Lunedì narrativa: Buio a mezzogiorno

Sulla conturbante scena del Novecento, numerosi sono i romanzi che hanno fatto la differenza; Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler è sicuramente da ritenersi uno di questi.
Il titolo, di per sé eloquente, se non addirittura esegetico, racchiude l’intero pensiero dell’autore e del suo protagonista, Rubasciov.

“Il vecchio male” pensò Rubasciov. “I rivoluzionari non dovrebbero pensare con la mente degli altri.
“O dovrebbero, invece? Sicuramente?
“Come si può cambiare il mondo, se ci si identifica con chiunque?
“Come si potrebbe diversamente cambiarlo?
“Colui che comprende e perdona…dove può trovare un motivo per agire?
“Dove non lo troverebbe?”

È piena notte quando Rubasciov viene prelevato dal suo appartamento e trasferito in carcere. Con un’accusa di tradimento non meglio specificata, Nicolaj Salmanovic Rubasciov, personaggio importante del partito comunista, viene arrestato e rinchiuso nella cella dove avrà inizio il suo personale calvario etico-spirituale.
Durante la sua prigionia, Rubasciov ha modo di ripensare al movimento al quale ha dedicato la sua intera esistenza, analizzandone i processi evolutivi, i suoi meccanismi più intrinsechi, evidenziandone le debolezze e le mancanze, il tutto con una lucida criticità che ne ripercorre, passo dopo passo, i cambiamenti e i fenomeni che hanno portato all’attuale sistema, al cui vertice si trova inossidabile il N°1.
Tra prese di posizione e debilitazioni fisiche, assistiamo al mutamento interiore di Rubasciov, dove alla logica ferrea del partito viene a sostituirsi una coscienza morale, rimasta dormiente e assoggettata ai compiti e i desideri del fine ultimo del partito, e che adesso riemerge in tutta la sua potenza nella ‘finzione grammaticale’.
Il risultato è un’amara capitolazione.

La politica del N°1

“Dunque, aveva fatto la Guerra civile, dopo tutto” pensò Rubasciov. Ma eran cose d’altri tempi, ormai, e non facevano più differenza.

Sebbene il personaggio di Rubasciov sia fittizio, la sua vicenda si rifà ad eventi realmente accaduti durante il regime staliniano, noto anche come Grande terrore, caratterizzato dalle cosiddette ‘purghe’, nel quale un qualsiasi parere avverso a quello del regime poteva trasformarsi in un’accusa di tradimento. Nel romanzo, poi, Koestler descrive come queste accuse vengano avvalorate da false prove, costruite per lo più sulla base di un’austera logica di causa-effetto, di supposizioni consequenziali, poco importa se nulla hanno a che fare con la realtà dei fatti.
Tutto questo perché “ ciò che viene presentato come giusto deve risplendere come oro, ciò che viene presentato come erroneo deve essere nero come la pece. “. Il comunismo, sotto le fila di Stalin, diventa più di un movimento politico, esso si sostituisce completamente alla religione, diventando esso stesso una religione, con i suoi dogmi e i suoi credo incontrovertibili; chiunque non rispetti ciecamente la volontà del partito, chiunque non abbia abbastanza fede, viene automaticamente epurato, eliminato, in virtù di un bene più grande: il mantenimento del potere del comunismo, per far sì che la Rivoluzione non venga rovesciata in alcun modo.
Non importa se si è servito il partito per tutta la vita, non importano i sacrifici fatti sino a quel momento: i ritratti degli ex componenti del partito, di coloro che hanno fatto la Rivoluzione ed hanno contribuito alla sua vittoria, vengono cancellati dalle fotografie una volta appese al muro; i libri ritenuti contrari all’ideologia dominante, banditi dalle biblioteche; tutto può ribaltarsi in un istante, in quel fatidico istante in cui si inizia a pensare con la propria testa _ impossibile non pensare al 1984 di Orwell _.

La finzione grammaticale

Tanto peggio per colui che prendeva sul serio quella commedia e che vedeva solo quanto avveniva sul palcoscenico e non il meccanismo dietro le quinte.

Durante la sua carriera politica all’interno del partito, Rubasciov ha spesso eseguito incarichi scomodi, liquidando membri del movimento accusati di controrivoluzione e, nonostante la palese montatura dell’accusa, il non ancora ex commissario del popolo, ha sempre obbedito agli ordini, pur talvolta non ritenendoli personalmente giusti, senza obiettare; questo perché nella politica del comunismo non c’è spazio per i moralismi: l’unica morale che conta è quella del partito, una morale quindi riarticolata in base alle esigenze di quest’ultimo. Nel comunismo prevale infatti un’etica che ricorda in qualche misura l’Utilitarismo, per cui il giusto equivale all’utile ed il male al dannoso.
In una tale ottica si perde di conseguenza il valore dell’individuo, in quanto si agisce in virtù di un simbolico popolo, ” una moltitudine di un milione divisa per un milione “.
Un’etica rivoluzionaria, per citare Weber, in cui per il bene ultimo (l’utopia di un mondo comunista) l’uso della violenza è legittimato e vale il principio machiavelliano de “il fine giustifica i mezzi”.
La coscienza verso il singolo non esiste, in quanto la propria responsabilità è verso il principio.

Ma durante la prigionia, i ricordi di Rubasciov riemergono prepotenti e con essi quella che lui chiama ‘finzione grammaticale’, che altro non è che il suo inconscio, la sua coscienza, il suo ‘io’ più intimo. Manifestandosi negli improvvisi flashback, nel gesto meccanico di strofinarsi il pince-nez sulla manica e con un pulsante mal di denti, Rubasciov inizialmente cerca di combattere con tutte le sue forze questa verità latente, che adesso vuole emergere, rimettendo le sue azioni ad un giudizio più grande di quello degli uomini, ovvero a quello della Storia.

“La Storia non conosce né scrupoli né esitazioni”, aveva detto a uno di quegli sventurati. “Scorre, inerte e infallibile, verso la sua meta. Ad ogni curva del suo corso lascia il fango che porta con sé i cadaveri degli affogati. La Storia sa dove va. Non commette errori. Colui che non
ha una fede assoluta nella Storia non è nelle file del partito”.

Finché, al grido disperato del suo amico Bogrov mentre viene portato via per essere fucilato, la razionalità cede il posto alla presa di coscienza. Il lamento di quel singolo uomo porta Rubasciov a capovolgere completamente il suo pensiero. Ecco che il bene ultimo perde la sua logica se a discapito del singolo, che riacquista quindi la sua importanza, il suo valore intrinseco ed inviolabile.

Stremato dalle torture psicofisiche a cui viene sottoposto ed intrapreso il nuovo percorso dell”io’, Rubasciov ammette di essere colpevole, non di attività controrivoluzionarie, ma di aver dato adito alla sua coscienza interiore, di aver anteposto la sua riscoperta dell’individuo alla cieca fede nel partito, per il quale l’individuo non ha alcuna importanza, non esiste.
Intrappolato in una sorta di crisi esistenziale, tra la sua nuova posizione ed il credo di tutta una vita, Rubasciov, consapevole che la vecchia generazione della sua epoca è ormai finita in favore dei nuovi uomini di Neanderthal, si arrende all’inevitabile, scoprendosi desideroso solamente di dormire, per sempre.

Conclusioni

Scritto nel 1940, Buio a mezzogiorno è un romanzo di denuncia degli orrori e dei meccanismi che si trovano dietro i processi staliniani, per altro attualissimi a quell’epoca.
Allo stesso tempo Koestler affronta quel problema di fondo tra l’ideale comunista e la sua messa in pratica nel regime stalinista, tra la dignità del singolo e la ragione della Storia.
Il dibattito principale riguarda l’etica all’interno della politica, e numerosi sono i riferimenti filosofici, da Hegel a Weber.
Un romanzo complesso quindi, ma terribilmente valido e importante, arricchito da uno stile narrativo impeccabile, fluente ma allo stesso tempo sapiente, affatto noioso o pedante.
Inutile aggiungere che lo consiglio caldamente.

Voto: ★★★★★

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