Giovedì: libero_ La primavera di Marcovaldo

È ufficiale: è primavera.
In virtù di tale evento straordinario (come sono simpatica), oggi vi risparmio i miei blabbericci letterari e vi offro, invece, un racconto di Italo Calvino.
Sperando che vi piaccia, vi auguro buona lettura!

 

 

Primavera
9. L’aria buona

– Questi bambini, – disse il dottore della Mutua, – avrebbero bisogno di respirare un po’ d’aria buona, a una certa altezza, di correre sui prati…
Era tra i letti del seminterrato dove abitava la famigliola, e premeva lo stetoscopio sulla schiena della piccola Teresa, tra le scapole fragili come le ali d’un uccelletto implume. I letti erano due e i quattro bambini, tutti ammalati, facevano capolino a testa e a piedi dei letti, con le gote accaldate e gli occhi lucidi.
– Sui prati come l’aiola della piazza? – chiese Michelino.
– Un’altezza come il grattacielo? – chiese Filippetto.
– Aria buona da mangiare? – domandò Pietruccio.
Marcovaldo, lungo e affilato, e sua moglie Domitilla, bassa e tozza, erano appoggiati con un gomito ai due lati di uno sgangherato cassettone. Senza muovere il gomito, alzarono l’altro braccio e lo lasciarono ricadere sopra il fianco brontolando insieme: – E dove vuole che noi, otto bocche, carichi di debiti, come vuole che facciamo?
– Il posto più bello dove possiamo mandarli, – precisò Marcovaldo, – è per la strada.
– Aria buona la prenderemo, – concluse Domitilla, – quando saremo sfrattati e dovremo dormire allo stellato.
Il pomeriggio d’un sabato, appena furono guariti, Marcovaldo prese i bambini e li condusse a fare una passeggiata in collina. Abitavano il quartiere della città che dalle colline era il più distante. Per raggiungere le pendici fecero un lungo tragitto su un tram affollato e i bambini vedevano solo gambe di passeggeri attorno a loro. A poco a poco il tram si vuotò; ai finestrini finalmente sgombri apparve un viale che saliva. Così giunsero al capolinea e si misero in marcia.
Era appena primavera; gli alberi fiorivano a un tiepido sole. I bambini si guardavano intorno lievemente spaesati. Marcovaldo li guidò per una stradina a scale, che saliva tra il verde.
– Perché c’è una scala senza casa sopra? – chiese Michelino.
– Non è una scala di casa: è come una via.
– Una via… E le macchine come fanno coi gradini?
Intorno c’erano muri di giardini e dentro gli alberi.
– Muri senza tetto… Ci hanno bombardato?
– Sono giardini… una specie di cortili…- spiegava il padre. – La casa è dentro, lì dietro quegli alberi.
Michelino scosse il capo, poco convinto: – Ma i cortili stanno dentro alle case, mica fuori.
Teresina domandò: – In queste case ci abitano gli alberi?
Man mano che saliva, a Marcovaldo pareva di staccarsi di dosso l’odore di muffa del magazzino in cui spostava pacchi per otto ore al giorno e le macchie d’umido sui muri del suo alloggio, e la polvere che calava, dorata, nel cono di luce della finestrella, e i colpi di tosse nella notte. I figli ora gli parevano meno giallini e gracili, già quasi immedesimati di quella luce e di quel verde.
– Vi piace qui, sì?
– Sì.
– Perché?
– Non ci sono vigili. Si può strappare le piante, tirare pietre.
– E respirare, respirate?
– No.
– Qui l’aria è buona.
Masticarono:- Macché. Non sa di niente.
Salirono fin quasi sulla cresta della collina. A una svolta, la città apparve, laggiù in fondo, distesa senza contorni sulla grigia ragnatela delle vie. I bambini rotolavano su un prato come non avessero fatto altro in vita loro. Venne un filo di vento; era già sera. In città qualche luce si accendeva in un confuso brillio. Marcovaldo risentì un’ondata del sentimento di quand’era arrivato giovane alla città, e da quelle vie, da quelle luci era attratto come se ne aspettasse chissà cosa. Le rondini si gettavano nell’aria a capofitto sulla città.
Allora lo prese la tristezza di dover tornare laggiù, e decifrò nell’aggrumato paesaggio l’ombra del suo quartiere: e gli parve una landa plumbea, stagnante, ricoperta dalle fitte scaglie dei tetti e dai brandelli di fumo sventolanti sugli stecchi dei fumaioli.
S’era messo fresco: forse bisognava richiamare i bambini. Ma vedendolo dondolarsi tranquilli ai rami più bassi di un albero, scacciò quel pensiero. Michelino gli venne d’appresso e chiese: – Papà, perché non veniamo a stare qui?
– Eh, stupido, qui non ci sono case, non ci sta mica nessuno! – fece Marcovaldo con stizza, perché stava proprio fantasticando di poter vivere lassù.
E Michelino: – Nessuno? E quei signori? Guarda!
L’aria diventava grigia e giù dai prati veniva una compagnia d’uomini, di varie età, tutti vestiti d’un pesante abito grigio, chiuso come un pigiama, tutti col berretto e il bastone. Se ne venivano a gruppi, alcuni parlando ad alta voce o ridendo, puntando nell’erba quei bastoni o trascinandoli appesi al braccio per il manico ricurvo.
– Chi sono? Dove vanno? – chiese al padre Michelino, ma Marcovaldo li guardava zitto.
Uno passò vicino; era un grosso uomo sui quarant’anni. – Buona sera!- disse. – Allora, che novità ci portate, d’in città?
– Buona sera, – disse Marcovaldo, – Ma di che novità parlate?
– Niente, si dice per dire, – fece l’uomo fermandosi; aveva una larga faccia bianca, con solo uno sprazzo rosa, o rosso, come un’ombra, proprio in cima alle guance. – Dico sempre così, a chi viene di città. Sono da tre mesi quassù, capirete.
– E non scendete mai?
– Mah, quando piacerà ai medici! – e fece una breve risata. – E a questi qui! – e si batté con le dita sul petto, e ancora fece quella breve risata, un po’ ansante. – Già due volte m’hanno dimesso per guarito, e appena tornato in fabbrica, tàcchete, da capo! E mi rispediscono quassù. Mah, allegria!
– E anche loro?… – fece Marcovaldo accennando agli altri uomini che s’erano sparsi intorno, e nello stesso tempo cercava con lo sguardo Filippetto e Teresa e Pietruccio che aveva perso di vista.
– Tutti compagni di villeggiatura, – fece l’uomo, e strizzò l’occhio, – questa è l’ora della libera uscita, prima della ritirata… Noi si va a letto presto… Si capisce, non possiamo allontanarci dai confini…
– Che confini?
– Qui è ancora terreno del sanatorio, non lo sa?
Marcovaldo prese per mano Michelino che era stato a sentire un po’ intimidito. La sera risaliva le ripe; là in basso il quartiere non si distingueva più e non pareva esser stato inghiottito dall’ombra ma avere dilatato la sua ombra dovunque. Era tempo di tornare. – Teresa! Filippetto! – chiamò Marcovaldo e si mosse per cercarli. – Scusi, sa, – disse all’uomo, – non vedo più gli altri bambini.
L’uomo si fece su un ciglio. – Sono là, – disse, – colgono ciliegie.
Marcovaldo in una fossa vide un ciliegio e intorno stavano gli uomini vestiti di grigio che coi loro bastoni ricurvi avvicinavano i rami e coglievano i frutti. E Teresa e i due bambini insieme a loro, tutti contenti, coglievano ciliegie e ne prendevano dalle mani degli uomini, e ridevano con loro.
– È tardi, – disse Marcovaldo. – Fa freddo. Andiamo a casa…
L’uomo grosso muoveva la punta del bastone verso le file di luci che s’accendevano là in fondo.
– La sera, – disse, – con questo bastone, mi faccio la mia passeggiata in città. Scelgo una via, una fila di lampioni, e la seguo, così… Mi fermo alle vetrine, incontro la gente, la saluto… Quando camminerete in città, pensateci qualche volta: il mio bastone vi segue…
I bambini ritornavano incoronati di foglie, per mano ai ricoverati.
– Come si sta bene qui, papà! – disse Teresa. – Torneremo a giocarci, vero?
– Papà, – sbottò Michelino, – perché non veniamo a stare anche noi insieme con questi signori?
– È tardi! Salutate i signori! Dite: grazie delle ciliegie. Avanti! Andiamo!
Presero la via del ritorno. Erano stanchi. Marcovaldo non rispondeva alle domande. Flippetto volle essere preso in braccio, Pietruccio sulle spalle, Teresa si faceva trascinare per mano, e Michelino, il più grande, andava avanti da solo, prendendo a calcio i sassi.

 

Racconto tratto da Marcovaldo ovvero Le stagioni in città di Italo Calvino

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