I classici della domenica: Il ritratto di Dorian Gray

Difficile dire qualcosa che non risulti scontato su uno dei capolavori della letteratura mondiale quale Il ritratto di Dorian Gray, scritto nel 1890 da Oscar Wilde.
Non mi perderò nel riassumere la trama che, bene o male, tutti conoscono e che può essere trovata ovunque; farò un’analisi per lo più soggettiva, tratta dalle mie sensazioni, tanto più che di sensi si parla per tutto il romanzo.

Dorian Gray è un personaggio complesso, incerto, e ciò è dovuto alla sua evoluzione nell’arco della storia; da giovane innocente e puro _viziato e vanitoso, certo, ma pur sempre incorrotto_ , a dandy sfrenato, a tratti fieramente malvagio, in altri titubante e compassionevole.
Una marionetta vuota che si lascia riempire e indottrinare dai sofismi finemente infiocchettati di Lord Henry Wotton, uomo privo di remore e votato ad un unico ideale: la bellezza.
Come se l’accorato discorso di quest’ultimo sulla gioventù fosse una formula magica, alla vista del ritratto di Basil, Dorian si rende conto pienamente e realmente della sua straordinaria bellezza; come in una sorta di epifania joyciana, alla vista della sua immagine, Dorian comprende l’importanza del suo aspetto e della sua giovane età, invocando quel fatale sortilegio che segnerà irrevocabilmente la sua vita.

Dominato da una volontà influenzabile, sarà poi il libro di Huysmans, À rebours, a plasmarlo definitivamente: Dorian Gray resta affascinato dalla vita di Des Esseintes e ne imita la ricerca dei sensi e dello stile; curioso, però, come il finale del romanzo di Huysmans non funga da monito per l’eterno adone.

Con l’atto di relegare il dipinto maledetto lontano dalla sua vista, Dorian ha scelto definitivamente la sua strada, quella di una vita vuota, votata esclusivamente al piacere, in tutte le sue forme, che si tramuta spesso in comportamenti trasgressivi ed immorali. Dorian sembra non avere coscienza, sebbene in alcuni barlumi di lucidità, si renda conto della sua natura insensibile e ne provi pietà.
La sua fine rispecchia il suo animo vile e ormai corrotto: volendo cambiare vita, egli comunque si rifiuta di confessare pubblicamente le sue colpe, unico vero modo per espiare i suoi peccati, preferendo distruggere il quadro piuttosto che vederlo ritornare al suo originale splendore; tutto questo perché la sua volontà di cambiamento è puramente fittizia. Il problema è che l’uomo non tiene in conto che distruggendo il dipinto, distrugge al contempo la sua stessa anima e, non potendo il corpo vivere senza di essa, provoca la sua stessa morte.

La vera maledizione per Dorian non è tanto la sua eterna giovinezza, quanto il poter vedere gli effetti della sua condotta sulla sua anima; anche lord Wotton, responsabile della corruzione del giovane, conduce la stessa vita di Dorian, eppure il suo destino non viene macchiato dai suoi peccati, e anzi, se si vuole lord Wotton è perfino peggiore di Dorian, dato che quest’ultimo, almeno qualche volta conosce i rimorsi della coscienza, al contrario del suo amico, completamente amorale.
Forse Wilde condanna il giovane, non per il suo comportamento in sé, ma per la mancanza dei segni che questo dovrebbe tracciare sul suo volto; per tutto il romanzo infatti si gioca su quella convinzione tipicamente rinascimentale della corrispondenza esistente tra lo spirito e il corpo, per cui le persone fisicamente belle sono persone morali, pure, mentre quelle brutte sono immorali, malvagie.

Se Controcorrente del già citato Huysmans viene considerato la Bibbia del decadentismo, Il ritratto di Dorian Gray rappresenta la Bibbia dell’estetismo; interamente imperniato sulla filosofia edonista, alla quale l’estetismo si riconduce, il finale si espleta in quella massima di Théophile Gautier ( il cui concetto può essere precedentemente ritrovato in Poe, per dirne uno ) che ne è il caposaldo della dottrina: art for art’s sake, l’arte per l’arte.
Il tragico epilogo de Il ritratto di Dorian Gray non ha niente a che fare con l’eventuale insegnamento morale che se ne potrebbe trarre, in quanto come afferma lo stesso Wilde nell’introduzione al romanzo:

Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene, o male. Questo è tutto.”

Il ripristinarsi del primigenio aspetto della tela rappresenta la totale vittoria dell’arte sulla vita dell’uomo; mentre Dorian Gray muore, il suo aspetto tramutato orrendamente, il dipinto trionfa, magnifico, eterno e indistruttibile.

Conclusioni
Wilde rielabora in chiave moderna il mito del Faust, il tema del doppio e il topos dell’eterna giovinezza regalandoci una trama estremamente affascinante, ma lo stile esageratamente ricercato nella forma e, soprattutto, nei dialoghi, impregnati di aforismi, paradossi ed un’onnipresente retorica epicurea, rendono la lettura a tratti pesante; i riferimenti letterari e intellettuali da parte di Wilde sono numerosi e quasi mai ne cita la fonte.
Come scrisse l’autore irlandese:

” Ho appena terminato il mio primo racconto lungo, e sono esausto. Temo che sia come la mia vita – tutta conversazione e niente azione. Non sono capace di descrivere le azioni: i miei personaggi stanno seduti in poltrona, e conversano.”

Esatto. Nell’ultima parte del romanzo la storia prende più vita, troviamo un Dorian Gray sempre più sconfitto e stanco, in cui si percepisce l’imminente apice della vicenda, recuperando un po’ di quella scioltezza narrativa che scarseggia per buona parte del libro.
Comunque sia, Il ritratto di Dorian Gray è una lettura imprescindibile e doverosa.

Voto: ★★★½

” Basil Hallward è quello che credo di essere, Henry Wotton è come il mondo mi dipinge e Dorian Gray è quello che mi piacerebbe essere.” Oscar Wilde in una lettera a Ralph Payne.
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I classici della domenica: Morrison’s Hotel, Dublino

Morrison’s Hotel, Dublino è il titolo della raccolta di racconti scritti da George Moore proposti in questa edizione della Tranchida, e del racconto omonimo, probabilmente il più famoso dell’autore, anche noto col titolo di Albert Nobbs.
Il volume raccoglie cinque racconti tratti dalle due raccolte originali: Celibate Lives e The Untilled Field.

Morrison’s Hotel, Dublino/Albert Nobbs

Albert Nobbs è il migliore cameriere del Morrison Hotel di Dublino; efficiente ed alacre lavoratore, Albert è una figura impenetrabile, sulla quale aleggia un alone di mistero all’interno dell’albergo: durante i suoi dieci anni di servizio, infatti, l’uomo non ha mai stretto amicizie importanti né si è mai interessato ad alcuna donna. Per Albert Nobbs esiste solo il lavoro.
Poi però qualcosa cambia.
Una sera in cui le camere sono al completo, il riservato cameriere si ritrova costretto ad ospitare nel suo letto Hubert Page, un cliente stagionale dell’hotel. Pur refrattario, dopo aver snocciolato inspiegabili scuse, Albert cede alle insistenze della padrona ed accetta di dividere il suo letto con l’uomo. Durante la notte, credendo di non essere visto, Albert si spoglia, provocando un sincero sconcerto nel suo ospite, risvegliatosi in tempo per assistere alla mutazione di Albert Nobbs. La donna di fronte ad Hubert lo scongiura di non rivelare il suo segreto alla padrona e comincia a raccontargli la sua storia: rimasta orfana, con poche speranze di farcela, Albert ha deciso di rinunciare alla sua femminilità per indossare panni maschili ed affrontare il mondo nella maniera più sicura: come un uomo. Non più donna, ma neanche uomo, Albert conduce un’esistenza estremamente solitaria, lo scotto da pagare per una vita indipendente.
Commosso dalla storia di Albert, Hubert decide di svelarle a sua volta il suo segreto: anche lui in realtà è una donna; Hubert racconta ad Albert di come sia scappata da un matrimonio di abusi, abbia intrapreso la sua carriera di uomo ed infine si sia sposata con Kitty, con la quale convive. Albert vorrebbe più risposte alle sue domande, ma i due finiscono per addormentarsi, ed il giorno dopo Hubert è sparito.
La rivelazione di Hubert Page comincia ad assillare Albert; non solo anche Hubert è una donna, ma si è anche sposata. Il matrimonio per Albert significherebbe un’esistenza di comprensione ed amicizia alla quale per tanti anni ha dovuto rinunciare. Da semplice fantasia il matrimonio diventa il sogno di Albert che viene preso dalla smania di accumulare sempre più denaro in vista del matrimonio. A provocare un certo sbalordimento tra i dipendenti del Morrison Hotel è l’improvviso interesse di Albert per Helen, nuova lavapiatti dell’albergo; Albert ha deciso che sarà lei sua moglie e comincia a corteggiarla, portandola a fare lunghe passeggiate e comprandole regali. Ma Albert Nobbs non è come gli altri uomini e ciò è evidente ad Helen. Albert vorrebbe dirle la verità, ma non riesce a trovare il coraggio necessario per la sua scottante confessione, ed Helen, ormai persuasa che in Albert ci sia qualcosa di strano, decide di troncare le loro uscite.
Albert non si riprenderà più.

Glenn Close in una scena dell’omonimo film ispirato ad Albert Nobbs.

Folletti e trifogli senza speranza

Un racconto che potrebbe passare per una semplice storia di travestitismo è in realtà un’inusuale sguardo sulle difficoltà delle donne nell’Irlanda del XIX secolo; la scelta di Albert di farsi passare per uomo non ha niente a che vedere con la sfera sessuale: essere un uomo, in una società governata da uomini, rappresenta quell’emancipazione di fatto negata alle donne. È una pretesa di libertà quella che Albert Nobbs compie, sia economica (gli uomini guadagnavano più delle donne) che sociale.
Ma anche la libertà ha il suo prezzo da pagare, e quello di Albert è la rinuncia alla compagnia, alla vita familiare, alla vita in generale.
Così, quando Hubert Page mostra ad Albert che esiste un’alternativa alla sua condizione di ermafrodita coatto, il bisogno di amicizia e la speranza di una possibilità di armonia con un altro essere vivente, prorompono in tutta la loro potenza nella mente di Albert.

Nell’incapacità di Albert di svelare il suo segreto ad Helen riecheggia quella che sarà una delle tematiche principali di Joyce, la paralisi: quell’impossibilità che caratterizza il popolo irlandese, chiuso nella sua disperazione e solitudine, descritto dai suoi autori.
Only the Brave.
E come in Gente di Dublino, il finale non può che essere la sconfitta: Albert passerà il resto della sua vita disillusa, mentre Hubert, alla morte della moglie, deciderà di tornare, nella sua identità di donna, da quel marito dal quale era fuggita.

Parallelamente alla solitudine dei personaggi, nei sui racconti Moore analizza quel rapporto di amore/odio peculiare alla sua gente; all’amore per la patria si affianca la povertà economica e morale di un Paese dal quale non resta altro che fuggire, magari verso l’America, terra di promesse. Ma anche allora, nonostante la ricchezza, nonostante la libertà, la nostalgia per il paese natio assale inevitabilmente colui che è fuggito, rendendolo così perennemente in conflitto, apolide senza identità, straniero nella sua stessa terra.

Conclusioni

L’Irlanda descritta da George Moore ripresenta quegli aspetti comuni nei racconti di James Joyce, dove la solitudine, la miseria, l’isolamento e la sconfitta personale sono all’ordine del giorno, ma mentre Joyce, il cui stile è infinitamente superiore, si concentrerà sulla vita cittadina, Moore è tendenzialmente orientato a quella campestre.
Se con Joyce scopriamo le taverne piene di avventori, i vicoli sporchi e le case di mattoni rossi di Dublino, con Moore ci ritroviamo sperduti nelle stradine sterrate, nelle fattorie solitarie e scollegate, nei campi e nei verdi pascoli della campagna irlandese.

George Moore ritratto da Manet (1879)

Nonostante le premesse siano buone, lo stile dell’autore è troppo prosaico, poco scorrevole, poco accattivante. In definitiva, lo consiglierei più che altro ad uno studioso o un appassionato di letteratura irlandese, altrimenti passate tranquillamente oltre, passate a Joyce.

Voto: ★★½

I classici della domenica: Oblòmov

«A quanto pare sei troppo pigro anche per vivere?»

Nel 1849 appare su un supplemento letterario russo Il sogno di Oblòmov, nucleo dal quale trarrà origine il romanzo più famoso di Ivàn Aleksàndrovič Gončaròv: Oblòmov.
Ben dieci anni sono serviti all’autore per la stesura di uno dei grandi classici della letteratura russa, e ciò che ne è uscito è un romanzo raffinato, sagace, dai forti risvolti filosofici e sociali.

La struttura del romanzo è suddivisa in quattro parti, ognuna corrispondente ad un determinata sequenza narrativa; così troviamo una lunga situazione iniziale, in cui ci viene presentato Oblòmov, la sua vita, i suoi pensieri, la sua infanzia; la rottura dell’equilibrio sonnolento di Oblòmov con l’arrivo dell’amico Stolz e l’inizio della relazione amorosa con Ol’ga; l’evoluzione della vicenda, il tentennamento nella storia d’amore con Ol’ga; infine lo scioglimento finale, la resa di Oblòmov, la sconfitta.

Oblòmov

Star disteso per Il’jà Il’ič non era né una necessità, come per un malato o per uno che ha sonno, né un caso, come per chi è stanco, né un piacere, come per il pigro: era la sua condizione naturale.

O ancora meglio: star disteso per Il’jà Il’ič era tutte queste cose insieme, aggiungo io.
Appartenente dell’aristocrazia russa, discendente diretto dell’antica famiglia degli Oblòmov, e proprietario terriero della tenuta e dei possedimenti legati al suo nome, il nobile e annoiato trentenne Il’jà Il’ič Oblòmov, trascorre pigramente le sue giornate nell’ozio e nella nullafacenza totale.
A distrarlo dalla sua noia sono i numerosi conoscenti che passano a trovare Oblòmov, riferendogli tutte quelle novità che gli rimarrebbero altrimenti estranee: perché Il’jà Il’ič non esce mai dal suo appartamento. Perennemente avvolto nella sua amata vestaglia, disteso sul letto o sdraiato sul divano, Oblòmov si crogiola nella sua pigrizia, ritirato dalla vita e dal mondo; per la maggior parte del tempo dorme, o fantastica. Nulla sembra risvegliare in lui un interesse tale da poterlo smuovere, da poterlo scrollare dalla sua incapacità attiva a vivere.

Con l’età gli era tornata una certa timidezza infantile, si aspettava pericoli e mali da tutto ciò che non si trovava nell’ambito della sua vita quotidiana: conseguenza della scarsa abitudine ai vari fenomeni esterni.
[…] Non era abituato al movimento, alla vita, alla folla e all’agitazione.

Disabituato all’azione, qualsiasi avvenimento estrinseco alla sua quieta monotonia è fonte di una tormentosa angoscia, che resta tuttavia un’angoscia vana, priva di ingegno e reattività; così, quando riceve dallo stàrosta incaricato di amministrare i suoi beni una lettera con un resoconto poco roseo, Oblòmov si dispera, ma non ci pensa minimamente a partire ( Come, partire? Così su due piedi? ) per andare a verificare di persona le parole dell’amministratore, non poi così affidabile, ma si limita a lamentarsi, a chiedere consiglio ad altri.
Allo stesso modo, quando il servitore Zachàr gli ricorda che di lì a una settimana dovranno traslocare per via dello sfratto, Oblòmov non si anima nella ricerca di un altro appartamento, ma anzi si indispettisce col servo perché gli ricorda qualcosa di sgradevole; come uno struzzo nasconde la testa sotto la sabbia, e quando finalmente si decide a scrivere una lettera al padrone di casa, nella speranza di convincerlo a farlo restare, ecco che allora manca la carta per scrivere, l’inchiostro nel calamaio si è seccato, i ‘che’ e gli ‘in cui’ si ripetono, si scontrano disarmonicamente, è ora di pranzo, è meglio rimandare, c’è ancora tempo, scriverà domani.
L’arte della procrastinazione, signori miei.

«Forse che io mi arrabatto, forse che lavoro? […] Io non mi sono mai infilato le calze da quando sono nato, grazie a Dio!»

Il lavoro è impensabile per Oblòmov; mantenuto dalla rendita della proprietà, Oblòmov non solo disdegna l’attività lavorativa, ritenendosi in qualche modo superiore a chi si “arrabatta”, ma non ne comprende neanche la necessità, non coglie l’utilità di un’attività ai suoi occhi futile e dispendiosa di energie.
Sebbene in gioventù abbia lavorato per un breve periodo _ più per pro forma che per necessità _, Oblòmov non ha mai compreso la responsabilità del lavoro, considerandolo per lo più un’infelice forma d’intrattenimento, un passatempo.

La vita ai suoi occhi si divideva in due metà: una era fatta di lavoro e noia, che per lui erano sinonimi; l’altra di riposo e serena allegria. […]
Credeva […] che il recarsi in ufficio non fosse affatto un’abitudine obbligatoria, a cui attenersi ogni giorno, e che il fango, il caldo o semplicemente il non averne voglia fossero sempre pretesti sufficienti e legittimi per non andare a lavorare.
E come fu amareggiato quando vide che doveva esserci almeno un terremoto, perché un impiegato sano non andasse a lavorare, e i terremoti, neanche a farlo apposta, a Pietroburgo non capitano mai; […] per giunta pretendevano tutto subito, tutti si affrettavano chissà dove, non si fermavano mai; non facevano in tempo a consegnare una pratica, che già ne afferravano freneticamente un’altra, come se fosse la cosa più importante del mondo, ma una volta terminata quella la dimenticavano e si gettavano su una terza…e così via all’infinito!

Niente, quindi, sembra essere capace di smuovere Oblòmov, eccetto il suo amico Stolz; cresciuti insieme e legati da anni di profonda e sincera amicizia, Stolz è il contrario di Olòmov, è la parte attiva del duo, un uomo dominato da quell’energia vitale che manca completamente all’amico.
Eros e Thanatos.
Così, quando Stolz torna da uno dei suoi numerosi viaggi e trova l’amico nel solito stato di apatia e decadenza, prende in mano la situazione, lanciando ad Oblòmov un ultimatum: ora o mai più.

Oblomovismo

Che cosa doveva fare adesso? Andare avanti o restare? […]
Andare avanti significava togliersi di colpo l’ampia vestaglia non solo dalle spalle, ma anche dall’anima, dalla mente; insieme alla polvere e alle ragnatele alle pareti spazzar via la ragnatela dagli occhi e cominciare a vedere! […]
Restare significa indossare la camicia alla rovescia, sentire il tonfo dei piedi di Zachàr che salta giù dalla stufa, pranzare con Tarànt’ev, pensare il meno possibile, non finir di leggere il Viaggio in Africa, invecchiare pacificamente in casa della comare di Tarànt’ev…
«Ora o mai più! Essere o non essere!»

Le parole dette dall’amico, ‘ora o mai più’, aut aut, scatenano in Oblòmov quello che lui stesso definisce dilemma oblomoviano, un’evoluzione dell’antico dilemma che afflisse Amleto, ma più atroce, più soffocante; essere o non essere, vivere o morire, perde la sua tragicità se confrontato al dubbio esistenziale di vivere o non vivere, vivere o lasciarsi morire dentro.
La morte è temibile, il non vivere è terribile.

Ma da cosa deriva quest’incapacità alla vita? Cosa può spingere un uomo intelligente e sensibile a tramutarsi in un uomo inutile e spento?

Iljùša restava tristemente in casa, iperprotetto come un fiore esotico in serra, e come il fiore tenuto sotto vetro cresceva lentamente e stentatamente. Le energie che cercavano di manifestarsi si ripiegavano all’interno e sfiorivano, avvizzendo.

Il piccolo Il’jà Il’ič è un bambino attivo e vivace, e come tutti gli altri bambini vorrebbe scorrazzare libero per i campi, sporcarsi nel fango, rotolarsi sul prato, ma tutto ciò non è possibile per il giovane rampollo degli Oblòmov. Il’jà Il’ič nasce nella tenuta di Oblòmovka attorniato dalle cure della balia, della madre e dei numerosi servitori al loro servizio; la madre di Oblòmov è apprensiva, iperprotettiva, timorosa e allarmista: ogni slancio vitale del figlio viene severamente represso, mettendo a sua disposizione schiere di domestici pronti a soddisfare ogni sua più piccola esigenza. È dunque naturale che Oblòmov, crescendo, disprezzi il lavoro, in quanto fin da piccolo ha assistito ad un modello comportamentale degno di Oblòmovka: i genitori vivono nell’ozio, nell’indolenza, nell’inattività totale, perché a far tutto sono gli altri, i servi.
Oblòmov non comprende l’impegno nel lavoro perché i genitori l’hanno educato in questo modo: quando doveva recarsi dall’istitutore erano gli stessi genitori a trovare scuse per non farlo andare, sminuendo così l’importanza dei propri doveri e non instillando nel bambino il senso alla responsabilità.

Restò soprappensiero e macchinalmente cominciò a scarabocchiare sol dito sulla polvere, poi guardò quel che aveva scritto: Oblomovismo.

Come scrive giustamente Nikolàj Dobroljùbov nel suo saggio Che cos’è l’oblomovismo?(1859) “L’essenziale qui non è Oblòmov, ma l’oblomovismo.”: è la condizione di apatico immobilismo, di oziosa staticità che permea Oblòmovka e coloro che vi abitano; è lo stile di vita inteso come componente intrinseca, come modo di interpretare se stessi all’interno della realtà in cui viviamo.
La colpa, se di colpa vogliamo parlare, non è di Oblòmov, ma dell’educazione ricevuta nell’infanzia, che a sua volta dipende dall’oblomovismo, una condizione innaturalmente naturale.

L’incapacità di Oblòmov di andare avanti deriva quindi da Oblòmovka, dall’oblomovismo: tutto è iniziato a Oblòmovka e tutto deve finire lì; Oblòmov non riesce ad andare oltre il mito di Oblòmovka, è rimasto con la mente alla vita spensierata della sua infanzia e sempre lì essa torna e si trastulla. Se la vita dell’uomo tende in linea retta, quella di Oblòmov si attorciglia su se stessa, percorrendo al contrario un cerchio.
Il sogno di Oblòmov è un’utopia bucolica, inquinata dal modello parentale vissuto.
Così durante le lunghe ore passate sul divano, Oblòmov fantastica continuamente sulla sua vita futura nella tenuta di famiglia, con una dovizia di dettagli minuziosa e articolata.
Tra sogno e realtà, Oblòmov ha degli sprazzi di lucidità in cui si rende conto di aver sprecato la sua intera esistenza in virtù di un ideale incerto, ma al quale si aggrappa disperatamente, perché non gli resta altro.

Sognatore, emulatore, Oblòmov è anche un esistenzialista.

“La mia vita è cominciata spegnendosi” dice Oblòmov, ed è la verità.

Sono tutti cadaveri, uomini addormentati, peggio di me, questi frequentatori del mondo e della società! […]
Ecco, non stanno sdraiati, ma corrono ogni giorno avanti e indietro come mosche, e a che pro? […]
Un vano, quotidiano rimescolamento dei giorni!

Tutto è vano. A che pro lavorare, fare, agire, vivere, se poi moriamo? Un’incessante lotta alla quale Oblòmov si arrende; l’assurdità dell’esistenza, la sua precarietà: l’esistenzialismo.

L’uomo superfluo

Quello di Gončaròv non è semplicemente il ritratto di un singolo individuo sconfitto, ma un ritratto sociale di quell’aristocrazia ottocentesca fatalmente corrotta dai suoi stessi privilegi.
“L’uomo superfluo” è una figura tipica della letteratura russa; il “tipo umano” descritto da Gončaròv lo ritroviamo nei personaggi di Puškin, Lérmontov, Gògol’, Turgénev:

« Sì, sono un caffettano floscio, decrepito, frusto, e non per il clima, non per le fatiche, ma perché per dodici anni in me è stata rinchiusa una luce che cercava una via d’uscita, ma bruciava soltanto la sua prigione, non ha saputo liberarsi e si è spenta. E così, mio caro Andréj, sono passati dodici anni: non ho più avuto voglia di svegliarmi.» (Oblòmov)

La consapevolezza che sarebbe potuto uscire qualcosa di grande, ma così non è stato, non esce niente.
Qual è dunque la novità in questo romanzo, quale la sua grandezza? L’oblomovismo.
Il merito di Gončaròv è quello di aver dato un nome al sintomo che caratterizza tutti questi personaggi russi, ma che allo stesso tempo conserva un carattere universale, al di là dello spazio e del tempo, col quale è difficile non immedesimarsi.

Conclusioni

La figura di Oblòmov è complessa, così come complessi e contrastanti sono i sentimenti che scaturiscono nel lettore: da una parte, il disprezzo, quasi il fastidio, per un uomo che, nonostante non difetti d’intelligenza, si riduce a vegetale, privo di qualsivoglia interesse o stimolo, trova appigli vani per procrastinare, rimandare qualsiasi cosa; dall’altra, la pietà, nel constatare l’effettiva incapacità di Oblòmov, volente o nolente, a prendere parte attiva alla vita, e l’affetto, nel verificare la bontà, la semplicità e la dolcezza del protagonista.
È un personaggio tragicomico, a tratti esilarante, come quando bisticcia con Zachàr (altro personaggio sul quale mi sarei voluta soffermare, ma che vi risparmio), a tratti infinitamente commovente.
Ho pianto lacrime amare alla fine del libro (cosa per me assai difficile).

Detto questo, non è un romanzo banale, semplice, per tutti: bisogna avere la pazienza di sorbirsi la prima parte, estremamente prolissa, a tratti noiosa, e soprattutto bisogna avere quell’accortezza, quella sensibilità necessaria per apprezzare un protagonista ed un romanzo fuori dal comune.

Voto: ★★★★★

"Un letterato grasso, dal viso apatico e dagli occhi pensosi, come assonnati."  Così si descrive Gončaròv, in una fugace apparizione del romanzo.
“Un letterato grasso, dal viso apatico e dagli occhi pensosi, come assonnati.”
Così si descrive Gončaròv, in una fugace apparizione nel romanzo.

 

 

 

 

I classici della domenica: Bartleby lo scrivano

Il mio primo incontro con Herman Melville si è concluso. Non avevo mai letto niente di questo autore ed ignoravo completamente in cosa mi sarei imbattuta. Per mia fortuna ho cominciato la scoperta dello scrittore con dei racconti e non con un intero romanzo. Perché dico così? Beh, perché Melville non è assolutamente una lettura semplice, almeno per me.
Posso capire perché lo scrittore americano finì nel dimenticatoio all’epoca delle sue opere: i tempi non erano maturi. Gli scritti di Melville sono oscuri, astrusi, sibillini; lo stile e le tematiche precorrono i tempi: Herman Melville è il pioniere dell’ermetismo e della letteratura dell’assurdo.
È abbastanza chiaro, quindi, come una narrativa del genere non possa essere stata apprezzata dai contemporanei dell’autore, quando il genere letterario in vigore era per lo più il romanzo naturalista.
Ciò nonostante, l’opera di Melville è sopravvissuta e giunta sino a noi; un’opera ostica ed enigmatica, ma permeata di una potenza simbolica indiscutibile.

Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street

La storia di Bartleby ci viene raccontata dal suo datore di lavoro, titolare di uno studio legale nella sempre più emergente Wall Street. Alle prese con un lavoro sempre maggiore, il narratore decide di assumere al suo servizio un altro scrivano e fa qui, dunque, la sua comparsa Bartleby.
Bartleby è un uomo taciturno, pallido, dimesso e sobrio; nel suo cantuccio solitario, Bartleby è uno scrivano provetto, copiando incessantemente documento dopo documento. Nemmeno una pausa per il silenzioso eremita, cosa che rende il narratore colpito e perplesso. Bartleby si presenta dunque come un lavoratore alacre e instancabile, ma alle prime richieste che non riguardino esclusivamente la copiatura, come ad esempio l’uscire per svolgere commissioni, Bartleby si sottrae semplicemente con un “preferirei di no”. Il titolare resta basito dal rifiuto dello scrivano nell’eseguire i suoi compiti, ma come disarmato dal candore della risposta, finisce con il lasciar cadere la questione. Inutilmente il narratore rinnova le sue richieste, ottenendo in cambio sempre la solita risposta: preferirei di no. Assieme ad un giustificato dispetto, cresce nel magistrato il desiderio di conoscere meglio la strana figura che ha assunto nel suo ufficio; Bartleby è chiuso nel suo guscio, imperscrutabile, a dir poco emblematico. Ma chi è Bartleby? Da dove viene? Qual è la causa dei suoi perentori, quanto pacati, rifiuti?
Ad accrescere il disagio del narratore è poi l’improvvisa interruzione del lavoro di Bartleby come copista; di punto in bianco, lo scrivano pretende di non voler più scrivere, o meglio, preferirebbe non farlo più, lasciando il suo padrone nell’impotenza di fronte alla sua perentoria decisione. Bartleby passa ora le sue giornate fissando fuori della finestrella dello studio, che dà su un muro. A niente valgono le proteste, le suppliche, gli inviti accorati del legale di fronte alla caparbia ostinazione dello scrivano. Bartleby vive nel suo mondo, un mondo astratto e inaccessibile, un mondo sbarrato dalla continua presenza di quel muro fuori dalla finestra.
Il narratore, ora impietosito, ora esasperato dal comportamento del suo subalterno, decide di licenziare, sebbene a malincuore, lo strano individuo, ma inutilmente; Bartleby non intende andarsene, preferirebbe non andarsene, e non se ne va.
Non sapendo più come doversi comportare, il legale finisce con il trasferirsi in un altro palazzo, lasciando Bartleby al suo destino. A distanza di poco tempo, però, il narratore viene a conoscenza delle proteste degli inquilini del suo vecchio stabile, indispettiti dalla presenza continua e spettrale dell’ex scrivano. Bartleby finisce così col venire arrestato.
A questo punto il narratore, dispiaciuto per la fine di Bartleby, va a trovarlo in prigione per assicurarsi che stia bene; la figura di spalle, di fronte a un muro, testimonia che niente è cambiato in Bartleby. L’uomo continua il suo compito di sognatore, di figura astratta ed ascetica, di sovvertitore silenzioso, fino all’inevitabile fine.

La critica è molto dibattuta riguardo l’interpretazione del racconto; Bartleby è chiaramente una figura simbolica dai tratti evangelici: un moderno Gesù Cristo capace di vedere oltre, inaccessibile ai comuni mortali? Forse. Sicuramente è un aspetto da tenere di conto.
Ma la teoria che tendo ad accreditare di più è una sorta di critica intrinseca alla società moderna; sempre più caotica, sempre più veloce, moderna, inafferrabile, la società di Melville, di cui Wall Street ne è l’astro nascente, è una società basata sul capitale e sulle leggi burocratiche. Non più uomini, ma notai ed avvocati. Non più valori umani ma capitali, azioni, denaro.
Bartleby è il simbolo del passato che tenta di dire no al futuro incalzante. Ma un muro si oppone sempre di fronte alla sua figura; la strada è sbarrata in senso contrario, si può solo andare avanti, altrimenti si finisce con il restare a fissare solo un muro.

Ma il muro potrebbe anche indicare quell’effettiva barriera che divide il genere umano.

“Ah Bartleby! Ah, umanità!”

Un muro fra me e gli altri, una costante instabilità che finisce col minare le convinzioni altrui ( i continui ripensamenti e le crisi di coscienza del narratore, l’invasione del verbo preferire all’interno dell’ufficio, che “contamina” anche gli altri assistenti del legale).

E altri racconti americani

Gli altri racconti che compongono la raccolta non sono meno ermetici del precedente.

In Chicchirichì, ovvero il canto del nobile gallo Beneventano, un uomo appesantito dai comuni problemi materiali (problemi pecuniari), rinasce grazie al portentoso canto di un gallo, appartenente ad un pover’uomo che si rifiuta di vendere il bene più prezioso che ha: il canto del suo fedele gallo.

Ne I due templi, Melville contrappone l’ostentata purezza della Chiesa al mondo più pagano del Teatro. L’apparenza sacrale e caritatevole della Chiesa, viene smascherata dall’effimero ambiente mondano che, paradossalmente, risulta più di sostanza e genuino del primo.

Ne Il paradiso degli scapoli e il tartaro delle fanciulle assistiamo a due scenari totalmente contrapposti: il mondo spensierato e benestante degli avvocati, uomini scapoli e della buona società, a quello infinitamente più triste e freddo di una cartiera, dove donne dal colorito niveo, ripetono incessantemente il loro lavoro meccanico, paragonate a Cristo per il loro sacrificio a discapito della loro virtù.

Jimmy Rose, protagonista del racconto omonimo, è un uomo enormemente ricco e generoso che finisce col perdere tutte le sue sostanze e vivere di un’indifferente, quanto supponentemente tollerata, carità da coloro che gli erano amici ai tempi delle sue ricchezze.
Jimmy Rose è la nemesi di Bartleby, in quanto accetta suo malgrado quel compromesso che lo scrivano rifiuterà fino alla morte.

Io e il mio camino è un racconto dal tono più spensierato; narra della smodata ammirazione di un uomo per il suo camino, che combatte in tutti i modi la sua famiglia, che invece vorrebbe sbarazzarsene.

Conclusioni

Decisamente quella di Herman Melville non è una letteratura banale ed agevole; tra i riferimenti biblici ed evangelici, le critiche velate ed i numerosi simbolismi, l’opera dello scrittore americano presenta non poche difficoltà nella sua interpretazione, oltre che nella sua lettura.
Consiglio: iniziate, come me, da racconti o romanzi minori prima di imbattervi nel ben più voluminoso capolavoro che è Moby Dick. Almeno per il primo incontro. Poi fate voi.

Voto: ★★½

I classici della domenica: I Buddenbrook

I Buddenbrook, decadenza di una famiglia, scritto nel 1901, è il primo romanzo dell’allora ventiseienne Thomas Mann.
Opera dall’impronta enormemente autobiografica, I Buddenbrook racconta delle vicende e dell’irrevocabile declino della suddetta famiglia, attraverso le quattro generazioni di Johann, Jean, Thomas ed Hanno.

Il romanzo è suddiviso in undici parti, ma sono prevalentemente cinque i punti focali principali: l’apice della fortuna dei Buddenbrook, la giovinezza e il matrimonio di Tony, i successi e i fallimenti di Thomas, l’infanzia e l’adolescenza di Hanno, la definitiva disfatta della famiglia.

I.Dominus providebit
La narrazione si apre in medias res, con i membri della famiglia Buddenbrook riuniti per festeggiare l’acquisto dell’enorme casa nella Mengstraße. A capo della rinomata e fiorente ditta Buddenbrook vi è Johann B., con al suo fianco il figlio Jean: il primo è un uomo estremamente pragmatico e concreto, ma conservatore e piuttosto ottuso per tutto ciò non riguardi il commercio; il secondo, invece, sebbene sia onesto e rispetti i valori del padre, è un uomo meno deciso, più prudente, con una personalità in definitiva meno carismatica di Johann.
Le cose vanno magnificamente per i Buddenbrook: la fortuna gli arride, gli affari sono proficui ed i figli del console Jean (Thomas, Tony e Christian) crescono sani e promettenti.
Il motto inciso sul frontone di pietra della grande casa nella Mengstraße non potrebbe essere più appropriato: Dominus providebit.

Tony, Morten e i Buddenbrook
Antonie, detta Tony, Buddenbrook, è una giovane ragazza nel fiore degli anni: bionda, carina, impertinente, Tony è fiera di far parte di una delle famiglie più ricche e prestigiose della città; spalle indietro, petto avanti e naso all’insù, la piccola Tony si sente una regina, tronfia e vanesia, dall’alto della sua posizione sociale. Presa com’è dal suo mondo dorato, è per lei un fulmine a ciel sereno la proposta di matrimonio dell’orripilante Bendix Grünlich, commerciante amburghese dai modi affettati ed untuosi. Tony è a dir poco refrattaria all’idea nonostante le avances dei genitori, che al contrario gradirebbero tale unione. Per concederle un po’ di tempo in tutta tranquillità, Tony viene mandata a Travemünde, località balneare sul baltico (dove lo stesso Mann era solito trascorrere le sue vacanze), dove viene ospitata dagli Schwarzkopf.
Tony si sente rinascere; i suoi ospiti, benché umili, sono cordiali e affettuosi, ma è soprattutto il giovane Morten Schwarzkopf a contribuire al suo benessere. Morten studia per diventare medico e durante le passeggiate assieme a Tony i due parlano di tante cose, come ad esempio gli ideali di eguaglianza che sospingono il giovane Schwarzkopf. Tra i due nasce un tenero affetto, un amore puro e semplice com’è quello della giovinezza, ma un’unione del genere non è possibile.
Dopo pianti disperati, Tony, tenendo tra le mani le carte di famiglia e rileggendo le memorie dei suoi illustri avi, prende la decisione di acconsentire a sposare Grünlich. Perché per Antonie, detta Tony, Buddenbrook, niente, neanche l’amore, vale più del prestigio della sua famiglia.

Thomas (Mann) e Schopenhauer
Thomas, primogenito dei Buddenbrook, è un ragazzo intelligente e studioso, al contrario di suo fratello Christian che invece preferisce di gran lunga divertirsi. Sarà Thomas a dover prendere il posto del padre nella ditta di famiglia, e quando ciò avviene, la famiglia Buddenbrook conosce un nuovo splendore; carismatico e capace come il nonno, onesto e coscienzioso come il padre, Thomas ha un ulteriore marcia in più dalla sua: l’ambizione. Aperto a nuove idee, affamato di avventura e di successo, Thomas percorre una strada tutta in salita grazie alle sue abilità ed alla sua giovinezza. Come un fiume in piena, Thomas Buddenbrook non si ferma mai, e travolge e si impossessa di tutto ciò che vuole: il successo di un florido commercio negli affari, la stima negli ambienti altolocati, la nomina a senatore, e la costruzione di un’imponente e lussuosa villa. Il mondo gli sorride, ma all’improvviso, proprio quando ha conquistato tutto, Thomas scivola lentamente nella disperazione. La sua sicurezza negli affari viene meno, così come l’energia della sua gioventù; la sua vita si sovraccarica di numerosi impegni, mentre nella sua mente pensieri sempre più cupi si aggrovigliano incessantemente. L’ossessione del potere, e di ciò che esso comporta, spingono Thomas ad una sfibrante depressione, e più i suoi timori ed il suo malumore aumentano, più il senatore Buddenbrook si concentra sul suo aspetto, diventando sempre più ridicolmente vanesio. Come in un rapporto matematico dalle variabili inversamente proporzionali, più il benessere interiore di Thomas diminuisce, più l’attenzione per l’esteriorità aumenta.
Ormai totalmente privo di certezze, Thomas non può contare neanche sul conforto di una fervente fede religiosa, com’era stata invece parte di Jean e sua moglie, ma un giorno, per caso, il senatore si scopre a leggere un libro di Schopenhauer, in cui le risposte appaiono chiare e serafiche: Thomas non deve sentirsi debole perché schiacciato dalla vita, la vita è ingiusta per tutti i suoi simili, e l’unica soluzione di grazia si può trovare solamente ripudiando l’effimero mondo materiale. Le rivelazioni di Schopenhauer sono di un’illuminazione profonda per Thomas, di una liberazione tale da sentirsi rinascere, ma la dura mentalità borghese sarà più forte delle verità ascetiche acquisite, e se né la religione, né la filosofia possono attenuare definitivamente le sue angosce, il senatore si risolverà nel procedere ancorato all’unico campo che gli è proprio, il mondo materiale e terreno, facendo perciò testamento.

Hanno e la musica
Justus Johann Kaspar, “Hanno”, è l’unico figlio ed erede di Gerda e Thomas Buddenbrook, colui che dovrà portare avanti il nome ed il prestigio della famiglia. Fin dalla tenera età, Hanno preoccupa non poco il senatore a causa della sua salute precaria: bambino dai lineamenti delicati e dal fisico poco robusto, il piccolo Hanno soffre spesso di svariate malattie, oltre che di pavor nocturnus (terrori notturni), legati molto probabilmente ad una sensibilità eccessiva. Hanno è tremendamente introverso, pauroso e timido, piange con facilità e non riesce a guardare negli occhi il severo padre.
Studente mediocre e dallo scarso interesse per il mondo commerciale, Hanno sfoga la sua sofferenza nella musica: fin da piccolo, infatti, l’amore della madre per la musica si impadronisce anche del bambino, unico Buddenbrook ad essere dotato di una certa sensibilità e capacità artistica.
Mentre improvvisa istintive sonate al pianoforte, Hanno cessa di esistere nel mondo reale, immergendosi totalmente in quello della musica, dal quale è trascinato quasi senza accorgersene (di nuovo, si percepisce l’influenza di Schopenhauer su Mann).
In questi incontri ravvicinati con la musica, Mann descrive un vero e proprio rapporto amoroso, dove al ritmo progressivo delle note sopraggiunge un crescente senso di estasi ed eccitazione, fino all’esplosione finale, orgasmica, del totale appagamento dei sensi, lasciando Hanno in preda ad una dolce quanto spossante sensazione di benessere. Nella sua breve esistenza, è solo durante questi incontri tête-à-tête che Hanno vive realmente.

II.Dominus providebit (?)
Con la perdita dell’ultimo erede, la ditta Buddenbrook viene definitivamente smantellata; Tony, Gerda, le cugine e l’amica di famiglia Sesemi, sono riunite un’ultima volta tutte assieme.
A parlare è un’Antonie, ex Grünlich, ex Permaneder, Buddenbrook totalmente sconfitta; a niente sono valsi i suoi sforzi per mantenere alto l’onore e la ricchezza della famiglia, tutto è precipitato rovinosamente nel nulla, le certezze non esistono più, e Tony, ormai vinta e amareggiata dalla vita, comincia a chiedersi se ci sia davvero una Provvidenza a cui rivolgersi. Per la vecchia insegnante di Tony, Sesemi Weichbrodt, la risposta è sì.

Apoteosi della decadenza

Se Controcorrente ( o A ritroso) di Huysmans è considerato la bibbia del Decadentismo, potrei ragionevolmente pensare a I Buddenbrok come all’apoteosi della decadenza.
Sebbene, ripeto, la ricostruzione della famiglia B. sia fortemente legata alla vita dell’autore, non posso fare a meno di constatare come Mann abbia voluto aggiungerci una componente distruttiva indebita, del tutto simbolica e letteraria, quasi sadica e malinconica.
Il declino della famiglia Buddenbrook è dettato da una pluralità di eventi di carattere concreto ai quali si affiancano, però, due episodi, in particolare, fortemente simbolici: la vendita della casa nella Mengstraße, emblema della ricchezza della famiglia, che viene acquistata dalla famiglia nemica per eccellenza dei B., gli Hagenström (e qui, la simbologia è palese: una sorta di passaggio del testimone, di cambio generazionale); la riga tracciata, quasi inconsciamente, dal piccolo Hanno sotto il suo nome nell’albero genealogico dei Buddenbrook. Quando il padre scopre cosa ha fatto il figlio, gli chiede adirato il perché del suo gesto.
Significativa è la risposta di Hanno:

« Credevo… credevo… che poi non ci sarebbe stato più niente… »

Questi sono gli antecedenti, i sintomi premonitori, della definitiva disfatta della famiglia Buddenbrook.

Criticamente Mann

Il romanzo è ambientato a Lubecca, città natale dell’autore e nella quale potremmo scorgere un ulteriore simbolo di decadenza, se si pensa che nel Tardo Medioevo Lubecca era una delle città commerciali più importanti d’Europa.
Le vicende dei Buddenbrook si articolano in un arco temporale che va dal 1835 fino al 1877, un periodo storico di grande importanza per la futura Germania. Nella seconda metà del XIX secolo, infatti, gli stati tedeschi sono stati testimoni e partecipi di grandi movimenti e cambiamenti socio-politici: i moti rivoluzionari del ’48, le guerre austro-prussiana e franco-prussiana (rispettivamente del ’66 e del ’70-71), e l’unificazione della Germania nel 1871.
Avvenimenti storici, quindi, di un’evidente importanza, ma che comunque non interessano la penna di Mann; così come ai membri della famiglia Buddenbrook gli eventi sopracitati non destano alcuna preoccupazione, così lo stesso autore denota uno scarso interesse, accennandone sì e no di sfuggita e senza specificazioni. Le vicende storiche vengono contestualizzate all’interno del romanzo senza una particolare partecipazione emotiva; l’unico episodio del quale Mann ci rende spettatori viene ironicamente trasformato in una pantomima ridicola, in una satira dagli incerti fini critici.
Quando infatti l’assemblea del senato viene circondata dal popolo e il console Jean Buddenbrook chiede quali siano le loro motivazioni, un giovane (suo sottoposto) afferma che essi vogliono l’eguaglianza, la repubblica. Quando il console lo informa che essi hanno già una repubblica, il ragazzo, evidentemente confuso, esclama che allora ne vogliono un’altra. E tutti si mettono a ridere, la rivolta viene sedata e tutti se ne tornano a casa.
Sebbene tale passo induca a leggere in Mann un’evidente irrisione nei confronti degli ideali oclocratici della Primavera dei popoli, ciò non basta ad identificare e convalidare un certo atteggiamento ideologico e politico di Mann; ciò che sembra interessare all’autore è più una critica generalizzata, che attacca ogni tipologia di classe sociale.
Se nella rivolta del ’48, Mann sembra criticare la plebe che, riunitasi in masse, cerca una rivendicazione sociale senza quasi neanche sapere cosa significhi, nell’arco del romanzo lo scrittore non si esenta dallo schernire e dal demolire la stessa casta alto-borghese della quale i Buddenbrook fanno parte.
Nessuno si salva perché neppure Mann sa da che parte stare; figlio del commerciante e senatore Thomas Johann Heinrich Mann, il giovane Thomas si trova in difficoltà nell’accettare i valori pratico-economici del padre, affatto inclini con la sua natura, ma, allo stesso tempo, comprende la concretezza e la necessità di tali valori, se posti a confronto dei suoi interessi artistico-letterari, che ne sono totalmente privi.
In Hanno, infatti, viene sommariamente criticata la sua incapacità nel riuscire ad adattarsi ai valori morali borghesi che dominano l’epoca, ma soprattutto la famiglia Buddenbrook. La sua ritrosia verso la vita pratica viene vista dal padre come una forma estrema di debosciata debolezza.
Al senatore Thomas Buddenbrook, al contrario, viene recriminato il suo savoir-faire, il suo dinamismo, il suo incessante anelare al potere, materiale e sociale, che spingono il senatore ad uno stress psicofisico superiore alla sua capacità di sopportazione; tutta la sua brama di praticità e correttezza, nel mondo degli affari così come nella vita sociale, fa sì che Thomas Buddenbrook si calchi continuamente una maschera sul viso, sul suo stesso animo, impedendogli così di essere una persona reale. Questa rigorosa attenzione al dovere e al mondo esteriore sono la condanna di Thomas Buddenbrook.
A differenza del nipote e del fratello, Antonie “Tony” Buddenbrook, riversa tutte le sue energie nel mantenere alto, se non far crescere ulteriormente, il prestigio sociale della famiglia. Tony rinuncia al vero amore per contribuire all’onore dei Buddenbrook, perché per lei niente è più importante di questo: il decoro della sua stimata famiglia.
A tutte queste critiche. che non vengono mai mosse esplicitamente, Mann affianca delle conseguenze/punizioni molto più concrete: l’incapacità di lottare di Hanno non può che risolversi con la resa definitiva della vita, con la morte; la smania ossessiva di Thomas Buddenbrook per il mondo materiale ed effimero porta il senatore ad una prematura dipartita; l’importanza che dà Tony al prestigio della famiglia si tramuta in un perpetuo declino verso il discredito dei Buddenbrook.
In definitiva, la colpa di questi personaggi è stata quella di rinunciare ad un’esistenza vera, vissuta senza artifizi, e pretendendo invece dalla vita qualcosa di superiore alle loro possibilità.

Conclusioni

I Buddenbrook viene considerato uno dei capolavori di Thomas Mann, assieme ad altri romanzi, per via dello studio psicologico e sociale che lo scrittore accompagna alla descrizione del crollo dei valori borghesi dell’epoca.
Personalmente, ritengo che oltre a ciò, uno dei principali punti di forza del romanzo si ricollochi nella sua struttura narrativa; infatti, sebbene Mann mantenga pur sempre una visione cronologica e continuativa della storia, non tralasciando di raccontare alcun personaggio, nell’arco del romanzo emergono prevalentemente le tre figure di Tony, Thomas e Hanno.
Mann si concentra su questi personaggi probabilmente perché i più vicini alla sua esperienza (Hanno, e in parte anche Thomas, è l’alterego dell’autore), e forse in virtù di ciò, sono i più riusciti.
Personalità forti, non senza le loro debolezze, che riescono a soppiantare l’interesse del lettore verso tutto ciò che non riguarda loro; nonostante lo scopo di Mann sia quello di ritrarre il crollo economico e morale, le aspettative e le disillusioni della famiglia Buddenbrook (e della stessa società vecchio-borghese), sono loro i veri protagonisti de I Buddenbrook.

Lo stile, caratteristico di Mann, può risultare lievemente ostico: le numerose e minuziose descrizioni e l’uso spropositato di periodi ipotattici rendono il ritmo narrativo piuttosto rallentato.
Ulteriore peculiarità dell’autore è poi la malinconia che aleggia in questo libro, così come in altri (Tonio Kröger, ad esempio, bellissimo romanzo di cui consiglio la lettura); se poniamo un bilancio tra la descrizione di un lieto evento, come una nascita o un matrimonio, e quella di un evento funebre, ebbene, il secondo avvenimento troverà molta più attenzione di spazio e particolari: come se Mann fosse ossessionato dalla morte, si percepisce il suo sostare tra le corone di fiori e i ceri accesi, come per una morbosa, seppur dolorosa, attrazione.
Penso sia chiaro che questa lettura ha ben poco di allegro, ma resta comunque un bel romanzo (del quale, tra l’altro, vi ho dovuto risparmiare da altri particolari importanti).
Consiglio: leggetelo in un momento di calma mentale, in un periodo non particolarmente caotico in cui possiate concedergli tutta la vostra attenzione. Ne vale la pena.

Voto: ★★★★★

I classici della domenica: Agnes Grey

Agnes Grey, scritto nel 1847 da Anne Brönte, sotto lo pseudonimo di Acton Bell, è il primo romanzo della minore delle sorelle Brönte. E’ tendenzialmente la meno conosciuta del trio e non senza motivo; il suo romanzo, infatti, è il meno riuscito: sebbene mantenga le caratteristiche del romanzo vittoriano del primo ‘800, è assente quell’elemento distintivo, quel certo non so che, che distingua il romanzo dagli altri dello stesso genere. E’ una storia piatta in cui manca quell’originalità che appartiene a Jane Eyre o Cime tempestose, che risultano invece molto più coinvolgenti e accattivanti, grazie anche agli elementi gotici che sicuramente giocano un ruolo importante nel fascino generale delle loro opere.

La storia di Agnes

Agnes Grey, secondogenita di un modesto pastore, cresce nel contesto protetto del nido familiare; essendo la più piccola viene spesso esonerata dai lavori domestici e, priva di contatti sociali, mantiene una natura naïve. A diciotto anni, desiderosa di mettersi alla prova, scoprire il mondo ed essere di aiuto alla famiglia, decide di intraprendere la carriera di istitutrice.
La prima famiglia in cui approda, i Bloomfield, la metterà a dura prova. Si ritrova infatti a dover combattere contro tre piccoli mostri. Tutti tremendamente viziati e anaffettivi, sono uno peggio dell’altro: Tom, il beniamino della madre, è un piccolo psicopatico che ama torturare ogni animaletto gli capiti tra le mani; Mary Ann, la secondogenita, è capricciosa e volutamente dispettosa, e Fanny, quella che in un primo momento sembrava la più dolce, si rivela non essere da meno degli altri fratelli, sputa in faccia e urla.
Inutilmente Agnes tenta di imporsi sui suoi allievi, anche perché i genitori le hanno proibito qualsiasi forma di punizione severa, e così la povera ragazza finisce anche per passare come un’incapace. La sua prima catastrofica esperienza come istitutrice dei Bloomfield dura un anno, dopo il quale viene licenziata.
Tornata dalla sua famiglia Agnes non si sente soddisfatta di questo primo approccio con il mondo e decide di riprovare; d’altronde non tutte le famiglie saranno come i Bloomfield!
Trova così lavoro presso la famiglia Murray, più altolocata della precedente, ma non meno impegnativa. Qui Agnes deve pensare principalmente all’educazione delle figlie, Rosalie e Matilda, senza però imporsi severamente, cercando di interessarle e senza affaticarle troppo, così come vuole la signora Murray.
Rosalie è una ragazza di sedici anni, molto bella e di conseguenza molto vanitosa e frivola. Tutto ciò che interessa a Rosalie è piacere, essere ammirata e corteggiata dagli uomini, ai quali spezza il cuore con boria e con un piacere crudele.
Matilda è tutto l’opposto della sorella: un maschiaccio, di tredici/quattordici anni, che impreca, si interessa alla caccia e pensa solo a cavalcare la sua giumenta.
Anche qui Agnes tenta inutilmente di educare le signorine affidatele ai precetti della carità cristiana, senza però essere mai presa in considerazione. Diventa man mano sempre più invisibile: i suoi consigli non vengono ascoltati ed è ignorata da tutti.
Avviene però un fatto che porta nuova gioia alla vita di Agnes: l’arrivo del nuovo curatore del pastore Hatfield, il quale è un uomo ben poco caritatevole, narcisista e meschino. Il signor Weston, il curatore, è invece un fervente cristiano, prodigo nell’aiutare i bisognosi, umile e gentile.
Agnes si innamora poco a poco di Weston, ma timida e insicura com’è, cerca sempre di nascondere il suo amore.
Alla morte del padre, Agnes apre una scuola assieme alla madre, lasciando quindi la famiglia Murray e Weston, che comunque deve trasferirsi altrove.
E’ tutto finito dunque? Il finale lo potete immaginare.

Due istitutrici: Agnes e Jane a confronto

Sia in Agnes Grey che in Jane Eyre figurano come protagoniste due donne, entrambe istitutrici, che mostrano però una personalità dissimile, sebbene con qualche somiglianza.
Agnes, educata in casa dalla madre, è piuttosto ingenua anche se non stupida. Jane, rimasta orfana, è stata istruita con le regole ben più severe dell’orfanotrofio.
Agnes è mite, introversa, taciturna, remissiva; non riesce a imporsi né sui propri allievi, né con i suoi datori di lavoro. Come istitutrice cerca di fare del suo meglio, ma non può che accontentarsi dei piccoli risultati che ottiene, se li ottiene.
Si reputa una persona morale e pia, ma ha comunque poca stima di sé, forse anche a causa di come viene trattata dagli altri. E’ quindi insicura e si rende lei stessa invisibile, tanto che rimane stupita se qualcuno si interessa a lei.
Jane invece, sebbene sia anch’essa introversa, non è affatto remissiva; ha un carattere coraggioso e non ha paura di dire quello che pensa. Istitutrice capace e intelligente, ha però anche lei poca autostima, almeno per quanto riguarda il suo aspetto fisico, in quanto si ritiene “bruttina”.
E’ superfluo dire che ho preferito di gran lunga Jane.

Struttura

Anche nella struttura narrativa Agnes Grey si differenzia dai romanzi delle sorelle maggiori: Cime tempestose (che strutturalmente risulta il più complicato dei tre) presenta due narratori interni, di primo e secondo grado.
Agnes Grey è scritto in prima persona; nella premessa, la narratrice spiega che l’intento del libro è quello di raccontare la propria storia perché possa tornare utile a qualcuno o divertente per qualcun altro. Agnes si rivolge spesso al lettore scusandosi continuamente nell’eventualità di risultare noiosa e salta delle parti che ritiene di scarso interesse, finendo, così, per diventare realmente noiosa.
Anche Jane Eyre è scritto in prima persona, ma la narratrice è meno invadente; non interrompe la narrazione per interagire direttamente con il lettore, né censura o si scusa per ciò che ha da dire.

Conclusioni

Sebbene Agnes Grey si legga bene e velocemente, Jane Eyre resta il mio preferito.
Troppo tenue e banale per reggere il confronto con le sorelle, il romanzo di Anne può passare inosservato senza che se ne senta molto la mancanza.
Non lo boccio del tutto, ma nemmeno lo promuovo a pieni voti.

Voto: ★★★

I classici della domenica: Le notti bianche

Le notti bianche ( il cui titolo si riferisce al chiarore crepuscolare che in Russia e in altri paesi, nelle latitudini inferiori al circolo polare, sussiste fino a tarda sera in alcuni periodi dell’anno ) è un romanzo breve, o un lungo racconto, che dir si voglia, scritto nel 1848 da un giovane Fëdor Dostoevskij che si interroga sulla dicotomia tra il reale e l’immaginario.

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Ma perché fantastichiamo?
Forse perché la fantasia spesso è meglio della realtà.
E perché la fantasia è meglio della realtà?
Beh, perché la fantasia si può controllare, la realtà no.
Ma poi, perché abbiamo bisogno del controllo?
Perché, perché…perché siamo esseri umani.

Il sogno

La fantasia è il regno del possibile, della speranza e dei desideri.
La realtà è la realtà. Nella vita reale non possiamo avere il pieno controllo della nostra esistenza. Nella realtà regna l’ignoto, la paura, il dolore. E noi, in quanto esseri umani, non siamo certo impassibili di fronte a tutto ciò.
E’ per questo che il Sognatore, protagonista del breve romanzo di Dostoevskij, non può fare a meno di fantasticare.
Il Sognatore, il cui nome ci è ignoto, passa la sua vita nella solitudine totale; incapace di instaurare rapporti reali, egli passa la sua vita vagando per le strade di Pietroburgo, creando legami immaginari con i palazzi, con i passanti, con tutti ma con nessuno.

La vita del Sognatore è una vita di sensazioni; vive di attimi, di emozioni fatue e improvvise, qualsiasi cosa stuzzica la sua fantasia che scatena moti di gioia o d’inquietudine.
Il Sognatore ha vissuto mille vite ma allo stesso tempo neanche una.
Il Sognatore si crogiola nei suoi sogni, nelle sue fantasticherie, ride e piange, vive in un altro mondo e se ne compiace: lui può avere “tutto”, gli altri possono solo accontentarsi della realtà. Ma poi qualcosa cambia.
Anche la fantasia può impoverirsi, diventare arida e banale. Manca l’eccitazione, manca l’emozione, manca l’essenza del concreto. E allora, in cosa si traduce questa vita fatta di niente? In niente, appunto. In un’intera esistenza sprecata in un mondo lontano, incorporeo, inconcludente.

Il Sognatore non è un uomo, è un essere evanescente.

La realtà

Una notte, però, la prima notte, il protagonista si imbatte in una ragazza che piange, Nasten’ka. La compassione e l’affinità che scaturisce alla vista della giovane è subitanea, ma egli è troppo timido per avvicinarsi. La ragazza, accortasi di lui, si allontana, ma poco dopo viene importunata da un uomo. E’ l’occasione del Sognatore per avvicinarsi a Nasten’ka, dopo essere intervenuto contro il vecchio molestatore. Da questo spiacevole avvenimento nasce una bella amicizia tra i due, amicizia che presto si trasformerà in qualcosa di più per il triste Sognatore.

Cosa avviene difatti a questo punto? Il Sognatore decide di uscire dalla sua nicchia immaginaria, dal suo angolino fittizio, di provare a rientrare nel mondo degli esseri umani, e di vivere, almeno per una volta in vita sua, nella realtà.
Così i due si incontreranno durante le quattro notti successive, svelandosi e rivelando a vicenda i propri tormenti.

Nel raccontarsi, il Sognatore vive una dolorosa presa di coscienza nel comprendere appieno la vacuità e lo sperpero della sua esistenza, ma è altresì grato per aver incontrato Nasten’ka, è esaltato dalla nuova esperienza del contatto umano, si sente finalmente realizzato, uomo tra gli uomini.
Ma questa riconoscenza, questa amicizia, questo affetto, diventa, senza che l’uomo se ne accorga, amore. Amore al principio taciuto e sofferto in silenzio, ma col passare dei giorni l’esigenza di rivelare questo sentimento diventa sempre più forte, finché l’ultima notte, la quarta, il Sognatore non resiste, deve esprimere a Nasten’ka ciò che prova.
Nasten’ka però ama un altro uomo. Lo aspetta da un anno ma lui ancora non si fa vivo. Che fare? Nasten’ka ama il Sognatore, in un certo senso; è buono, è gentile, prova un sincero amore per lei. E allora, presa dallo sconforto per l’abbandono dell’altro, presa alla sprovvista dalla rivelazione dell’amico, Nasten’ka cede e si convince di amare il Sognatore. La gioia dell’uomo è inesprimibile. Iniziano progetti, iniziano altre fantasie. Poi, quell’uomo amato da Nasten’ka compare e il Sognatore è sconfitto. Le sue speranze sono infrante, la sua felicità perduta. E’ mattina.

Lo confesso, il senso di pena che ho provato è stato forte. La compassione che deriva dalla sua disillusione è quasi angosciante.

Conclusioni

Ma il punto di tutto il racconto qual è insomma? Vince la ricerca del piacere o la fuga dal dolore? E’ meglio rifugiarsi nei sogni, dove niente e nessuno può nuocerci, o mettersi in gioco nella dura realtà, anche a costo di rimanere feriti? E’ preferibile un dolce niente o una spietata tangibilità?
La risposta risiede nel proprio modo di vedere le cose e nelle esperienze personali che formano il nostro carattere e la conseguente presa di posizione verso la vita; comunque, stando a quanto afferma il Sognatore…

” Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell’intera vita di un uomo?…”

Io, dal canto mio, continuo a sognare ancora un po’.

Voto: ★★★★

I classici della domenica: Il conte di Montecristo

E’ domenica. Il giorno del riposo. Riposo. A questa parola ognuno di noi associa un significato particolare. Io, per esempio, nel mio ideale di domenica oziosa, mi raffiguro bardata in un plaid caldo e lanoso (visto il periodo, sai com’è) intenta nella lettura di un bel libro. Un classico, per la precisione.
Così, ho pensato che fosse il momento giusto per propinarvi una mia analisi/recensione su un grande classico, Il conte di Montecristo (1844-45) di Alexandre Dumas (padre).
Bene, bando alle ciance allora, e buona lettura.

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Prima di iniziare, una piccola puntualizzazione: ci tengo a precisare che l’edizione della BUR e della Mondadori, tradotte da Emilio Franceschini, peccano di pesanti censure che consistono nel manipolare e riassumere interi paragrafi in poche frasi. Tenetene conto e siate più cauti di me nell’acquisto perché queste sono cose veramente vergognose.

Detto questo, Il conte di Montecristo è un capolavoro assoluto della letteratura francese di cui consiglio caldamente la lettura.

Il tema

La vendetta è il perno portante di questo romanzo. Non la classica vendetta, banale e subitanea, ma una vendetta lenta e paziente, intelligente, sapientemente architettata e micidiale. Una vendetta che si ramifica e si intreccia per varie vie, atta a colpire i vari colpevoli, le cui colpe sono tutte concatenate attorno l’ingiustizia subita da Dantès.
Ciò che rende memorabili tutte queste vendette non risiede solo nella loro componente strutturale, seppure indubbiamente magistrale, ma è la valenza simbolica che ne deriva: Caderousse “pugnala alle spalle” Edmond, tacendo la verità; Caderousse morirà pugnalato in quanto il conte tacerà sul pericolo che attende lo sciagurato. Fernand toglie l’amore a Edmond, e così la sua ragion di vita, facendogli desiderare la morte; Morcerf morirà suicida. Villefort toglie la libertà a Edmond, facendogli desiderare la follia; Villefort diventerà pazzo. Infine Danglars, – l’artefice del piano che ha tolto Edmond dalle braccia dell’amatissimo padre che muore, così, solo e di fame, – sarebbe dovuto a sua volta morire di fame, e nel modo più odioso per l’avido banchiere: perdendo tutta la sua fortuna, tutti i suoi amati soldi per un misero tozzo di pane.

Il tempo

Il tempo del romanzo è suddiviso in quattro parti.

All’inizio della storia, troviamo un giovane Dantès pieno di entusiasmo. La vita gli sorride: ha un’ottima carriera, lo aspetta l’imminente matrimonio con la donna che ama alla follia ed è sostenuto da un padre affettuoso. Dantès non progetta grandi cose perché lui ha già tutto, hic et nunc. L’ingenuo Edmond è il presente.

Poi, l’incarcerazione. Durante il periodo di prigionia Dantès perde il concetto di tempo. Non sa che giorno sia, non sa in quale anno si trovi. Trascorre le giornate nel vuoto dei suoi pensieri, passa i mesi alternando vari stati d’animo e diverse fasi emozionali. Dapprima, incredulo per ciò che gli è accaduto, coltiva la disperata illusione di poter essere liberato; poi, man mano che passa il tempo, subentra la rabbia e l’odio per gli uomini che hanno distrutto la sua vita. Infine, dalla follia della sua solitudine affiora la rassegnazione, e l’idea del suicidio lo accarezza sempre di più.
Il tempo è confuso, è statico. Il tempo non esiste.

Con la nascita del conte di Montecristo ci troviamo nel cuore del romanzo dove regna il terzo stallo temporale, il passato; le azioni dei vari personaggi si svolgono, sì, al presente, ma in realtà sono tutte conseguenze correlate al passato. Il conte premedita e prevede tutto, manovra i suoi aguzzini come burattini, tutto in virtù della sua vendetta. Una vendetta furiosa e indomabile che è rivolta solo al passato. Il presente di Montecristo è fittizio in quanto lui non esiste se non nelle veci del passato.

Infine, l’ultimo tempo, il futuro. Siamo all’epilogo: il conte ha concluso la sua opera, e adesso lui, Haydée, Maximilien e Valentine, possono finalmente guardare al futuro, presumibilmente roseo, che si prospetta dinanzi a loro.

Il conte, la catalana, il “figlio”

Il conte di Montecristo è un personaggio importante, in ogni senso del termine. Enormemente ricco, il conte rispecchia lo stereotipo secondo cui qualsiasi cosa ha il suo prezzo, e possiede tutto ciò che di più lussuoso, ricercato e stravagante si possa avere, dimostrando sempre un estremo gusto e raffinatezza, al contrario di Danglars che, nonostante i soldi, si circonda di pacchianerie, cadendo di conseguenza nella grossolanità e nel ridicolo.
Perfetto gentleman, pacato e cortese nei modi, è però un uomo tormentato; accecato dal suo desiderio di vendetta, cova un profondo astio e disprezzo per il genere umano, che ritiene meschino e incapace di bontà, fatta eccezione per quei pochi che ancora conservano un animo nobile e sincero (la famiglia Morrel per esempio).
Montecristo è estremamente affascinante, ma al contempo è un personaggio tenebroso; l’alone di mistero che lo circonda fa sì che egli venga paragonato a Lord Byron, se non addirittura a un vampiro (merito anche della sua carnagione eccessivamente pallida).

Il conte di Montecristo è l’incarnazione del potere: egli può tutto, persino ridonare la vita ai “morti”.
Giudice e boia, il conte è una figura contorta, megalomane, con un proprio senso della giustizia; difatti, sebbene si professi sempre solo un esecutore del volere divino, in realtà si compiace (forse anche solo inconsciamente) nel giocare a fare Dio, manifestando, così, un latente delirio di onnipotenza, come del resto si può intravedere in tutte le sue mistificazioni durante l’arco del romanzo.

Il dualismo che pervade il protagonista è evidente: se da un lato è duramente spietato con i suoi nemici, dall’altro è molto prodigo di cure verso gli amici.
Significativa, poi, la differenza tra il giovane Edmond Dantès e il maturato conte di Montecristo (non posso non pensare al tema del doppio che emerge): il primo così ingenuo e puro di cuore, dedito all’amore e alle gioie della vita semplice e onesta; il secondo così vendicativo, giustiziere e simulatore, ormai ricco ma distaccato di fronte ai piaceri di una vita nel lusso. Sembrano, e alla fin fine sono, due personalità completamente diverse, eppure si tratta pur sempre della stessa persona.

Montecristo è il superuomo per eccellenza.

Ho davvero ammirato molto il conte, per il suo fascino, la sua intelligenza e la sua brama di vendetta, ma l’ho trovato anche deplorevole, principalmente per due ragioni: Mercédès e Maximilien.

Ufficialmente, Mercédès viene punita in quanto moglie di Morcerf, e quindi è inevitabilmente colpita dalla disgrazia del marito, ma in realtà Mercédès è punita proprio perché ha sposato Morcerf. Per Montecristo il grigio non esiste, tutto è bianco o nero. O sposi me o muori. Perciò la colpa di Mercédès, secondo il conte, consiste nel non aver aspettato Edmond, nel non essersi uccisa (così come professava ai tempi del loro amore se fossero mai stati separati), e di aver sposato Fernand per sua libera scelta. Ma una donna che sposa un uomo che non ama, perché donna e perché povera, e quindi perché debole di fronte a una società dell’epoca, non è una donna colpevole. Mercédès è una donna che ha sofferto e continua a soffrire in quanto non ha mai dimenticato il suo vero amore; è una donna assalita dal rimpianto e dal rimorso, non è una donna felice, non è una donna da punire, ma una donna da compiangere.
L’ultimo dialogo tra la catalana e il conte è qualcosa di straziante. Si percepisce tutto il peso dell’irrimediabilità del passato, un peso che dilania dentro e rende soli, con i propri demoni, un peso che fa invecchiare e che condanna a piangere se stessi per il resto della propria vita.
Ecco, vedere quei due, che una volta si erano amati così ardentemente, e che dopo più di 10 anni si ritrovano e di quell’amore non è rimasto più che un ricordo, ecco, mi ha lasciato una profonda tristezza dentro.

Infine Morrel. Non mi ritrovo completamente d’accordo riguardo all’idea che ha il conte sulla felicità: solo chi ha sofferto merita di essere felice. Questo il concetto riassunto in poche parole. Tralasciando il fatto che personalmente ritengo la felicità non necessariamente correlata alla sofferenza, in quanto essa è di chiunque riesca e sappia goderla, trovo meschino il fatto che questa “necessaria” sofferenza sia lo stesso conte ad imporla a Maximilien, che tra l’altro considera e tratta come un figlio. Fare un grande male (continuare a far credere a Morrel che Valentine sia morta, fino a spingere il giovane sull’orlo del suicidio) per fare un grande bene (realizzare finalmente l’amore tra Maximilien e Valentine) ha, per lo meno ai miei occhi, un che di sconcertante e superbo; il richiamo alle vicissitudini di Giobbe risalta inevitabilmente ai miei occhi, così come, di nuovo, il complesso di Dio del conte.

Conclusioni

Nadar__Alexander_Dumas_père_(1802-1870)

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma ho paura di diventare troppo pesante, perciò concludo dicendo che la grandezza di questo romanzo non consiste solo in una trama avvincente e ingegnosa, capace di stimolare la curiosità del lettore (condizione indispensabile se si pensa che Il conte di Montecristo nasce come feuilleton), ma anche, e soprattutto, nella maestria di Dumas nel delineare i personaggi, ciò che si cela nell’animo umano, e nella fattispecie il sentimento della vendetta.

Voto: ★★★★★