I brividi del venerdì: L’uomo che amava i fiori _Ciclo di Halloween

Buonasera lettori.
Siamo giunti all’ultimo capitolo di questo ciclo di Halloween 2015, ed io mi chiedo, ma secondo voi, poteva forse mancare un racconto del re dell’horror?!
No, appunto.

In un tardo pomeriggio del maggio 1963, un giovanotto con la mano in tasca camminava spedito lungo la Terza Strada, a New York. L’aria era dolce e gradevole, il cielo si andava oscurando a poco a poco dall’azzurro al calmo e splendido viola del tramonto. Ci sono persone che amano la città, e quella era appunto una serata che induceva ad amarla. Sembrava che tutti coloro che sostavano sulla soglia delle rosticcerie, delle tintore o dei ristoranti sorridessero. Una vecchia signora che spingeva una vecchia carrozzina da neonato con dentro due borse della spesa sorrise al giovanotto e lo apostrofò: “Ciao, bello!” Il giovanotto le rivolse un mezzo sorriso poi agitò la mano in un saluto.
Lei passò oltre, pensando: è innamorato.
Lui dava quell’impressione, infatti. Indossava un vestito grigio chiaro, la cravatta poco allentata, il colletto della camicia sbottonato. I capelli scuri erano tagliati corti. La carnagione era chiara, gli occhi celesti. Una faccia che non aveva niente di straordinario, ma in quella dolce serata primaverile, lungo quel viale, nel maggio del 1963, il giovane era bello, e la vecchia, in un momento di dolce nostalgia, si ritrovò a pensare che in primavera chiunque può essere bello…se si affretta incontro alla persona dei suoi sogni, per andare a cena e poi magari a ballare. La primavera è l’unica stagione in cui sembrava che la nostalgia non diventi mai amara, e lei continuò per la strada, contenta d’avergli rivolto la parola e contenta che lui avesse ricambiato il complimento, alzando la mano in un mezzo saluto.
Il giovane attraversò la Sessantatreesima, camminando con un che di elastico nel passo e sempre con quel mezzo sorriso sulle labbra. Verso la metà dell’isolato, un vecchio stava accanto a un carrettino verde carico di fiori: il colore predominante era il giallo, quello febbrile della giunchiglia e dei crocus tardivi. Il vecchio aveva anche dei garofani e alcune rose tea di serra, anche quelle gialline. Sgranocchiava un pretzel e ascoltava una radiolina a transistor posata su un angolo della bancarella.
La radio riversava cattive notizie che nessuno ascoltava: un assassino armato di martello era tuttora latitante; JFK aveva dichiarato che la situazione nel Vietnam, una nazione asiatica, richiedeva una vigile attenzione; una donna non identificata era stata ripescata dall’East River; una giuria non aveva condannato un re del crimine nella guerra che l’amministrazione civica stava conducendo contro la droga; i russi avevano fatto esplodere un ordigno nucleare. Niente di tutto questo sembrava reale, niente sembrava importante. L’aria era dolce e profumata. Due panciuti bevitori di birra sostavano davanti a un negozio di fornaio, lanciando monetine e scambiandosi frecciate. La primavera tremolava sull’orlo dell’estate e, in città, l’estate è la stagione dei sogni.
Il giovanotto oltrepassò il fioraio e il suono della radio si affievolì. Lui esitò, si voltò e parve ripensarci. Rimise la mano nella tasca della giacca e stette un poco a giocherellare con qualcosa. Per un momento la sua faccia sembrò perplessa, solitaria, quasi tormentata; poi, mentre la mano usciva dalla tasca, ritrovò l’espressione di ansiosa attesa.
Il giovane si girò verso il carrettino del fioraio, sorridendo. Le avrebbe portato dei fiori, e questo l’avrebbe fatta contenta. Amava vedere che gli occhi le si illuminavano per la sorpresa e per la gioia quando le faceva un’improvvisata: piccole cose, perché era tutt’altro che ricco. Una scatola di cioccolatini. Un braccialetto. Una volta, soltanto un sacchetto di arance di Valencia, perché sapeva che erano le preferite di Norma.
“Mio giovane amico,” disse il fioraio, vedendo che il giovane vestito di grigio tornava sui suoi passi, facendo scorrere lo sguardo sulla merce esposta. Il venditore di fiori era sui sessantotto anni, indossava un vecchio maglione grigio e portava un basco, nonostante il tepore della serata. La sua faccia era una mappa di rughe, i suoi occhi affondavano nelle borse e una sigaretta gli ballonzolava tra le dita. Ma ricordava anche lui che cosa voleva dire essere giovani in primavera: giovani e così innamorati da camminare quasi senza toccare terra. Di solito la faccia di quel fioraio era acida, ma ora l’uomo sorrideva un poco, proprio come aveva sorriso la vecchietta con le borse della spesa, perché quel giovanotto era un caso che dava nell’occhio. Si scosse via qualche briciola di pretzel dal maglione sformato e pensò: se l’amore fosse una malattia, questo figliolo l’avrebbero già ricoverato d’urgenza.
“Quanto vengono, questi fiori?” chiese il giovanotto.
“Le farò un bel bouquet per un dollaro. Quelle rose tea, invece, sono di serra. Costano un po’ di più, settanta centesimi l’una. Posso dargliene sei per tre dollari e cinquanta.”
“Un po’ care,” disse il giovane.
“Le cose belle si pagano, mio giovane amico. Non gliel’ha insegnato sua madre?”
Il giovanotto sorrise. ” Sì, può darsi che me l’abbia accennato.”
“Certo. È sicuro che l’ha fatto. Gliene darò mezza dozzina, due rosse, due bianche e due gialle. Che cosa potrei fare, più di così? Ci metterò anche un po’ di capelvenere – a loro piace, sa – e magari un po’ di felce, per riempire. Bene. Oppure può prendere il bouquet, per un dollaro.”
“A loro?” chiese il giovane, sempre sorridendo.
“Mio giovane amico,” rispose il venditore di fiori, gettando il mozzicone sul marciapiede e ricambiando il sorriso, “nessuno compera fiori per sé, in maggio. È come una legge nazionale, capito che cosa voglio dire?”
Il giovanotto pensò a Norma, ai suoi occhi felici e sorpresi, al suo sorriso dolce, e piegò un poco la testa. “Sì, credo di sì,” rispose.
“Ha capito e come! Allora, cosa decide?”
“Be’, lei cosa ne pensa?”
“Glielo dico subito, quello che penso. Ehi! Il consiglio è gratis, vero?”
Il giovane sorrise: “Credo sia la sola cosa che ancora lo sia.”
“Dice proprio bene, purtroppo,” replicò il fioraio. “Bene, mio giovane amico. Se i fiori sono per sua madre, le porti il bouquet. Qualche giunchiglia, qualche croco, qualche altro fiorellino di campo. Lei non rovinerà tutto, dicendo: ‘Oh, caro, che belli, quanto costano, ma sei matto a buttare via i soldi in quel modo?'”
Il giovane gettò indietro la testa rise.
“Ma se sono per la sua ragazza,” continuò il venditore, “allora la cosa è diversa, figlio mio, e lei lo sa. Le porti le rose e vedrà che non si trasformerà in un contabile, capito quello che voglio dire? Le butterà le braccia al collo, invece…”
“Prendo le rose,” decise il giovanotto, e stavolta fu il fioraio a scoppiare a ridere. I due uomini che stavano giocando sul marciapiede guardarono verso il carrettino e sorrisero.
“Ehi, figliolo!” gridò uno dei due. “Vuoi comprare un anello matrimoniale per pochi soldi? Ti vendo il mio…io non lo voglio più.”
Il giovanotto sorrise e arrossì fino alla radice dei capelli.
Il fioraio scelse sei rose, tagliò a ciascuna un pezzo di gambo, le spruzzò d’acqua e le avvolse in un foglio messo a spirale.
“Stasera il tempo è proprio come lo vorremmo sempre,” diceva la radio. “Bello e dolce, temperatura sui ventitre gradi, perfetto per salire a contemplare le stelle dal tetto di casa, per chi è romantico.”
Il fioraio fermò con lo scotch l’ultimo angolino angolino del foglio e raccomandò al giovanotto di dire alla sua bella che un po’ di zucchero aggiunto all’acqua del vaso le avrebbe fatte durare più a lungo.
“Glielo dirò,” promise il giovane. Porse un biglietto da cinque dollari. “Grazie.”
“Faccio solo il mio mestiere, mio giovane amico,” rispose il fioraio, dandogli un dollaro e mezzo di resto. Il suo sorriso divenne un po’ più triste. “Le dia un bacio da parte mia.”
Alla radio, il complesso Quattro Stagioni cominciò a cantare Sherry. Il giovanotto si mise in tasca il resto e proseguì lungo la strada, gli occhi grandi, attenti e ansiosi, guardando non tanto intorno a sé e alla vita che montava e rifluiva come una marea lungo la Terza Strada quanto internamente e nell’immediato futuro, pregustando il momento. Ma c’erano particolari che interferivano: una mamma che spingeva il suo piccolo dentro un passeggino, la faccia del piccolo comicamente sporca di gelato; una bimbetta che saltava la corda a tempo con una filastrocca. “Ab-barabbà-ciccì-cocò, tre civette sul comò…” Due donne ferme sulla porta di una lavanderia fumavano e paragonavano gravidanze. Un gruppo di uomini stava guardando, nella vetrina di un negozio di elettrodomestici, un gigantesco televisore a colori dal prezzo vertiginoso: alla TV trasmettevano una partita di baseball e tutte le facce dei giocatori apparivano verdi. Il campo di gioco era di un vago color fragola, e i Metropolitans di New York vincevano contro i Phillier per sei a uno.
Il giovane continuava a camminare, con i fiori in mano, ignaro che le due donne fuori della lavanderia avessero smesso per un attimo di chiacchierare e l’avessero guardato malinconicamente, mentre passava con il suo fascio di rose; i giorni in cui loro due ricevevano fiori erano passati da un pezzo. Né si accorse che un giovane vigile aveva fermato il traffico con un colpo di fischietto, all’incrocio tra la Terza e la Sessantanovesima, per dargli il tempo di attraversare; il vigile era a sua volta fidanzato e riconosceva l’espressione sognante sulla faccia del giovane per averla vista molto spesso nello specchio, ultimamente, quando si faceva la barba.
Arrivato alla Settantatreesima si fermò e svoltò a destra. Quella via era un poco più buia, vi si allineavano palazzine d’abitazione e ristoranti dai nomi italiani. Tre isolati più in giù, era in atto una partita di pallone, in un prato, nella luce morente. Il giovane non si spinse tanto in là; percorse un mezzo isolato e svoltò in uno stretto viottolo.
Ora le stelle erano apparse, con un luccichio tenue, e il viottolo era buio e pieno d’ombra; spiccavano qua e là le forme vaghe dei bidoni della spazzatura. Il giovane era solo, ora: cioè, no, non del tutto. Un gemito incerto si levava nella penombra sfumata di viola, e il giovane aggrottò la fronte. Era la serenata di un gatto in amore e non c’era niente di gradevole in quei versacci.
Si mise a camminare più lentamente, guardando l’orologio. Mancava un quarto alle otto e Norma doveva essere ormai…
Poi la scorse, che avanzava verso di lui dal cortile, con indosso calzoni di tela blu e una camicetta alla marinara che gli diede quasi una stretta al cuore. Era sempre una sorpresa vederla per la prima volta, era sempre un dolcissimo choc: sembrava così giovane.
Ora il sorriso gli si allargò, divenne radioso…ed egli affrettò il passo.
“Norma!” disse.
Lei guardò in su e sorrise…ma, come furono più vicini, il sorriso sbiadì.
Quello di lui tremolò un poco, ed egli avvertì un attimo di inquietudine. La faccia al disopra della camicetta alla marinara parve sbiadire, cancellarsi. Stava diventando buio, ora…possibile che lui si fosse sbagliato? No, sicuramente. Era Norma.
“Ti ho comperato dei fiori,” disse, con un felice senso di sollievo, e le porse il mazzo avvolto nella carta oleata.
Lei guardò i fiori per un attimo, sorrise…e li restituì.
“Grazie, ma si sbaglia,” disse. “Io mi chiamo…”
“Norma,” bisbigliò lui, ed estrasse il martello a manico corto dalla tasca della giacca, dove l’aveva tenuto fino a quel momento. “Sono per te, Norma…è stato sempre per te…tutto per te.”
Lei indietreggiò, la faccia una macchia bianca e rotonda, la bocca un nero e spalancato O di terrore, e non era Norma, Norma era morta, morta da dieci anni, ormai, e non aveva importanza perché lei ora stava per urlare ed egli calò il martello per fermare l’urlo, per uccidere l’urlo, e nel calare il martello il mazzo di rose gli sfuggì di mano, il foglio si ruppe e si aprì, lasciando cadere rose rosse, bianche e gialle accanto agli ammaccati bidoni dell’immondizia dove i gatti facevano l’amore nel buio, gridando in amore, gridando, gridando.
Calò il martello e lei non urlò, ma avrebbe potuto urlare perché non era Norma, nessuna di loro era Norma, ed egli calava il martello, calava il martello, calava il martello. Non era Norma e così lui vibrava colpi, come aveva fatto altre cinque volte.
Qualche indefinibile tempo dopo, fece scivolare il martello nella tasca interna della giacca e indietreggiò dall’ombra scura riversa sui ciottoli, dalle rose finite come pattume accanto ai bidoni. Si voltò e lasciò lo stretto viottolo. Era completamente buio, ormai. I ragazzi che giocavano a palla se n’erano andati. Se c’erano macchie di sangue sul suo vestito, non avrebbero dato nell’occhio, nel buio, nel buio dolce di quella primavera avanzata, e il nome di lei non era stato Norma, ma lui sapeva qual era il suo nome. Era…era…
Amore.
Il suo nome era amore, e lui camminava per quelle strade buie perché Norma lo stava aspettando. E lui l’avrebbe trovata. Un giorno o l’altro, presto.
Ricominciò a sorridere. Il passo gli ritornò elastico ed egli continuò a camminare lungo la Settantatreesima Strada. Una coppia di coniugi di mezz’età sedeva sui gradini di casa, all’esterno. Lo guardarono passare, la testa un po’ piegata da un lato, lo sguardo perduto nella distanza, un mezzo sorriso sulle labbra. Dopo che era passato, la donna disse: “Com’è che tu non l’hai più quell’aria lì?”
“Eh?”
“Niente,” disse lei, ma rimase a guardare il giovane vestito di grigio sparire nella tenebra della notte ormai fonda e intanto pensava che, se c’era qualcosa di più bello della primavera, era l’amore giovane.

L’uomo che amava i fiori _ Stephen King

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I brividi del venerdì: La zampa di scimmia _Ciclo di Halloween_

Senza troppi preamboli, ecco a voi un racconto forse poco noto, ma non poco apprezzabile. Come al solito, buona lettura.

Fuori, la notte era fredda e umida, ma nel salottino di Lakesman Ville le persiane erano chiuse e il fuoco ardeva allegro nel camino. Padre e figlio stavano giocando a scacchi, e il primo, il quale aveva a proposito del gioco idee che comportavano innovazioni radicali, metteva spesso il suo re in situazioni così inutilmente pericolose da suscitare persino i commenti della vecchia signora dai capelli bianchi che se ne stava seduta tranquillamente accanto al camino a lavorare a maglia.
– Senti il vento, – disse White, che, dopo essersi accorto troppo tardi di aver commesso un errore fatale, cercava di escogitare il sistema migliore perché il figlio non lo notasse.
– Lo sto ascoltando, – rispose il figlio, ma continuava a osservare con la massima attenzione la scacchiera, e allungò una mano. – Scacco.
– Credo proprio che non verrà questa sera, – brontolò il padre, una mano appoggiata sul bordo del tavolo.
– Scacco, – ripeté il figlio.
– Ecco il guaio di vivere fuori mano, – blaterò White, con improvvisa e imprevista violenza; – e, fra tutti i peggiori, i più infami posti fuori mano dove vivere questo è il peggiore. Il sentiero è un pantano e la strada è un torrente. Non so che cosa ne pensino gli altri. Probabilmente, dato che ci sono due case soltanto su questa strada, sono convinti che la cosa non conti più di tanto.
– Non preoccuparti, caro, – intervenne la moglie, conciliante; – forse la prossima volta vincerai.
White alzò la testa di scatto, appena in tempo per cogliere una occhiata di intesa fra madre e figlio. Le parole gli morirono sulle labbra, e egli nascose nella barbetta grigia un sorriso colpevole.
– Eccolo! – esclamò Herbert White, mentre il cancello sbatteva forte e un pesante scalpiccío si avvicinava alla porta.
II vecchio si alzò, desideroso di fare una buona accoglienza all’ospite, si affrettò verso la porta, e lo sentirono lamentarsi con il nuovo arrivato. Anche il nuovo arrivato si lamentava, ed allora la signora White fece: – Ssst, ssst! – e tossì adagio mentre il marito entrava nella stanza, seguito da un uomo alto e massiccio, dagli occhi piccoli e tondi e dal viso rubicondo.
– Sergente maggiore Morris, – disse il nuovo venuto, presentandosi.
II sergente maggiore strinse la mano ai presenti, accettò la poltrona che gli veniva offerta accanto al fuoco e assunse un’aria soddisfatta mentre il padrone di casa andava a prendere whisky e bicchieri e metteva sulla fiamma un piccolo bricco di rame.
Al terzo bicchiere i suoi occhi si fecero più lucidi ed egli cominciò a parlare; il piccolo circolo familiare guardava con interesse questo visitatore che arrivava da lontano mentre squadrava le larghe spalle nella poltrona e narrava di scene strane e di imprese epiche, di guerre e di pestilenze e di popolazioni curiose.
– Ventun anni di questa vita, – disse White, rivolgendosi alla moglie e al figlio. – Quando è partito era un ragazzino tutto pelle e ossa che lavorava nell’arsenale. E guardatelo un po’ adesso.
– Sembra che non se la sia passata molto male, – osservò cortesemente la signora White.
– Anche a me piacerebbe andare in India, – disse White, – non fosse altro che per vedere come è fatto il mondo.
– State molto meglio qui dove siete, – fece il sergente maggiore, scuotendo la testa. E la scosse ancora dopo aver appoggiato al tavolo, con un sospiro, il bicchiere vuoto.
– Mi piacerebbe vedere quei vecchi templi, e i fachiri, e i giocolieri, – insistette il vecchio. – Che cosa avevate incominciato a raccontarmi l’altro giorno a proposito di una zampa di scimmia o simili, Morris?
– Niente, – si affrettò a rispondere il soldato. – O almeno, niente che valga la pena di ascoltare.
– Una zampa di scimmia? – chiese la signora White, incuriosita.
– Bene, è solo un esempio di quella che si potrebbe chiamare magia, forse, – disse il sergente maggiore, con aria disinvolta.
I tre ascoltatori si chinarono in avanti, più interessati che mai. Il visitatore si portò distrattamente alle labbra il bicchiere vuoto, poi tornò ad appoggiarlo sul tavolo. Il padrone di casa si affrettò a riempirglielo.
– A guardarla, – disse il sergente maggiore, frugandosi in tasca, – è una zampetta come tutte le altre, essiccata come una mummia.
Aveva preso di tasca qualcosa, e lo mostrò. La signora White si fece indietro con una smorfia, ma suo figlio invece lo prese e lo esaminò con curiosità.
– E che cosa ha di particolare? – chiese White che, dopo averla presa a sua volta dalle mani del figlio e dopo averla osservata, la mise sul tavolo.
– Ha un incantesimo che le è stato gettato da un vecchio fachiro, – spiegò il sergente, – un santone. Voleva mostrare che il destino domina la vita della gente e che coloro i quali vogliono interferire con il destino lo fanno a proprio rischio e pericolo. Ha messo su questa zampa un incantesimo in modo che tre uomini diversi potessero esigere da essa l’adempimento di tre desideri.
Parlava con una serietà così profonda che i suoi ascoltatori si resero conto come le loro risate apparivano un poco fuori luogo.
– Bene, perché non avete espresso i vostri tre desideri, signore? – domandò Herbert, molto a proposito.
Il soldato lo guardò come, in genere, la mezza età guarda la giovinezza presuntuosa. – Li ho espressi, – disse, adagio, mentre il suo viso segnato si sbiancava.
– E questi vostri tre desideri sono stati realmente esauditi? – volle sapere la signora White.
– Sì, – rispose il sergente maggiore, e il bicchiere gli picchiò contro i denti robusti.
– E qualcun altro ha visto soddisfatti i suoi tre desideri? – insistette la vecchia signora.
– Il primo li ha visti esaudire, sì, – fu la risposta. – Non so chi fossero i primi due, ma il terzo era morto. È così che sono venuto in possesso della zampa.
Il suo tono era così grave che un profondo silenzio cadde sul gruppetto.
– Se voi avete già visto soddisfatti i vostri tre desideri, è inutile che la teniate allora, – disse alla fine il vecchio. – Per che cosa la conservate ancora?
Il soldato scosse la testa. – Una fantasia mia, immagino. Una volta mi ero messo in testa di venderla, ma credo che non farò mai una cosa del genere. Ha già provocato guai a sufficienza, questa zampa. E poi, nessuno la comprerebbe. Alcuni pensano che si tratti di una favola, e chi ci crede vuole prima metterla alla prova e poi pagarmi.
– Se poteste esprimere altri tre desideri, – chiese il vecchio, guardandolo fissamente, – lo fareste?
– Non lo so, – fece l’altro. – Non lo so.
Prese la zampa, la fece dondolare fra il pollice e l’indice, poi, con un movimento brusco, la buttò nel fuoco. Con un grido soffocato, White si chinò e la recuperò dalle fiamme.
– Meglio lasciarla bruciare, – proclamò il soldato con tono solenne.
– Se non la volete più, Morris, – disse il vecchio, – datela a me.
– No, – replicò l’amico, ostinato. – L’ho buttata nel fuoco. Se la tenete, non date a me la colpa di quello che può succedere. Se siete un uomo di buon senso, fareste meglio a rimetterla fra le fiamme.
L’altro scosse la testa ed esaminò con attenzione l’oggetto di cui era appena entrato in possesso.
– Come si fa? – domandò.
– Tenetela nella destra ed esprimete il desiderio ad alta voce, – spiegò il sergente maggiore. – Ma ci tengo a mettervi in guardia contro le conseguenze del vostro atto.
– Sembrano le Mille e una notte, – commentò la signora White, mentre si alzava e cominciava a preparare la cena. – Non vi pare che, per ciò che mi riguarda, potrei esprimere il desiderio di avere quattro mani?
Suo marito prese il talismano di tasca e poi tutti e tre scoppiarono in una risata, ma il sergente maggiore, il viso atteggiato ad una espressione di profondo allarme, lo afferrò per un braccio.
– Se proprio volete esprimere i vostri desideri, – disse, cupo, – chiedete almeno qualcosa di sensato.
White tornò a mettere in tasca la zampa, poi, sistemate le sedie, fece cenno all’amico di prendere posto a tavola. Durante la cena il talismano fu quasi completamente dimenticato, e più tardi i tre ascoltarono con profonda attenzione una seconda puntata delle avventure del soldato in India.
– Se la storia della zampa di scimmia non è più degna di fede di quelle che ci ha raccontato, – disse Herbert quando la porta si fu chiusa alle spalle del loro ospite, appena in tempo perché arrivasse a prendere l’ultimo treno, – credo proprio che non riusciremo a ricavarne molto.
– Gli hai dato qualcosa in pagamento? – chiese la signora White, guardando attentamente il marito.
– Oh, una sciocchezza, – egli rispose, arrossendo un poco. – Non voleva accettare niente, ma ce l’ho costretto. Ed ha ancora insistito perché la buttassi via.
– Già, – fece Herbert, con ben simulato orrore. – Oh, saremo ricchi e famosi e felici. Esprimi il desiderio di diventare imperatore, papà, tanto per cominciare; in questo modo non sarai più agli ordini di tua moglie.
Poi cominciò a correre attorno al tavolo, inseguito dalla furibonda signora White armata di un copridivano.
White prese la zampa di tasca e la osservò, dubbioso.
– Non so quale desiderio esprimere, e questo è un fatto, – disse lentamente. – Mi sembra di avere tutto quello che voglio.
– Se solo potessi far rimettere in ordine la casa, saresti più felice, non è vero? – fece Herbert, appoggiandogli una mano su una spalla. – Bene, chiedi duecento sterline allora; saranno più che sufficienti.
Il padre, sorridendo un poco vergognoso della propria credulità, levò alto il talismano mentre il figlio, con un’aria solenne guastata però da un allegro ammiccamento alla madre si mise a sedere al piano e faceva echeggiare tutta una serie di lugubri accordi.
– Desidero duecento sterline, – disse il vecchio, scandendo le parole.
Il suono del pianoforte coronò la frase, ma fu subito interrotto da un grido di terrore del vecchio. La moglie e il figlio si precipitarono verso di lui.
– Si è mosso! – egli esclamò, con una occhiata di disgusto all’oggetto che giaceva sul pavimento. – Mentre esprimevo il desiderio, mi si è contorto in mano come un serpente.
– Bene, non vedo il danaro, – disse il figlio, raccogliendo la zampa e mettendola sul tavolo, – e scommetto che non lo vedrò mai.
– Deve essere stata la tua immaginazione, papà, – mormorò la moglie, guardandolo con espressione ansiosa.
– Egli scosse la testa, adagio. – Non importa, comunque; non è successo niente di male, ma è una cosa che mi ha dato lo stesso un brutto colpo.
Tornarono a mettersi a sedere accanto al fuoco mentre i due uomini terminavano di fumare la pipa. Fuori, il vento era più forte che mai, e il vecchio sussultò, nervoso, al rumore di una porta che sbatteva al piano di sopra. I tre rimasero immersi in un silenzio insolito e deprimente che durò fino a quando la vecchia coppia si alzò per andarsi a coricare.
– Probabilmente troverai i soldi avvolti in un grosso pacco in mezzo al tuo letto, disse Herbert, dopo aver augurato la buona notte, – e in cima all’armadio ci sarà accasciato qualcosa di orribile che ti spierà mentre metti in tasca quel danaro mal guadagnato.
Il mattino seguente, alla luce del sole invernale che pioveva sul tavolo della prima colazione, Herbert rise dei propri timori. Nella stanza c’era un’aria di sana allegria che era mancata completamente la sera precedente, e la sudicia e raggrinzita zampetta giaceva abbandonata sulla credenza con una noncuranza che lasciava intendere una ben scarsa fiducia nelle sue virtù.
– Credo che tutti i vecchi soldati siano eguali, – disse la signora White. – Bella idea la nostra di starcene a ascoltare tutte quelle sciocchezze. Come è possibile che i desideri siano esauditi al giorno d’oggi? E, ammesso che fosse possibile, che male ti farebbero duecento sterline, papà?
– Può darsi che gli cadano sulla testa dal cielo, – commentò il frivolo Herbert.
– Morris ha detto che tutto accadeva nel più naturale dei modi, – replicò il padre, – tanto che tu, volendo, avresti potuto attribuire la cosa a una coincidenza pura e semplice.
– Bene, non capitare sul danaro prima del mio ritorno, – disse Herbert, alzandosi da tavola. – Temo che ti trasformerebbe in un uomo meschino e avaro, e in tal caso noi saremmo costretti a sconfessarti.
La madre rise, lo seguì fino alla porta, lo guardò mentre si avviava giù per la strada e, quando tornò alla tavola, si prese allegramente gioco della credulità del marito. Il che non le impedì di precipitarsi alla porta quando il postino bussò, e non le impedì di accennare, sia pure brevemente, alle abitudini alcoliche di un sergente maggiore in ritiro quando risultò che la posta le aveva recapitato soltanto un conto del sarto.
– Credo che, quando tornerà a casa, Herbert pescherà fuori qualcun’altra delle sue osservazioni ironiche, – osservò, mentre sedevano a pranzo.
– Temo di sì, – convenne White, versandosi un poco di birra; ma, con tutto ciò, quella cosa mi si è mossa in mano, sarei pronto a giurarlo.
– Ti è sembrato così, certo, – disse la vecchia, conciliante.
– Ti dico che è così, – replicò lui. – Non ci pensavo nemmeno; ho avuto semplicemente… Che c’è?
La moglie non gli rispose. Era intenta a seguire con gli occhi i misteriosi movimenti di un uomo che, fuori, stava guardando con aria indecisa la casa, quasi cercasse di decidersi a entrare. Il pensiero fisso alle duecento sterline, ella notò che lo sconosciuto era ben vestito e portava in testa un cappello a cilindro di seta, nuovo di zecca. Tre volte l’uomo indugiò con la mano sulla maniglia, poi, proseguì. La quarta volta indugiò con la mano sulla maniglia, poi, con subitanea decisione, spinse e si avviò su per il sentiero. Nello stesso istante la signora White si portava in fretta le mani dietro la schiena, slacciava in fretta le fettucce del grembiale e nascondeva questo utile articolo di uso domestico sotto il cuscino della sedia.
Ella fece accomodare nella stanza lo sconosciuto, che appariva a disagio. L’uomo guardava furtivamente la signora White, ed ascoltò con espressione preoccupata la vecchia signora mentre si scusava per il disordine della stanza e per la giacca del marito, un indumento che di solito veniva riservato per i lavori in giardino. Poi ella attese, nei limiti della pazienza del suo sesso, che l’altro entrasse in argomento, ma sulle prime lo sconosciuto si tenne stranamente silenzioso.
– Mi… mi hanno chiesto di passare da voi, – disse alla fine, e si chinò per togliere un filo dal risvolto dei calzoni. – Vengo da parte della Maw & Meggins.
La vecchia sussultò. – Qualcosa di grave? – chiese ansante. – È successo qualcosa a Herbert? Che cosa? Che cosa?
Intervenne il marito. – Via, via, mamma, – disse in fretta. – Siediti e non arrivare a conclusioni avventate. Sono sicuro che non venite a portarci cattive notizie, signore, – e guardò l’altro con espressione ansiosa.
– Sono dolente… – cominciò il visitatore.
– È ferito? – domandò la madre.
Il visitatore annuì con un cenno. – Ferito gravemente, – disse, adagio, – ma non soffre più.
– Oh, sia ringraziato Iddio, – esclamò la vecchia, giungendo le mani.
– Sia ringraziato Iddio! Sia ringra…
Si interruppe bruscamente mentre il sinistro significato di quella frase cominciava a farsi chiaro per lei, e sul viso che l’uomo teneva rivolto verso terra lesse la peggiore conferma dei propri timori. Trattenne il fiato allora e, voltandosi verso il marito che non era riuscito ancora a capire gli appoggiò una mano tremante su una spalla. Seguì un lungo silenzio.
– È finito fra gli ingranaggi di una macchina, – disse alla fine il visitatore, a voce bassa.
– Finito fra gli ingranaggi di una macchina, – ripeté White, con tono atono, – sì.
Si mise a sedere, gli occhi che non vedevano fissi fuori dalla finestra, e prese fra le sue la mano della moglie, e la strinse forte, come aveva fatto nei giorni ormai lontani in cui l’aveva corteggiata, circa quaranta anni prima.
– Era il solo che ci fosse rimasto, – disse poi, girando la testa verso il visitatore. – E’ dura.
L’altro tossì e, alzandosi, si diresse lentamente verso la finestra.
– La ditta desiderava che vi presentassi le mie più sincere condoglianze per la vostra grave perdita, – disse, senza voltarsi. – Capirete, spero, che io sono un semplice funzionario e che obbedisco soltanto a ordini ricevuti.
Nessuna risposta; la vecchia aveva il viso cereo, gli occhi sbarrati e fissi, e quasi non respirava; il viso del marito aveva l’espressione che aveva dovuto avere quello del suo amico sergente impegnato nella prima azione di guerra.
– Sono venuto qui per dire che la Maw & Meggins respinge ogni e qualsiasi responsabilità, – continuò l’altro. – Non vanno debitori di nulla nei vostri confronti, ma, in considerazione dei servizi di vostro figlio, desiderano offrirvi quale compenso una certa somma.
White lasciò andare la mano della moglie e, alzandosi in piedi, guardò con una espressione inorridita il suo visitatore. Le sue labbra aride formularono la parola: – Quanto?
– Duecento sterline, – fu la risposta.
Senza neppure udire il grido della moglie, il vecchio abbozzò un debole sorriso, allungò le mani in avanti, come un cieco, e si afflosciò, svenuto, sul pavimento.

I due vecchi seppellirono il loro morto nel grande cimitero nuovo, a due miglia circa di distanza, e fecero ritorno a una casa immersa nelle ombre e nel silenzio. Tutto si era svolto così in fretta che da principio quasi non riuscivano a rendersene conto, e rimasero in uno stato di attesa, come se dovesse succedere qualcosa d’altro, qualcosa che valesse ad alleggerire quel carico, troppo pesante per i loro stanchi cuori. Ma i giorni passavano, e l’attesa cedette alla rassegnazione, quella rassegnazione senza speranza dei vecchi che viene spesso scambiata per apatia. Qualche volta quasi nemmeno si parlavano, perché non avevano nulla da dirsi, e le loro giornate erano lunghe e tediose.
Fu circa una settimana dopo che il vecchio, svegliandosi all’improvviso nel cuore della notte, allungò una mano e si accorse di essere solo. La stanza era immersa nelle tenebre, e dalla finestra giungeva il suono di un pianto sommesso. Si sollevò sul letto e tese l’orecchio.
– Torna qui, – disse, teneramente. – Prenderai freddo.
– Fa ancora più freddo per mio figlio, – rispose la vecchia, scoppiando di nuovo in lacrime.
La eco dei singhiozzi svanì alle sue orecchie. Il letto era tiepido, ed egli aveva gli occhi pesanti di sonno. Finì per appisolarsi, poi si addormentò, fino a quando un grido alto, selvaggio della moglie non lo fece risvegliare con un sussulto.
– La zampa di scimmia! – ella urlava, frenetica. – La zampa di scimmia!
Si drizzò, allarmato. – Dove? Dov’è? Che c’è?
Ella avanzò con passo incerto verso di lui, attraverso la stanza. – La voglio, – mormorò. – Non l’hai distrutta, vero?
– È in salotto, sulla mensola, – rispose, meravigliato. – Perché?
Ella urlò e rise a un tempo, poi, chinandosi su di lui, lo baciò su una guancia.
– Ci ho pensato solo adesso, – gli disse, istericamente. – Perché non ci ho pensato prima? Perché non ci hai pensato tu?
– Pensato a che cosa? – chiese.
– Gli altri due desideri, – rispose, in fretta. – Ne abbiamo espresso solo uno.
– E non è stato forse abbastanza?
– No, – esclamò ella, trionfante, – ne esprimeremo un altro ancora. Va’ a prenderla subito ed esprimi il desiderio che il nostro ragazzo torni in vita.
L’uomo si mise a sedere sul letto e scostò le lenzuola dalle membra tremanti. – Mio Dio, sei pazza! – gridò, sbalordito.
-Va’ a prenderla, – fece lei, ansante, – va’ a prenderla.
– Torna a letto, – mormorò, con voce incerta. – Non sai quello che stai dicendo.
– Il primo desiderio è stato esaudito, – replicò la vecchia, febbrilmente.
– Perché non dovrebbe esserlo anche il secondo?
– Una coincidenza, – balbettò White.
– Va’ a prenderla ed esprimi il desiderio, – urlò la vecchia, e lo trascinò verso la porta.
Egli scese nelle tenebre, raggiunse a tentoni il salotto e trovò la mensola. Il talismano era al suo posto, ed egli si senti invadere dall’orribile paura che il desiderio ancora inespresso potesse portargli lì il figlio mutilato senza lasciargli il tempo di uscire dalla stanza, e trattenne il respiro allora, mentre si accorgeva di non sapere più da che parte fosse la porta. La fronte madida di gelido sudore, fece il giro del tavolo, poi continuò, guidandosi sul muro, fino a quando non si trovò nel piccolo corridoio, quella strana e misteriosa cosa stretta in una mano.
Persino il viso pallido di sua moglie appariva cambiato quando entrò nella stanza. Era bianco e ansioso, e ai suoi timori parve che avesse una espressione insolita. In quel momento ebbe paura di lei.
– Il desiderio! – ella gridò, con voce energica.
– È una cosa folle e malvagia, – balbettò.
– Il desiderio! – ripeté la moglie.
Sollevò la mano. – Voglio che mio figlio torni in vita.
Il talismano cadde per terra, ed egli lo guardò, rabbrividendo. Poi si abbandonò, tremante, su una sedia mentre la vecchia, gli occhi accesi, andava alla finestra ed apriva le persiane.
Rimase seduto lì fino a quando il freddo non gli penetrò nelle ossa, e ogni tanto dava una rapida occhiata alla figura della vecchia che guardava fuori. Il mozzicone, che era arrivato sotto il bordo dei portacenere di ceramica, allungava ombre pulsanti sul soffitto e sulle pareti, poi, dopo un ultimo guizzo più forte, si spense. Sollevato oltre ogni dire all’idea che il talismano si era rivelato inefficace, il vecchio si trascinò di nuovo fino al letto, e un paio di minuti dopo la moglie lo raggiunse e si distese stancamente al suo fianco.
Nessuno parlava, ma se ne stavano tutti e due in silenzio ad ascoltare il ticchettio del pendolo. La scala scricchiolò e un topo corse precipitosamente e rumorosamente nel muro. Il buio era opprimente, e, dopo essere rimasto immobile per qualche tempo per raccogliere tutto il suo coraggio, il marito prese la scatola dei fiammiferi, ne accese uno e scese al piano terreno per andare a cercare una candela.
Ai piedi delle scale, il fiammifero si spense, ed egli si fermò per accenderne un altro; proprio in quel momento, un colpo, così leggero e furtivo da essere appena percepibile, venne bussato alla porta.
I fiammiferi gli caddero di mano. Rimase immobile, senza respiro, fino a quando il colpo si ripeté. Allora si voltò e risalì di corsa nella sua stanza e si chiuse la porta alle spalle. Un terzo colpo echeggiò nella casa.
– Che cosa è? – esclamò la vecchia, sollevandosi.
– Un topo, – le rispose, con voce incerta, – un topo. Mi è passato davanti sulle scale.
La moglie si mise a sedere sul letto, l’orecchio teso. Un colpo energico rimbombò per tutta la casa.
– E’ Herbert! – ella gridò. – È Herbert!
Si precipitò alla porta, ma il marito le si parò dinanzi e, prendendola per un braccio, la tenne saldamente.
– Che cosa intendi fare? – le bisbigliò, roco.
-E’ il mio ragazzo… è Herbert! – urlò ella, dibattendosi meccanicamente.
– Avevo dimenticato che c’erano due miglia da percorrere. Perché mi trattieni? Lasciami andare! Devo aprirgli la porta!
– Per l’amor di Dio, non lasciarlo entrare! – esclamò il vecchio, tremante.
– Hai paura di tuo figlio! – strillò la vecchia, lottando per liberarsi. – Lasciami andare. Vengo, Herbert, vengo!
Un altro colpo, un altro ancora. Con una mossa improvvisa la vecchia si divincolò e si precipitò fuori dalla stanza.
Il marito la seguì sul pianerottolo e la chiamò con voce straziante mentre correva giù per le scale. Udì il tintinnio della catena che veniva tolta, il rumore del catenaccio che scivolava adagio dalla sua piastra. Poi, ecco la voce della vecchia, forzata e ansante.
– Il catenaccio in alto, – gridò, a voce altissima. – Scendi. Non ci arrivo.
Ma il marito era con le mani e con le ginocchia sul pavimento e cercava disperatamente la zampa. Se solo fosse riuscito a trovarla prima che quello che c’era fuori entrasse…
Un tambureggiare di colpi echeggiò per la casa, ed egli udì il rumore di una sedia che veniva trascinata, che la moglie appoggiava alla porta, nel corridoio. Udì il cigolio del catenaccio che veniva spinto indietro, adagio, e nello stesso istante trovò la zampa di scimmia, e mormorò freneticamente, ansando, il suo ultimo desiderio.
I colpi cessarono bruscamente, anche se la loro eco indugiava ancora nella casa. Udì lo scricchiolio della sedia che veniva spinta indietro, il rumore della porta che si apriva.
Una ventata gelida si infilò su per le scale, ed un lungo ed alto gemito di delusione e di scoraggiamento della moglie gli diede il coraggio di correrle accanto e poi di spingersi fino al cancello. Il lampione che sorgeva proprio lì di fronte illuminava una strada silenziosa e deserta.

La zampa di scimmia _ William Wymark Jacobs

I brividi del venerdì: Notturno _ Ciclo di Halloween

Secondo appuntamento con il ciclo di Halloween. Stanotte un racconto più moderno.
Buona lettura.

Ascoltami, cara.
Non ti dispiace se ti parlo, vero? Non ho ancora sonno, e ci sono tante cose che voglio dirti. Non ho potuto farlo prima, perché ne ho avuto sempre paura.
Se ti sembra buffo, posso capirlo. Quando si è giovani e belli non c’è nulla da temere, no?
Sono di quelli che non se ne preoccupavano mai, che ci ridevano su, che la rifiutavano. È a causa di ciò che penso di essere arrivato al punto di rifiutare me stesso. Guardandomi indietro, posso capire come sono arrivato a essere un uomo impaurito, un solitario.
Ma tu hai cambiato tutto. Non ho più paura, e con te al mio fianco anche la solitudine è scomparsa.
C’è anche un’altra cosa di cui non ti dovrai mai preoccupare, cara. Le persone come te non sono mai sole, poiché hanno sempre l’amore. L’hanno dai loro genitori durante l’infanzia, l’hanno anche dagli amici e, quando crescono, se lo trovano bell’e fatto. Non pensare che non me ne sia accorto – tutti quegli atleti, i fusti dell’università, che ti stavano attorno, che ti corteggiavano. E tu che sorridevi, dando tutto per scontato.
Non capire male, non ti sto rimproverando. Perché non avresti dovuto, dato che è sempre stato così?
Il motivo per cui ti sto dicendo questo è di cercare di farti capire come è stato diverso per me. Da quanto posso ricordare sono sempre stato spaventato. E soprattutto di notte, quando c’erano tutti i motivi assieme – aver paura perché ero solo al buio e nessuno se ne preoccupava, tantomeno i miei.
Di solito stavo sveglio qui sul letto, piangendo per le cose che mamma aveva detto, per le cose che papà aveva fatto per ferirmi. Guardando indietro ora, non credo che essi cercassero di farmi del male di proposito; solo che non sapevano quanto fossi sensibile. Per loro, dirmi che avevo un foruncolo sul naso era solo uno scherzo. Quando mi chiamavano imbranato, era solo il loro modo per ricordarmi di stare più attento. Dirmi che portare gli occhiali mi avrebbe impedito di entrare nella squadra della scuola non voleva dire che mi rimproverassero per questo. Ma allora, in effetti, lo avvertivo come tale.
Ciò è quanto mi fece temere di più, quando capii che li odiavo per quello che dicevano, per come ridevano. Se persino mio padre e mia madre non si preoccupavano di ferire i miei sentimenti, come potevo aspettarmi di meglio dagli altri? Per gli altri ragazzi, per gli insegnanti, dovevo essere dieci volte peggiore, e allora odiavo anche loro. Ma non volevo odiarli, mi dispiaceva odiare qualcuno, così – come dice lo strizzacervelli – proiettavo invece le mie paure sull’oscurità.
Oh sì, andai da uno strizzacervelli. Non lo sapevi, vero, cara? I miei non lo dissero a nessuno che mi ci avevano portato, era una sorta di colpevole segreto, qualcosa che si vergognavano di ammettere. Il loro figlio che andava da un dottore della testa perché piangeva di notte. E bagnava il letto. Che succede, un ragazzo così grande che si comporta come un bambino? Cresci, diventa un uomo, mi dicevano.
Lo strizza non lo disse mai, naturalmente. Cercò di aiutarmi, so che lo fece, e dopo un po’ superai il problema dell’enuresi. Questa è la parola che usò, non l’ho mai dimenticata. Non ho dimenticato un sacco di cose che mi disse, le cose che mi insegnò. Ma la più importante che ho imparato è qualcosa di cui non si rese conto. Mi insegnò a non mostrare i miei sentimenti.
Pensava di avermi guarito dalla paura del buio, ed ecco perché potei smettere di vederlo. Ciò che accadde davvero, invece, fu che smisi di parlare delle cose che mi spaventavano. Volevo compiacerlo, compiacere i miei, conoscere che cosa volesse dire essere lodato invece che rimproverato.
Ma non conobbi altro che la paura.
Restavo sveglio nel buio notte dopo notte, cercando di trattenermi dal tremare. Ora, invece di aver paura di odiare gli altri, avevo paura delle cose. Cose come le ombre, quelle ombre che spuntavano dagli angoli; cose come il vento che urlava fuori dalla finestra. Nascondevo la testa sotto il cuscino per tenere lontani le forme e i suoni, ma non funzionava mai.
Perché mi sarei addormentato e sarebbero venuti i sogni. Succedeva quando il vento si mutava in voci che mi deridevano, e le ombre si mutavano in volti, con occhi che mi osservavano e bocche che ghignavano. Venivano ogni notte, e ogni notte mi sarei svegliato urlando.
Ti prego, cara, cerca di ricordarti che non te lo sto dicendo per spaventarti, ma solo per farti capire che è sempre stato così per me in tutti questi anni.
Il peggio era che non potevo dire niente a nessuno. Ora sono adulto e tutti pensano che abbia superato il mio “piccolo problema”.
Così lo chiamavano i miei: il mio “piccolo problema”. Almeno non mi parlarono in quel modo quando crebbi. Invece era: “non capisco cosa te ne farai di una laurea in scienze umane quando uscirai da scuola. È tempo che cominci a pensare a qualcosa di pratico, a una carriera. Eccoti qui, già a ventun’anni, che non hai ancora idea di cosa fare nella vita.”
Non era vero, naturalmente. Sapevo che cosa volevo fare. Volevo ficcarmi in un buco, da qualche parte, e morire. E se non ci fossi riuscito, forse avrei dovuto fare dell’altro. Ad esempio, suicidarmi.
Non pensare che non mi sia passato per la mente. In notti come questa, a giacere solo qui nel letto, ne studiai persino i modi. Ma era inutile, sapevo che non avrei avuto il coraggio di farlo.
Paura di vivere, paura di morire. Così leggevo molto, ascoltavo la musica, andavo al cinema, guardavo la TV. Mi riempiva il tempo, ma non poteva riempire la mia vita. Per quello hai bisogno di amici, di gente che si interessi di te.
Ti prego di non fartene una brutta impressione, cara. Non che abbia voltato le spalle al prossimo. Ho avuto modo di conoscere un sacco di gente all’università e a lezione, e cercavo di fare amicizia con loro, ma sembrava non funzionare mai nel modo giusto. Nessuno voleva avere a che fare con me, nessuno mi invitava alle feste. Lo so perché. A chi importa di un tappo secco con gli occhiali, di uno che ha paura di guardare gli altri negli occhi e balbetta quando cerca di parlare?
Non hai mai avuto quel problema, eh? Lo so, perché ti osservavo. Dal giorno in cui ti sei iscritta al corso di letteratura inglese ho cominciato a osservarti. Ti ho memorizzata. Il tuo modo di essere e di camminare, di sorridere e di ridere, persino quelle piccole cose, come tirarti indietro i capelli dalla fronte prima di alzarti per rispondere a una domanda.
Credo che tu non mi abbia notato. E non ho mai avuto abbastanza coraggio per parlarti o solo per dirti ciao, non con quella banda sempre attorno a te – tutti quei tipi ghignanti coi baffi alla Burt Reynolds, che facevano le loro scene da macho. Oh, non posso rimproverarti per aver gradito la loro attenzione. Solo che non avevo una chance, e lo sapevo.
Ma avevo bisogno di qualcuno di cui occuparmi, e per un po’ pensai che i miei potessero essere ancora la risposta. Vedendo che mi laureavo magna cum laude e tutto quanto, forse avrebbero cambiato la loro opinione su di me.
Ricordo com’ero eccitato quando telefonarono e dissero che avrebbero abbreviato la loro vacanza e sarebbero tornati in tempo per la cerimonia di laurea, e come mi sentivo bene quando andai a prenderli con l’auto all’aeroporto.
Sai che cosa accadde, naturalmente. Era su tutti i giornali. Quel maledetto strano incidente, al momento del decollo dalla sosta di Denver. Non riuscirono mai a vedermi laureato, né io li rividi più, se non nelle bare chiuse. Poi i funerali e il legale, e la sistemazione della proprietà – ma non voglio parlarne. Non sto cercando di essere compatito, cara, sto solo cercando di farti capire.
All’inizio sembrava che le cose andassero meglio per me, dato che ereditai abbastanza per vivere senza la preoccupazione di un lavoro regolare. E non c’era nessuno attorno che mi mettesse a tacere o che mi dicesse cosa fare.
Ma era proprio questo che non andava. Ero completamente solo, mi trascinavo in giro per questa grande casa senza nessuno da vedere o a cui parlare. Arrivai a sentirmi come confinato e forse diventai un po’ matto.
È il solo modo che ho per spiegarti cosa feci. Fino ad ora ho avuto vergogna di confessarlo a qualcuno, ma posso dirtelo. Forse hai già intuito il motivo che avevo.
Perché non ero mai stato con una donna.
Difficile da credere al giorno d’oggi, no? Ventitre anni e ancora vergine.
Così andai da quella battona.
Successe perché non ce la facevo più a stare solo e una notte guidai fino a quel bar. Un’altra cosa: non ho mai preso droga e non bevevo mai più di una birra o due di tanto in tanto. Ma quella volta me ne fregai, volevo vedere come andava e ovviamente tutti quei bicchieri mi misero a terra.
Non sapevo neanche di essere ubriaco, mi sentivo solo rilassato, quasi come sono ora con te. Ero tutto solo là e cominciai a parlare col barista.
Non so neanche cosa dissi e come andò, ma mi parlò di quella puttana e mi diede l’indirizzo. Le telefonò persino per dirle che stavo arrivando; credo fossero d’accordo.
Se non fossi stato ubriaco non ci sarei mai andato, ma allora salii nel suo appartamento dove mi stava aspettando. Era molto più giovane e carina di quanto mi fossi aspettato, più simile a una prostituta d’alta classe. Ripensandoci ora, credo dovesse sapere in che situazione fossi e fece del suo meglio per rendere le cose più facili, aiutandomi persino a togliermi i vestiti, e poi…
E poi niente. Non voglio entrare in volgari dettagli. Non voglio pensarci neanche adesso, ma andò tutto male, non ce la facevo, e lei cominciò a ridere e a chiamarmi con un nome. Non me ne importava, volevo solo uscire di là.
Fu solo più tardi che pensai al nome con il quale mi aveva chiamato. Allora diventai furioso, ero davvero arrabbiato con me stesso per essere stato così sciocco.
La sola cosa che ne ricavai fu imparare come il bere possa essere d’aiuto. Comprai delle bottiglie di whisky da tenere qui e me le bevevo a casa. Non preoccuparti, non sono alcolizzato o cose del genere. Posso smettere quando voglio, e so come fare. Ma qualche bicchiere mi fa sentire meglio, senza i sogni. Il problema è che, quando mi sveglio, sono ancora teso e devo farmene un paio per calmarmi.
Ma non voglio più dipendere dal whisky. Adesso ho te. Non so come ti senti, ma per me è come un miracolo. Un sogno diventato vero.
Perché certe volte anche il bere non aiuta. Come stasera, che sono così agitato dal ricordo di tutte quelle brutte cose e mi domando se ha avuto senso cercare di andare avanti. Ero seduto qui in casa quando è scoppiato il temporale, ad ascoltare il vento che grattava le imposte, a guardare la bottiglia vuota sul tavolo, e sapevo di dover uscire.
Non avevo mangiato niente da colazione e così pensai che un po’ di cibo mi avrebbe fatto bene. La pioggia stava aumentando sul serio quando uscii; era difficile vedere davanti e la macchina cominciava a slittare, così decidi di svoltare nella strada secondaria e di prendere la via della città.
Fu proprio allora che accadde – guidando lungo il viale buio pesto sotto la pioggia, senza alcuna luce né traffico, nulla, se non gli alberi attorno. Credo che l’alcool mi facesse ancora effetto, perché quando la nebbia cominciò ad accumularsi avvertii un senso di vuoto dentro, come se fossi solo e sperduto in mezzo a chissà dove. E sapevo che, se anche la tempesta fosse cessata e la nebbia si fosse alzata, sarei restato ancora solo, ancora perduto, e niente sarebbe mai venuto a salvarmi.
Poi sei capitata tu, cara. Mi hai salvato.
Nel momento in cui ti vidi agitare la lampada, vicino a quella stupida piccola convertibile rossa, è stato come se tutto cambiasse. Appena ti ebbi riconosciuta, sapendo che eri proprio là e che mi chiamavi, l’incubo si trasformò in un sogno che si avvera. Forse pensi che sia stato solo un caso che ha fatto prendere la via secondaria e incontrare te laggiù in panne, dopo che ti era scoppiata una gomma. Ma non era frutto del caso, cara: era il destino.
Guardandomi indietro ora, sono certo che doveva succedere.
Anche portarti alla stazione di servizio e trovarla chiusa, e poi portarti qui a casa per usare il telefono, era tutto destino.
E il modo in cui mi guardavi, il modo in cui sorridevi, c’era qualcosa che non posso spiegare. Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito un vero uomo. E per la prima volta nella mia vita ho potuto comportarmi come un uomo.
Lasciami confessare una cosa. Mentivo quando ti ho detto che il telefono non funzionava. Funzionava, ma non volevo che lo sapessi. Ciò che volevo era averti qui con me, averti e tenerti nel modo in cui un vero uomo tiene la donna che ama.
È ciò che ho fatto e spero che tu capisca ora. Spero che tu comprenda ciò che ha significato per me, e che significhi qualcosa anche per te. Sapevo di amarti troppo per forzarti, così sono contento che sia andata nel modo che è stato. Ogni cosa sembrava proprio dover accadere, perché era destino.
Eri tanto bella, cara – non come quella puttana, non come le ragazze che ridevano sempre. Ora posso dimenticarle, dimenticare la vergogna, perché ho te. D’ora in avanti staremo sempre assieme.
Grazie, cara. Grazie per avermi fatto felice con il dono del tuo amore.
Mi piacerebbe solo non averti uccisa per prima.

Notturno _ Robert Bloch

I brividi del venerdì: La mascherata della Morte Rossa _ Ciclo di Halloween

Io amo ottobre.
Le zucche, le foglie, le caldarroste… La pioggia, il tè caldo… Il plaid, i libri.
E quindi, ebbene sì, anche quest’anno riparte il “Ciclo di Halloween”, stavolta dedicato ai racconti dell’orrore dei grandi maestri del passato e del presente.
Spero che i racconti che ho scelto vi piacciano…
E vi spaventino.
Da lungo tempo la Morte Rossa devastava il paese. Nessuna pestilenza era mai stata così fatale, così spaventosa. Il sangue era la sua manifestazione e il suo sigillo: il rosso e l’orrore del sangue. Provocava dolori acuti, improvvise vertigini, poi un abbondante sanguinare dai pori, e infine la dissoluzione. Le macchie scarlatte sul corpo e soprattutto sul volto delle vittime erano il marchio della pestilenza che le escludeva da ogni aiuto e simpatia dei loro simili. L’intero processo della malattia: l’attacco, l’avanzamento e la conclusione duravano non più di mezz’ora.
Ma il principe Prospero era felice, coraggioso e sagace. E, quando le sue terre furono per metà spopolate, egli convoco un migliaio di amici sani e spensierati, scelti fra i cavalieri e le dame della sua corte, e si ritirò con loro in totale isolamento in una delle sue roccaforti. Era una costruzione immensa, magnifica, una creazione che corrispondeva al gusto eccentrico e alla grandiosità del principe. Un muro forte ed altissimo la circondava. Nel muro le porte erano di ferro. Una volta entrati, i cortigiani presero incudini e martelli massicci e saldarono le serrature. Impedivano così ogni possibilità di entrata o di uscita, per improvvisi impulsi di disperazione o di frenesia, che potevano nascere, in chi era dentro le mura. La fortezza era ampiamente fornita di viveri. Con tutte queste precauzioni i cortigiani potevano permettersi di sfidare il contagio. Il mondo esterno provvedesse a se stesso. Era tutto sommato follia addolorarsi o pensarci troppo su. Il principe aveva pensato a tutti i divertimenti possibili. C’erano buffoni, improvvisatori, c’erano ballerini, musicanti, c’era la bellezza e c’era il vino. Tutto chiuso là dentro. Fuori c’era la Morte Rossa.

Fu verso la fine del quinto o sesto mese di questo isolamento, mentre la pestilenza tutt’intorno infuriava al massimo, che il principe Prospero pensò di divertire i suoi mille amici con un ballo mascherato di un insolito splendore.
Fu una messa in scena voluttuosa, questa mascherata. Innanzitutto però, vorrei descrivere le stanze in cui si svolse. Sette stanze formavano un unico maestoso appartamento. In molti palazzi, simili fughe di stanze aprono a una veduta lunga e diritta; con le porte a due battenti che si aprono verso le pareti permettendo di vedere tutto in un solo colpo d’occhio. In questo caso invece la situazione era differente, come d’altronde ci si poteva aspettare dall’amore del principe per il bizzarro. Le camere erano disposte così irregolarmente da poter essere viste soltanto una alla volta. C’era, ogni venti o trenta metri, un’improvvisa svolta che apriva di conseguenza prospettive sempre diverse. A destra e a sinistra, nel mezzo delle pareti, un’alta e strettissima finestra gotica dava su un corridoio chiuso, che seguiva le tortuosità dell’appartamento. Queste finestre, di vetro lavorato, variavano di colore secondo la tinta dominante delle decorazioni di ogni singola stanza. Quella situata all’estremità orientale aveva nella decorazione una forte dominante blu, e blu erano le finestre. Negli ornamenti e nelle tappezzerie della seconda stanza predominava il purpureo e purpuree erano le vetrate. Tutta verde la terza, altrettanto le finestre. La quarta era arredata in arancione e così anche illuminata dello stesso colore, la quinta di bianco e la sesta di violetto. La settima stanza invece era tutta avvolta in arazzi di velluto nero, che pendevano dal soffitto e dalle pareti, ricadendo su tappeti della stessa stoffa e colore. Era soltanto in questa stanza che il colore delle finestre non corrispondeva a quello delle decorazioni. Le vetrate erano di un colore scarlatto, di un cupo color sangue. Ebbene, nessuna delle sette stanze con le loro decorazioni, pur ricca di ornamenti d’oro, era illuminata da lampade o da candelabri. Non v’era luce di alcun genere proveniente da candele o lampadari in questo succedersi di sale. Ma nei corridoi che accompagnavano erano appoggiati pesanti tripodi che sostenevano bracieri accesi, che, proiettando la loro luce raggiante attraverso il vetro colorato, illuminavano così in modo abbagliante le sale. Questo produceva un’infinità di immagini fantastiche. Ma nella stanza nera, quella a occidente, l’effetto della luce e del fuoco che si diffondeva sui drappi neri attraverso le rosse vetrate era talmente spettrale e produceva un tale effetto irreale sulle fisionomie di chi entrava, che nessuno aveva il coraggio di mettervi piede.
In questa sala si trovava pure, appoggiato contro la parete, un gigantesco orologio d’ebano. Il pendolo andava e veniva con un tic-tac sordo, emettendo un suono cupo e monotono e quando la lancetta dei minuti compiva il giro del quadrante e batteva l’ora, veniva fuori dai suoi polmoni di bronzo un suono chiaro, forte e profondo, straordinariamente musicale ma di una tale forza, che a ogni ora i musicisti dell’orchestra erano costretti a fermare l’esecuzione dei loro pezzi, per ascoltare quel suono; e così anche le coppie interrompevano le danze e su tutta l’allegra compagnia cadeva un velo di tristezza; e mentre l’orologio scandiva ancora i suoi rintocchi si notava che i più spensierati impallidivano e i più vecchi e sereni si passavano una mano sulla fronte in un gesto di confusa visione o meditazione. Ma non appena questi rintocchi tacevano, tutti erano subito presi da un sottile riso; i musicanti si guardavano fra di loro e sorridevano quasi imbarazzati del proprio nervosismo, e si promettevano che il prossimo scoccare della pendola non li avrebbe più messi tanto a disagio; ma poi, dopo sessanta minuti ( che sono esattamente tremilaseicento secondi del Tempo che fugge ), quando tornavano a risuonare i rintocchi dell’orologio, cresceva in loro lo stesso stato di smarrimento, di tremore e meditazione.
Ma nonostante ciò era una gaia e magnifica orgia. Il gusto del duca era del tutto speciale. Aveva l’ occhio sicuro per i colori e per gli effetti. Egli disprezzava il decorus della moda; i suoi progetti eran temerari e selvaggi, le sue concezioni avevano uno splendore barbaro. Qualcuno l’avrebbe giudicato pazzo. I suoi cortigiani sapevano bene che non era tale; ma bisognava sentirlo, vederlo, toccarlo per esserne sicuri.
In occasione di quella festa aveva presieduto lui in gran parte alla scelta dei mobili nei sette salotti e lo stile delle maschere era stato osservato secondo il suo gusto. Erano certo delle invenzioni grottesche. Era abbagliante, sfavillante — c’era anche del piccante e del fantastico — molto di ciò che poi abbiamo veduto in Ernani. C’ erano delle facce arabe, ornate in una maniera assurda; invenzioni mostruose e pazze; c’era del bello, del licenzioso e del bizzarro in quantità; dell’orrido, ma poco; e cose ributtanti a volontà. A dirla in breve era come una folla di sogni che si pavoneggiassero qua e là per le sette stanze. E questi sogni si contorcevano in tutti i sensi, prendendo il colore delle stanze; si sarebbe detto che eseguissero della musica camminando, e che le arie strane dell’orchestra fossero un’eco dei loro nasi.
Di tanto in tanto si sente suonare l’orologio di ebano nella stanza dei velluti. E allora per un momento tutto si ferma e tace, eccetto il suono dell’orologio. I sogni sono irrigiditi, paralizzati nelle loro posizioni. Ma l’ eco della soneria si dilegua — non dura che un istante — e appena cessato un’ilarità leggera e mal contenuta circola dappertutto. E la musica respira di nuovo e i sogni rivivono e si contorcono qua e là più allegramente che mai, riflettendo il colore delle finestre per le quali passano a torrenti i raggi dei treppiedi.
Ma nella camera che è laggiù a ponente, ora, nessuna maschera ha l’ ardore di avventurarcisi; perché la notte è avanzata e una luce più rossa affluisce traverso ai vetri color sangue e il nero dei drappi funebri è spaventoso e allo spensierato che metta i piedi sul funebre tappeto, l’orologio d’ebano manda un suono più pesante, più solennemente energico che quello da cui son colpiti gli orecchi delle maschere che turbinano nella lontana noncuranza delle altre sale.
Quanto alle altre stanze quelle formicolavano di persone e il cuore della vita vi batteva febbrilmente. La festa tumultuava sempre quando finalmente l’ orologio diede il suono della mezzanotte. Allora la musica cessò; la danza fu sospesa e per tutto si fece, come prima, un’immobilità ansiosa. Questa volta però la pendola stava scoccando dodici colpi; perciò è probabile che s’insinuasse un pensiero più lungo nella mente di quelli che in mezzo a quella folla festosa erano già pensosi. Per questo forse avvenne anche che molte persone di quell’accolta, prima che l’ultima eco dell’ultimo colpo fosse sprofondata nel silenzio, avevano avuto il tempo di accorgersi della presenza di una maschera che fino allora non aveva attratto l’attenzione. E la nuova di questa intrusione si era presto sparsa con un bisbiglio all’intorno, poi con un brusio a tutta l’assemblea ed un mormorare significativo di meraviglia, di disapprovazione e quindi di terrore, di disgusto.

In una riunione di fantasmi quale l’ho descritta ci voleva certo un’apparizione straordinaria per produrre un tale effetto. La licenza carnevalesca di quella notte era, è vero, quasi senza limiti; ma il personaggio suddetto aveva oltrepassato la stravaganza di un Erode e superati i limiti — pure larghissimi — della convenienza imposta dal principe. Ci sono, nel cuore dei più spensierati, delle corde che non possono esser toccate senza produrre emozione. Anche nei più pervertiti, per i quali la vita e la morte sono ugualmente motivo di beffa, ci sono delle cose con le quali non si può scherzare. Tutta l’assemblea parve sentire profondamente il cattivo gusto e la sconvenienza della condotta e del travestimento dello straniero. Il personaggio era alto e scarno, avvolto dalla testa ai piedi in un sudario. La maschera che celava il viso rappresentava così bene la rigidità della fisionomia di un cadavere che la più minuziosa analisi difficilmente avrebbe scoperto l’inganno. Eppure tutti quei pazzi gai avrebbero forse sopportato se non approvato quel brutto scherzo; ma il travestimento aveva spinto tanto oltre la sfrontatezza da assumere le sembianze della Morte Rossa. Il vestito era chiazzato di sangue e la sua larga fronte, come del resto tutta la faccia, erano cosparsi di quel terribile color scarlatto.
Quando gli occhi del principe Prospero si posarono su quella figura di spettro — il quale con un muovere lento, solenne, affettato, girava qua e là fra i ballerini— esso fu visto dapprima sconvolgersi in un brivido violento di paura o di ripugnanza; ma subito dopo la fronte gli s’ infiammò di rabbia.

— Chi osa, — domandò con voce roca ai cortigiani ritti intorno a lui — chi osa insultarci così con questo scherno che pare bestemmia ? Impadronitevi di lui e toglieteli la maschera, affinché sapremo chi dovremo appiccare ai merli della torre al levar del sole. —
Quando il principe Prospero pronunziò queste parole era nella camera Est, o azzurra. La sua voce rimbombò forte e chiara a traverso le sette stanze, perché il principe era un uomo imperioso e robusto, e la musica ad un suo cenno di mano s’era taciuta.
Il principe dunque era nella camera azzurra con un gruppo di cortigiani pallidi al suo fianco. Dapprima, mentre parlava, ci fu nel gruppo un leggero movimento innanzi verso l’intruso, che per un momento fu vicino a loro quasi da toccarli, ed ora con passo sicuro e maestoso si avvicinava sempre più al principe. Ma quel certo terrore indefinibile ispirato a tutta la compagnia dall’audacia insensata dalla maschera, fece sì che nessuno osò mettergli le mani addosso; cosicché non trovando nessun ostacolo, passò a due metri dalla persona del principe e mentre l’immensa assemblea, come obbedendo a un sol movimento indietreggiava dal centro della sala verso i muri, continuò la sua strada senza fermarsi, con lo stesso passo solenne e misurato che fin dal principio l’aveva contraddistinta, andando dalla camera azzurra alla camera rossa — da questa a quella verde — dalla verde all’arancione, da quella alla bianca — e poi alla violetta, prima che nessuno avesse fatto un movimento decisivo per fermarla. Tuttavia il principe Prospero esasperato dalla rabbia e la vergogna della sua momentanea debolezza si slanciò precipitosamente attraverso le sei stanze, dove nessuno lo seguì; perché un nuovo terrore si era impadronito di tutti.
Egli brandiva un pugnale e si era avvicinato impetuosamente al fantasma che batteva in ritirata, quando quest’ultimo, arrivato in fondo alla sala dai velluti, si volse bruscamente e fece fronte a quello che lo inseguiva. Un grido acuto si levò, e il pugnale scivolò con un lampeggiamento sul tappeto funereo sul quale il principe Prospero un secondo dopo cadeva, morto.
Allora, chiamando a raccolta il coraggio violento della disperazione, una folla di maschere si precipitò nella sala nera; ma afferrando lo sconosciuto che stava diritto e immobile come una grande statua nell’ombra dell’orologio di ebano, tutti si sentirono soffocati da un terrore indicibile, vedendo che sotto il lenzuolo e la maschera cadaverica che avevano abbrancata con sì violenta energia non si trovava nessuna forma tangibile.
Allora fu riconosciuta la presenza della Morte Rossa. Come un ladro, di notte essa era sopraggiunta. E tutti i convitati caddero uno ad uno nelle sale dell’orgia bagnate da una rugiada sanguinosa ed ognuno morì nella disperata postura in cui era caduto soccombendo. E la vita dell’orologio d’ebano si spense con quella dell’ultimo di quei personaggi festanti. Le fiamme dei treppiedi spirarono. E le tenebre, la rovina e la Morte Rossa distesero su tutte le cose il loro dominio sconfinato.

La mascherata della Morte Rossa _ Edgar Allan Poe

I brividi del venerdì: Gotico americano

È veramente esistito un G. Gordon Gregg.
Gli studenti di storia americana possono riconoscerlo come Herman W. Mudgett, sebbene lui preferisse lo pseudonimo allitterativo di H.H. Holmes.

( Dalla postfazione di Gotico americano )

Siamo nel 1893, l’anno della Fiera Mondiale Colombiana _ una sorta di antenato del moderno Expo _ , inaugurata a Chicago per festeggiare i 400 anni dalla scoperta dell’America.
Nei pressi della Fiera, G. Gordon Gregg ha fatto costruire “il Castello”, un palazzo dalle fattezze di un maniero, adibito al contempo come farmacia e albergo. Il Castello possiede infatti numerose stanze, alcune delle quali del tutto celate alla vista, collegate fra loro tramite ingegnosi passaggi segreti. Una stravaganza calcolata dal suddetto farmacista per mettere in atto indisturbato i suoi crimini: il dottor Gregg, infatti, è un sadico assassino, oltre che un avido truffatore.
Così, per una serie di eventi, la giovane giornalista Crystal fa la sua conoscenza con il presunto dottore e, dopo aver indagato sul suo passato, comincia a collegare tra loro le scomparse di alcune donne e a sospettare dell’uomo.
Crystal decide di investigare in prima persona, anche se la cosa si rivelerà più complicata del previsto, nonché più pericolosa.

I mostri non esistono

Non è la prima volta che Robert Bloch prende spunto dalla realtà per i personaggi delle sue storie; in Psycho, il romanzo più famoso dell’autore, l’altalenante figura di Norman Bates era stata ispirata da Ed Gein, il “Macellaio di Plainfield”, noto per aver “addobbato” la sua casa con parti di corpi umani.
Il protagonista di Gotico americano risponde invece alla figura di un altro famoso serial killer, H.H. Holmes, il cui vero nome era Herman Webster Mudgett, al quale vengono attribuiti più di un centinaio di omicidi.
Esattamente come accade nel libro, Holmes fece costruire un palazzo di tre piani, denominato “il Castello”, dove passaggi segreti, labirinti e cunicoli senza uscita fungevano da vere e proprie trappole mortali per le sue vittime.

H.H. Holmes e il suo "Castello".
H.H. Holmes e il suo “Castello”.

Ma contrariamente ad Holmes, la finalità dell’omicidio per Gregg non è esclusivamente il piacere sadico e perverso che ne ricava (sebbene poi conservi i cuori delle sue vittime sotto vetro), ma il profitto economico che ne può guadagnare.
Altra differenza rispetto al vero serial killer, sta nel comportamento e nelle peculiarità del personaggio fittizio: uomo estremamente affascinante e galante, il dr Gregg può contare anche sulle sue doti di eccellente ipnotista che, oltre ai suoi modi da perfetto gentleman, gli permettono di attirare facilmente le sue vittime, per lo più donne, che seduce con false promesse di matrimonio e amore eterno; ma come un moderno Barbablù, le future mogli vengono opportunamente eliminate nel momento in cui Gregg ha raggiunto il suo scopo, ovvero svuotarne il conto in banca.

Conclusioni

Da una vicenda reale intrigante, per quanto macabra, Bloch ne ha ricavato una trama piuttosto insipida, con personaggi fastidiosamente ridicoli, a tratti stereotipati, dotati di una caratterizzazione psicologica alquanto spicciola e banale, il tutto accompagnato da uno stile narrativo puerile.
I sospetti, le deduzioni e le scoperte di Crystal riguardo il dottore sono dettate esclusivamente dalla volontà dell’autore che non sa come fare per avviare la storia, ma non vengono supportate da fatti concreti.

Insomma, prometteva bene ma si è rivelato un fiasco. Questa volta, per me, Bloch ha toppato.
Molto meglio i racconti.

Voto: ★★

I brividi del venerdì: L’inquilino del terzo piano

Nel 1962, il trio composto da Roland Topor, i registi Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky, diede vita al cosiddetto “Movimento panico”, una sorta di controcorrente (o sottocorrente) del surrealismo classico, atta a stravolgere l’assurdo con l’assurdo, nelle sue venature più strampalate e dark, e direi che L’inquilino del terzo piano rispecchia pienamente lo spirito del collettivo.

Grottesco, onirico, kafkiano, il romanzo dell’allora ventiseienne Roland Topor è un viaggio all’interno dell’assurdo; scritto nel 1964, racconta la vicenda surreale e orrifica del povero Trelkovsky, protagonista del libro.

L’inquilino stregato

Trelkovsky, uomo mite e apprensivo, trova alloggio nell’appartamento precedentemente appartenuto a Simonetta Choule, morta suicida gettandosi dalla finestra di quella stessa abitazione. Sotto le pressanti insistenze degli amici per inaugurare l’appartamento, organizza una festicciola che finisce per disturbare i vicini. Ripreso dal padrone di casa, Trelkovsky inizia a sviluppare un’ansia maniacale nel timore di provocare anche il più piccolo rumore; succube del silenzio imposto dai vicini, Trelkovsky comincia a interrogarsi sulla vita dell’ex-inquilina. Chi era Simonetta Choule? E perché si è suicidata senza apparente motivo?
Col passare del tempo le stranezze attorno alla donna e al condominio in cui abitava si manifestano sempre più chiaramente; senza accorgersene Trelkovsky ha cominciato a trasformarsi: il suo quotidiano caffè viene sostituito dalla cioccolata di Simonetta, le sigarette da lui fumate sono quelle della Choule, finché un giorno si risveglia truccato da donna e con un molare in meno, proprio come la donna suicida che ha vissuto nel suo appartamento.
Per Trelkovsky diventa chiara la trappola in cui è finito dentro: una macchinazione incomprensibile quanto inarrestabile ad opera dei vicini per tramutarlo a tutti i costi in Simonetta Choule. Il panico e l’angoscia di Trelkovsky crescono impotenti di fronte al complotto ordito contro di lui, contro la sua stessa identità: i vicini sono dei sadici mostri, il cui unico scopo è quello di spingere, per l’ennesima volta, Simonetta Choule dalla finestra.

L’eterno ritorno di Simonetta Choule

Il filo essenziale dell’intera vicenda si compone delle due scene dell’ospedale che, come in una manifestazione nietzschiana dell’eterno ritorno, aprono e chiudono la storia: Trelkovsky che si reca all’ospedale per visitare la moribonda Simonetta, fasciata di bende, irriconoscibile se non per l’assenza del molare; la fine di Trelkovsky, ricoverato in quello stesso ospedale, con le stesse bende, con lo stesso dente mancante e con un altro Trelkovsky lì in visita. Una prospettiva diversa che rievoca la stessa situazione, in un eterno rifluire di eventi che provoca nel lettore un indelebile sconcerto.

Molteplici le interpretazioni possibili: Tralkovsky è semplicemente paranoico; Trelkovsky comincia ad avere allucinazioni a causa delle vessazioni dei vicini; Trelkovsky non è mai esistito realmente, è un sogno, una creazione della stessa Simone, o una fantasia basata sull’uomo che va a visitarla in ospedale (di conseguenza, l’intera linea narrativa sarebbe fittizia, esclusa la breve scena introduttiva).
Infine l’ultima, la più probabile nella sua inquietante semplicità: Trelkovsky è ciò che ci viene narrato. La particolarità che rende grandioso, nel suo genere, questo romanzo va oltre le sue caratteristiche paradossali, oltre le sue plurime decodificazioni, bensì risiede nell’accettazione della realtà dei fatti, così com’è, per quanto illogica e grottesca, come uno spettro della stessa realtà reso tangibile nel suo opposto, l’assurdo.

Durante la lettura del romanzo viene da chiedersi se non si tratti tutto di un enorme, macabro scherzo; perché questo insensato accanimento su Trelkovsky? Cos’ha fatto per meritarsi tale trattamento? Non ha fatto niente, se non esistere. Basta la sua sola esistenza per provocare l’odio nei vicini, i quali sono altro che una rappresentazione di quest’assurdo di cui l’esistenza si compone.

Conclusioni

Lo stile narrativo è preciso ed essenziale; la cadenza regolare di una situazione iniziale normale e perfettamente possibile, si evolve, man mano che si prosegue nella lettura, in un ritmo serrato, sempre più frenetico e vorticoso, in un crescendo di visioni mostruose, chimeriche, per arrivare ad un finale straordinario e destabilizzante, vero punto di forza del romanzo.
Le accezioni negative e sinistre, che rasentano il grandguignol, sono atti deliberati di Topor, volti a scioccare e inorridire chi legge, nonché a disorientarlo. Attraverso il disgusto e il nonsense, arrivare all’estasi e alla bellezza: questo il processo creativo che vi è dietro.

Il mio voto è relativamente basso dato l’elemento rappresentativo dell’opera; si legge sicuramente bene in una mezza giornata, grazie allo stile scorrevole, alla trama insolita e alla lunghezza del testo, e il valore letterario è indubbiamente all’altezza del movimento culturale che interpreta.
Tuttavia si tratta pur sempre di un romanzo atipico, e il surrealismo rientra poco nelle mie corde, per quanto, ripeto, questo sia un libro spettacolare per la sua natura ed il suo genere.

Voto: ★★★½

Da questo libro è stato tratto l'omonimo film diretto e interpretato da Roman Polanski nel 1976.
Da questo libro è stato tratto l’omonimo film diretto e interpretato da Roman Polanski nel 1976.

I brividi del venerdì: Stagioni diverse

Stagioni diverse è una raccolta di racconti di Stephen King, famosa per aver ispirato film di successo quali “Le ali della libertà”, “L’allievo” e “Stand by me”.
Il libro si compone di quattro lunghi racconti, scritti in periodi diversi, tra la stesura di un romanzo e l’altro, suddivisi secondo le quattro stagioni.

L’eterna primavera della speranza

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank è il primo racconto che apre il volume. La storia è quella di Andy Dufresne, ex banchiere che, accusato del duplice omicidio della moglie e del suo amante, finisce condannato all’ergastolo nel penitenziario di Shawshank.
Nonostante la dura vita del carcere, dove agli abusi dei compagni di reclusione, si aggiungono quelli dei secondini, Andy Dufresne riesce a mantenere un atteggiamento sereno e dignitoso, scatenando ora l’ammirazione, ora l’invidia di chi riesce a scorgere in lui la grande forza d’animo che lo caratterizza.
A narrare le vicende di Dufresne è un altro recluso, Red, colui il quale riesce a procurare ogni genere di merce ai detenuti; è proprio in virtù di questo suo “servizio” che entra in contatto per la prima volta con Andy, tra le cui richieste vi sono un martello da minerali ed un poster a grandezza umana dell’attrice Rita Hayworth.
Col passare degli anni, Andy diventa una figura “importante” all’interno del penitenziario, dove si occupa della gestione della biblioteca interna e della revisione fiscale dei dipendenti _direttore compreso_ procurandosi la stima di tutti.
Quando però, tramite vie traverse, riemergono nuovi fatti sul caso di Dufresne, il direttore manifesta un inatteso odio per il detenuto modello, rifiutandosi di riaprire il caso.
Andy cerca allora un modo alternativo per riprendersi ciò che gli spetta: la sua libertà.

Critica:
Sebbene Andy Dufresne sia un personaggio carismatico e a dir poco eccezionale, riuscendo così ad accaparrarsi la simpatia del lettore, è altresì un personaggio fantastico, in ogni senso; così, anche la sua storia, che viene sicuramente narrata in modo accattivante, risulta troppo incredibile a causa di un finale ai limiti della verosimiglianza.

L’estate della corruzione

Un ragazzo sveglio racconta il malsano legame che unisce un ex comandante delle SS ed un ragazzino affascinato dal nazismo.

Todd Bowden entra in contatto quasi per caso con l’ex nazista Kurt Dussander, ora Arthur Denker, ed è deciso ad estrapolare quanti più particolari sadici il vecchio Dussander possa raccontare. Inizialmente l’uomo si rifiuta di prendere parte a questo orrido gioco del ragazzino, ma si ritrova costretto a soddisfare la macabra curiosità di Todd, e così tutto ha inizio; ogni giorno, dopo la scuola, mentre il vecchio racconta restio le indicibili torture inflitte agli ebrei, Todd ascolta assorto e deliziato i racconti dei campi di sterminio, un boccone di ciambella dopo l’altro.
Ma col passare del tempo quest’oscura rievocazione finisce per intaccare l’equilibrio mentale di entrambi: da un lato, un vecchio che era riuscito a seppellire il ricordo degli orrori commessi, riassapora il gusto del potere e del male, dall’altro, un ragazzino che, nonostante l’insana curiosità morbosa che l’ha spinto a conoscere ogni dettaglio raccapricciante, adesso viene tormentato dagli incubi.
La situazione si evolve in un processo esplosivo, mentre il rapporto tra i due si fa sempre più claustrofobico.

Critica:
Un ragazzo sveglio è il racconto più lungo del volume, tanto da poter essere tranquillamente definito un romanzo breve, ed il migliore dei quattro; la trovata originale dell’autore di porre a confronto il male di ieri con il male di oggi, l’atmosfera macabra e raccapricciante a cui riesce a dar vita, la descrizione e lo studio dell’evolversi della psicopatia sadico-sessuale che caratterizza Todd, l’arguzia del ragazzino nel nascondere il suo reale rapporto con Dussander ai genitori, e l’incapacità, volenti o nolenti, dei suddetti nel rendersi conto che hanno dato la vita a un mostro, tutti questi elementi riescono a dar vita ad un vero e magnifico racconto dell’orrore, tanto da poter disgustare e far rabbrividire chi legge.

L’autunno dell’innocenza

Il corpo si potrebbe definire un racconto di formazione.
Quattro ragazzini vengono a sapere del cadavere di un coetaneo ritrovato a qualche miglia dalla cittadina in cui vivono e decidono di andarlo a vedere con i propri occhi, prima che le autorità ne vengano a conoscenza.
Intraprendono così un viaggio, all’insaputa di tutti, verso il corpo; per arrivarci dovranno superare la discarica di Milo e del suo temibile cane, percorrere il ponte di rotaie che divide le due sponde, sopportare la canicola estiva ed il temporale, e altro ancora.
Alla fine di tutto, qualunque sia stato il risultato, si rendono conto di aver detto irrimediabilmente addio all’infanzia.

Critica:
È un racconto piacevole, sì, ma niente a che vedere con le aspettative che mi ero creata; è un viaggio di iniziazione in cui succede poco o niente in termini di horror e di suspense.
Le intromissioni dei racconti del narratore adulto, che praticamente niente hanno a che fare con la storia, mi hanno sinceramente infastidita, e la morte del ragazzo è impossibile da un punto di vista fisico: un treno ti travolge e riesce a scalfirti mezza faccia, prenderti le scarpe ma non i piedi? Mi pare tecnicamente astruso, oltre che infattibile.
Ciò che più si apprezza però è l’esperienza del viaggio in se stessa: le descrizioni, la ricostruzione di un ricordo, di un’avventura preadolescenziale, vissuta alla fine di una calda estate anno1960. Tutto grida all’avventura, ma come ho scritto sopra, poco all’elemento fantastico.

Una storia d’inverno

L’ultimo racconto, Il metodo di respirazione, tratta di un misterioso club, al quale il narratore prende parte, dove si raccontano storie di ogni genere, le più particolari, però, solo poco prima di Natale. Così, in un racconto nel racconto, ci viene narrata l’incredibile storia di uno dei soci del club che, durante la sua professione di medico, ha assistito ad un parto sovrannaturale.

Critica:
Il metodo di respirazione è il racconto leggermente più scialbo del libro, e quello in cui la componente fantastica è più presente.
Con il trucco della storia nella storia, King sembra semplicemente voler allungare la storia o fondere due racconti che altrimenti non avrebbero niente in comune, ma il risultato non è dei migliori dell’autore; la prima parte, quella che svolge la funzione di cornice, inerente al club sarebbe risultata un bel racconto, se solo lo scrittore si fosse preso la briga di impegnarcisi appena un po’, mentre la storia di Natale del dottor McCarron, risulta più tragica che “paurosa”, nonostante l’elemento fantastico.

Conclusioni

Nonostante i pro e i contro, nonostante le aspettative molto elevate che nutrivo, Stagioni diverse è una bella (scusate la banalità del termine) raccolta; la prosa di King, nonostante non sia certo paragonabile a quella di un ben più poetico Carver o Maupassant, risulta comunque scorrevole, a volte fin troppo prolissa, ma decisamente appropriata a ciò che lo scrittore racconta.
Lo stesso King, nella postfazione, ammette di non essere certo il migliore e di non saper trascendere dall’elemento noir, ma sicuramente ce la mette sempre tutta, e noi lo apprezziamo per questo.

In quasi tutte queste storie poi è presente il solito crossover a cui spesso ricorre King (vi basta pensare a una parola: Castle Rock, e avrete tutto chiaro).

Una doverosa critica va alla casa editrice, che dovrebbe rivedere la traduzione un po’ antiquata e impregnata di orrori errori grammaticali _ ah, il congiuntivo, questo sconosciuto! _

Voto: ★★★

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte_ Il Fotocane _ Ciclo di Halloween

Nel caso non ve ne foste accorti, stanotte è Halloween! Avete preparato i costumi da indossare? E i sacchetti in cui mettere i dolcetti? E la fotocamera/i-phone con cui scattare le foto della serata? Sì? Bene, ma state attenti.
Se al posto del vostro amico ubriaco dovesse apparirvi raffigurato un enorme cane nero…datemi retta…SCAPPATE!

 

 Il Fotocane

Per il giorno del suo quindicesimo compleanno, Kevin riceve in regalo la tanto desiderata macchina fotografica e subito decide di inaugurarla con un ritratto di famiglia. Mr e Mrs Delevan e la sorellina Megan si mettono in posa, un bel sorriso e click! La foto viene sputata fuori dalla polaroid, ma invece della famiglia attorno alla torta, i Delevan si ritrovano a fissare un cane nero davanti ad un vecchio steccato bianco. Che diavoleria è mai questa? Che sia un difetto? Uno strano scherzo? Kevin continua a scattare foto, a vari soggetti in posti diversi, ma il risultato è sempre lo stesso: il cane nero davanti allo steccato.
Desideroso di scoprire cosa si cela dietro quello strano fenomeno, Kevin porta la sua Sun 660 al negozio di Pop Merrill, una sorta di factotum della città. Ma nemmeno Pop è in grado di svelare il mistero che si cela dietro la macchina fotografica. Osservando meglio le foto, però, Pop e Kevin scorgono qualcosa di strabiliante: il cane della foto non è fermo! È un cambiamento impercettibile eppure evidente: foto dopo foto, il cane cambia posizione, fino a che non si accorge di essere fotografato. E allora inizia a mostrare i denti.
Kevin comincia a intuire il pericolo della macchina e decide di sbarazzarsi dell’oggetto prima che quell’essere mostruoso che si cela al suo interno si sbarazzi di lui. Ma Pop ha in mente altri progetti…

Quattro dopo mezzanotte, caveat emptor

Il fotocane è un racconto ambientato a Castle Rock, vi dice niente?
Come spiega King nell’introduzione, Il fotocane è una sorta di punto d’incontro tra due romanzi: Cujo e Cose preziose.
Durante l’arco del racconto, infatti, il fotocane viene paragonato ad un altro cane, un sanbernardo per la precisione, famoso nella cittadina per aver provocato morte e scompiglio, Cujo, appunto.
Qui il riferimento è palese, mentre per quanto riguarda Cose preziose è molto più latente, anche perché ai tempi della stesura del racconto, il romanzo non era ancora stato pubblicato.
Ne Il fotocane facciamo così, per la prima volta, conoscenza con lo sceriffo Pangborn, Polly e Pop Merrill, che risulta essere lo zio di Ace in Cose preziose.
La tecnica del crossover è spesso usata da Stephen King, che si diverte nell’intrecciare tra loro fatti/personaggi/luoghi di diversi romanzi; personalmente ‘odi et amo’ questo espediente narrativo perché se da un lato provo una sorta di esaltazione nel riconoscere e rincontrare vecchi personaggi, dall’altro mi innervosisce quando i fatti di cui si parla sono avvenuti in romanzi che ancora non ho letto (in questo caso Cujo).

Altra peculiarità di King è la modalità con la quale si ha la rottura dell’equilibrio iniziale dei personaggi; due, infatti, sono le situazioni che solitamente portano il protagonista alla complicazione della storia: o il tizio in questione se la va letteralmente a cercare (e allora vien da sé che se lo merita), oppure il tizio è semplicemente un povero sfigato che, meramente per caso, si ritrova ad aver a che fare con orribili avversità ( al che, un pensiero spontaneo subito emerge: “ma perché, poveraccio, proprio a lui?”)
E’ il caso di Kevin, quindicenne con la testa a posto, che, come regalo di compleanno, si ritrova tra le mani una macchina “stregata” molto pericolosa.
Rientra invece nella prima categoria Pop Merrill; avido strozzino e furbo come una faina, Pop decide di tenersi la macchina per avidità, sperando di venderla a qualche stralunato appassionato di esoterismo, ma sfortunatamente per lui nessuno sembra interessato.
Pop è persino consapevole del pericolo della macchina ma non gli importa. L’unica cosa che conta sono i soldi. È abbastanza scontato che da agente diventi agito, succube della malia della macchina che ormai è sempre più potente.

Di nuovo, poi, come in Il Poliziotto della Biblioteca, notiamo come i sogni siano la chiave ricorrente di King per permettere al protagonista di trovare la soluzione al suo problema; è proprio grazie ai suoi incubi se Kevin riesce a capire come fermare il fotocane.
D’altronde, la notte porta consiglio, no?

Conclusioni

Dopo ben tre lunghi (e quando dico lunghi, intendo lunghi) racconti, devo ammettere che ho fatto fatica a leggere quest’ultima storia; non perché non fosse meritevole come le altre, ma forse arrivare a quota quattro, tutto di seguito, è stato troppo per me. Devo ammettere comunque che è stato il racconto che mi ha coinvolto di meno.
I migliori restano senz’altro I langolieri e Finestra segreta, giardino segreto.

Voto: ★★★

Il ciclo di Halloween dei “brividi del venerdì” finisce qui ( alleluia!). Mi raccomando, divertitevi stanotte, recitate ‘trick or treat’, ma non fate troppo tardi: dopo la mezzanotte possono accadere fatti strani e misteriosi!
Buonanotte e sogni…da paura! 😉

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte _ Il Poliziotto della Biblioteca _ Ciclo di Halloween

Per un lettore credo non esista posto più bello di una biblioteca. Un luogo sicuro, calmo, silenzioso, dove fantasia e realtà diventano magicamente un tutt’uno. Ma cosa succede se la biblioteca in questione si rivela un luogo oscuro, tetro, abitato da spaventosi spettri del passato che dimorano in silenzio, in attesa di cibarsi delle tue paure?

Il Poliziotto della Biblioteca

Su consiglio della bella segretaria Naomi, Sam si reca alla biblioteca pubblica di Junction City alla ricerca di un libro che lo aiuti nel redigere il discorso che dovrà tenere presso il noto circolo del Rotary Club la sera stessa. Sam non va spesso in biblioteca, anzi mai, ma quella in particolare istintivamente non gli piace: l’atmosfera fredda e austera, gli alti soffitti scuri e il silenzio mortale che vi regna, lasciano dentro di lui una sensazione di gelido timore; ad aumentare il suo disagio sono i manifesti terrificanti appesi nella sezione dei ragazzi. Uno in particolare evoca in lui un senso di atavico terrore: il manifesto che avverte di riportare i libri in tempo se non si vuole avere a che fare con la polizia bibliotecaria. Però, che idiozia! Non esiste una polizia bibliotecaria! Eppure, quell’uomo minaccioso ritratto nel manifesto è capace di inquietare Sam fin nel midollo.
La conoscenza con Ardelia Lorz, la bibliotecaria, non migliora certo le sue prime impressioni: una vecchia signora che sorride con le labbra, ma dallo sguardo di ghiaccio, faziosamente gentile e compita che non accetta di essere contraddetta. Una vecchia arpia, insomma.

Il discorso di Sam è un successo clamoroso e nei giorni successivi il pensiero dei libri e della biblioteca è ben lontano da lui, preso com’è dal suo lavoro e i suoi impegni. Ma il messaggio di Ardelia Lorz nella segreteria telefonica di Sam gli ricorda che il termine è scaduto, e il poliziotto della biblioteca non tarda a presentarsi a casa sua. Alto come un colosso, bianco come un cadavere, lo sguardo truce e una cicatrice sotto l’occhio, il poliziotto del manifesto è adesso in carne ed ossa a casa di Sam. Il suo aspetto minaccioso non inganna sulle sue intenzioni. Sam dovrà riconsegnare i libri alla biblioteca o il coltello che tiene in mano finirà presto nella sua gola.
Letteralmente terrorizzato, Sam comincia a cercare i libri ovunque ma non riesce a trovarli da nessuna parte; cerca di fare mente locale e finalmente ricorda dove li ha messi: nella scatola in cui tiene i giornali vecchi che Dave Duncan, il barbone alcolizzato della città, raccoglie e porta alla discarica ogni settimana, per racimolare qualche soldo.
I libri sono definitivamente perduti e Sam è in preda al panico all’idea di dover riaffrontare il poliziotto della biblioteca. Ma chi sono lui e Ardelia Lorz? Perché le persone a cui chiede informazioni sulla donna cominciano a urlare sgomente?
L’unico a sapere qualcosa è proprio il vecchio Dave Duncan, e solo lui e Naomi possono aiutarlo. Sam ancora non lo sa, ma presto dovrà affrontare una presenza malefica che ha a che fare con il suo passato e le sue paure più recondite.

Le tre di notte: vieni con me, figliolo…fono un poliziotto

Il Poliziotto della Biblioteca è un racconto “multistrato”, in cui due sono i principali nuclei narrativi: la storia che ruota attorno a Sam e quella che si incentra su Dave.
Due episodi evidentemente diversi che si intersecano goffamente tra loro: da una parte Sam e il suo Poliziotto della Biblioteca, dall’altra Dave e la malefica Ardelia.
King utilizza lo stratagemma della ‘storia nella storia’ per convogliare le due vicende in un unico racconto, espediente a cui l’autore ricorre altre volte, ma con il quale stavolta fa cilecca.
Il risultato infatti, almeno a parer mio, è un po’ disastrato: anche accettando questo connubio generale, si percepisce una disomogeneità globale dell’opera; due storie troppo dissimili per amalgamarsi, che finiscono solamente per cozzare l’una contro l’altra.

Schematizzando il racconto viene fuori una struttura di questo genere:
Sam si reca in biblioteca- Sam conosce Ardelia Lorz- Il manifesto del poliziotto della biblioteca fa riaffiorare paure infantili di Sam- Sam perde i libri- Dave è il responsabile- Il poliziotto della biblioteca fa visita a Sam -Sam si reca da Dave- Dave racconta di Ardelia e la sua storia- Sam ricorda l’uomo-talpa, il suo poliziotto della biblioteca- Dave, Sam e Naomi vanno alla biblioteca per combattere Ardelia.- Ardelia vuole Sam – Sam sconfigge il suo poliziotto della biblioteca e Ardelia.

Insomma, le sequenze narrative hanno un che di forzato, prive di un legante concreto _ vi basti pensare al fatto che l’unico trait d’union delle due vicende è la semplice conoscenza tra Sam e Dave _.

Il poliziotto personale di Sam è l’uomo-talpa, un uomo che, dichiarandosi poliziotto della biblioteca, violenta il piccolo Sam, ma il poliziotto della biblioteca raffigurato sul manifesto ad opera di Dave è completamente diverso. Allora mi chiedo: come diavolo fa Sam a collegare istintivamente due figure tanto diverse? È solo la formula magica “poliziotto della biblioteca” a riaprire in lui il varco con un passato tanto doloroso e ormai rimosso? Probabilmente, ma così si spezza quel legame, quel continuum tematico/narrativo che si andava formando col poliziotto del manifesto, un personaggio che di per sé bastava a rendere interessante la storia, e che invece finisce per essere solamente un figurante.

Il trauma infantile di Sam non ha niente a che fare con Ardelia Lorz: è questo che spezza la storia in due. E King si è sforzato di riunire i cocci.
I libri, poi, non sono altro che un semplice pretesto di Ardelia, e dello stesso King, per dare il via a tutto ciò che segue.

Che dire poi di Ardelia Lorz? Una figura losca, oscura, che detiene un fascino morboso sia su Dave che sul lettore. L’aura malefica e misteriosa che circondano Ardelia ed il timore superstizioso legato al suo nome, la rendono un personaggio intrigante e vincente.
Ma (perché c’è sempre un ‘ma’) King decide di optare per una scelta non poco demenziale; se Ardelia fosse stata una strega, un vampiro, un demone, quello che vi pare, sarebbe stata perfetta,
ma renderla una sorta di mostro alieno ha un che di trash spaventoso. Un alieno/insetto molliccio/ mutaforme? maddai! E’ una caduta di stile mostruosa!

Certo è che il bello di King è anche questo: fregarsene altamente di tutto e di tutti e spiazzare il lettore anche con trovate a dir poco kitsch.

Conclusioni

Il Poliziotto della Biblioteca parte non bene, ma benissimo. Poteva arrivare ad essere una storia veramente bella, ma, ahimè, King cade di tono (vabbè dai, ti perdono).
Di nuovo, come in Finestra segreta, giardino segreto, vi è quell’angoscia che attanaglia il lettore nel compartecipare allo stato emotivo ansiogeno che pervade il protagonista, impossibilitato nella sua corsa contro il tempo, alla ricerca di quei libri maledetti che possono costargli la vita (oltre che la sanità mentale).
Quindi, ordunque, lo consiglio? Nì. Non è un racconto imperdibile, ma nemmeno così pessimo; se siete fan/groupie/collezionisti dell’autore, viene da sé il monito/dovere interiore di leggerlo.
Comunque, in ultimo ma non ultimo, un doveroso accorgimento: la scena della violenza sul piccolo Sammy è descritta in modo orribilmente vivido e impietoso, indi astenersi se gentili d’animo e troppo sensibili.

Voto: ★★★

Bye.