anni ’50 si viene catapultati a quello del futuro, moderno e… che mondo! Un futuro ridicolo e poco credibile, non solo perché rivelatosi totalmente errato per noi posteri, ma soprattutto perché non concretizzato; ci ritroviamo in un mondo bizzarro e improbabile senza conoscere gli aspetti e le adeguate esplicazioni sulle fondamenta politiche e socio-culturali che lo rendano verosimile. Non viene neanche chiarito fino in fondo il motivo del conflitto tra Lunari e Terrestri, restando così un finale sconclusionato e precipitoso.

Conclusioni

Ma in sostanza mi è piaciuto questo libro? Sì, perché sebbene, per i miei gusti, il finale lasci a desiderare, la curiosità che mi ha spinta a leggerlo per ore è stata talmente forte che penso sia un bel punto a suo vantaggio (non sono molti i libri che mi incollano così). Essendo una neofita della fantascienza credo che come inizio possa andare bene.
Inoltre la copertina del libro è azzeccata in pieno (ma cosa c’entra?!), anche se questa è una considerazione che si può formulare solo a posteriori. Leggete il libro e scoprirete il perché!

Voto: ★★★★

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2 thoughts on “Il sabato spaziale: Tempo fuor di sesto

  1. Già, che cos’è la realtà?

    Anche il titolo della varie traduzioni italiane è coerente con la domanda che permea tutto Dick.
    Il libro esce infatti nel 1959, edito dal Corriere della Sera, con l’improbabile “Il tempo si è spezzato”, poi Urania lo fa conoscere, nel 1968, come “L’uomo dei giochi a premio” (l’edizione che me lo ha fatto conoscere), quindi Sellerio, nel 1999 e in una bella traduzione di Pannofino, lo intitola “Tempo fuori luogo” e finalmente Fanucci, nel 2003, propone “Tempo fuori di sesto”.
    Chissà se PKD, che lo aveva intitolato “Time out join”, avrebbe immaginato come la diffusione in Italia del suo libro fosse così coerente con le sue tematiche.

    Il libro mi è piaciuto molto, forse più che a te ed il finale, concordo un po’ frettoloso, mi pare in linea con il fatto che, secondo me, a PKD interessava soprattutto la prima parte del libro.

    In ogni caso leggo con piacere anche questa recensione nel tuo blog, che ho scoperto da poco.

    Non sono sempre d’accordo, ci mancherebbe, ma hai sempre degli spunti interessanti e, soprattutto, ben scritti e argomentati.
    Grazie.

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    1. Innanzitutto grazie a te, per il commento e per l’interessante contributo sulla storia editoriale del titolo di cui, ammetto, non ero a conoscenza.
      In secondo luogo, non credere non mi sia piaciuto, anzi! Col senno di poi, visti i cambiamenti socio-economici (l’utilizzo sempre più indiscriminato di carte di credito al posto del contante, come nel romanzo sostituito da dischetti di plastica) e le varie mode del momento (vedasi la moda delle ragazze di rasarsi la testa, come nel libro) mi hanno fatto molto rivalutare le idee futuristiche/”profetiche” dell’autore.

      Indubbiamente a PKD interessava soprattutto la tematica della realtà, tema evidentemente ricorrente nella sua opera letteraria, riducendo così il finale ad una frettolosa conclusione.

      Ti ringrazio ancora per i complimenti e ti invito, quando lo riterrai opportuno e ne avrai occasione, ad esprimermi il tuo punto di vista, che ritengo sempre un’importante critica costruttiva; d’altronde è proprio per questo che ho aperto il blog: esprimere la mia opinione e ricevere in cambio quella altrui, non importa se in disaccordo 🙂

      Spero di ricevere ancora tuoi commenti.
      Grazie!

      Mi piace

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