I brividi del venerdì: La lunga marcia

Avreste mai pensato di poter scrivere un intero romanzo su una lunga camminata? Beh, Stephen King sì.

E che romanzo! Uno dei migliori di King; la trama è a dir poco geniale: una lunga marcia mortale, che vede spezzarsi, una dopo l’altra, giovani vite come carne al macello. Vita e morte sono divise da un confine sottilissimo nel quale la follia fa spesso capolino. Impensabile una cosa del genere, eppure ti ritrovi anche tu a camminare senza tregua, spompato fino all’anima, assieme agli altri Marciatori.
Il finale poi è qualcosa di micidiale, ti lascia l’amaro in bocca ma allo stesso tempo non puoi fare a meno di sentire i brividi per l’eccitazione nel constatare che il Re ha colpito ancora, unico e inimitabile nel suo geniale sadismo.

Che cos’è la lunga marcia?

In un tempo indefinito, in una società americana quanto mai distopica, ha luogo ogni anno una marcia nazionale.
La lunga marcia è una “competizione” che parte dal confine tra lo stato del Canada e quello degli Stati Uniti, fino a quanto più riescono ad arrivare i marciatori. Come sarebbe, direte? Sarebbe che cento ragazzi, iscrittisi volontariamente, si sfideranno in una lunga marcia mortale finché di loro non resterà che uno solo, il vincitore. Non c’è un traguardo stabilito, non c’è un limite di tempo. L’unica cosa che conta è camminare, camminare fino allo sfiancamento, fino alla pazzia, fino alla morte. Non sono permesse soste, non sono accettate scuse. L’unica possibilità di farcela consiste nella resa degli altri partecipanti. Una gara crudele, disumana, ai limiti dell’incredibile.
I marciatori sono tutti giovani ragazzi che si ritrovano uniti in un unico destino; all’inizio regna la spavalderia, la competizione, l’antagonismo (d’altronde, mors tua vita mea), ma poi l’unione forzata della marcia, le comuni sofferenze, le paure e le speranze fanno sì che nascano delle amicizie profonde, così che alla perdita di un compagno, il dolore per la morte dell’amico e la gioia per la sconfitta del rivale collidono in una contraddizione psico-morale non indifferente.
I militari, che dai loro convogli seguono i ragazzi durante il percorso, sono pronti a fucilare chiunque venga richiamato per tre volte. Non c’è grazia per nessuno, perché queste sono le regole della lunga marcia.

Le regole della marcia

Le regole della marcia sono semplici quanto ferree:

  • Non ci si può fermare MAI, né per malori, né per dormire, né per espellere i propri bisogni.
  • La velocità minima che si può percorrere è di 6 km l’ora. Se si scende sotto la soglia dei 6 km/h si riceve un’ammonizione, per un massimo di tre. L’ammonizione dura un’ora e in quest’ora non si deve scendere di nuovo sotto il limite di velocità imposto dalla marcia, pena la seconda ammonizione che allungherà il tempo di recupero a due ore. In pratica: 1 ammonizione = 1 ora, 2 ammonizioni = 2 ore, 3 ammonizioni = 3 ore. Dopo la terza ammonizione vi è l’eliminazione dalla marcia.
  • Non ci si può ritirare dalla marcia, salvo eliminazione.
  • Si ha diritto ad una sola razione di cibo al giorno; saranno per i cui i marciatori a dover dosare le proprie razioni giornaliere. L’acqua invece può essere richiesta in qualsiasi momento (almeno quella!).

Chi sono i marciatori?

Ray Garraty, sedicenne, è uno dei principali protagonisti del romanzo. Non sa nemmeno lui perché decide di partecipare alla marcia. A casa ha una madre e una ragazza che l’aspettano, il padre (unico vero personaggio sano di mente di tutto il romanzo), che deplorava la marcia ed era contrario alla politica del governo in atto, è stato portato via dagli squadroni. Nonostante tutto questo Garraty vuole partecipare alla gara.

Peter Mc Vries, diventa il migliore amico di Garraty, al quale salverà più volte la vita, nonostante le promesse di non aiutarsi reciprocamente durante la gara.
Ha un passato piuttosto balordo, come testimonia la sua cicatrice.

Stebbins, figlio illegittimo e segreto del Maggiore, partecipa alla marcia per sfida, un atto di ribellione contro il padre. Garraty prova fin dall’inizio un’antipatia istintiva verso Stebbins senza sapere esattamente perché.
Ragazzo taciturno e solitario, sembra dotato di una tempra formidabile, non appare mai stanco o turbato, se non verso la fine.

Gary Barkovitch è lo stronzetto di turno, perché ci dev’essere sempre uno stronzetto di mezzo. Ragazzo meschino, non riesce a fare amicizia con nessuno. Viene chiamato “assassino” dagli altri ragazzi per via della vessazione psicologica con la quale causa la morte di un altro partecipante.
Il suo crollo psichico segnerà la sua dipartita dalla gara.

La lunga marcia: ma perché?

Fin dall’inizio della storia non ho potuto fare a meno di chiedermi: ma perché? Nessuno lo sa. Nemmeno i marciatori stessi; sì, qualcuno afferma che partecipa per i soldi, qualcun altro per scriverne un libro, ma la risposta dei molti ai quali viene chiesto il perché di una simile follia è semplicemente: “non lo so”.
Quale essere sano di mente si iscriverebbe per partecipare ad una marcia impossibile e addirittura mortale? Nemmeno la gloria e tutti i soldi del mondo valgono la propria vita, e allora perché?
L’unica risposta che sono riuscita a darmi è l’incoscienza. L’incoscienza dell’adolescenza pura e semplice; quell’impulso sconsiderato nel dover dimostrare qualcosa, l’ebbrezza di spingersi oltre il limite, e in questo caso oltre il limite più assoluto: oltre la vita stessa.
Man mano, però, che la marcia prosegue e i Marciatori vedono davanti ai loro occhi i loro compagni morire, la leggerezza di questa decisione pesa sempre di più, finché i ragazzi prendono coscienza della loro situazione e la goliardia lascia il campo alla paura. Quella vera: la paura della morte. Una paura atavica, innata e puramente istintiva, che diventa concreta, reale, possibile in qualsiasi istante.
L’istinto di sopravvivenza li spinge fino allo stremo finché qualcuno semplicemente si arrende, qualcun altro semplicemente impazzisce, stremato dallo stress psico-fisico che un’impresa del genere può provocare.
Nessuno può salvarsi. La lunga marcia è la morte.

Il circo del Maggiore

La figura del Maggiore è oscura, se non inverosimile. Imponente, la pelle abbronzata e gli occhi perennemente nascosti dietro occhiali da sole con la lente riflettente, non si sa praticamente niente di lui, tranne che è un donnaiolo e il Capo della gara. Il Maggiore non sembra avere una coscienza: è un carnefice insensibile, un automa ligio al proprio dovere di intrattenere il suo pubblico, il suo circo; come nell’antica Roma, per gli spettatori del Colosseo, assistere alla morte altrui non era nient’altro che uno spettacolo, così è per il pubblico della marcia. La folla è eccitata dalla vista del sangue, ogni morte è un tripudio di grida di sadica gioia. In questa società, a dir poco distopica, vi è un’insensibilità all’omicidio talmente crudele che è quasi al di fuori dell’umano. Bestie che godono di altre bestie al mattatoio, perché, in definitiva, tutto è uno show.
Ovviamente, in un simile ambito sociale, anche i marciatori restano piuttosto indifferenti di fronte all’esecuzione di qualche concorrente, a loro sconosciuto. Addirittura, il Maggiore viene inizialmente ammirato dai giovani gareggianti; visto come una figura potente, carismatica e prestigiosa di una lunga tradizione quale è la marcia, per poi essere inevitabilmente odiato in funzione di ciò che egli rappresenta: la morte.

ATTENZIONE: Zona altamente spoiler, saltare fino alle Conclusioni.

Traguardo

Su cento ne restano tre. I tre. Garraty, Mc Vries e Stebbins. Dopo cinque giorni di marcia sono loro i finalisti sul podio, ma solo uno può essere il vincitore, solo uno può continuare a vivere. A questo punto della storia vorresti che accadesse un qualche miracolo_ ti prego, fa che sia concessa la grazia agli altri due_ tanto ti sei affezionato loro. Ma tutto ciò non è possibile.
Perciò, la medaglia di bronzo va, signore e signori, a Peter Mc Vries! (uaaaaah!)
La medaglia d’argento va invece al “coniglio” Stebbins! (uaaaaah!)
Vince la medaglia d’oro il giovane Ray Garraty! Il boato delle urla della folla è incontrollabile, impazzito. Il maggiore scende dalla sua jeep per congratularsi con il vincitore.
Ehi, ma perché non si ferma? Ehi, la marcia è finita! Hai vinto!
Ma Garraty non sente più niente. C’è qualcuno che lo chiama all’orizzonte, ma chi è? La morte? La follia? Si resta col dubbio, ma Garraty continua comunque a camminare. A camminare. E poi, comincia a correre.
Addio.

Conclusioni

Pubblicato nel 1979, sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, La lunga marcia rientra tra i primi lavori di King e nonostante questo tutta la bravura del futuro re del brivido è già qui. L’abilità narrativa di Stephen King è qualcosa di strabiliante; nel suo stile superbo sa alternare con maestria la suspense dei momenti clou alle più lente descrizioni paesaggistiche del Maine, sua ambientazione abituale, durante il cammino. Il modo in cui riesce a dosare il passaggio da una condizione emotivamente normale ad un esaurimento fisico e psichico è magistrale: leggevo e mi sentivo stanca anch’io, quasi quasi mi facevano male i piedi (no, suvvia).
Riguardo poi ad un eventuale significato del libro, si potrebbe pensare ad una critica sociale: che l’autore volesse ispirare una riflessione sull’insano bisogno, vero e proprio sadico piacere, che spinge l’essere umano alla ricerca della violenza a dispetto delle sofferenze altrui? Sì, forse. Oppure, più probabilmente, non vi è nessuno scopo in un romanzo del genere: semplicemente, King è fuori di testa!
Comunque, in conclusione, leggetelo se amate lo splatter, leggetelo se amate King.
Insomma, leggetelo.

Voto: ★★★★★

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