Giallo martedì: Se morisse mio marito

Se morisse mio marito è l’ottavo romanzo avente per protagonista l’insuperabile investigatore belga, Hercule Poirot; alle prese con lo sfavillante mondo del teatro, il lettore si accorgerà che “non è tutto oro ciò che luccica”(per citare Shakespeare) e lo stesso Poirot dovrà fare attenzione a distinguere ciò che è finzione da ciò che non lo è, rimettendo insieme i pezzi di un puzzle sapientemente sparpagliati.

Trama

La bella attrice Jane Wilkinson vorrebbe sposare il Duca di Merton, ma per farlo deve prima liberarsi del suo attuale marito, Lord Edgware, uomo ambiguo e dai gusti promiscui.
Per ottenere tutto ciò, l’attrice si rivolge ad Hercule Poirot, il quale, dopo un breve incontro con l’uomo, comunica alla diva il consenso del divorzio, precedentemente rifiutato, dal marito.
Tutto sembra essersi risolto, ma il giorno seguente viene comunicata la notizia della morte di Lord Edgware. I sospetti ricadono subito sulla moglie Jane che, come affermano il cameriere e la segretaria del defunto, è stata vista recarsi nella casa dell’uomo, ma ben tredici testimoni affermano che l’attrice si trovava ad una cena quella stessa sera. Com’è possibile?
Ma Lord Edgware non è l’unica persona di cui preoccuparsi; anche Carlotta Adams, promettente attrice caratterista, viene trovata morta a causa di una dose eccessiva di sonnifero. Un tragico incidente? Oppure le due morti sono collegate in qualche modo?
La faccenda appare non poco intricata e complessa persino al grande Hercule Poirot, quando in realtà sarebbe bastato “chiederlo a Ellis“.

Cane e gatto

« Mi sembrate un cane che difende la sua ciotola di cibo, caro Hastings. »

Se dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, dietro ogni grande detective c’è sempre un fedele cane  assistente.
Il capitano Hastings, ormai ben nota spalla di Hercule Poirot, svolge come al solito il suo ruolo di narratore bonario e sempliciotto; di buona cultura, di buona società, eppure ingenuo ai limiti dell’idiozia, Hastings viene perennemente preso in giro dal suo ben più sveglio amico. La sua ingenuità è talmente esasperante che i motteggi di Poirot non possono non far sorridere il lettore, sebbene in questi vi sia un’implicita provocazione anche per chi legge.

« Sì, in realtà, conosco la verità su questa faccenda. E anche voi potreste conoscerla se usaste il cervello che vi ha dato il buon Dio. A volte sono tentato di credere che vi abbia dimenticato, quando ha distribuito agli uomini l’intelligenza. »

Nonostante Poirot abbia dato innumerevoli volte prova di un intelletto sopraffino, Hastings, data la sua mente semplice e ottusa, dubita spesso delle intuizioni di Poirot, arrivando a compatire il suo amico nel timore che stia perdendo la testa.
La figura del capitano Hastings, così ordinaria e naif, rappresenta quella necessaria controparte al detective dall’intelligenza eccezionale, proprio per instaurare un rapporto di complicità-simpatia nel lettore comune che, incapace come Hastings di comprendere i misteri in cui si ritrova ingarbugliato, riscontra nel personaggio del capitano un fido alleato alla sua “mediocrità”.

Se Hastings, sempre leale, sincero e accondiscendente verso il suo “padrone”, può essere giustamente paragonato a un cane, Poirot al contrario viene spesso descritto in modo tale da rasentare fattezze feline: occhi verdi, scintillanti come quelli di un gatto, astuto, dedito (in maniera ossessiva) alla pulizia, a tratti sornione e vanesio.

Un cane e un gatto dunque, ma che, contrariamente alle dicerie comuni, provano nella reciproca compagnia un reale appagamento e un affetto sincero.

Molto fumo e poco arrosto

* Spoiler *

Dico, ma ci sarà un motivo se Agatha Christie è stata una dei primi membri del Detection Club! Anche in Se morisse mio marito la regina del giallo non si smentisce e riesce, come sempre, nel suo intento di lasciare a bocca aperta chi legge.
Come un abile prestidigitatore, l’autrice riempie le pagine della storia con una serie di minuzie atte a spiazzare il lettore; il fantomatico pedinamento ad opera di un uomo dal dente d’oro, il famigerato cofanetto con la misteriosa iniziale di un nome che comincia per D, la molteplice presenza di personaggi collegati a quella lettera (Miss Driver, l’amica di Carlotta/ Dina, il soprannome dell’inquieta Geraldine), ad un oggetto (il pince-nez ritrovato nella borsa di Carlotta, usato sia da Miss Carroll che dalla cameriera Ellis), ad un nome (Paris, Parigi/Paride). Tutto questo rende ciò che in realtà sarebbero una trama ed un omicidio lineari, un gran guazzabuglio, finendo con il confondere le idee non solo al lettore, ma allo stesso Poirot.
Come un povero pesciolino affamato, il lettore si getta su quelle esche che la Christie sfrutta per distrarlo, lasciandolo così a bocca asciutta.

Sebbene Agatha Christie sia una grande maestra nell’arte dell’illusionismo, bisogna comunque agire con metodo, come direbbe Poirot.
La storia del pedinamento che Bryan Martin racconta al detective come scusa per poterlo incontrare e screditare così Jane Wilkinson, è un’infelice trovata della scrittrice per gettare ulteriore fumo negli occhi del lettore; infelice perché da un punto di vista di linearità della storia non ha alcuna logica. Quando l’attore si reca da Poirot per raccontare la sua frottola, Lord Edgware non è ancora morto, e quindi non ha senso voler sottolineare la presunta capacità di Jane di uccidere: presunta perché Martin non sa che Jane ucciderà.
Quindi perché tutta questa messinscena con un’ulteriore complicazione, del tutto fittizia ed inutile nella finalità della storia, se non esclusivamente per sviarci?

Conclusioni

Se morisse mio marito è una lettura piacevole, scorrevole, con una trama semplice eppure veramente ingegnosa.
Se poi volete qualche dritta per risolvere il mistero vi dico solo questo: non lasciatevi sviare dagli artifici dell’autrice, rimuginate bene sulle cinque domande di Poirot e, infine, pensate al Rasoio di Occam.
Buona lettura gente.

Voto: ★★★★

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