I brividi del venerdì: Stagioni diverse

Stagioni diverse è una raccolta di racconti di Stephen King, famosa per aver ispirato film di successo quali “Le ali della libertà”, “L’allievo” e “Stand by me”.
Il libro si compone di quattro lunghi racconti, scritti in periodi diversi, tra la stesura di un romanzo e l’altro, suddivisi secondo le quattro stagioni.

L’eterna primavera della speranza

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank è il primo racconto che apre il volume. La storia è quella di Andy Dufresne, ex banchiere che, accusato del duplice omicidio della moglie e del suo amante, finisce condannato all’ergastolo nel penitenziario di Shawshank.
Nonostante la dura vita del carcere, dove agli abusi dei compagni di reclusione, si aggiungono quelli dei secondini, Andy Dufresne riesce a mantenere un atteggiamento sereno e dignitoso, scatenando ora l’ammirazione, ora l’invidia di chi riesce a scorgere in lui la grande forza d’animo che lo caratterizza.
A narrare le vicende di Dufresne è un altro recluso, Red, colui il quale riesce a procurare ogni genere di merce ai detenuti; è proprio in virtù di questo suo “servizio” che entra in contatto per la prima volta con Andy, tra le cui richieste vi sono un martello da minerali ed un poster a grandezza umana dell’attrice Rita Hayworth.
Col passare degli anni, Andy diventa una figura “importante” all’interno del penitenziario, dove si occupa della gestione della biblioteca interna e della revisione fiscale dei dipendenti _direttore compreso_ procurandosi la stima di tutti.
Quando però, tramite vie traverse, riemergono nuovi fatti sul caso di Dufresne, il direttore manifesta un inatteso odio per il detenuto modello, rifiutandosi di riaprire il caso.
Andy cerca allora un modo alternativo per riprendersi ciò che gli spetta: la sua libertà.

Critica:
Sebbene Andy Dufresne sia un personaggio carismatico e a dir poco eccezionale, riuscendo così ad accaparrarsi la simpatia del lettore, è altresì un personaggio fantastico, in ogni senso; così, anche la sua storia, che viene sicuramente narrata in modo accattivante, risulta troppo incredibile a causa di un finale ai limiti della verosimiglianza.

L’estate della corruzione

Un ragazzo sveglio racconta il malsano legame che unisce un ex comandante delle SS ed un ragazzino affascinato dal nazismo.

Todd Bowden entra in contatto quasi per caso con l’ex nazista Kurt Dussander, ora Arthur Denker, ed è deciso ad estrapolare quanti più particolari sadici il vecchio Dussander possa raccontare. Inizialmente l’uomo si rifiuta di prendere parte a questo orrido gioco del ragazzino, ma si ritrova costretto a soddisfare la macabra curiosità di Todd, e così tutto ha inizio; ogni giorno, dopo la scuola, mentre il vecchio racconta restio le indicibili torture inflitte agli ebrei, Todd ascolta assorto e deliziato i racconti dei campi di sterminio, un boccone di ciambella dopo l’altro.
Ma col passare del tempo quest’oscura rievocazione finisce per intaccare l’equilibrio mentale di entrambi: da un lato, un vecchio che era riuscito a seppellire il ricordo degli orrori commessi, riassapora il gusto del potere e del male, dall’altro, un ragazzino che, nonostante l’insana curiosità morbosa che l’ha spinto a conoscere ogni dettaglio raccapricciante, adesso viene tormentato dagli incubi.
La situazione si evolve in un processo esplosivo, mentre il rapporto tra i due si fa sempre più claustrofobico.

Critica:
Un ragazzo sveglio è il racconto più lungo del volume, tanto da poter essere tranquillamente definito un romanzo breve, ed il migliore dei quattro; la trovata originale dell’autore di porre a confronto il male di ieri con il male di oggi, l’atmosfera macabra e raccapricciante a cui riesce a dar vita, la descrizione e lo studio dell’evolversi della psicopatia sadico-sessuale che caratterizza Todd, l’arguzia del ragazzino nel nascondere il suo reale rapporto con Dussander ai genitori, e l’incapacità, volenti o nolenti, dei suddetti nel rendersi conto che hanno dato la vita a un mostro, tutti questi elementi riescono a dar vita ad un vero e magnifico racconto dell’orrore, tanto da poter disgustare e far rabbrividire chi legge.

L’autunno dell’innocenza

Il corpo si potrebbe definire un racconto di formazione.
Quattro ragazzini vengono a sapere del cadavere di un coetaneo ritrovato a qualche miglia dalla cittadina in cui vivono e decidono di andarlo a vedere con i propri occhi, prima che le autorità ne vengano a conoscenza.
Intraprendono così un viaggio, all’insaputa di tutti, verso il corpo; per arrivarci dovranno superare la discarica di Milo e del suo temibile cane, percorrere il ponte di rotaie che divide le due sponde, sopportare la canicola estiva ed il temporale, e altro ancora.
Alla fine di tutto, qualunque sia stato il risultato, si rendono conto di aver detto irrimediabilmente addio all’infanzia.

Critica:
È un racconto piacevole, sì, ma niente a che vedere con le aspettative che mi ero creata; è un viaggio di iniziazione in cui succede poco o niente in termini di horror e di suspense.
Le intromissioni dei racconti del narratore adulto, che praticamente niente hanno a che fare con la storia, mi hanno sinceramente infastidita, e la morte del ragazzo è impossibile da un punto di vista fisico: un treno ti travolge e riesce a scalfirti mezza faccia, prenderti le scarpe ma non i piedi? Mi pare tecnicamente astruso, oltre che infattibile.
Ciò che più si apprezza però è l’esperienza del viaggio in se stessa: le descrizioni, la ricostruzione di un ricordo, di un’avventura preadolescenziale, vissuta alla fine di una calda estate anno1960. Tutto grida all’avventura, ma come ho scritto sopra, poco all’elemento fantastico.

Una storia d’inverno

L’ultimo racconto, Il metodo di respirazione, tratta di un misterioso club, al quale il narratore prende parte, dove si raccontano storie di ogni genere, le più particolari, però, solo poco prima di Natale. Così, in un racconto nel racconto, ci viene narrata l’incredibile storia di uno dei soci del club che, durante la sua professione di medico, ha assistito ad un parto sovrannaturale.

Critica:
Il metodo di respirazione è il racconto leggermente più scialbo del libro, e quello in cui la componente fantastica è più presente.
Con il trucco della storia nella storia, King sembra semplicemente voler allungare la storia o fondere due racconti che altrimenti non avrebbero niente in comune, ma il risultato non è dei migliori dell’autore; la prima parte, quella che svolge la funzione di cornice, inerente al club sarebbe risultata un bel racconto, se solo lo scrittore si fosse preso la briga di impegnarcisi appena un po’, mentre la storia di Natale del dottor McCarron, risulta più tragica che “paurosa”, nonostante l’elemento fantastico.

Conclusioni

Nonostante i pro e i contro, nonostante le aspettative molto elevate che nutrivo, Stagioni diverse è una bella (scusate la banalità del termine) raccolta; la prosa di King, nonostante non sia certo paragonabile a quella di un ben più poetico Carver o Maupassant, risulta comunque scorrevole, a volte fin troppo prolissa, ma decisamente appropriata a ciò che lo scrittore racconta.
Lo stesso King, nella postfazione, ammette di non essere certo il migliore e di non saper trascendere dall’elemento noir, ma sicuramente ce la mette sempre tutta, e noi lo apprezziamo per questo.

In quasi tutte queste storie poi è presente il solito crossover a cui spesso ricorre King (vi basta pensare a una parola: Castle Rock, e avrete tutto chiaro).

Una doverosa critica va alla casa editrice, che dovrebbe rivedere la traduzione un po’ antiquata e impregnata di orrori errori grammaticali _ ah, il congiuntivo, questo sconosciuto! _

Voto: ★★★

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I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte _ Il Poliziotto della Biblioteca _ Ciclo di Halloween

Per un lettore credo non esista posto più bello di una biblioteca. Un luogo sicuro, calmo, silenzioso, dove fantasia e realtà diventano magicamente un tutt’uno. Ma cosa succede se la biblioteca in questione si rivela un luogo oscuro, tetro, abitato da spaventosi spettri del passato che dimorano in silenzio, in attesa di cibarsi delle tue paure?

Il Poliziotto della Biblioteca

Su consiglio della bella segretaria Naomi, Sam si reca alla biblioteca pubblica di Junction City alla ricerca di un libro che lo aiuti nel redigere il discorso che dovrà tenere presso il noto circolo del Rotary Club la sera stessa. Sam non va spesso in biblioteca, anzi mai, ma quella in particolare istintivamente non gli piace: l’atmosfera fredda e austera, gli alti soffitti scuri e il silenzio mortale che vi regna, lasciano dentro di lui una sensazione di gelido timore; ad aumentare il suo disagio sono i manifesti terrificanti appesi nella sezione dei ragazzi. Uno in particolare evoca in lui un senso di atavico terrore: il manifesto che avverte di riportare i libri in tempo se non si vuole avere a che fare con la polizia bibliotecaria. Però, che idiozia! Non esiste una polizia bibliotecaria! Eppure, quell’uomo minaccioso ritratto nel manifesto è capace di inquietare Sam fin nel midollo.
La conoscenza con Ardelia Lorz, la bibliotecaria, non migliora certo le sue prime impressioni: una vecchia signora che sorride con le labbra, ma dallo sguardo di ghiaccio, faziosamente gentile e compita che non accetta di essere contraddetta. Una vecchia arpia, insomma.

Il discorso di Sam è un successo clamoroso e nei giorni successivi il pensiero dei libri e della biblioteca è ben lontano da lui, preso com’è dal suo lavoro e i suoi impegni. Ma il messaggio di Ardelia Lorz nella segreteria telefonica di Sam gli ricorda che il termine è scaduto, e il poliziotto della biblioteca non tarda a presentarsi a casa sua. Alto come un colosso, bianco come un cadavere, lo sguardo truce e una cicatrice sotto l’occhio, il poliziotto del manifesto è adesso in carne ed ossa a casa di Sam. Il suo aspetto minaccioso non inganna sulle sue intenzioni. Sam dovrà riconsegnare i libri alla biblioteca o il coltello che tiene in mano finirà presto nella sua gola.
Letteralmente terrorizzato, Sam comincia a cercare i libri ovunque ma non riesce a trovarli da nessuna parte; cerca di fare mente locale e finalmente ricorda dove li ha messi: nella scatola in cui tiene i giornali vecchi che Dave Duncan, il barbone alcolizzato della città, raccoglie e porta alla discarica ogni settimana, per racimolare qualche soldo.
I libri sono definitivamente perduti e Sam è in preda al panico all’idea di dover riaffrontare il poliziotto della biblioteca. Ma chi sono lui e Ardelia Lorz? Perché le persone a cui chiede informazioni sulla donna cominciano a urlare sgomente?
L’unico a sapere qualcosa è proprio il vecchio Dave Duncan, e solo lui e Naomi possono aiutarlo. Sam ancora non lo sa, ma presto dovrà affrontare una presenza malefica che ha a che fare con il suo passato e le sue paure più recondite.

Le tre di notte: vieni con me, figliolo…fono un poliziotto

Il Poliziotto della Biblioteca è un racconto “multistrato”, in cui due sono i principali nuclei narrativi: la storia che ruota attorno a Sam e quella che si incentra su Dave.
Due episodi evidentemente diversi che si intersecano goffamente tra loro: da una parte Sam e il suo Poliziotto della Biblioteca, dall’altra Dave e la malefica Ardelia.
King utilizza lo stratagemma della ‘storia nella storia’ per convogliare le due vicende in un unico racconto, espediente a cui l’autore ricorre altre volte, ma con il quale stavolta fa cilecca.
Il risultato infatti, almeno a parer mio, è un po’ disastrato: anche accettando questo connubio generale, si percepisce una disomogeneità globale dell’opera; due storie troppo dissimili per amalgamarsi, che finiscono solamente per cozzare l’una contro l’altra.

Schematizzando il racconto viene fuori una struttura di questo genere:
Sam si reca in biblioteca- Sam conosce Ardelia Lorz- Il manifesto del poliziotto della biblioteca fa riaffiorare paure infantili di Sam- Sam perde i libri- Dave è il responsabile- Il poliziotto della biblioteca fa visita a Sam -Sam si reca da Dave- Dave racconta di Ardelia e la sua storia- Sam ricorda l’uomo-talpa, il suo poliziotto della biblioteca- Dave, Sam e Naomi vanno alla biblioteca per combattere Ardelia.- Ardelia vuole Sam – Sam sconfigge il suo poliziotto della biblioteca e Ardelia.

Insomma, le sequenze narrative hanno un che di forzato, prive di un legante concreto _ vi basti pensare al fatto che l’unico trait d’union delle due vicende è la semplice conoscenza tra Sam e Dave _.

Il poliziotto personale di Sam è l’uomo-talpa, un uomo che, dichiarandosi poliziotto della biblioteca, violenta il piccolo Sam, ma il poliziotto della biblioteca raffigurato sul manifesto ad opera di Dave è completamente diverso. Allora mi chiedo: come diavolo fa Sam a collegare istintivamente due figure tanto diverse? È solo la formula magica “poliziotto della biblioteca” a riaprire in lui il varco con un passato tanto doloroso e ormai rimosso? Probabilmente, ma così si spezza quel legame, quel continuum tematico/narrativo che si andava formando col poliziotto del manifesto, un personaggio che di per sé bastava a rendere interessante la storia, e che invece finisce per essere solamente un figurante.

Il trauma infantile di Sam non ha niente a che fare con Ardelia Lorz: è questo che spezza la storia in due. E King si è sforzato di riunire i cocci.
I libri, poi, non sono altro che un semplice pretesto di Ardelia, e dello stesso King, per dare il via a tutto ciò che segue.

Che dire poi di Ardelia Lorz? Una figura losca, oscura, che detiene un fascino morboso sia su Dave che sul lettore. L’aura malefica e misteriosa che circondano Ardelia ed il timore superstizioso legato al suo nome, la rendono un personaggio intrigante e vincente.
Ma (perché c’è sempre un ‘ma’) King decide di optare per una scelta non poco demenziale; se Ardelia fosse stata una strega, un vampiro, un demone, quello che vi pare, sarebbe stata perfetta,
ma renderla una sorta di mostro alieno ha un che di trash spaventoso. Un alieno/insetto molliccio/ mutaforme? maddai! E’ una caduta di stile mostruosa!

Certo è che il bello di King è anche questo: fregarsene altamente di tutto e di tutti e spiazzare il lettore anche con trovate a dir poco kitsch.

Conclusioni

Il Poliziotto della Biblioteca parte non bene, ma benissimo. Poteva arrivare ad essere una storia veramente bella, ma, ahimè, King cade di tono (vabbè dai, ti perdono).
Di nuovo, come in Finestra segreta, giardino segreto, vi è quell’angoscia che attanaglia il lettore nel compartecipare allo stato emotivo ansiogeno che pervade il protagonista, impossibilitato nella sua corsa contro il tempo, alla ricerca di quei libri maledetti che possono costargli la vita (oltre che la sanità mentale).
Quindi, ordunque, lo consiglio? Nì. Non è un racconto imperdibile, ma nemmeno così pessimo; se siete fan/groupie/collezionisti dell’autore, viene da sé il monito/dovere interiore di leggerlo.
Comunque, in ultimo ma non ultimo, un doveroso accorgimento: la scena della violenza sul piccolo Sammy è descritta in modo orribilmente vivido e impietoso, indi astenersi se gentili d’animo e troppo sensibili.

Voto: ★★★

Bye.

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte. Finestra segreta, giardino segreto_Ciclo di Halloween

Rieccoci alle prese con Quattro dopo mezzanotte by Stephen King.
Quest’oggi parliamo di Finestra segreta, giardino segreto, forse più noto agli ingenui spettatori come Secret window.
Ebbene sì, Secret window non è altro che una scadente riproduzione cinematografica di questo racconto. Ma del film parlerò dopo.

Finestra segreta, giardino segreto

State dormendo beatamente sul divano di casa vostra quando un tizio mai visto né sentito bussa alla vostra porta e vi accusa di plagio. È quello che succede a Mortimer Rainey, scrittore di mediocre successo, reduce da una dolorosa separazione dalla sua ormai ex consorte Amy.
L’intransigente straniero lascia a Mortimer una copia del suo manoscritto, che si rivela praticamente identico al vecchio racconto di Mort, “Finestra segreta, Giardino segreto”.
La coincidenza è troppo straordinaria perché sia dovuta a un caso, ma Mort è sicuro che sia stato ill misterioso Shooter a copiarlo e non viceversa. Ma, come afferma John Shooter, servono le prove e Mort è in grado di dimostrare la paternità del racconto grazie alla data di pubblicazione su una rivista custodita nella sua vecchia casa di Derry.
Tre giorni sono il limite di tempo che Shooter concede a Mort perché recuperi la suddetta rivista, _a patto che esista!_ dopo di che Mort dovrà prepararsi al peggio.
Per avvalorare ulteriormente le sue minacce, Shooter uccide il gatto di Mort usandolo come promemoria. Contemporaneamente la casa di Derry finisce ridotta in cenere dalle fiamme di un incendio chiaramente doloso, e addio rivista.
È evidente che Mortimer è alle prese con un vero e proprio psicopatico.
Così chiede al vicino, Greg Carstairs, di controllare i movimenti di Shooter e di andare dal vecchio Tom Greenleaf che, passando col suo furgoncino, li ha visti parlare insieme e forse sa qualcosa su questo John Shooter, nazionalità Mississippi.
Nel frattempo Mort si reca a Derry, dove trova Amy e il suo nuovo compagno Ted, per parlare con la polizia e l’assicurazione.
Tra Mort e Ted non corre buon sangue, essendo quest’ultimo l’uomo che Mort ha sorpreso a letto con Amy mesi prima.
Concluse le formalità, Mort torna a Tashmore, dove Greg lo informa che Tom afferma di non aver visto nessuno assieme a lui. Perché Tom mente? Che Shooter lo abbia minacciato? Sarà bene parlare direttamente con Tom, ma prima Mort chiama il suo editore per chiedergli di farsi spedire la rivista sulla quale si trova il suo racconto. Prima finisce questa storia e meglio è. Ma quando Tom non si presenta a lavoro e Greg all’appuntamento che si erano dati, Mort capisce che è già troppo tardi.
Abbandonata su un sentiero nel bosco, Mort ritrova la macchina di Greg con dentro lui e il vecchio Tom, morti. Nel cranio di Greg e Tom, il cacciavite e l’ascia di Mort. Quel pazzo di Shooter è stato in casa sua! Ne è la prova il cappello nero di Shooter che trova sulla veranda di casa.
L’unica chance di salvarsi è la rivista. E finalmente arriva, ma…

Le due di notte. È Stagione di semina

In questo racconto di King ci troviamo alle prese con uno scrittore affetto da un disturbo dissociativo di identità e schizofrenia. Spunto già di per sé interessante, è reso ancora più accattivante da due fattori: 1. il fatto che fino alla fine non sappiamo che Mort Rainey e John Shooter sono in realtà la stessa persona; 2. la motivazione inconscia che spinge la coscienza di Mort a questa tremenda scissione della sua mente.
Perché, infatti, Mortimer Rainey, uomo che ha vissuto un’esistenza in fin dei conti normale, si ritrova all’improvviso a soffrire di una malattia mentale grave come un disturbo di personalità multipla?
Tutto ha origine da un episodio accaduto nella giovinezza di Mort; al college, Mortimer frequenta un corso di scrittura creativa in cui è uno dei più bravi, ma migliore di lui è il compagno John Kintner. Un racconto in particolare riscuote enorme successo nella classe, “Il corvo e la volpe”, racconto che Mort conserva senza ben sapere perché.
Dopo qualche anno, Mort invia ad una rivista vari racconti che puntualmente vede respinti, così decide di mandare il racconto di Kintner firmandolo col suo nome. Ma quando “Il corvo e la volpe” viene accettato, Mortimer si ritrova a dover combattere contro una crisi di coscienza morbosa, un senso di colpa ai limiti del parossismo. Comincia addirittura a progettare il suicidio nel caso qualcuno riconosca il suo furto letterario.
Ma il tempo passa e il terrore di un’accusa di plagio scema, finché l’inconscio di Mort non decide di seppellire definitivamente quell’episodio scabroso della sua vita nei reconditi più oscuri del suo cervello.

Mort è ormai un affermato scrittore quando i lavori per la trasposizione cinematografica di una sua storia vengono bloccati per la scoperta dell’esistenza di una sceneggiatura simile al suo romanzo. E Mort rivive il trauma della vergogna di un possibile plagio, nonostante stavolta sia del tutto innocente e vi siano semplicemente delle somiglianze tra i due scritti.
Nessun vero problema a livello legale quindi, ma la mente di Mortimer silenziosamente scava nel passato. E scava, e scava.

L’immagine di Amy e Ted a letto insieme è come una folgore che si imprime nella mente di Mort. La pistola che ha portato con sé non è carica, giusto?

Una mente fragile, fragilissima, che colpo dopo colpo si infrange definitivamente. Questa è la causa del crollo di Mort: una mente troppo debole dinanzi ai duri attacchi che la vita gli lancia contro.
Insomma, perché compare John Shooter? Shooter è sì la nemesi di Mort, ma è anche il suo personale giustiziere, la voce della sua coscienza che, stanca di tenersi dentro un senso di colpa tanto forte, riemerge trionfante, ormai senza controllo. Non si tratta più di riparare a un torto del passato, adesso è il momento di pagare, e con gli interessi.
E allora quel racconto di vitale importanza, “Finestra segreta, giardino segreto”, non potrà mai essere ritrovato.

Il perché, poi, si concentri su un racconto che in realtà è frutto della sua testa, è stato per molto tempo un punto interrogativo, finché ho pensato che, probabilmente, la sua mente malata si sia concentrata su quel racconto perché era l’unico che avesse riscosso un successo tangibile: così come aveva rubato il racconto di Kintner, adesso aveva rubato quello di Shooter, come se secondo il suo cervello fosse impensabile supporre Mort capace di scrivere un vero successo.

E se in un primo momento mi ero chiesta: _ma che senso ha informare Greg se così facendo dopo lo deve uccidere?_, poi ho finalmente capito: la necessità di uccidere Tom e Greg è data semplicemente dal fatto che Mort deve avvalorare, deve concretizzare, l’esistenza dello psicopatico che la sua mente ha creato.
Non solo.
Il fatto che Shooter utilizzi il cacciavite e l’accetta di Mort serve appositamente ad incolparlo, è la sua coscienza che lo punisce letteralmente per ciò che ha fatto in passato.
Per questi motivi non ho minimamente apprezzato il film.

Secret window

Se nel racconto, l’origine scatenante del tracollo di Mort è il suo senso di colpa, nel film tutto ciò viene semplicemente imputato all’infedeltà della moglie. Un tantino scarso, non trovate? Il tradimento di Amy è stato il fattore scatenante, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma non il motivo primordiale. Anche perché se così fosse, metà della popolazione mondiale dovrebbe dare di matto e sdoppiarsi in uno psicopatico omicida. Poi che c’entra, la mente umana è un mistero data la sua imprevedibilità, ma mi pare comunque esagerato come presupposto.
Sta di fatto che, a causa di questa manipolazione narrativa, nel film viene completamente travisata la causa dello sdoppiamento di Mort e diventa quindi assurdo il fatto che Mort nasconda le uccisioni di Tom e Greg (cosa che infatti nel racconto non avviene, in quanto sono la sua espiazione); la mente non è mai del tutto divisa, l’inconscio è uno ed uno soltanto, quindi non ha senso che Mort informi Greg di Tom e Shooter, e che poi questi li ammazzi perché non si possa risalire a lui, e Mort ne occulti i cadaveri perché altrimenti verrebbe incolpato. Mi seguite?

Non mi è piaciuta neanche la scelta del regista di rivelare la pazzia di Mort tutta insieme, spiegando per filo e per segno come sono andate le cose.
Secondo me sarebbe stato più d’effetto tenendo all’oscuro lo spettatore fino all’ultimo: Mort torna a casa e indossa il cappello di Shooter. La scena si sposta su Amy che arriva a Tashmore, entra in casa e trova tutto a soqquadro. Poi appare lui, Shooter.
Non sarebbe stato più d’impatto in questo modo?
Poi ovviamente, per avvalorare la creazione di Shooter nella mente di Mort secondo l’adattamento cinematografico, il suo nome si è ricomposto in ‘shoot her’, sparale, cioè a lei, Amy, che è la causa del suo delirio.

In ultimo il finale, completamente diverso dal libro; le due personalità si fondono in un tutt’uno e il “nuovo” Mort traduce in realtà il finale del suo racconto.
Ecco, questo finale non ha senso: in questo modo sembra che la mente di Mort abbia creato Shooter solo per far emergere la parte “cattiva” di Mort, il quale alla fine, prendendo coscienza del suo lato oscuro, si “riappacifica” e ricongiunge con la personalità abusiva di Shooter. Ma la sindrome di personalità multipla non funziona così: sì, l’altra personalità emerge per difesa, dopo un trauma o forti repressioni del Super Io, per dirla alla Freud, ma non può semplicemente rifondersi alla personalità di base, perché si tratta di identità completamente diverse, con la propria indole e peculiarità.
Quindi, insomma, no, non mi è piaciuto affatto il film.

Conclusioni

Come lo stesso autore afferma nell’introduzione al racconto, Finestra segreta, giardino segreto riprende quella tematica (ovviamente con delle differenze) dello sdoppiamento che già era presente ne La metà oscura (che vi consiglio assolutamente di leggere!), in cui il bene e il male fanno parte della stessa faccia della medaglia. Non esiste il buono e il cattivo, esistono solo le nostre scelte che inevitabilmente ci portano ad essere ora l’uno, ora l’altro.
C’è da dire anche che Finestra segreta, giardino segreto non è il solito racconto di King: molto più introspettivo, è un racconto claustrofobico, un crescendo di tensione psicologica in cui un senso di apnea ansiogena accompagna il lettore in concomitanza con il protagonista; se Mort perde sempre più pezzi quanto più la rivista non viene ritrovata, così anche noi ci sentiamo intrappolati nella morsa letale di Shooter.
Il finale, quello vero, è poi un classico di King, in cui la realtà e il soprannaturale si mescolano e niente è certo. Neanche per il lettore.

Voto: ★★★★

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte. I langolieri _Ciclo di Halloween_

Quattro dopo mezzanotte è una raccolta di racconti fanta-horror scritti da Stephen King; le ultime edizioni italiane sono divise in due volumi, contenenti due racconti ciascuno, ma io ho recuperato una vecchia edizione che presenta interamente le quattro storie. I quattro, lunghi, racconti che troviamo in questo libro sono:

  • I langolieri
  • Finestra segreta, giardino segreto
  • Il Poliziotto della Biblioteca
  • Il fotocane

Come ho detto non si tratta di racconti brevi, ma di storie che potrebbero benissimo essere considerate come dei romanzi brevi, ragion per cui tratterò di questi racconti separatamente.
Ha inizio il ciclo di Halloween della rubrica “I brividi del venerdì” con Quattro dopo mezzanotte.
Stay tuned!

i langolieri

I langolieri

Il comandante Brian Engle, pilota di linea, riceve la notizia della morte della sua ex moglie proprio dopo aver sostenuto un lungo e difficile volo da Tokyo verso Los Angeles. Senza nemmeno avere il tempo di riprendersi un attimo, si imbarca sul volo diretto a Boston, per raggiungere la salma della defunta. La spossatezza per il volo precedente catapulta Brian nel mondo dei sogni.
A risvegliare Brian è l’urlo di Dinah, una bambina cieca che, dopo essersi svegliata dal suo pisolino, si ritrova completamente sola e terrorizzata. Non meno spaventato sarà Brian quando scopre che l’aereo si è misteriosamente spopolato; unici superstiti del volo 29 sono lui, Dinah, il giovane Albert, il vecchio scrittore di gialli Bob Jenkins, il misterioso Nick Hopewell, la bella Laurel, l’adolescente Bethany, il signor Gaffney, il famelico Rudy Warwick e il mentalmente instabile Craig Toomy.
Dove diavolo sono finiti gli altri passeggeri? Persino il personale dell’aereo si è volatilizzato nel nulla. Che sia uno scherzo? Un sogno? No, è tutto troppo spaventosamente reale. Ad aumentare il panico contribuiscono la vista del niente fuori dei finestrini e l’impossibilità di contattare qualcuno via radio (nonostante gli strumenti di bordo funzionino come loro solito).
Che fare dunque?
Brian prende subito il controllo dell’aereo rimasto sotto la rotta del programma del pilota automatico. Raggiungere Boston, il cui aeroporto è di difficile atterraggio già in condizioni normali, è troppo rischioso, così Brian decide di fare scalo a Bangor.
L’atterraggio riesce, ma ciò che i pochi passeggeri rimasti hanno trovato al loro risveglio sul volo 29 si ripete nell’aeroporto di Bangor: il deserto completo. Ma non solo. L’elettricità non funziona, il cibo è insapore, gli odori inesistenti, persino l’aria ed il suono sono anomali, come ovattati, senza vita.
Dopo numerose elucubrazioni si arriva ad una possibile spiegazione: durante il volo, l’aereo ha attraversato uno strappo temporale, catapultando i presenti nel passato e, per qualche motivo sconosciuto, solo chi dormiva è rimasto in vita, gli altri si sono vaporizzati, spariti nel nulla.
A complicare le cose c’è poi il signor Toomy, uno psicolabile in preda a una crisi psicotica; lui deve andare assolutamente a Boston o i langolieri lo prenderanno! Il suo crollo delirante è cominciato e si sfoga su Dinah prima, e su Gaffney dopo.
Ma chi sono i langolieri? Secondo Craig sono degli esseri mostruosi che si accaniscono sulle persone pigre e indolenti, così come gli raccontava suo padre quando era piccolo.
Che siano dunque i langolieri la causa dello strano, quanto inquietante, rumore che man mano si fa sempre più forte?
Nessuno sa il perché, ma di una cosa sono tutti convinti: se ne devono andare. Ma dove?
Forse il varco temporale che li ha catapultati nel passato è ancora aperto; forse ripercorrendo la stessa rotta al contrario riusciranno a tornare nel presente. Forse.
Intanto l’unica cosa da fare è andarsene, prima che quel rumore mostruoso si avvicini. Ancora di più.

È l’una di notte e tutto va bene (o quasi)!

L’idea di fondo de I langolieri è buona; il racconto è scritto e strutturato bene (per forza, si tratta di King), ma vi sono altresì dei punti deboli.

Primo, l’errore più grossolano, e di cui sinceramente non capisco la ragione se penso ad un professionista come King, è il fatto di aver posto il passato a levante. Secondo il movimento rotatorio della Terra, sarebbe stato logico capovolgere il volo da Boston verso Los Angeles per far sì che l’aereo si ritrovasse nel passato, no? Quindi perché?

Secondo punto: solo attraverso l’incoscienza si può viaggiare nel tempo? Perché mai? Il tempo è anzi una concezione percepibile solo tramite la coscienza; sebbene il tempo esista a prescindere da qualsiasi cosa, resta pur sempre un concetto che si associa alla ragione umana; per gli animali, che sono privi di tale percezione, il tempo infatti non esiste.
Allora, se durante il sonno la ragione è assopita, in quel frangente il tempo non esiste, quindi sarebbe stato più probabile supporre che chi dormiva sarebbe scomparso nel nulla, e chi fosse rimasto sveglio si sarebbe ritrovato catapultato nel passato.

Terzo. Se anche tutti i passeggeri fossero rimasti svegli, perché loro si sarebbero volatilizzati nel niente, mentre l’aereo no? Il tempo ha effetto sulla materia, di qualsiasi tipo si tratti. Perché un essere umano dovrebbe smaterializzarsi nel nulla ed un aereo no? Il tempo è tempo e la materia è materia.

Ovviamente, il punto 2 e 3 erano necessari per lo sviluppo stesso della storia, altrimenti niente di ciò che viene raccontato sarebbe potuto avvenire, e quindi li ho accettati chiudendo un occhio; ma il primo punto trovo che sia veramente un elemento disturbante nella linearità della logica della storia (se di logica vera e propria si può parlare visto il tema arcano).

Caratterizzazione dei personaggi

I personaggi di King sono sempre più o meno i soliti:

  • il protagonista, l’eroe indiscusso della storia (Brian Engle)
  • Il ragazzino sveglio (Albert Kaussner)
  • il bambino particolare, dotato di non meglio definibili poteri psichici (la piccola non vedente Dinah)
  • la bella mediamente intelligente e arguta, insomma lo stereotipo femminile di King (Laurel Stevenson)
  • il vecchio saggio (Bob Jenkins)
  • personaggi inutili di contorno (Gaffney, Warwick)
  • lo psicopatico di turno (Craig Toomy)

Il personaggio di Craig Toomy è magnificamente rappresentato nella sua turbe psichica: l’infanzia traumatizzata dalla rigida disciplina del padre e dai suoi racconti terrificanti sui langolieri, la sua adolescenza mortificata dagli abusi della madre alcolizzata, hanno reso Craig il perfetto, futuro, psicotico paranoide. Se da un lato la sua morbosa ossessione di andare a Boston sia un tantino odiosa di fronte all’evidenza di una situazione ben più grave che raggiungere Boston, dall’altro è un personaggio che ispira profonda pena se si pensa al perché sia diventato quello che è.
La sua morte poi è l’ennesimo abuso che quel sadico di King affibbia sulle spalle del povero Craig: una morte inverosimile e, proprio per questo, più spettacolare e terribilmente impietosa.
Merito della penosa dipartita di Craig è anche Dinah, bambina che, sebbene cieca, ha il potere di una seconda vista e di riuscire a spingere quel povero folle di Craig verso la sua morte.

Questa volta però King ha aggiunto un personaggio nuovo, diverso dal suo solito stile, che io ribattezzerò come “il figo cazzuto” ( lo so, è un termine molto professional ), alias Nick Hopewell.
Personaggio in buona parte enigmatico, è altresì evidente che la vita di Nick ha a che fare con l’esercito o simili: quando Craig comincia a dare in escandescenze urlando di andare a Boston, Nick, con una presa subitanea, intrappola tra le sue dita il naso di Craig “Gircollo” Toomy.
Forte, agile, intelligente, freddo e razionale, senza mancare comunque di istinto e di spirito, l’inglese Nick Hopewell rappresenta il prototipo dell’uomo perfetto.
E quindi King cosa fa? Pensa bene di toglierlo di mezzo proprio all’ultimo.
La rabbia.
Se ho potuto trovare un difetto a Nick è stato proprio sul finale; il voler fare l’eroe e sacrificarsi per gli altri, non solo ha un che di inverosimilmente troppo eroico e “romantico”, ma mi ha dato personalmente sui nervi! E che cacchio, sei il più figo della storia e vuoi morire?!
Ripeto, la rabbia.

Finale sgargiante

A concludere la storia è un finale scenografico. Per rendere il tutto più spettacoloso, King aspetta a dare la buona notizia, e subito ho imprecato pensando che la morte di Nick fosse stata inutile. Ma non è così.
Se il passato è morto, allora il futuro non solo è vita, ma è una vera e propria nascita. Se il passato è scialbo e misero, il futuro è un trionfo di colori ed estasi. Ed è proprio così, infatti, che i superstiti del volo 29 tornano alla loro realtà: in un’esplosione di sensazioni e gioia di vivere.

Conclusioni

 Il primo racconto che apre il volume di Quattro dopo mezzanotte è un viaggio nella fantascienza, accompagnata qua e là da sprazzi di sano horror 100% stile King.
La trama di questo racconto è un susseguirsi di imprevisti che affannano gli sfortunati protagonisti fino alla fine. Non c’è tempo per riposare, non c’è tempo per pensare. Il ritmo incalzante e la curiosità morbosa spingono il lettore in un’irrefrenabile lettura tra le pagine di persone scomparse, viaggi temporali e mostruose creature divora-tutto denominate, appunto, i langolieri.

Voto: ★★★★

I brividi del venerdì: L’ombra dello scorpione

Finalmente, dopo tre lunghe settimane, sono riuscita a finire L’ombra dello scorpione, un tomo di oltre 900 pagine, scritto da Stephen King.
Di cosa parla questo mammut? Ora ve lo dico.

La trama

Per un fatale errore, un terribile virus geneticamente modificato, fuoriesce dalla base segreta in cui è stato creato e si propaga velocemente in tutto il mondo; ha i sintomi di una normale influenza e, a causa dell’ostinata e forzata segretezza voluta dalle autorità, inizialmente la situazione viene presa sottogamba, ma con lo spropositato aumento delle morti cominciano a generarsi il panico ed il caos totale.
Alcune persone, però, sono immuni a tale virus e finiscono col ritrovarsi a dover popolare un mondo di morti. Cosa fare dunque? La soluzione più logica è quella di andare alla ricerca di altri sopravvissuti, sperando che vi siano altri sopravvissuti.
Durante il viaggio di ricerca di una qualche forma di civiltà rimasta, le notti dei viaggiatori vengono gremite da strani sogni/incubi; due sono le figure che ne emergono costantemente, diametralmente agli antipodi: una vecchia donna di colore di nome Mother Abagail, e lui…l’uomo nero.
Le strade da percorrere sono quindi due: raggiungere la cara vecchietta che irradia luce e calore, oppure seguire le orme di Randall Flagg, Colui che cammina, verso la sua scalata al potere, fatta di sangue e morte. Il bene e il male. Il bene o il male.

La Bibbia di King

All’inizio, il romanzo mantiene dei connotati realistici, molto verosimili, tremendamente possibili: la creazione di un agente patogeno, presumibilmente concepito come arma batteriologica, capziosamente innocuo ma dai risvolti mortali, sulla cui erronea diffusione vige il segreto di stato; l’orripilante coercizione utilitaristica dei responsabili nel voler tenere celata la cosa, ad ogni costo, per poi dover ammettere l’evidente perdita di controllo della situazione, con il conseguente degenerare nel caos dettato dal panico di massa; infine la morte.
Una ricostruzione lucida e meticolosa, dunque, di quanto può realmente accadere quando l’uomo gioca a fare Dio.

Quello in cui ci ritroviamo è quindi uno scenario post-apocalittico, dove subentra però la parte fantasy, religiosa, mistica della storia; entrano così in gioco Randall Flagg, Colui che cammina, l’uomo nero, demone figlio del Male, e Mother Abagail, che invece è la luce, il Bene, profetessa divina. Numerosi, poi, sono i riferimenti biblici, nella fattispecie ricorrono molto spesso i nomi di Mosè e Giobbe.
Come emerge nel libro, è come se King si chiedesse cosa sia avvenuto ai figli di Noè dopo il Diluvio universale, come sia avvenuta la ricostruzione del mondo e quali ostacoli abbiano dovuto superare i pochi sopravvissuti.
Bene, per mano stessa dell’uomo è avvenuto un secondo “Diluvio”, un’epidemia mortale, alla quale sono vissuti solo in pochi. Adesso, perché non complicare le cose e far combattere ai disgraziati rimasti una lotta tra bene e male?
Il Dio a cui si rifà King, è il Dio biblico, il Dio severo, oscuro, sadico, spietato nella sua volontà. Perché, a ragion di logica, se a causa del libero arbitrio l’uomo è fautore della sua stessa distruzione, perché alcuni sono rimasti immuni all’epidemia se non per volere divino (dato che non si conoscono le cause scientifiche della loro immunità)? E se Dio ha scelto di salvare i pochi eletti, perché ha lasciato in vita anche gli empi, se tanto alla fine dovevano essere puniti anche loro? Ma a che scopo, poi, se tanto il male non potrà mai essere del tutto sconfitto, in quanto parte di noi?
Per Mother Abagail, Dio è un giocherellone, il cui volere resta ermeticamente celato, ma la cui volontà viene sempre fatta. Il Dio biblico appunto. Tutto torna.

I sogni, che sono una peculiarità nelle storie di King per aiutare il protagonista a risolvere il suo problema, questa volta assumono essi stessi quest’aurea di misticismo che permea il romanzo; qui i sogni non sono soltanto il solito artificio di King, ma sono soprattutto delle manifestazioni psichiche e sovrannaturali che guidano i superstiti per la loro strada.
Boulder diventa così la nuova “terra promessa”, mentre Las Vegas può essere paragonata ad una moderna Sodoma e Gomorra.

I personaggi

I personaggi principali sono numerosi, e tutti con una loro importanza. Troviamo quindi Larry Underwood, ex cantante di discreto successo, tossicomane occasionale; Frances Goldsmith e Stuart Redman; il sordomuto Nick Andros ed il mentalmente ritardato Tom Cullen; il sociologo Glen Bateman e l’allegro Ralph Brentner; l’adolescente Harold Lauder e la misteriosa Nadine Cross. Infine Mother Abagail ed il suo avversario spirituale, Randall Flagg, assieme ai suoi scagnozzi Lloyd Henreid e Quello delle pattumiere.
Tanti personaggi quindi, ognuno con la sua storia ed il suo percorso.
C’è da dire che indubbiamente si riscontra una sostanziale differenza tra il prima e il dopo, un enorme cambiamento dei personaggi durante l’evolversi della vicenda: Larry Underwood, che inizia il suo percorso non esattamente come “un bravo ragazzo”, finisce in realtà per redimersi completamente, vincendo la sua parte egoistica col sacrificio per gli altri; Nick Andros, un ragazzo sordomuto dalla nascita, sebbene molto avveduto fin dall’inizio, si trasforma in un vero e proprio leader grazie alla sua perspicacia e intelligenza, acquisendo una precoce maturità mentale.
C’è poi Nadine Cross, il cui cambiamento appare quasi senza senso; la conosciamo come una donna sensata e sensibile, la cui morale sembra essere assolutamente votata al rispetto degli altri, per poi trasformarsi dal nulla, per Randall Flagg, in una persona totalmente diversa e, lasciatemelo dire, odiosa: apparentemente incapace di ritrarsi dall’influsso di Flag, Nadine cade nel vittimismo, addossando la responsabilità delle sue azioni sugli altri. Nadine diventa una donna viziosa, usando il suo corpo per raggiungere il suo scopo, o meglio, quello dell’uomo nero.
Il cambiamento di Harold Lauder è invece più sensato: adolescente obeso e brufoloso, respinto nel suo amore da Frances, decide di seguire il percorso dell’odio a quello dell’amore.

Lo stile

Lo stile di King è gradevole, coinvolgente, ma anche tremendamente logorroico, quando ci si mette, e qui ci si è messo.
Il romanzo è diviso in tre parti, ma sono cinque i nuclei narrativi principali: l’epidemia di Capitan Trips – la sopravvivenza dei superstiti – Boulder – la lotta all’uomo nero – l’epilogo.
Tralasciando la prima parte, che necessariamente deve essere bella corposa per permettere al lettore di seguire passo dopo passo gli sviluppi e le conseguenze dell’epidemia, il resto delle 620 pagine è semplicemente un brodo allungato. Prima di giungere finalmente a Boulder, i personaggi ce ne mettono di tempo per arrivare, e King, con dovizia di particolari, non tralascia niente, descrivendo quasi giorno per giorno le attività di viaggio. Anche la parte di Boulder è troppo pedante, incentrata principalmente sulla ricostruzione di una società “post-apocalittica”.
La parte più interessante, ovvero lo scontro finale con Randal Flagg, è anche quella più breve. Quando si arriva al momento clou ci si ritrova col chiedersi: ” Tutto ‘sto casino per ‘ste tre pagine?!”. E a questo punto si potrebbe pensare che, vabbè, ormai è andata e siamo alla fine. Ma no. Adesso ci si deve sorbire un centinaio di pagine sul ritorno a casa. E che cavolo. Veramente, qui i tempi sono mal distribuiti, se non addirittura esasperanti in certi casi.

La narrazione, dove abbonda la presenza di onomatopee (altra caratteristica di King), è costituita, soprattutto all’inizio, da diversi punti di vista per permettere al lettore di fare la conoscenza dei vari personaggi; i salti narrativi sono quindi numerosi ma piuttosto consistenti nella loro durata.

Conclusioni

Il mio malsano tempismo ha fatto sì che in concomitanza alla lettura del libro scoppiasse l’ebola. Immaginate quindi il risultato: paranoia pura! Della serie, come autoimparanoiarsi a mille.
Ciò nonostante ho continuato imperterrita con la mia lettura.
La prima parte, quella che tratta del propagarsi dell’epidemia, è molto vivida e riuscita; i meccanismi che si celano dietro disastri del genere vengono estremizzati in ogni loro possibile conseguenza, rendendo quindi la lettura molto suggestiva e interessante.
Purtroppo non si può dire lo stesso per il resto della storia; come ho detto prima è davvero troppo lunga, diventando a tratti molto pesante, se non noiosa. Sia chiaro, parti interessanti ce ne sono, ma data la mole dell’opera, nella sua totalità risultano un po’ troppo scarse per i miei gusti.
In definitiva, non ritengo L’ombra dello scorpione uno dei migliori lavori in assoluto di King, ma se siete suoi fan sfegatati, beh…

Comunque, nel caso voleste farvi un’idea del clima apocalittico post disastro virale, sappiate che l’idea di un’epidemia mortale denominata Capitan Trips si trova anche nel racconto Risacca notturna (contenuto nella raccolta A volte ritornano), un racconto giovanile di King, prototipo del futuro romanzo.

Voto: ★★★