Lunedì narrativa: Suite francese

La cosa più importante qui, e la più interessante, è la seguente: i fatti storici, rivoluzionari, ecc. devono essere solo sfiorati, mentre quella che viene approfondita è la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che è specchio della realtà di tutti i giorni.

Così scrive Irène Némirovsky nei suoi appunti per la stesura del suo ultimo romanzo, Suite francese, e così è.

Romanzo rimasto incompiuto a causa della prematura scomparsa dell’autrice, dovuta all’internamento nei campi di prigionia nazisti, Suite francese è un’opera epocale, il cui scopo doveva essere quello di mostrare la Francia, e soprattutto i francesi, in uno dei suoi periodi più bui. Gli eventi straordinari e terribili che subissarono la Francia negli anni della seconda guerra mondiale, svolgono per lo più il ruolo di messa in moto di tutti quei meccanismi sociali in cui la paura, l’ipocrisia, la viltà e l’egoismo regnano sovrani; i princìpi morali dell’umanità lasciano il posto a quelli del regno animale, della legge del più forte, tramutando un intero popolo in una moltitudine di bestie braccate e confuse.
Ed è proprio così che vengono descritti i parigini in fuga dalla Ville Lumière, durante l’esodo di massa che caratterizza la prima parte di Suite francese.

Tempesta di Giugno

Alla vigilia dell’entrata dei tedeschi a Parigi, in un’atmosfera di incertezza e malumore, la famiglia Péricand si decide a lasciare la capitale alla volta del sud della Francia, come tanti altri.
I coniugi Michaud vengono incaricati da Corbin, direttore della banca in cui lavorano, di raggiungere la filiale di Tours entro due giorni.
L’altezzoso scrittore Corte abbandona restio il suo studio, non dopo essersi assicurato di avere con sé il suo manoscritto.
Charlie Langelet, esteta e collezionista di oggetti d’arte, dopo aver imballato le sue preziose porcellane, si appresta a lasciare la città.
Nelle strade un agglomerato di macchine cariche di bagagli e persone intasa le vie, mentre una ressa di appiedati _ il popolino, gli operai, i poveri _ come uno sciame segue un’unica direzione, lontano da Parigi; i treni sono fermi, le stazioni chiuse: l’unico modo per lasciare la città è in macchina, in bicicletta, a piedi.
I paesi di passaggio vengono invasi dai profughi in cerca di un po’ di cibo, di riparo, di aiuto; chi riesce a trovare almeno una sedia e chi deve arrangiarsi a dormire per strada.
Gli aerei che sovrastano i cieli non sono tutti amici; alcuni attaccano sganciando bombe sulle piazze, creando ulteriore panico e scompiglio. I poveri e i ricchi si ritrovano sullo stesso piano, senza per questo avvicinarli nella comune difficoltà.

In questo clima di caos e miseria, il secondogenito dei Péricand, Hubert, spinto da un adolescenziale desiderio di eroismo patriottico, riesce a scappare dalla madre per andare ad unirsi ai soldati; tra questi, tra i feriti, c’è Jean-Marie, unico figlio dei Michaud, che viene affidato alle cure della giovane contadina Madeleine.

Poi l’armistizio, la resa della Francia.

Dolce

In casa Angelier, suocera e nuora si affrettano a nascondere i beni più preziosi in vista dell’arrivo dei tedeschi in paese; è stato stabilito che ogni casa francese dovrà ospitare un membro dell’esercito tedesco fino a tempo indeterminato.
Per la signora Angelier è un amaro affronto, detestando profondamente quegli invasori che hanno fatto prigioniero suo figlio, mentre sua nuora Lucille osserva con sincera curiosità l’arrivo di quell’uomo ben curato, alto, distinto nella sua uniforme ordinata: l’ufficiale Bruno von Falk.
Come Lucille, tutti nel villaggio assistono con un misto di fascino e repulsione quei vincitori dall’aspetto duro, sì, ma allo stesso tempo umano, come loro.
Inizialmente è difficile adattarsi: i tedeschi sono il nemico e i francesi sono diffidenti; ma col passare del tempo tra vincitori e vinti sembra instaurarsi un tacito benestare. Le donne, rimaste senza uomini, non possono non rimanere attratte da quei giovani ben rasati e virili; i bambini, inizialmente intimoriti, instaurano un’intimità amicale con quei soldati che gli regalano sempre le caramelle.
Da una parte l’odio per il soldato straniero, dall’altra la benevolenza per quello stesso essere umano.
Così in Lucille, donna intelligente e dalla vita infelice, nasce un affetto indefinito per il tenente di stanza presso casa Angelier, ricambiato a sua volta dal tedesco, cosa assolutamente intollerabile per la vecchia suocera.
L’amicizia tra Bruno e Lucille si trasforma delicatamente in qualcosa di più, finché l’entrata in guerra contro la Russia richiama i soldati verso un nuovo paese.
Dopo tre mesi di pacifica e forzata convivenza, ora un sospiro di sollievo, ora un gemito di tristezza attraversa gli abitanti del paese.
Chissà se torneranno.

Conclusioni

Suite francese è un romanzo che lascia l’amaro in bocca, non solo per il finale inconcluso, ma per quella persistente sensazione di malinconia che l’autrice riesce a instillare con le sue parole delicate e cocenti allo stesso tempo. Lo stile elegante e armonioso che caratterizza questa scrittrice, non impedisce la costante presenza di una critica violenta ed aspra.

Ad una prima parte caotica, dove si analizzano la brutalità e le bassezze dell’uomo e della guerra, segue una parte di stanziamento, di calma, di studio del comportamento umano, tra vinti e vincitori.
Nessuno sembra vincere in Suite francese, nessuno può raggiungere la felicità. Gli unici a trionfare sono i bambini che, nella loro innocenza, nella loro semplicità, continuano a comportarsi normalmente, come se sapessero che a un periodo di crisi seguirà inevitabilmente l’equilibrio. Lo stesso vale per la natura che, quasi beffarda e indifferente alla crisi dell’uomo, continua il suo ciclo vitale: così gli alberi proseguono nel dare i loro frutti mentre le bombe distruggono le case, e i fiori continuano a profumare quell’aria che sa ancora di sangue e di morte.

La carrellata di personaggi a cui assistiamo durante ‘Tempesta di giugno’, la ritroviamo sparpagliata in ‘Dolce’, come una ramificazione dello stesso albero, sebbene non ripresi a dovere a causa della morte dell’autrice. Nel progetto della Némirovsky, infatti, a ‘Tempesta di giugno’ e ‘Dolce’, avrebbero dovuto seguire altre tre parti, dove tutti i protagonisti della prima parte sarebbero riapparsi e ulteriormente approfonditi.
Un’altra sconfitta per il genere umano.

Voto: ★★★★

È grazie alle figlie di Irène se Suite francese è pervenuto fino a noi; durante le loro fughe per sfuggire alla politica nazista, hanno sempre portato con loro il manoscritto della madre già imprigionata.
È grazie alle figlie di Irène se “Suite francese” è pervenuto fino a noi; durante le loro fughe per salvarsi dalla politica nazista, hanno sempre portato con loro il manoscritto della madre ormai già scomparsa.
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I brividi del venerdì: L’inquilino del terzo piano

Nel 1962, il trio composto da Roland Topor, i registi Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky, diede vita al cosiddetto “Movimento panico”, una sorta di controcorrente (o sottocorrente) del surrealismo classico, atta a stravolgere l’assurdo con l’assurdo, nelle sue venature più strampalate e dark, e direi che L’inquilino del terzo piano rispecchia pienamente lo spirito del collettivo.

Grottesco, onirico, kafkiano, il romanzo dell’allora ventiseienne Roland Topor è un viaggio all’interno dell’assurdo; scritto nel 1964, racconta la vicenda surreale e orrifica del povero Trelkovsky, protagonista del libro.

L’inquilino stregato

Trelkovsky, uomo mite e apprensivo, trova alloggio nell’appartamento precedentemente appartenuto a Simonetta Choule, morta suicida gettandosi dalla finestra di quella stessa abitazione. Sotto le pressanti insistenze degli amici per inaugurare l’appartamento, organizza una festicciola che finisce per disturbare i vicini. Ripreso dal padrone di casa, Trelkovsky inizia a sviluppare un’ansia maniacale nel timore di provocare anche il più piccolo rumore; succube del silenzio imposto dai vicini, Trelkovsky comincia a interrogarsi sulla vita dell’ex-inquilina. Chi era Simonetta Choule? E perché si è suicidata senza apparente motivo?
Col passare del tempo le stranezze attorno alla donna e al condominio in cui abitava si manifestano sempre più chiaramente; senza accorgersene Trelkovsky ha cominciato a trasformarsi: il suo quotidiano caffè viene sostituito dalla cioccolata di Simonetta, le sigarette da lui fumate sono quelle della Choule, finché un giorno si risveglia truccato da donna e con un molare in meno, proprio come la donna suicida che ha vissuto nel suo appartamento.
Per Trelkovsky diventa chiara la trappola in cui è finito dentro: una macchinazione incomprensibile quanto inarrestabile ad opera dei vicini per tramutarlo a tutti i costi in Simonetta Choule. Il panico e l’angoscia di Trelkovsky crescono impotenti di fronte al complotto ordito contro di lui, contro la sua stessa identità: i vicini sono dei sadici mostri, il cui unico scopo è quello di spingere, per l’ennesima volta, Simonetta Choule dalla finestra.

L’eterno ritorno di Simonetta Choule

Il filo essenziale dell’intera vicenda si compone delle due scene dell’ospedale che, come in una manifestazione nietzschiana dell’eterno ritorno, aprono e chiudono la storia: Trelkovsky che si reca all’ospedale per visitare la moribonda Simonetta, fasciata di bende, irriconoscibile se non per l’assenza del molare; la fine di Trelkovsky, ricoverato in quello stesso ospedale, con le stesse bende, con lo stesso dente mancante e con un altro Trelkovsky lì in visita. Una prospettiva diversa che rievoca la stessa situazione, in un eterno rifluire di eventi che provoca nel lettore un indelebile sconcerto.

Molteplici le interpretazioni possibili: Tralkovsky è semplicemente paranoico; Trelkovsky comincia ad avere allucinazioni a causa delle vessazioni dei vicini; Trelkovsky non è mai esistito realmente, è un sogno, una creazione della stessa Simone, o una fantasia basata sull’uomo che va a visitarla in ospedale (di conseguenza, l’intera linea narrativa sarebbe fittizia, esclusa la breve scena introduttiva).
Infine l’ultima, la più probabile nella sua inquietante semplicità: Trelkovsky è ciò che ci viene narrato. La particolarità che rende grandioso, nel suo genere, questo romanzo va oltre le sue caratteristiche paradossali, oltre le sue plurime decodificazioni, bensì risiede nell’accettazione della realtà dei fatti, così com’è, per quanto illogica e grottesca, come uno spettro della stessa realtà reso tangibile nel suo opposto, l’assurdo.

Durante la lettura del romanzo viene da chiedersi se non si tratti tutto di un enorme, macabro scherzo; perché questo insensato accanimento su Trelkovsky? Cos’ha fatto per meritarsi tale trattamento? Non ha fatto niente, se non esistere. Basta la sua sola esistenza per provocare l’odio nei vicini, i quali sono altro che una rappresentazione di quest’assurdo di cui l’esistenza si compone.

Conclusioni

Lo stile narrativo è preciso ed essenziale; la cadenza regolare di una situazione iniziale normale e perfettamente possibile, si evolve, man mano che si prosegue nella lettura, in un ritmo serrato, sempre più frenetico e vorticoso, in un crescendo di visioni mostruose, chimeriche, per arrivare ad un finale straordinario e destabilizzante, vero punto di forza del romanzo.
Le accezioni negative e sinistre, che rasentano il grandguignol, sono atti deliberati di Topor, volti a scioccare e inorridire chi legge, nonché a disorientarlo. Attraverso il disgusto e il nonsense, arrivare all’estasi e alla bellezza: questo il processo creativo che vi è dietro.

Il mio voto è relativamente basso dato l’elemento rappresentativo dell’opera; si legge sicuramente bene in una mezza giornata, grazie allo stile scorrevole, alla trama insolita e alla lunghezza del testo, e il valore letterario è indubbiamente all’altezza del movimento culturale che interpreta.
Tuttavia si tratta pur sempre di un romanzo atipico, e il surrealismo rientra poco nelle mie corde, per quanto, ripeto, questo sia un libro spettacolare per la sua natura ed il suo genere.

Voto: ★★★½

Da questo libro è stato tratto l'omonimo film diretto e interpretato da Roman Polanski nel 1976.
Da questo libro è stato tratto l’omonimo film diretto e interpretato da Roman Polanski nel 1976.

I brividi del venerdì: Stagioni diverse

Stagioni diverse è una raccolta di racconti di Stephen King, famosa per aver ispirato film di successo quali “Le ali della libertà”, “L’allievo” e “Stand by me”.
Il libro si compone di quattro lunghi racconti, scritti in periodi diversi, tra la stesura di un romanzo e l’altro, suddivisi secondo le quattro stagioni.

L’eterna primavera della speranza

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank è il primo racconto che apre il volume. La storia è quella di Andy Dufresne, ex banchiere che, accusato del duplice omicidio della moglie e del suo amante, finisce condannato all’ergastolo nel penitenziario di Shawshank.
Nonostante la dura vita del carcere, dove agli abusi dei compagni di reclusione, si aggiungono quelli dei secondini, Andy Dufresne riesce a mantenere un atteggiamento sereno e dignitoso, scatenando ora l’ammirazione, ora l’invidia di chi riesce a scorgere in lui la grande forza d’animo che lo caratterizza.
A narrare le vicende di Dufresne è un altro recluso, Red, colui il quale riesce a procurare ogni genere di merce ai detenuti; è proprio in virtù di questo suo “servizio” che entra in contatto per la prima volta con Andy, tra le cui richieste vi sono un martello da minerali ed un poster a grandezza umana dell’attrice Rita Hayworth.
Col passare degli anni, Andy diventa una figura “importante” all’interno del penitenziario, dove si occupa della gestione della biblioteca interna e della revisione fiscale dei dipendenti _direttore compreso_ procurandosi la stima di tutti.
Quando però, tramite vie traverse, riemergono nuovi fatti sul caso di Dufresne, il direttore manifesta un inatteso odio per il detenuto modello, rifiutandosi di riaprire il caso.
Andy cerca allora un modo alternativo per riprendersi ciò che gli spetta: la sua libertà.

Critica:
Sebbene Andy Dufresne sia un personaggio carismatico e a dir poco eccezionale, riuscendo così ad accaparrarsi la simpatia del lettore, è altresì un personaggio fantastico, in ogni senso; così, anche la sua storia, che viene sicuramente narrata in modo accattivante, risulta troppo incredibile a causa di un finale ai limiti della verosimiglianza.

L’estate della corruzione

Un ragazzo sveglio racconta il malsano legame che unisce un ex comandante delle SS ed un ragazzino affascinato dal nazismo.

Todd Bowden entra in contatto quasi per caso con l’ex nazista Kurt Dussander, ora Arthur Denker, ed è deciso ad estrapolare quanti più particolari sadici il vecchio Dussander possa raccontare. Inizialmente l’uomo si rifiuta di prendere parte a questo orrido gioco del ragazzino, ma si ritrova costretto a soddisfare la macabra curiosità di Todd, e così tutto ha inizio; ogni giorno, dopo la scuola, mentre il vecchio racconta restio le indicibili torture inflitte agli ebrei, Todd ascolta assorto e deliziato i racconti dei campi di sterminio, un boccone di ciambella dopo l’altro.
Ma col passare del tempo quest’oscura rievocazione finisce per intaccare l’equilibrio mentale di entrambi: da un lato, un vecchio che era riuscito a seppellire il ricordo degli orrori commessi, riassapora il gusto del potere e del male, dall’altro, un ragazzino che, nonostante l’insana curiosità morbosa che l’ha spinto a conoscere ogni dettaglio raccapricciante, adesso viene tormentato dagli incubi.
La situazione si evolve in un processo esplosivo, mentre il rapporto tra i due si fa sempre più claustrofobico.

Critica:
Un ragazzo sveglio è il racconto più lungo del volume, tanto da poter essere tranquillamente definito un romanzo breve, ed il migliore dei quattro; la trovata originale dell’autore di porre a confronto il male di ieri con il male di oggi, l’atmosfera macabra e raccapricciante a cui riesce a dar vita, la descrizione e lo studio dell’evolversi della psicopatia sadico-sessuale che caratterizza Todd, l’arguzia del ragazzino nel nascondere il suo reale rapporto con Dussander ai genitori, e l’incapacità, volenti o nolenti, dei suddetti nel rendersi conto che hanno dato la vita a un mostro, tutti questi elementi riescono a dar vita ad un vero e magnifico racconto dell’orrore, tanto da poter disgustare e far rabbrividire chi legge.

L’autunno dell’innocenza

Il corpo si potrebbe definire un racconto di formazione.
Quattro ragazzini vengono a sapere del cadavere di un coetaneo ritrovato a qualche miglia dalla cittadina in cui vivono e decidono di andarlo a vedere con i propri occhi, prima che le autorità ne vengano a conoscenza.
Intraprendono così un viaggio, all’insaputa di tutti, verso il corpo; per arrivarci dovranno superare la discarica di Milo e del suo temibile cane, percorrere il ponte di rotaie che divide le due sponde, sopportare la canicola estiva ed il temporale, e altro ancora.
Alla fine di tutto, qualunque sia stato il risultato, si rendono conto di aver detto irrimediabilmente addio all’infanzia.

Critica:
È un racconto piacevole, sì, ma niente a che vedere con le aspettative che mi ero creata; è un viaggio di iniziazione in cui succede poco o niente in termini di horror e di suspense.
Le intromissioni dei racconti del narratore adulto, che praticamente niente hanno a che fare con la storia, mi hanno sinceramente infastidita, e la morte del ragazzo è impossibile da un punto di vista fisico: un treno ti travolge e riesce a scalfirti mezza faccia, prenderti le scarpe ma non i piedi? Mi pare tecnicamente astruso, oltre che infattibile.
Ciò che più si apprezza però è l’esperienza del viaggio in se stessa: le descrizioni, la ricostruzione di un ricordo, di un’avventura preadolescenziale, vissuta alla fine di una calda estate anno1960. Tutto grida all’avventura, ma come ho scritto sopra, poco all’elemento fantastico.

Una storia d’inverno

L’ultimo racconto, Il metodo di respirazione, tratta di un misterioso club, al quale il narratore prende parte, dove si raccontano storie di ogni genere, le più particolari, però, solo poco prima di Natale. Così, in un racconto nel racconto, ci viene narrata l’incredibile storia di uno dei soci del club che, durante la sua professione di medico, ha assistito ad un parto sovrannaturale.

Critica:
Il metodo di respirazione è il racconto leggermente più scialbo del libro, e quello in cui la componente fantastica è più presente.
Con il trucco della storia nella storia, King sembra semplicemente voler allungare la storia o fondere due racconti che altrimenti non avrebbero niente in comune, ma il risultato non è dei migliori dell’autore; la prima parte, quella che svolge la funzione di cornice, inerente al club sarebbe risultata un bel racconto, se solo lo scrittore si fosse preso la briga di impegnarcisi appena un po’, mentre la storia di Natale del dottor McCarron, risulta più tragica che “paurosa”, nonostante l’elemento fantastico.

Conclusioni

Nonostante i pro e i contro, nonostante le aspettative molto elevate che nutrivo, Stagioni diverse è una bella (scusate la banalità del termine) raccolta; la prosa di King, nonostante non sia certo paragonabile a quella di un ben più poetico Carver o Maupassant, risulta comunque scorrevole, a volte fin troppo prolissa, ma decisamente appropriata a ciò che lo scrittore racconta.
Lo stesso King, nella postfazione, ammette di non essere certo il migliore e di non saper trascendere dall’elemento noir, ma sicuramente ce la mette sempre tutta, e noi lo apprezziamo per questo.

In quasi tutte queste storie poi è presente il solito crossover a cui spesso ricorre King (vi basta pensare a una parola: Castle Rock, e avrete tutto chiaro).

Una doverosa critica va alla casa editrice, che dovrebbe rivedere la traduzione un po’ antiquata e impregnata di orrori errori grammaticali _ ah, il congiuntivo, questo sconosciuto! _

Voto: ★★★