Giallo martedì: Se morisse mio marito

Se morisse mio marito è l’ottavo romanzo avente per protagonista l’insuperabile investigatore belga, Hercule Poirot; alle prese con lo sfavillante mondo del teatro, il lettore si accorgerà che “non è tutto oro ciò che luccica”(per citare Shakespeare) e lo stesso Poirot dovrà fare attenzione a distinguere ciò che è finzione da ciò che non lo è, rimettendo insieme i pezzi di un puzzle sapientemente sparpagliati.

Trama

La bella attrice Jane Wilkinson vorrebbe sposare il Duca di Merton, ma per farlo deve prima liberarsi del suo attuale marito, Lord Edgware, uomo ambiguo e dai gusti promiscui.
Per ottenere tutto ciò, l’attrice si rivolge ad Hercule Poirot, il quale, dopo un breve incontro con l’uomo, comunica alla diva il consenso del divorzio, precedentemente rifiutato, dal marito.
Tutto sembra essersi risolto, ma il giorno seguente viene comunicata la notizia della morte di Lord Edgware. I sospetti ricadono subito sulla moglie Jane che, come affermano il cameriere e la segretaria del defunto, è stata vista recarsi nella casa dell’uomo, ma ben tredici testimoni affermano che l’attrice si trovava ad una cena quella stessa sera. Com’è possibile?
Ma Lord Edgware non è l’unica persona di cui preoccuparsi; anche Carlotta Adams, promettente attrice caratterista, viene trovata morta a causa di una dose eccessiva di sonnifero. Un tragico incidente? Oppure le due morti sono collegate in qualche modo?
La faccenda appare non poco intricata e complessa persino al grande Hercule Poirot, quando in realtà sarebbe bastato “chiederlo a Ellis“.

Cane e gatto

« Mi sembrate un cane che difende la sua ciotola di cibo, caro Hastings. »

Se dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, dietro ogni grande detective c’è sempre un fedele cane  assistente.
Il capitano Hastings, ormai ben nota spalla di Hercule Poirot, svolge come al solito il suo ruolo di narratore bonario e sempliciotto; di buona cultura, di buona società, eppure ingenuo ai limiti dell’idiozia, Hastings viene perennemente preso in giro dal suo ben più sveglio amico. La sua ingenuità è talmente esasperante che i motteggi di Poirot non possono non far sorridere il lettore, sebbene in questi vi sia un’implicita provocazione anche per chi legge.

« Sì, in realtà, conosco la verità su questa faccenda. E anche voi potreste conoscerla se usaste il cervello che vi ha dato il buon Dio. A volte sono tentato di credere che vi abbia dimenticato, quando ha distribuito agli uomini l’intelligenza. »

Nonostante Poirot abbia dato innumerevoli volte prova di un intelletto sopraffino, Hastings, data la sua mente semplice e ottusa, dubita spesso delle intuizioni di Poirot, arrivando a compatire il suo amico nel timore che stia perdendo la testa.
La figura del capitano Hastings, così ordinaria e naif, rappresenta quella necessaria controparte al detective dall’intelligenza eccezionale, proprio per instaurare un rapporto di complicità-simpatia nel lettore comune che, incapace come Hastings di comprendere i misteri in cui si ritrova ingarbugliato, riscontra nel personaggio del capitano un fido alleato alla sua “mediocrità”.

Se Hastings, sempre leale, sincero e accondiscendente verso il suo “padrone”, può essere giustamente paragonato a un cane, Poirot al contrario viene spesso descritto in modo tale da rasentare fattezze feline: occhi verdi, scintillanti come quelli di un gatto, astuto, dedito (in maniera ossessiva) alla pulizia, a tratti sornione e vanesio.

Un cane e un gatto dunque, ma che, contrariamente alle dicerie comuni, provano nella reciproca compagnia un reale appagamento e un affetto sincero.

Molto fumo e poco arrosto

* Spoiler *

Dico, ma ci sarà un motivo se Agatha Christie è stata una dei primi membri del Detection Club! Anche in Se morisse mio marito la regina del giallo non si smentisce e riesce, come sempre, nel suo intento di lasciare a bocca aperta chi legge.
Come un abile prestidigitatore, l’autrice riempie le pagine della storia con una serie di minuzie atte a spiazzare il lettore; il fantomatico pedinamento ad opera di un uomo dal dente d’oro, il famigerato cofanetto con la misteriosa iniziale di un nome che comincia per D, la molteplice presenza di personaggi collegati a quella lettera (Miss Driver, l’amica di Carlotta/ Dina, il soprannome dell’inquieta Geraldine), ad un oggetto (il pince-nez ritrovato nella borsa di Carlotta, usato sia da Miss Carroll che dalla cameriera Ellis), ad un nome (Paris, Parigi/Paride). Tutto questo rende ciò che in realtà sarebbero una trama ed un omicidio lineari, un gran guazzabuglio, finendo con il confondere le idee non solo al lettore, ma allo stesso Poirot.
Come un povero pesciolino affamato, il lettore si getta su quelle esche che la Christie sfrutta per distrarlo, lasciandolo così a bocca asciutta.

Sebbene Agatha Christie sia una grande maestra nell’arte dell’illusionismo, bisogna comunque agire con metodo, come direbbe Poirot.
La storia del pedinamento che Bryan Martin racconta al detective come scusa per poterlo incontrare e screditare così Jane Wilkinson, è un’infelice trovata della scrittrice per gettare ulteriore fumo negli occhi del lettore; infelice perché da un punto di vista di linearità della storia non ha alcuna logica. Quando l’attore si reca da Poirot per raccontare la sua frottola, Lord Edgware non è ancora morto, e quindi non ha senso voler sottolineare la presunta capacità di Jane di uccidere: presunta perché Martin non sa che Jane ucciderà.
Quindi perché tutta questa messinscena con un’ulteriore complicazione, del tutto fittizia ed inutile nella finalità della storia, se non esclusivamente per sviarci?

Conclusioni

Se morisse mio marito è una lettura piacevole, scorrevole, con una trama semplice eppure veramente ingegnosa.
Se poi volete qualche dritta per risolvere il mistero vi dico solo questo: non lasciatevi sviare dagli artifici dell’autrice, rimuginate bene sulle cinque domande di Poirot e, infine, pensate al Rasoio di Occam.
Buona lettura gente.

Voto: ★★★★

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Giallo martedì: Le tre bare

John Dickson Carr. Digitate questo nome su Google. Troverete un’innumerevole serie di libri scritti da questo autore, la cui reperibilità si riduce a ben pochi; uno di questi è Le tre bare, riconosciuto come uno dei migliori romanzi sull’enigma della camera chiusa.

Primo membro americano del Detection Club e scrittore prolifico, quasi dimenticato, il nome di Carr riecheggia forse maggiormente nella mente degli appassionati del genere come il creatore di Gideon Fell, protagonista di questo sesto romanzo della serie sull’ingegnoso dottore.

Trama

In una gelida notte di febbraio, viene commesso un omicidio. Charles Grimaud, illustre professore dell’occulto, viene trovato in fin di vita all’interno del suo studio. La porta è chiusa a chiave dall’interno e sulla neve all’esterno della casa non ci sono impronte. Un bel dilemma per il sovrintendente Hadley ed il suo celebre amico, il dottor Gideon Fell.
La faccenda si presenta fi
n da subito astrusa e non poco complicata; tre sere prima, infatti, il professor Grimaud aveva ricevuto la visita di uno strano figuro: un uomo inquietante che andava farneticando di bare e vendette fratricide. Normale, quindi, pensare subito a Pierre Fley, l’individuo delle minacce, come probabile assassino. Ma il mattino dopo la morte di Grimaud, si diffonde la notizia di un’altra morte misteriosa: Fley è stato trovato assassinato in mezzo alla strada, di nuovo la neve intatta intorno al cadavere e la presenza di tre passanti che hanno udito lo sparo, ma non hanno visto nessuno.
Il caso si infittisce; scavando nella vita di Charles Grimaud, riemerge dal passato una fosca vicenda avente a che fare con terre lontane, crimini, prigioni e tre bare, da una delle quali sembra essere riemerso un fantomatico fratello Henri, ora in cerca della sua vendetta.

L’impossibile
Come afferma fin da subito il narratore:

” bisogna presumere che qualcuno stia dicendo la verità “

Il problema del mistero di questo romanzo, però, è che tutti dicono la verità. No, mi correggo, non tutti; una persona non dice la verità, ma non è l’assassino.

Riesaminando i fatti della serata in cui è morto Grimaud, ci accorgiamo di una tremenda verità:
– Uno sconosciuto mascherato, presumibilmente Fley, entra in casa Grimaud. Madame Dumont, la governante, si dirige allo studio al secondo piano per annunciare il visitatore.
– La figlia di Grimaud, Rosette, e l’amico Mangan, si trovano nel salotto a pianterreno. Lo sconosciuto si rivolge a loro come Pettis, amico del professore. I due vengono chiusi a chiave nel salotto.
– Mills, il segretario di Grimaud, e madame Dumont controllano la porta dello studio presso la quale è entrato il visitatore mascherato.
– Drayman, amico di vecchia data di Grimaud, dorme nella sua camera, sotto effetto di sonniferi.
– Burnaby, pittore amico di Grimaud, è a giocare a poker.
– Pettis è a teatro.

Tutti hanno un alibi di ferro, e se in un gruppo tutti i sospettati sono presumibilmente innocenti, per forza di cause maggiori ci sarà un elemento x esterno al gruppo che sarà il colpevole. Quindi, il colpevole sarà certamente Fley. Ma Fley viene trovato morto. Dunque, senza più x, l’omicida sarà y, il fratello Henri.
Ma il fratello Henri non esiste. Allora chi resta?
Ricordate però che un elemento α del gruppo mente, ma non è l’assassino.

Non arriverete mai alla soluzione se non considererete l’intera vicenda da una prospettiva del tutto opposta, e anche allora vi saranno certe questioni di non poco conto da risolvere, come ad esempio l’assenza di qualsivoglia traccia sulla neve.

I personaggi

La caratterizzazione dei personaggi in generale è ben costruita, sebbene inizialmente si abbia qualche difficoltà nell’inquadrare ciascun soggetto; Carr è molto pedante nel descrivere gli atteggiamenti dei singoli personaggi, ledendo perciò alla naturalezza dei suoi ‘attori’.
Le figure meglio riuscite sono sicuramente quelle del sovrintendete Hadley e del dottor Fell.

Essendo le Tre bare il sesto romanzo avente per protagonista Gideon Fell, il personaggio del dottore non viene presentato in alcun modo, tanto che pensavo che l’appellativo di “dottore” fosse in riferimento ad una sua formazione medico-scientifica _cosa rivelatasi totalmente errata in quanto Fell non è molto ferrato in materia_ ; il titolo di dottore viene dalle sue lauree in lettere e filosofia.
Il metodo investigativo del dottore è sicuramente intuitivo; non è assolutamente un detective dal metodo scientifico e dell’azione come invece è Sherlock Holmes (il cui autore è molto apprezzato da Carr, che ne scrisse, tra l’altro, la biografia), anzi si potrebbe dire che è la sua nemesi.
La figura del dottor Fell, come affermerà Carr, è ispirata ad un altro noto autore del giallo, Gilbert Keith Chesterton.

Esperto conoscitore del romanzo poliziesco, è proprio ne Le tre bare che il dottore tiene forse il più famoso discorso sull’enigma della camera chiusa, in cui elenca ed analizza i sette principali metodi per compiere un omicidio in una stanza sigillata, facendo anche riferimento ad altre opere ed autori reali, come Gaston Leroux, Anna Katharine Green, Edgar Allan Poe, Thomas Burke, Jacques Futrelle, Melville Davisson Post, Israel Zangwill ed il sopracitato Chesterton.
Inoltre, in questa sua conferenza, Fell rompe la quarta dimensione rivolgendosi direttamente al lettore, suscitando un’ ironica perplessità in chi legge.

«Ma» interloquì Pettis «se vuole analizzare situazioni impossibili, perché parlare di romanzi polizieschi? »
«Perché» rispose il dottore, tranquillamente, «ci troviamo in una storia poliziesca e non dobbiamo ingannare il lettore fingendo che non sia così. Non dobbiamo inventare scuse elaborate per tirare dentro una discussione sui racconti polizieschi. Occupiamoci beatamente della più esaltante missione concessa ai personaggi di un libro. »

Conclusioni

Leggendo i vari commenti su Anobii, ho notato che la maggior parte dei lettori si lamentava della spiegazione finale, definita troppo prolissa e pedante, ma a me pare evidente che sia così; come capire altrimenti il macchinoso svolgersi degli eventi? Non trovo che questo sia il peggior difetto del libro, anzi, una spiegazione minuziosa è dovuta per chiarire le vicissitudini di un mistero tanto intricato.
L’unica pecca, semmai, sta nella verosimiglianza di tutto l’ambaradan messo in scena dal colpevole e della solita, inaccessibile genialità del detective romanzesco, ma appunto, si tratta di una pecca che si ritrova in tutti i gialli classici.
Quindi sì, la soluzione è inarrivabile, il delitto troppo mistificato, il dottor Fell troppo “fantasioso” e arguto; ciò nonostante si tratta di una trama affascinante, merito soprattutto della suggestiva, quanto torbida, vicenda delle tre bare, che permea l’intero romanzo di un’aurea sinistra e accattivante.

Voto: ★★★½

Giallo martedì: Il pericolo senza nome

Il pericolo senza nome è il sesto, riuscitissimo, romanzo di Agatha Christie, avente come protagonista il piccolo investigatore belga, il grande Hercule Poirot.
Gli altri romanzi, in ordine di lettura, sono:

  • Poirot a Styles Court
  •  Aiuto, Poirot!
  •  L’assassinio di Roger Ackroyd
  •  Poirot e i quattro
  •  Il mistero del treno azzurro

In questo romanzo, dalla trama non poco complicata, ritroviamo nuovamente il capitano Hastings ( assente nel n.3 e nel n.5 ) di ritorno dalla sua nuova vita in Argentina, il quale, assieme a Poirot, si troverà di fronte a un caso ben fuori dall’ordinario: il dover indagare su un omicidio non ancora commesso.

Nella Casa Solitaria…

Poirot e il suo fedele amico Hastings si trovano in vacanza nella piccola località marina di St Loo; ad interrompere la loro quiete vi è però l’incontro con miss Nick Buckley, giovane donna che vive nella vecchia Casa Solitaria, lì nelle vicinanze. Poirot viene così a conoscenza di una serie di incidenti mortali ai quali Nick è miracolosamente riuscita a scampare. Poirot capisce subito che questi presunti incidenti sono in realtà dei veri e propri tentativi di omicidio nei confronti di Nick. Ma perché qualcuno dovrebbe volere la sua morte?
Per via dell’assenza di un movente evidente, Poirot fatica non poco a scoprire finalmente la verità: un sordido piano architettato fin nei minimi particolari, dove niente è come appare e dove il confine tra vittima e colpevole è veramente labile.

(_Da qui in poi, SOLO PER CHI HA LETTO IL LIBRO, fino alle conclusioni_)

…Niente è come sembra

Il pericolo senza nome presenta nel suo complesso evidenti punti di forza ma, allo stesso tempo, alcuni punti deboli.

Primo punto di forza
Il vero punto di forza di questo romanzo è l’assenza del movente; fino a metà della storia non riusciamo a capire per quale motivo qualcuno dovrebbe voler morta Nick, una ragazza senza soldi e senza particolare interesse. Quindi perché? E’ questa la stessa domanda che assilla Poirot, e che non trova risposta finché non scopriamo che la ragazza era fidanzata con il capitano Seaton, promettente aviatore in procinto di ereditare una grossa fortuna che, con la sua stessa morte, sarebbe passata direttamente nelle mani di Nick.
E qui incappiamo nel primo punto debole; questa scoperta di Poirot è troppo campata in aria: alla resa dei fatti si tratta semplicemente di un’ipotesi che, guarda caso, risulta vera. Chi mai sarebbe arrivato a scoprire questo fidanzamento segreto se non grazie a fantasiosi voli pindarici? E sì che la risoluzione di un mistero trova sicuramente le sue fondamenta sulle supposizioni, ma esse devono essere avvalorate dai fatti. Poirot riesce a scoprire tale relazione semplicemente perché Nick una sera si veste di nero (colore che non indossa mai), perché si accalora particolarmente quando i suoi amici danno Seaton ormai per disperso, perché Nick si assenta dalla cena per venti minuti per una telefonata, a suo dire (invece per Poirot ha sentito alla radio la notizia della morte di Seaton, cosa che a noi lettori è impossibile verificare o anche solo sospettare), ed infine per l’esagerato dolore che la ragazza prova per la morte della cugina.
Allora, ok che non tutti siamo Poirot, ma mi pare comunque una deduzione fin troppo azzardata.
Ma, andiamo avanti.

Secondo punto di forza
La bravura della Christie sta nella capacità di mostrare al lettore tanti piccoli indizi che però vengono sapientemente mascherati da altri particolari nel corso della lettura.
Il fatto stesso che la vicenda sia narrata da Hastings, compagno di avventure di Poirot, porta subito il lettore a pensare come Poirot. Nessuno mette in dubbio le capacità di Poirot, perché Poirot non sbaglia mai! Quindi, se Poirot non ha dubbi sulla veridicità degli attentati subiti da Nick, neanche il lettore avrà il minimo dubbio al riguardo; nonostante Frederica affermi che Nick è una bugiarda, oppure che Vyse asserisca che Nick è morbosamente attaccata alla Casa Solitaria, invece che credere a loro, è naturale pensare che siano loro a mentire, o comunque a nasconderci qualcosa.
Qui sta l’altro punto di forza nell’abilità della Christie: nel riuscire a manipolare la mente del lettore come e quando vuole, senza che chi legge possa farci niente.

Il secondo punto debole riguarda il nome Magdala: quando conosciamo la cugina di Nick, il cui vero nome è Magdala, ci viene presentata semplicemente come Maggie. È vero che Nick afferma che Magdala è un nome di famiglia, ma vi pare possibile che uno arrivi a pensare che anche la cugina si chiami Magdala? Io avrei pensato che Maggie fosse il diminutivo di Margaret, non certo di Magdala.
Anche qui, la scoperta a cui giunge Poirot è troppo lontana dalla mente del lettore comune.

Terzo punto di forza
In questo romanzo ritroviamo ( ovviamente con delle differenze ) l’escamotage già perfettamente riuscito in L’assassinio di Roger Ackroyd (di cui vi consiglio caldamente la lettura); il buono diventa il cattivo e viceversa, ma come arrivare a pensare una cosa del genere? Quando Nick sta male dopo aver ingerito dei cioccolatini alla cocaina, a nessuno verrebbe in mente di pensare che la donna si sia avvelenata da sola, e questo semplicemente perché siamo stati fuorviati sin dall’inizio, credendo ciecamente alla sua innocenza.
La difficoltà predominante nei romanzi della Christie è sempre quella di riuscire a capire chi dice la verità e chi mente, e qui sta la grande differenza tra noi comuni lettori e l’insuperabile acume di Hercule Poirot.

Conclusioni

Il pericolo senza nome è indubbiamente un buon romanzo in puro stile Christie; la trama viene a complicarsi a causa delle sue sottotrame, e il lettore non è mai del tutto certo delle sue deduzioni.
Il finale è un vero e proprio colpo di scena, e se in questo libro vi sono pur sempre degli errori, ciò non toglie che nella sua totalità sia un giallo assolutamente ben costruito.
Se poi vogliamo proprio essere pignoli, allora devo ammettere che L’assassinio di Roger Ackroyd è sicuramente un gradino più in alto.

Voto: ★★★½

Giallo martedì: Uno studio in rosso

Nel primo romanzo di sir Arthur Conan Doyle che vede come protagonista il signor Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, pubblicato nel 1887, assistiamo alla conoscenza tra il famoso detective e colui che diventerà il suo fedele assistente, il dottor Watson.
In cerca di un appartamento a buon prezzo, Watson verrà messo in contatto con Holmes che, a sua volta, cerca qualcuno con cui coabitare per dividere l’affitto del celeberrimo appartamento di Baker Street. Ha così inizio quella felice convivenza che renderà celebre il duo.

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Uno studio in rosso è appunto l’inizio dell’avventura “sherlockiana”, il cui campo d’indagine si svolge tra due continenti, quello europeo e quello americano; il ritrovamento inspiegabile del corpo senza vita in una casa abbandonata a Londra cova, infatti, le sue origini nel paese oltreoceano, ma non dico altro e tanto vi basti.

Chi vive al 221b di Baker Street?

Sherlock Holmes è lo stereotipo dell’investigatore per eccellenza: con la sua lente d’ingrandimento, le sue intuizioni fuori dal comune e la sua maniacale analisi delle impronte, questo personaggio appare al contempo brillante e farsesco. Magro e slanciato, ha un fisico che sa di alacrità, e difatti è un detective dell’azione, anche se talvolta viene colto da uno stato apatico, come afferma Watson:

“La sua energia sembrava inesauribile, quando lo coglieva un accesso di attività; ma, di tanto in tanto, si verificava in lui come una reazione. Allora, per giorni e giorni, se ne stava sul divano del salotto, pronunciando a malapena qualche monosillabo e senza contrarre un solo muscolo del viso, dal mattino alla sera.”

Quest’oscillazione tra due stati emotivi così diversi, mi fa pensare che Sherlock Holmes sia affetto da disturbo bipolare non meglio identificato.
Esperto conoscitore delle scienze e della cronaca nera, Sherlock Holmes è il gentiluomo
tardo Ottocentesco, un Lord Byron razionalizzato, che mette le sue abilità intellettive al servizio della giustizia, e che, durante le pause dai crimini e dai misteri, non disdegna impugnare l’archetto e suonare il suo violino.

Il dottor Watson è la voce narrante del romanzo; probabile alterego dell’autore stesso, Watson è un medico che, di ritorno dalla guerra in Afghanistan, si ritrova a vivere senza uno scopo ben preciso in una caotica Londra. L’incontro con Holmes cambierà la vita del dottore.
A differenza di un altro co-protagonista per eccellenza nella storia della crime novel (il capitano Hastings di Poirot), Watson non è esattamente il braccio destro un po’ stupido di Holmes; anziché stupido, il dottor Watson è più che altro una spalla, un cagnolino che non smette di scodinzolare dinanzi alle capacità di Sherlock Holmes. Troppo cattiva? Eppure è questa l’impressione scaturita dalla lettura: l’ammirazione di Watson per Holmes va oltre il semplice stupore iniziale, Watson è propriamente estasiato dall’acume del suo compagno d’avventura.

Uno studio in rosso: un prototipo maldestro della deduzione

Il merito di Arthur Conan Doyle dovrebbe consistere nell’essere uno dei capostipiti del giallo deduttivo, ovvero il giallo classico, in cui un investigatore (solitamente privato) riesce a scoprire l’identità dell’assassino basandosi su indizi fuorvianti e di non semplice risoluzione, attorniato da una cerchia ben ristretta e definita di sospettati.
In questo primo romanzo, però, mancano le basi per definire Uno studio in rosso un buon giallo; innanzitutto la verosimiglianza: durante la perlustrazione del luogo del delitto, Holmes riesce a identificare il tipo di sigaro fumato, semplicemente osservandone la cenere rimasta… Accidenti!
Meglio di un’analisi di laboratorio!
Poi, l’assassino, di cui non si sa niente fino alla fine, mostra prova di poca intelligenza o, ancora meglio, di una propizia presunzione, presentandosi a casa di Sherlock Holmes, quando doveva per forza sapere che lì risiedeva chi investigava su di lui ( e non scendo nei particolari per non rovinare la lettura a nessuno). In pratica, se non era per l’infingarda sicurezza del tizio in questione, Holmes avrebbe dovuto faticare non poco per riuscire a rintracciarlo.

Qui, insomma, non si rispettano le norme che costituiscono il cosiddetto decalogo di Knox; tale decalogo si basa sulle dieci regole che un buon romanzo giallo dovrebbe osservare.
Riporto la lista così come elencata su Wikipedia:

  • Il colpevole dev’essere un personaggio che compare nella storia fin dalle prime pagine; il lettore non deve poter seguire nel corso della storia i pensieri del colpevole.
  • Tutti gli interventi soprannaturali o paranormali sono esclusi dalla storia.
  • Al massimo è consentita solo una stanza segreta o un passaggio segreto.
  • Non possono essere impiegati veleni sconosciuti; inoltre non può essere impiegato uno strumento per il quale occorra una lunga spiegazione scientifica alla fine della storia.
  • Non ci dev’essere nessun personaggio cinese nella storia.
  • Nessun evento casuale dev’essere di aiuto all’investigatore e neppure lui può avere un’inspiegabile intuizione che alla fine si dimostra esatta.
  • L’investigatore non può essere il colpevole.
  • L’investigatore non può scoprire alcun indizio che non sia istantaneamente presentato anche al lettore.
  • L’amico stupido dell’investigatore, il suo “dottor Watson”, non deve nascondere alcun pensiero che gli passa per la testa: la sua intelligenza dev’essere impalpabile, al di sotto di quella del lettore medio.
  • Non ci devono essere né fratelli gemelli né sosia, a meno che non siano stati presentati correttamente fin dall’inizio della storia.

Sebbene queste regole possano essere reinterpretare, anche per permettere di ampliare la fantasia e il campo d’azione dello scrittore, penso tuttavia che alcune di queste indicazioni siano obbligatorie: la prima parte della regola n.1 per esempio, la n.2, la n. 6 e la n.8. Queste mi sembrano, per ovvie ragioni, imprescindibili per la buona riuscita di un giallo come si deve; ma in questo romanzo le regole n.1 e n.8 vanno a farsi benedire: le conclusioni a cui arriva Holmes sono del tutto inaccessibili ed estranee al lettore, in quanto non viene edotto su tutti i dati… Per forza, poi, riesce a risolvere l’indagine solo Sherlock!
Poi, che c’entra, essendo il decalogo risalente al 1929, possiamo anche perdonare a sir Doyle le sue mancanze.

Conclusioni

Sebbene i sopracitati strafalcioni, Uno studio in rosso è una lettura piacevole e senza troppe pretese. A mio modesto parere non è certamente un capolavoro, ma ogni tanto è benefico distendersi con una lettura non troppo impegnativa, senza per questo risultare stupida o di scarso valore letterario; qui il valore c’è eccome, ma, senza sminuire l’importanza di Sherlock Holmes, per me il migliore resta senza dubbio monsieur Poirot.
Quindi non te la prendere e à bientôt Sherlock Holmes.

Voto: ★★★