I brividi del venerdì: L’ombra dello scorpione

Finalmente, dopo tre lunghe settimane, sono riuscita a finire L’ombra dello scorpione, un tomo di oltre 900 pagine, scritto da Stephen King.
Di cosa parla questo mammut? Ora ve lo dico.

La trama

Per un fatale errore, un terribile virus geneticamente modificato, fuoriesce dalla base segreta in cui è stato creato e si propaga velocemente in tutto il mondo; ha i sintomi di una normale influenza e, a causa dell’ostinata e forzata segretezza voluta dalle autorità, inizialmente la situazione viene presa sottogamba, ma con lo spropositato aumento delle morti cominciano a generarsi il panico ed il caos totale.
Alcune persone, però, sono immuni a tale virus e finiscono col ritrovarsi a dover popolare un mondo di morti. Cosa fare dunque? La soluzione più logica è quella di andare alla ricerca di altri sopravvissuti, sperando che vi siano altri sopravvissuti.
Durante il viaggio di ricerca di una qualche forma di civiltà rimasta, le notti dei viaggiatori vengono gremite da strani sogni/incubi; due sono le figure che ne emergono costantemente, diametralmente agli antipodi: una vecchia donna di colore di nome Mother Abagail, e lui…l’uomo nero.
Le strade da percorrere sono quindi due: raggiungere la cara vecchietta che irradia luce e calore, oppure seguire le orme di Randall Flagg, Colui che cammina, verso la sua scalata al potere, fatta di sangue e morte. Il bene e il male. Il bene o il male.

La Bibbia di King

All’inizio, il romanzo mantiene dei connotati realistici, molto verosimili, tremendamente possibili: la creazione di un agente patogeno, presumibilmente concepito come arma batteriologica, capziosamente innocuo ma dai risvolti mortali, sulla cui erronea diffusione vige il segreto di stato; l’orripilante coercizione utilitaristica dei responsabili nel voler tenere celata la cosa, ad ogni costo, per poi dover ammettere l’evidente perdita di controllo della situazione, con il conseguente degenerare nel caos dettato dal panico di massa; infine la morte.
Una ricostruzione lucida e meticolosa, dunque, di quanto può realmente accadere quando l’uomo gioca a fare Dio.

Quello in cui ci ritroviamo è quindi uno scenario post-apocalittico, dove subentra però la parte fantasy, religiosa, mistica della storia; entrano così in gioco Randall Flagg, Colui che cammina, l’uomo nero, demone figlio del Male, e Mother Abagail, che invece è la luce, il Bene, profetessa divina. Numerosi, poi, sono i riferimenti biblici, nella fattispecie ricorrono molto spesso i nomi di Mosè e Giobbe.
Come emerge nel libro, è come se King si chiedesse cosa sia avvenuto ai figli di Noè dopo il Diluvio universale, come sia avvenuta la ricostruzione del mondo e quali ostacoli abbiano dovuto superare i pochi sopravvissuti.
Bene, per mano stessa dell’uomo è avvenuto un secondo “Diluvio”, un’epidemia mortale, alla quale sono vissuti solo in pochi. Adesso, perché non complicare le cose e far combattere ai disgraziati rimasti una lotta tra bene e male?
Il Dio a cui si rifà King, è il Dio biblico, il Dio severo, oscuro, sadico, spietato nella sua volontà. Perché, a ragion di logica, se a causa del libero arbitrio l’uomo è fautore della sua stessa distruzione, perché alcuni sono rimasti immuni all’epidemia se non per volere divino (dato che non si conoscono le cause scientifiche della loro immunità)? E se Dio ha scelto di salvare i pochi eletti, perché ha lasciato in vita anche gli empi, se tanto alla fine dovevano essere puniti anche loro? Ma a che scopo, poi, se tanto il male non potrà mai essere del tutto sconfitto, in quanto parte di noi?
Per Mother Abagail, Dio è un giocherellone, il cui volere resta ermeticamente celato, ma la cui volontà viene sempre fatta. Il Dio biblico appunto. Tutto torna.

I sogni, che sono una peculiarità nelle storie di King per aiutare il protagonista a risolvere il suo problema, questa volta assumono essi stessi quest’aurea di misticismo che permea il romanzo; qui i sogni non sono soltanto il solito artificio di King, ma sono soprattutto delle manifestazioni psichiche e sovrannaturali che guidano i superstiti per la loro strada.
Boulder diventa così la nuova “terra promessa”, mentre Las Vegas può essere paragonata ad una moderna Sodoma e Gomorra.

I personaggi

I personaggi principali sono numerosi, e tutti con una loro importanza. Troviamo quindi Larry Underwood, ex cantante di discreto successo, tossicomane occasionale; Frances Goldsmith e Stuart Redman; il sordomuto Nick Andros ed il mentalmente ritardato Tom Cullen; il sociologo Glen Bateman e l’allegro Ralph Brentner; l’adolescente Harold Lauder e la misteriosa Nadine Cross. Infine Mother Abagail ed il suo avversario spirituale, Randall Flagg, assieme ai suoi scagnozzi Lloyd Henreid e Quello delle pattumiere.
Tanti personaggi quindi, ognuno con la sua storia ed il suo percorso.
C’è da dire che indubbiamente si riscontra una sostanziale differenza tra il prima e il dopo, un enorme cambiamento dei personaggi durante l’evolversi della vicenda: Larry Underwood, che inizia il suo percorso non esattamente come “un bravo ragazzo”, finisce in realtà per redimersi completamente, vincendo la sua parte egoistica col sacrificio per gli altri; Nick Andros, un ragazzo sordomuto dalla nascita, sebbene molto avveduto fin dall’inizio, si trasforma in un vero e proprio leader grazie alla sua perspicacia e intelligenza, acquisendo una precoce maturità mentale.
C’è poi Nadine Cross, il cui cambiamento appare quasi senza senso; la conosciamo come una donna sensata e sensibile, la cui morale sembra essere assolutamente votata al rispetto degli altri, per poi trasformarsi dal nulla, per Randall Flagg, in una persona totalmente diversa e, lasciatemelo dire, odiosa: apparentemente incapace di ritrarsi dall’influsso di Flag, Nadine cade nel vittimismo, addossando la responsabilità delle sue azioni sugli altri. Nadine diventa una donna viziosa, usando il suo corpo per raggiungere il suo scopo, o meglio, quello dell’uomo nero.
Il cambiamento di Harold Lauder è invece più sensato: adolescente obeso e brufoloso, respinto nel suo amore da Frances, decide di seguire il percorso dell’odio a quello dell’amore.

Lo stile

Lo stile di King è gradevole, coinvolgente, ma anche tremendamente logorroico, quando ci si mette, e qui ci si è messo.
Il romanzo è diviso in tre parti, ma sono cinque i nuclei narrativi principali: l’epidemia di Capitan Trips – la sopravvivenza dei superstiti – Boulder – la lotta all’uomo nero – l’epilogo.
Tralasciando la prima parte, che necessariamente deve essere bella corposa per permettere al lettore di seguire passo dopo passo gli sviluppi e le conseguenze dell’epidemia, il resto delle 620 pagine è semplicemente un brodo allungato. Prima di giungere finalmente a Boulder, i personaggi ce ne mettono di tempo per arrivare, e King, con dovizia di particolari, non tralascia niente, descrivendo quasi giorno per giorno le attività di viaggio. Anche la parte di Boulder è troppo pedante, incentrata principalmente sulla ricostruzione di una società “post-apocalittica”.
La parte più interessante, ovvero lo scontro finale con Randal Flagg, è anche quella più breve. Quando si arriva al momento clou ci si ritrova col chiedersi: ” Tutto ‘sto casino per ‘ste tre pagine?!”. E a questo punto si potrebbe pensare che, vabbè, ormai è andata e siamo alla fine. Ma no. Adesso ci si deve sorbire un centinaio di pagine sul ritorno a casa. E che cavolo. Veramente, qui i tempi sono mal distribuiti, se non addirittura esasperanti in certi casi.

La narrazione, dove abbonda la presenza di onomatopee (altra caratteristica di King), è costituita, soprattutto all’inizio, da diversi punti di vista per permettere al lettore di fare la conoscenza dei vari personaggi; i salti narrativi sono quindi numerosi ma piuttosto consistenti nella loro durata.

Conclusioni

Il mio malsano tempismo ha fatto sì che in concomitanza alla lettura del libro scoppiasse l’ebola. Immaginate quindi il risultato: paranoia pura! Della serie, come autoimparanoiarsi a mille.
Ciò nonostante ho continuato imperterrita con la mia lettura.
La prima parte, quella che tratta del propagarsi dell’epidemia, è molto vivida e riuscita; i meccanismi che si celano dietro disastri del genere vengono estremizzati in ogni loro possibile conseguenza, rendendo quindi la lettura molto suggestiva e interessante.
Purtroppo non si può dire lo stesso per il resto della storia; come ho detto prima è davvero troppo lunga, diventando a tratti molto pesante, se non noiosa. Sia chiaro, parti interessanti ce ne sono, ma data la mole dell’opera, nella sua totalità risultano un po’ troppo scarse per i miei gusti.
In definitiva, non ritengo L’ombra dello scorpione uno dei migliori lavori in assoluto di King, ma se siete suoi fan sfegatati, beh…

Comunque, nel caso voleste farvi un’idea del clima apocalittico post disastro virale, sappiate che l’idea di un’epidemia mortale denominata Capitan Trips si trova anche nel racconto Risacca notturna (contenuto nella raccolta A volte ritornano), un racconto giovanile di King, prototipo del futuro romanzo.

Voto: ★★★

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2 thoughts on “I brividi del venerdì: L’ombra dello scorpione

  1. Dalla lettura del libro, io ho avuto una reazione diversa e l’ho vista così.

    Quello che accade, non é volontà di Dio, ma un errore dell’uomo, grave, gravissimo, ma ahimè, stando a quanto si legge sulla stampa, terrificantemente plausibile.

    Il virus è letale, ma, come tutto quello che l’uomo fa, non è perfetto e qualcuno ne rimane immune.
    Perché?
    Ma perché così sempre avviene, per ogni malattia, la triste peste nera su tutte , c’è sempre qualcuno che ce la fa a sopravvivere. Qualcuno con i globuli bianchi particolarmente aggressivi ed efficaci. E poi é un romanzo, c’é la sospensione dell’incredulità che lo scrittore chiede al lettore e che il lettore accetta o non accetta.
    Nei libri di King è, sempre secondo la mia personale opinione, importante accettare questo patto, per poter godere della storia e per comprenderla sino in fondo.
    Non tutti i romanzi e i racconti di King hanno la stessa profondità e ricchezza, anzi molti sono dei semplici diversivi e gli ultimi, non particolarmente riusciti, mi sono parsi solo dei pretesti per far soldi.
    Ma alcuni sono notevoli e questo, assieme a “It”, “Carrie”, “Le notti di Salem” e “Shining” su tutti.

    Importante a questo punto dire che il titolo originale del libro, malamente tradotto “L’ombra dello scorpione” è “The stand”, che sarebbe stato meglio tradurre con “L’attesa”, molto più coerente con lo svolgimento dell’opera.

    Quello che avviene dopo la quasi totale distruzione del genere umano, per opera dell’uomo, non di Dio come lo fu per il Diluvio, non è altro che la continuazione della lotta tra il Bene e il Male, tra Dio e il suo Antagonista.
    In “The stand” lo spirito del Male non è, come molto spesso succede in King, legato a delle cose o a dei luoghi, ma è proprio un inviato, un agente reclutatore, Randall Flag.
    Dio userà Mother Abigal, una vecchia indiana, povera e malata.

    Satana si presenta forte e potente, Dio debole, quasi remissivo.

    A questo punto le persone vengono scelte, meglio, si fanno scegliere, scelgono … e quasi non sanno perché.
    È questa la fase del cambiamento, in cui ognuno dei molti personaggi si modifica, a volte secondo una logica trasformazione (Nick) altre volte senza logica (Nadine). Ed è soprattutto in queste pagine che, sempre secondo me per carità, sta la bellezza di questo libro.
    Come nella Bibbia, e nei Vangeli in particolare, le persone vengono a contatto con la Verità (solo a contatto, non conoscenza, si badi bene) e scelgono.
    L’intervento del soprannaturale nell’uomo è spiazzante, pensate alla Maddalena, a Paolo di Tarso o a Giuda Iscariota per esempio, o, più modernamente e letterariamente, a Teorema di Pasolini, dove un affascinante Terence Stamp seduce tutti, uomini e donne, facendoli di fatto impazzire o al Maestro e Margherita di Bulgakov.

    In questa parte del libro di King mi è parso di capire come e perché gli uomini si raccogliessero attorno a Gesù o lo condannassero: la Verità li aveva toccati e loro avevano reagito, schierandosi, ma senza una logica e razionale evoluzione.

    Bang! O stai da una parte o dall’altra (“Chi non è con me è contro di me …”)

    A differenza del Dio della Bibbia, il Dio di King risolve la questione ed elimina i malvagi. Anzi, più sottilmente, lascia che si eliminino da soli, perché, come dice ad una certo punto Randal Flagg (cito a memoria, non ho il libro sotto mano): “Succede sempre che quando tutto sembra andar bene, si faccia qualche errore e tutto cominci ad andar male”.
    Certo, questo è il segno distintivo del Male.
    Il segno distintivo del Bene è invece quello di far soffrire i propri fedeli, di “raffinarli” (“Desperation”, sempre di King).

    P.S. Scusa la verbosa prolissità del mio intervento (ma se si parla di King, prolissità e verbosità sono di casa !), non voglio certo contraddire il tuo, al solito interessante e ben scritto, ma io ho avuto un’altra esperienza di lettura e volevo condividerla.

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    1. Non vorrei avessi travisato il mio pensiero; l’epidemia ovviamente è avvenuta per colpa dell’uomo che ha creato volontariamente il virus e, per la sua natura imperfetta, non è riuscito a controllarlo (difatti ho scritto: “per mano stessa dell’uomo è avvenuto un secondo “Diluvio” “).

      La questione sul perché alcuni siano rimasti vivi mentre altri (la maggior parte) sono morti, l’ho ricondotta volontariamente al fattore divino in quanto l’intero romanzo si ammanta di connotati religiosi e gioca su questo fattore; è poi indubbio che se mai si verificassero episodi del genere (facciamo gli scongiuri) la sopravvivenza di alcuni piuttosto che la morte di altri dipenderebbe da fattori non meglio specificati riconducibili a predisposizione genetica e componenti fisiche.

      Riguardo i cambiamenti e le scelte dei personaggi, o meglio di Nadine (perché è la sua presa di posizione che ho trovato assurda), sebbene ad una pedante razionalista come me faccia storcere il naso, effettivamente non avevo considerato il tuo punto di vista; la tua osservazione è molto acuta e appropriata e rientra forse nell’ottica di King.
      D’altronde la misticità è per definizione un qualcosa di misterioso, dunque chi lo sa come reagiremmo?

      Trovo poi molto preziosa e illuminante la tua giusta distinzione tra contatto e conoscenza, dato che spesso le due cose vengono erroneamente confuse.

      Tutto qui, la mia non era una critica al tuo commento, ma semplicemente un voler chiarificare certi aspetti che magari non erano trasparsi bene e che giustamente mi hai fatto notare.
      Quindi non ti devi scusare assolutamente di nulla, hai fatto benissimo!
      Mi fanno davvero piacere i commenti come i tuoi che, concordi o contrari, sono ben articolati e sempre molto educati.
      Aggiungono un tassello in più all’esperienza della lettura, quindi non ti riguardare mai, almeno con me.

      P.S. Io sul podio metto “Le notti di Salem”, “Misery” e “La metà oscura”, ma anche “La lunga marcia” e “Desperation” mi sono piaciuti molto.
      “Shining”, sebbene l’idea e la trama siano come (quasi) sempre geniali, l’ho trovato un po’ troppo ridondante a livello di stile.

      E concordo con te sulla traduzione poco felice del titolo in italiano.

      Ti ringrazio come sempre per i tuoi, fin troppo buoni, complimenti, ma soprattutto per il tuo commento!
      A presto, spero 🙂

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