Lunedì narrativa: Dio di illusioni

Giudizi contrastanti quelli che accompagnano il più o meno famoso Dio di illusioni, romanzo d’esordio di Donna Tartt.
Da quale parte della barricata schierarsi? A questo punto credo che sia veramente una questione di gusto personale.
Dal canto mio, non posso che considerarlo un libro molto, molto, sopravvalutato.

dioillu Siamo in un esclusivo college del Vermont; Henry, Bunny, Francis, Charles e Camilla rappresentano tutto ciò che Richard Papen, squattrinato californiano, vorrebbe essere: bello, ricco, affascinante. L’unico modo per entrare a far parte di quel gruppo è seguire le lezioni di greco, e Richard lo fa. Pian piano viene accolto nella cerchia e il ragazzo si sente al settimo cielo, finché qualcosa comincia a minacciare l’idilliaco equilibrio del gruppo. Bunny sa un segreto che riguarda Henry, Francis e i gemelli, ma che Richard non conosce. L’armonia traballa sempre di più, fino a spezzarsi, quando Richard scopre il segreto della discordia. I quattro ragazzi sono responsabili di un brutale omicidio, avvenuto erroneamente durante il baccanale segreto da loro organizzato. Bunny diventa quindi una minaccia, e una sembra essere l’unica soluzione possibile.

_E da qui in poi consiglio la lettura solo a chi ha letto il libro, fino alle conclusioni, come al solito.

Considerazioni su Dio di illusioni: la trama, lo stile, i personaggi.

Quattro (cinque) ragazzi coinvolti in un orribile segreto, un omicidio involontario, e qualcuno che sa. Vi ricorda qualcosa? A me sì; per esempio il film So cosa hai fatto, tratto dall’omonimo romanzo di Lois Duncan, scritto nel 1973. Che l’autrice de Il Cardellino abbia preso ispirazione dal sopracitato libro? Le modalità sono diverse, certo, ma subito è riaffiorato in me il ricordo, la sensazione di una trama già vista, già sentita.
Ma tralasciando le fonti d’ispirazione, ci sono molti elementi che rendono Dio di illusioni un romanzo mal riuscito.
Innanzitutto lo stile.
Secondo i miei canoni (ed i miei gusti personali, ovviamente) ritengo che la Tartt, per lo meno da quanto ho appurato in questo suo primo romanzo, non sappia scrivere: lo stile è prolisso e poco fluido, molto artificioso e poco coinvolgente. Innumerevoli sono i fatti e le descrizioni altamente inutili che compongono questo romanzo, contribuendo a renderlo molto più lungo di quanto in realtà sarebbe stato necessario; seicento pagine che sarebbero potute benissimo essere sintetizzate nella metà, se nelle mani di uno scrittore capace.

I personaggi sono troppo fittizi, piatti e scialbi, nonostante l’autrice tenti in tutti i modi di renderli interessanti, stravaganti, “diversi” insomma. Ma manca quella bravura di fondo atta a rendere i protagonisti dei personaggi a 360°, con una loro psicologia a tutto tondo. Chi sono infatti i protagonisti di Dio di illusioni?

Richard, colui che funge anche da narratore in prima persona, paradossalmente è il più insignificante del gruppo. Nonostante sia lui a raccontare la storia, _e avendo quindi la funzione importantissima di coinvolgere maggiormente il lettore proprio perché influenzato dal suo punto di vista_ , tutto ciò che pensa e prova risulta come condensato da un soffuso strato di ovatta, a causa del quale ogni suo pensiero o sentimento appare privo di un’autentica emozionalità, rendendo il lettore incapace di partecipare attivamente al suo stato emotivo.

Vi sono poi gli elitari, coloro che ci vengono presentati dal narratore come una sorta di angeli, essere trascendentali, se non addirittura degli dei, che altro non sono che dei ragazzi ricchi, viziati e supponenti, chiusi nella loro cerchia ristretta e inaccessibile per chiunque non ne faccia parte. Non partecipano alla comune vita del college, non vanno alle feste studentesche e non scambiano parola con chicchessia; il loro tempo libero lo passano riuniti a bere e a fumare sigarette, giocare a carte, leggere libri tra una sbronza e l’altra.

Merito di questo snobbismo classista è sicuramente Julian, professore di greco che, tronfio della sua superbia, ha voluto frapporre un muro tra sé e i suoi adepti con il resto del mondo, troppo mediocre e misero per la sua persona, dedita alla magnificenza del mondo classico.
Adorato e venerato dai suoi allievi, Julian è un uomo votato esclusivamente alla bellezza, una bellezza particolare però, puramente estetica, priva di contenuto: in definitiva, una bellezza sterile.
Ma più che la persona in sé, Julian mi ha disgustato nella sua figura di professore: un maestro delle apparenze senza alcuno scrupolo morale nell’isolare coercitivamente i suoi studenti (fatto allarmante di per sé) e nell’instillare il culto del Dionisismo in giovani menti influenzabili.
Il “mandante” dell’omicidio infatti non è altri che Julian, desideroso di trasfondere nei suoi accoliti i suoi stessi ideali edonistici, travisando in realtà gli ideali della cultura greca; perché assieme al dionisiaco, esiste l’apollineo.

Henry, pedante classicista, dall’aspetto austero e sostenuto, erudito e fin troppo perfetto, è la mente malata che raccoglie il dado lanciato da Julian. È lui che propone l’idea del baccanale, è lui che decide di eliminare Bunny, è lui che muove gli altri come delle pedine. E proprio perché è lui il personaggio di maggiore spessore, è lui che farà una fine tragica, epica, classica.
Il rifiuto del suo mentore, l’onta causata dal suo abbandono, determinano in Henry il bisogno di un riscatto che dovrà ottenere col sacrificio. Il suo.

Charles e Camilla, la coppia di gemelli, segretamente amanti (sì, perché senza una relazione incestuosa sarebbero stati troppo banali, no?), sempre inseparabili, sempre a bere o a fumare. Camilla, ovviamente, essendo l’unica ragazza del gruppo è anche colei che viene contesa da tutti, fratello compreso appunto.
Charles, che all’inizio sembrava perlomeno un personaggio rispettabile, viene trasformato, con l’avanzare della storia, in un alcolizzato incallito e violento, così, di punto in bianco, giusto perché la Tartt non sapeva che altro inventarsi.

Francis, l’omosessuale del gruppo, è forse l’unico personaggio che si salva, che ha una coscienza, seppur latente e per lo più ottenebrata dal suo amore per Charles.

Alla fine, però, nessuno di questi personaggi sviluppa una personalità talmente propria da renderlo unico e indimenticabile. Manca quell’individualità che renda reale il personaggio. Sono tutti uguali, semplicemente con delle differenze.

Bunny, altro elemento del gruppo, appare odioso già prima del ricatto: ragazzo eccessivamente esuberante, egoista e, a mio modesto parere, veramente stupido, è colui che più degli altri vive di apparenza; appartenente a una famiglia un tempo altolocata, Bunny non pare preoccuparsi dell’attuale situazione economica della famiglia perché, grazie ad escamotage e alle sue amicizie benestanti, riesce comunque a mantenere un alto tenore di vita.
Un ragazzo finto, superficiale, interiormente vuoto che finisce col rendersi ulteriormente odioso quando comincia a ricattare (e neanche esplicitamente) gli altri ragazzi.
Persino il suo crollo emotivo ha un che di fastidioso, semplicemente perché del tutto irrazionale; lui, che è del tutto estraneo all’omicidio, sta male, quando ai diretti interessati non fa minimamente né caldo né freddo. Bunny inizia a interrogarsi sul senso della morale, sul concetto di colpa e di peccato, sembrando quindi l’unico essere dotato di coscienza in tutta la storia. Ma allo stesso tempo sfrutta il segreto dei ragazzi per soddisfare ogni suo singolo capriccio. Dunque, di che moralità stiamo parlando? Uccidere è immorale, ma ricattare sulla base di tale uccisione no? Un concetto di etica alquanto distorto a parer mio.
Inoltre comincia a diffidare di chiunque, a soffrire di paranoia…beh, diciamo che se ti metti a ricattare la gente un po’ te lo devi anche aspettare che poi ti vogliano fare la pelle eh.
Dunque, a costo di sembrare io l’immorale, sono stata contenta che un personaggio vile, e alla fin fine abbietto, come Bunny venisse eliminato dalla storia.

Ma adesso arriviamo alla parte più “divertente” e soprattutto “verosimile” della storia. Sparisce Bunny e dopo tre giorni vengono iniziate le ricerche dalla polizia, da innumerevoli volontari, da squadre speciali con tanto di elicottero e infine dall’ FBI. La SWAT e l’esercito no??
Via, quando mai per un ragazzo di 24 anni qualsiasi si mobilita tutta questa gente? Poi la Tartt, rendendosi conto della puttanata (pardon) che ha scritto, aggiunge la storia della ricompensa e della droga per cercare di rimediare a cotanta assurdità.

Ebrietas nihil aliud est quam voluntaria insania. Nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia.

Il perno centrale del romanzo è il male. O meglio, la bellezza del male.
Julian afferma che la bellezza è terrore, frase sulla quale non mi ritrovo affatto d’accordo; la bellezza è anche terrore. C’è differenza.

Fin dai tempi più antichi, il male fa parte dell’uomo e come tale affascina. Ma qui il male viene impostato su due differenti piani: il male come accezione moderna, dal punto di vista della colpa, e quindi della morale, e il male come conseguenza ed espressione della libertà più totale, slegata dai vincoli morali che la imprigionano.
I baccanali greci in onore di Dioniso non erano concepiti come culto del male, ma come libera espressione degli istinti più selvaggi, della forza vitale, della completa liberazione dello spirito scevro dalla coscienza, e di conseguenza come simbolo di ricongiungimento col dio, il “dio di illusioni” a cui si rifà il titolo, che è appunto Dioniso, un dio dal duplice aspetto; da un lato egli è dio dell’estasi, dell’ebbrezza e del vino, dall’altro è anche il dio della metamorfosi, terrorizzante e irrazionale.

Per Henry, soprattutto, il desiderio di andare oltre i confini della razionalità e della coscienza diventa un’ossessione morbosa.
Ma nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia. Il decidere consapevolmente di svestirsi delle proprie inibizioni morali è un atto di deliberata depravazione. Ciò che Henry vorrebbe, ovvero raggiungere lo stato di amoralità, è impossibile perché nella cultura in cui vive la moralità e l’immoralità sono concetti ormai legati indissolubilmente a lui. Quindi il decidere di andare contro la morale, seppur in una forma di amoralità, è già un atto di per sé immorale.
Henry stesso ammetterà, in seguito, che l’aver ucciso l’uomo nel bosco è stata l’esperienza più vivificante della sua vita.
Quindi, ripeto, nient’altro è l’ebbrezza che la volontaria pazzia.

Per quanto riguarda il male inteso come colpa, come peccato, la Tartt non riesce a svilupparne bene il concetto, né l’intensità.
Bunny, ripetiamolo, si interroga sul senso di colpa e peccato, mostrando però un atteggiamento immorale ricattando i ragazzi.
Dopo l’uccisione a sangue freddo dell’amico, Richard dichiara sempre di fare sogni orribili, di avere fitte di malessere e paura, ma non sembra sentirsi realmente in colpa, e così gli altri ragazzi.
La premessa del baccanale è del tutto inutile in quanto questi personaggi già non hanno una coscienza.

Conclusioni

Sarà il fatto che nutrivo grandi aspettative per questo romanzo se ora non posso fare a meno di sentirmi delusa. Molto delusa.
La trama intrigava, parecchio. Ma lo stile lento, prolisso, l’incapacità di compartecipare emotivamente con i protagonisti, le ripetizioni, le forzature in generale, hanno distrutto quello che poteva essere un gran bel romanzo.
È evidente lo sforzo della Tartt nel voler riuscire a stupire, sconvolgere il lettore, così come è visibile la sua conoscenza della lingua e della letteratura greco-latina, visti i grecismi e i continui richiami classici di cui è permeato il libro, ma nonostante ciò per me non riesce. La scrittrice non è riuscita nel trasmettere il significato profondo del suo pensiero, non è riuscita a svilupparlo concretamente, ecco.

Per finire, una piccola parentesi sul genere di questo romanzo, dato che c’è chi si trova in difficoltà nel doverlo catalogare.
Non è un giallo in quanto non è strutturato come un giallo (mancano l’investigatore, gli indizi, la deduzione tipica del giallo classico); non è un thriller, manca l’azione (questo libro è molto, molto lento); non è un romanzo di formazione, semplicemente perché qui nessuno cresce, i protagonisti vanno avanti nelle loro vite senza mostrare particolari cambiamenti o maturazioni; non è interamente un noir, in quanto la suspense è poco palpabile.
In definitiva: si tratta meramente di narrativa con tinte di mistery/noir.

Voto: ★★

 

Donna Tartt
Donna Tartt.  Non trovate che persino l’autrice sia un personaggio fin troppo costruito?

 

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2 thoughts on “Lunedì narrativa: Dio di illusioni

  1. Questo romanzo l’avrei inserito nella categoria calviniana del “Libri Che Se Tu Avessi Più Vite Da Vivere Certamente Anche Questi Li Leggeresti Volentieri Ma Purtroppo I Giorni Che Hai Da Vivere Sono Quelli Che Sono”.
    Diciamo che l’avrei potuto leggere, prima o poi.
    A istinto, soprattutto per il titolo.
    Dalla tua recensione mi accorgo però che già dalla trama sembra piuttosto banale. Vorrei dare un’occhiata al suo stile però, per quanto non ti sia piaciuto l’hai comunque caratterizzato, magari leggerò un breve estratto.

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    1. Sarò sincera: io non sapevo nemmeno chi fosse Donna Tartt fino a poco tempo fa.
      Questo libro era entrato nella mia wishlist solo dopo aver letto la recensione dai toni entusiastici di Ilenia Zodiaco; è una blogger molto più brava di me nell’esprimere il suo pensiero e la sua recensione era talmente ben scritta e accattivante che mi son fidata ciecamente.
      Purtroppo non mi sono ritrovata d’accordo con lei.

      La trama è banale sì e no; tutto sta nella bravura dello scrittore – ci sono scrittori capaci di tenerti incollato per pagine parlando di niente.
      Per me il problema principale era lo stile, ma è una componente talmente soggettiva che giustamente è bene verificare personalmente.

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