Lunedì narrativa: Il cielo è dei violenti

La bruttura, la brutalità, l’orrore, la violenza. Il cielo è dei violenti è tutto questo.
Non esiste via d’uscita, non esiste possibilità di scelta. Il destino che Flannery O’Connor riserva al giovane Tarwater è irrevocabile e perentorio. Tu sei. Nient’altro.

Il cielo. Fondamentalismo.

Tarwater non è mai vissuto altrove della sperduta radura di Powderhead assieme al suo prozio, il profeta. O meglio, una volta sì, quand’era ancora un infante e giaceva nella culla nella casa dell’altro suo zio, il maestro; prima che il profeta lo rapisse e lo iniziasse a nuova vita. Ma Tarwater era talmente piccolo che non lo può ricordare.
Per quattordici anni ha vissuto col prozio, isolato dal resto del mondo, educato sotto la rigida guida cristiana che il profeta ha voluto impartirgli. Perché un giorno toccherà a lui prendere il posto del profeta e vivere nella fame del pane di Gesù.

Il vecchio, che diceva di essere un profeta, aveva cresciuto il ragazzo insegnandogli ad aspettare a sua volta la chiamata del Signore, e a tenersi pronto per il giorno in cui l’avrebbe udita. L’aveva istruito sui mali che toccano a un profeta, quelli che vengono dal mondo, e sono trascurabili, e quelli che vengono dal Signore e lo purificano ardendolo, perché lui stesso era stato purificato ardendo più e più volte. Lui, aveva imparato attraverso il fuoco“.

Così, quando quella mattina, a colazione, il vecchio Tarwater non si alza più, il giovane discepolo sa esattamente quello che deve fare. Scavare una fossa per il vecchio zio, dargli una sepoltura cristiana, e prendere il suo posto. Oppure no?
Il prozio è morto e “ai morti non dobbiamo niente“. Nonostante i suoi unici insegnamenti, il ragazzo sa che l’uomo era folle, inoltre lui non ha mai sentito la voce di Dio ad indicargli la strada, com’era successo invece per il vecchio. L’insegnamento coatto e ripetitivo subito da Tarwater atterrisce il ragazzo di fronte all’aspettativa di prendere le orme del morto. Così, un’immaginaria voce, frutto della sua parte razionale o del diavolo, comincia a pressare il ragazzo, con un unico monito: andare contro il prozio, a tutti i costi. Non si tratta di una semplice ribellione adolescenziale. Lui non vuole seguire la strada del profeta. Lui vuole solo essere libero, l’unico padrone di se stesso. Ma non basta la volontà.

Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO. Bisogna dimostrarle le cose. Bisogna dimostrare che si fa sul serio. Bisogna dimostrare che una cosa non si fa facendone un’altra. Bisogna giungere a una decisione. In un modo o nell’altro.

E il primo atto di libertà di Tarwater è quello di bruciare empiamente il prozio e la sua casa.

La terra. Razionalità.

Tarwater raggiunge l’unico parente consanguineo rimastogli, lo zio Rayber, il maestro. Quest’ultimo, che a sua volta da bambino venne rapito dal profeta, sebbene per soli tre giorni, decide di aiutare il nipote nel riscattare la sua dignità di essere umano pensante.
Anche Rayber ha subito lo choc di un’educazione distorta, e ha dovuto lavorare su se stesso per tutta la vita, per porvi rimedio.
La presenza di Tarwater risveglia in lui un desiderio di riscatto e speranza che si trasforma in una vera e propria missione: salvare il ragazzo, fare di lui il figlio che non ha avuto possibilità di educare. Ma tutto ciò che ottiene dal nipote è una strenua resistenza alla sua logica e alla sua razionalità, sue uniche armi di difesa contro la follia del vecchio.
A complicare le cose c’è Bishop, figlio mentalmente disabile di Rayber; il bambino non parla ma la sua presenza è ben tangibile nella coscienza di Tarwater. Come in una sorta di trance, Tarwater si ritrova ipnotizzato nello sguardo del cuginetto che è una costante provocazione; gli occhi vuoti del bimbo ricordano al ragazzo quelli del prozio e, insieme ad essi, la sua ultima disposizione: battezzare il cugino. Ma Tarwater sa che nel momento stesso in cui cederà a questo impulso, il suo destino sarà segnato, ineluttabile.
All’interno della sua mente, il ragazzo si ritrova coinvolto in un’estenuante lotta contro se stesso: da una parte l’imperiosa ossessione di battezzare Bishop, dall’altra il disperato bisogno di essere libero.
Di nuovo un bivio, una scelta: “Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO.
E Tarwater lo fa, questo NO.

La violenza è il nuovo amore.

[_Spoiler Allert_]

Non c’è amore né gioia nell’universo creato dalla O’Connery, perché l’amore non è di questo mondo.
La natura è nemica e indifferente _”Il sole, già un gomitolo di luce malevola“_, così come la città è un luogo incolore e distaccato:

“Parecchi lo urtarono, e il contatto, che avrebbe dovuto far nascere una conoscenza da durare tutta una vita, non significava nulla […]
Poi si era reso conto, quasi senza preavviso, che quello era un luogo malvagio: e malvagie erano le teste chine, le parole borbottate, la premura d’allontanarsi.”

L’unico essere in grado di amare risulta essere Bishop, nonostante, o forse proprio in virtù, della sua deficienza. Ma quest’amore viene impietosamente sconfitto, perché il cielo, così come la terra, è dei violenti.

Questa violenza, però, non è vista in senso negativo dall’autrice, in quanto rappresenta una componente indissolubile dell’uomo e la chiave per raggiungere la vera essenza della fede; una passione brutale e drastica, ma che, se incanalata verso Dio, risulta salvifica.
Rayber, al contrario, sopprime costantemente tutto ciò che è passionale in virtù di una strada più equilibrata e razionale, ma il risultato che ne deriva è la sua totale sconfitta, evidente quando, a seguito della morte di Bishop, l’uomo realizza di non provare niente per il figlio e collassa.

Restò in attesa del dolore rabbioso, della sofferenza intollerabile che gli spettava per poterla ignorare, ma continuò a non sentire nulla. Rimase alla finestra con un po’ di capogiro, e solo quando si rese conto che non vi sarebbe stato alcun dolore, crollò.”

A sancire questa supremazia della violenza vi è una misteriosa armonia degli opposti in cui tutto ciò che distrugge allo stesso tempo crea: l’annegamento di Bishop, ultimo atto profano che resta a Tarwater, quasi libera il ragazzo dal suo destino, ma il battesimo simultaneo lo redime. Lo stesso atto violento del sacrificio umano racchiude in sé un atto di purificazione.
L’acqua annega e battezza; il fuoco distrugge Powderhead e purifica gli occhi di Tarwater.
L’acqua e il fuoco, due elementi apparentemente contrastanti, sono in realtà equivalenti, così come il binomio creazione/distruzione: tutto ciò che distrugge, redime.

Conclusioni

Crudele, cupa, spietata, Flanney O’Connor non trova pietà per i protagonisti della sua storia; quando credi che sia finita, eccola là con un’ulteriore brutalità che pensavi non necessaria.

Il cielo è dei violenti è un romanzo intenso, fosco, prepotente, accompagnato da uno stile magistrale, una penna abile e di poderoso talento, ricco di descrizioni simboliche, quasi visionarie.
Lo scontro tra il divino e il razionale, tra il sensato e l’assurdo, tra l’acqua e il fuoco, gioca da ruolo centrale per l’intera vicenda.

Quello che potrebbe passare per un semplice romanzo contro le brutture della fede, un testo anti-religioso, è in realtà qualcosa di più, di estremamente complicato e controverso: è un’apologia della violenza come amore per il divino. È il riscatto della passione religiosa contro un ateismo forzato ed il mero fanatismo, privo di significato; perché, se sei offuscato dall’estremismo, ti ritrovi a vagare come un povero matto, come il vecchio Tarwater, ma se sei privo di emozioni, sei privo di tutto, sei vuoto, come Rayber. Il potere della religione è strettamente legato alla passione.
È ovviamente discutibile la presa di posizione da fervente cattolica qual era Flannery O’Connor, in quanto io sono atea e vivo da Dio (scusate il gioco di parole), e non penso proprio di essere vuota e senza sentimenti.

Altra nota stonata sta nella perspicacia di Tarwater che risulta alquanto inverosimile, pur nel contesto di una vicenda esasperatamente improbabile come questa; come fa Tarwater, cresciuto esclusivamente alla mercé del prozio, a realizzare che si tratta di un folle? Tarwater non ha avuto altri stimoli, altri contatti umani al di fuori del profeta, dunque mi chiedo come sia possibile che un ragazzo che non conosce neanche il telefono _”Meeks scompose la macchinetta in due parti e ne tenne una contro la testa mentre faceva girare un dito sull’altra parte.”_ possa giudicare tanto lucidamente la pazzia del suo precettore.
Questa l’unica critica che posso muovere all’autrice.

Comunque, una cosa è certa: non vedo l’ora di leggere i suoi racconti.

Voto: ★★★★

FlanneryOConnor

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4 thoughts on “Lunedì narrativa: Il cielo è dei violenti

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