I classici della domenica: Bartleby lo scrivano

Il mio primo incontro con Herman Melville si è concluso. Non avevo mai letto niente di questo autore ed ignoravo completamente in cosa mi sarei imbattuta. Per mia fortuna ho cominciato la scoperta dello scrittore con dei racconti e non con un intero romanzo. Perché dico così? Beh, perché Melville non è assolutamente una lettura semplice, almeno per me.
Posso capire perché lo scrittore americano finì nel dimenticatoio all’epoca delle sue opere: i tempi non erano maturi. Gli scritti di Melville sono oscuri, astrusi, sibillini; lo stile e le tematiche precorrono i tempi: Herman Melville è il pioniere dell’ermetismo e della letteratura dell’assurdo.
È abbastanza chiaro, quindi, come una narrativa del genere non possa essere stata apprezzata dai contemporanei dell’autore, quando il genere letterario in vigore era per lo più il romanzo naturalista.
Ciò nonostante, l’opera di Melville è sopravvissuta e giunta sino a noi; un’opera ostica ed enigmatica, ma permeata di una potenza simbolica indiscutibile.

Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street

La storia di Bartleby ci viene raccontata dal suo datore di lavoro, titolare di uno studio legale nella sempre più emergente Wall Street. Alle prese con un lavoro sempre maggiore, il narratore decide di assumere al suo servizio un altro scrivano e fa qui, dunque, la sua comparsa Bartleby.
Bartleby è un uomo taciturno, pallido, dimesso e sobrio; nel suo cantuccio solitario, Bartleby è uno scrivano provetto, copiando incessantemente documento dopo documento. Nemmeno una pausa per il silenzioso eremita, cosa che rende il narratore colpito e perplesso. Bartleby si presenta dunque come un lavoratore alacre e instancabile, ma alle prime richieste che non riguardino esclusivamente la copiatura, come ad esempio l’uscire per svolgere commissioni, Bartleby si sottrae semplicemente con un “preferirei di no”. Il titolare resta basito dal rifiuto dello scrivano nell’eseguire i suoi compiti, ma come disarmato dal candore della risposta, finisce con il lasciar cadere la questione. Inutilmente il narratore rinnova le sue richieste, ottenendo in cambio sempre la solita risposta: preferirei di no. Assieme ad un giustificato dispetto, cresce nel magistrato il desiderio di conoscere meglio la strana figura che ha assunto nel suo ufficio; Bartleby è chiuso nel suo guscio, imperscrutabile, a dir poco emblematico. Ma chi è Bartleby? Da dove viene? Qual è la causa dei suoi perentori, quanto pacati, rifiuti?
Ad accrescere il disagio del narratore è poi l’improvvisa interruzione del lavoro di Bartleby come copista; di punto in bianco, lo scrivano pretende di non voler più scrivere, o meglio, preferirebbe non farlo più, lasciando il suo padrone nell’impotenza di fronte alla sua perentoria decisione. Bartleby passa ora le sue giornate fissando fuori della finestrella dello studio, che dà su un muro. A niente valgono le proteste, le suppliche, gli inviti accorati del legale di fronte alla caparbia ostinazione dello scrivano. Bartleby vive nel suo mondo, un mondo astratto e inaccessibile, un mondo sbarrato dalla continua presenza di quel muro fuori dalla finestra.
Il narratore, ora impietosito, ora esasperato dal comportamento del suo subalterno, decide di licenziare, sebbene a malincuore, lo strano individuo, ma inutilmente; Bartleby non intende andarsene, preferirebbe non andarsene, e non se ne va.
Non sapendo più come doversi comportare, il legale finisce con il trasferirsi in un altro palazzo, lasciando Bartleby al suo destino. A distanza di poco tempo, però, il narratore viene a conoscenza delle proteste degli inquilini del suo vecchio stabile, indispettiti dalla presenza continua e spettrale dell’ex scrivano. Bartleby finisce così col venire arrestato.
A questo punto il narratore, dispiaciuto per la fine di Bartleby, va a trovarlo in prigione per assicurarsi che stia bene; la figura di spalle, di fronte a un muro, testimonia che niente è cambiato in Bartleby. L’uomo continua il suo compito di sognatore, di figura astratta ed ascetica, di sovvertitore silenzioso, fino all’inevitabile fine.

La critica è molto dibattuta riguardo l’interpretazione del racconto; Bartleby è chiaramente una figura simbolica dai tratti evangelici: un moderno Gesù Cristo capace di vedere oltre, inaccessibile ai comuni mortali? Forse. Sicuramente è un aspetto da tenere di conto.
Ma la teoria che tendo ad accreditare di più è una sorta di critica intrinseca alla società moderna; sempre più caotica, sempre più veloce, moderna, inafferrabile, la società di Melville, di cui Wall Street ne è l’astro nascente, è una società basata sul capitale e sulle leggi burocratiche. Non più uomini, ma notai ed avvocati. Non più valori umani ma capitali, azioni, denaro.
Bartleby è il simbolo del passato che tenta di dire no al futuro incalzante. Ma un muro si oppone sempre di fronte alla sua figura; la strada è sbarrata in senso contrario, si può solo andare avanti, altrimenti si finisce con il restare a fissare solo un muro.

Ma il muro potrebbe anche indicare quell’effettiva barriera che divide il genere umano.

“Ah Bartleby! Ah, umanità!”

Un muro fra me e gli altri, una costante instabilità che finisce col minare le convinzioni altrui ( i continui ripensamenti e le crisi di coscienza del narratore, l’invasione del verbo preferire all’interno dell’ufficio, che “contamina” anche gli altri assistenti del legale).

E altri racconti americani

Gli altri racconti che compongono la raccolta non sono meno ermetici del precedente.

In Chicchirichì, ovvero il canto del nobile gallo Beneventano, un uomo appesantito dai comuni problemi materiali (problemi pecuniari), rinasce grazie al portentoso canto di un gallo, appartenente ad un pover’uomo che si rifiuta di vendere il bene più prezioso che ha: il canto del suo fedele gallo.

Ne I due templi, Melville contrappone l’ostentata purezza della Chiesa al mondo più pagano del Teatro. L’apparenza sacrale e caritatevole della Chiesa, viene smascherata dall’effimero ambiente mondano che, paradossalmente, risulta più di sostanza e genuino del primo.

Ne Il paradiso degli scapoli e il tartaro delle fanciulle assistiamo a due scenari totalmente contrapposti: il mondo spensierato e benestante degli avvocati, uomini scapoli e della buona società, a quello infinitamente più triste e freddo di una cartiera, dove donne dal colorito niveo, ripetono incessantemente il loro lavoro meccanico, paragonate a Cristo per il loro sacrificio a discapito della loro virtù.

Jimmy Rose, protagonista del racconto omonimo, è un uomo enormemente ricco e generoso che finisce col perdere tutte le sue sostanze e vivere di un’indifferente, quanto supponentemente tollerata, carità da coloro che gli erano amici ai tempi delle sue ricchezze.
Jimmy Rose è la nemesi di Bartleby, in quanto accetta suo malgrado quel compromesso che lo scrivano rifiuterà fino alla morte.

Io e il mio camino è un racconto dal tono più spensierato; narra della smodata ammirazione di un uomo per il suo camino, che combatte in tutti i modi la sua famiglia, che invece vorrebbe sbarazzarsene.

Conclusioni

Decisamente quella di Herman Melville non è una letteratura banale ed agevole; tra i riferimenti biblici ed evangelici, le critiche velate ed i numerosi simbolismi, l’opera dello scrittore americano presenta non poche difficoltà nella sua interpretazione, oltre che nella sua lettura.
Consiglio: iniziate, come me, da racconti o romanzi minori prima di imbattervi nel ben più voluminoso capolavoro che è Moby Dick. Almeno per il primo incontro. Poi fate voi.

Voto: ★★½

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