Lunedì narrativa: Tutti i racconti

Anche nella narrativa breve, Flannery O’Connor si riconferma una delle autrici più spettacolari e talentuose che io abbia mai letto.
Mistica e pittoresca, la sua prosa rapisce completamente chi legge, e lo getta in un mondo cupo e bucolico al tempo stesso.
Assolutamente unica, proprio come il 29 febbraio.

flanny

Le trentuno storie che compongono la raccolta, Tutti i racconti edita da BUR, sono accomunate, oltre che dalla scrittura sublime della O’Connor, da tutte quelle tematiche che caratterizzano la narrativa dell’autrice.
E allora, come ne Il cielo è dei violenti, ritroviamo quel rapporto conflittuale tra ragione e fervore religioso, in cui il mistero della fede è più grande di qualsiasi logica, ma che porta irrimediabilmente alla catastrofe, quando estremizzato, quando si pensa di comprenderne l’inintelligibilità.

Storie del profondo sud che rispecchiano ogni modo la brutalità e, al contempo, la bellezza di questo pezzo d’America così sbandato, così ostile, chiuso in se stesso.
Leggiamo di storie ambientate in vecchie fattorie dove assistiamo perennemente allo scontro fra padroni e lavoranti, tra genitori e figli, tra modernità e passato.
Scontro è la parola chiave; è attraverso lo scontro con la realtà, tramite lo shock, che si arriva ad una più alta forma di comprensione della verità _una sorta di sintesi hegeliana_ . Ecco che la violenza diventa l’unica forma possibile di amore, di rivelazione.

I personaggi della O’Connor sono figure alienate, impietose, ciniche, ironicamente perse nelle loro convinzioni, nella loro ignoranza, che faticano ad adattarsi ad un mondo che sta cambiando, in cui le città si ingrandiscono a dismisura, tanto da perdercisi, e dove i neri vivono alla stregua dei bianchi, accanto a loro e con loro.

Fissavano il negro artificiale come se si trovassero di fronte a un grande mistero, un monumento alla vittoria altrui che li riuniva nella comune sconfitta. […]
Il signor Head schiuse le labbra per fare un nobile pronunciamento e sentì la propria voce dire: “Non ne hanno abbastanza di negri, qui. Ne vogliono anche uno artificiale.”

(da Il negro artificiale)

Mistero e sconfitta, due temi peculiari dell’intera opera di Flannery O’Connor; il paradosso e l’assurdo che permeano i suoi racconti non sono altro che la manifestazione di quel grande mistero che è l’esistenza, impossibile da decifrare, impossibile da battere. L’unica forma di salvezza che resta è la misera accettazione fine a se stessa.

Conclusioni

Flannery O’Connor riesce a rendere reale e normale tutto ciò che non lo è; tramite i suoi racconti si viene catapultati in veri e propri piccoli mondi, ognuno con le sue dominanti, con i suoi drammi, tratteggiati dallo stile visionario e le descrizioni simboliche che caratterizzano questa scrittrice di enorme talento.
Fattori sociali quali religione, razzismo, o semplice perbenismo morale, si oggettivizzano, perdendo quella carica di critica sociale alla quale molti scrittori non riescono a rinunciare; a Flannery non interessa giudicare o biasimare, non è quello il suo scopo.

Tutti i racconti di questa raccolta sono godibilissimi di per sé, ma i migliori, secondo me, sono: Il geranio, Il fiume, Il profugo, Gli storpi entreranno per primi.

Voto: ★★★★

Annunci

Lunedì narrativa: Figlio di Dio

È piccolo, sporco, con la barba lunga. Si muove con impacciata ferocia tra la paglia secca, in mezzo alla polvere e alle strisce di luce. Sangue di sassoni e celti nelle sue vene. Nient’altro che un figlio di Dio come voi, forse.

Forse non era il libro dal quale dovevo cominciare per conoscere questo autore, forse mi aspettavo di più, fatto sta che Figlio di Dio di Cormac McCarthy mi ha lasciato con la bocca piuttosto asciutta.

Attraverso una narrazione frammentaria, talvolta dispersiva, assistiamo alla trasformazione di Lester Ballard, il protagonista del libro, cane randagio di una qualsiasi contea del Tennessee, da violento asociale a bestia implacabile.

fig

Lester Ballard è un disadattato sociale; non ha una casa, non ha un lavoro, non ha amici. Vive di una frugalità disarmante: si procura il cibo cacciando o arrangiandosi con piccoli furti, occupa abusivamente la vecchia casa abbandonata del nonno e i suoi rapporti con la comunità sono rari e sommari.
Incapace di interagire normalmente con i suoi simili, Ballard coltiva occasionali devianze sessuali, quali il voyeurismo e il feticismo, finché un giorno, quasi per caso, si ritrova a scoprire un’ulteriore perversione, la necrofilia.
Sempre il caso vuole che la casa dove vive prenda fuoco, costringendolo così, senza più alcun riparo, a cercare rifugio in una caverna sulle montagne. E la trasformazione è completata.
Senza rapporti con il mondo civile, Lester Ballard è ormai un animale, psicopatico, amorale, che per procacciarsi piacere sessuale ricorre all’omicidio seriale.

La storia di per sé è certamente cruda eppure, per quanto mi riguarda, non ha raggiunto lo scopo desiderato; tutta la violenza e la volgarità gratuita, di cui è abbondantemente intriso il libro, invece di suscitare un genuino disgusto finisce solo per annoiare. Il troppo stroppia, sempre.
Diventa palese la volontà di McCarthy di ripugnare il lettore, finendo solo con l’allontanarlo per l’esasperazione.
La violenza viene bilanciata da un’onnipresente e indomabile natura dalle sembianze bucoliche ma che risulta comunque cupa, pur nella sua imparzialità.
La violenza e la natura, la violenza è la natura.

La figura di Lester Ballard è sicuramente abominevole e disumana, eppure non è riuscita a incutermi odio o disperazione; sinceramente ho provato solo pietà per quest’individuo evidentemente malato che, quando la catapecchia in cui vive va a fuoco, si preoccupa di salvare anche i peluche vinti alla fiera, o che si ritrova a guardare il cielo chiedendosi di cosa siano fatte le stelle e di cosa sia fatto lui.
Il suo vivere allo stato brado, senza alcuna forma di moralità, non lo rende cattivo, nel vero senso della parola, nonostante le bestemmie, le parafilie e gli omicidi.
Lester Ballard è un uomo che non è un uomo, che eppure è anche lui un figlio di Dio, forse.
Forse, è il figlio minorato di Dio.

Conclusioni

Pensate che a quei tempi la gente fosse più cattiva di oggi? chiese il vicesceriffo. Il vecchio stava guardando la città inondata. No, disse. Non lo penso. Penso che la gente sia la stessa fin dal giorno che Dio creò il primo uomo.

La tesi di McCarthy vorrebbe forse far riflettere sull’ambivalenza della natura umana, quella dualità che ci permette di essere uomo e bestia, ma il personaggio di Ballard è talmente animalesco da non rientrare più nella categoria degli uomini, ormai è qualcos’altro; sarebbe stato possibile affrontare un tema del genere se al contrario avesse conservato una coscienza _ si pensi a Il signore delle mosche; i protagonisti di Golding ispirano realmente un’analisi sul bene e sul male, sulla vera essenza della natura umana, perché seppur trasformarti in violenti selvaggi, sono ancora capaci di comprendere il significato delle loro azioni, il che è anche peggio: loro non fanno del male per un bisogno incontrollato, loro scelgono volontariamente di fare il male.

Insomma questo Figlio di Dio non mi ha convinta, vedremo col prossimo.

Voto: ★★½