La storia del mercoledì: Anna Bolena, una questione di famiglia

«Questa è la sanguinosa storia della morte di Anna Bolena, ma è anche molto altro. Ecco a voi la più grande scrittrice di lingua inglese contemporanea». Con queste parole Hilary Mantel è stata insignita del secondo Booker Prize della sua vita, con il quale è diventata la scrittrice più premiata del 2012.

Così viene riportato sulla quarta di copertina.

Le cose sono due: o sono pazzi gli altri, o sono pazza io.

Sia chiaro che non intendo fare una recensione vera e propria perché non sono neanche riuscita a finire di leggere questo libro (il che equivale a un grande smacco per me); a dire la verità non vorrei neanche parlarne, ma sento il bisogno di dire la mia.

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La storia del mercoledì: Ragazzo negro

Richard è un bambino di 4 anni, di colore, nato a Natchez, Mississippi, nei primi anni del Novecento. Il suo primo scontro con il mondo è dettato dal silenzio; così, quando sua madre gli intima di star zitto per via della nonna malata, Richard cerca un modo per dar adito alla sua energia di bambino, dando accidentalmente fuoco alla casa in cui vive. Un inizio violento che presagisce una costante della sua vita: la ribellione al silenzio, in tutte le sue forme.
Scritto nel 1945, Ragazzo negro è il romanzo autobiografico di Richard Wright, in cui il percorso dall’infanzia alla giovinezza sembra perennemente scandito dagli echi del silenzio, della fame e della violenza.

I primi anni di vita di Richard sono segnati da esperienze drammatiche: giunto a Memphis con la famiglia, il bambino subirà l’abbandono del padre, patirà la fame nera e disperata, diventerà un alcolista all’età di sei anni, imparerà le sue prime parole oscene e finirà in orfanotrofio.
Trovati i soldi per lasciare la desolazione di Memphis, Richard e la sua famiglia faranno una breve sosta nella casa dei nonni materni a Jackson, prima di raggiungere una zia nell’Arkansas.
Dopo una prima infanzia vissuta sballottato da un posto all’altro, le cose sembrano andare un po’ meglio, finché la madre di Richard non viene colpita da una paralisi e sono così costretti a tornare dai nonni.
La casa di Jackson è dominata da una ferrea disciplina religiosa che tuttavia non riuscirà mai a conquistare il bambino, ma sarà causa di forti scontri tra Richard e la nonna.

Dopo anni passati da una casa all’altra, è solo durante l’adolescenza che Richard potrà frequentare la scuola in modo assiduo, dimostrandosi un ragazzo capace e pieno di curiosità. Nel frattempo inizia un’innumerevole serie di lavoretti per potersi guadagnare qualcosa, e così fa il primo incontro diretto con la società bianca. Richard non riesce a capire le ingiustizie imposte dai bianchi e, sebbene ne sia terrorizzato, non riuscirà mai a piegarsi ai dettami della cultura nera stabilita dai bianchi; il ruolo che i bianchi hanno scelto per lui e per i suoi simili, un ruolo di sottomissione e perenne umiliazione, lo allontanerà anche dalla sua gente che, al contrario di lui, decide di sottostare impotente alla legge dei bianchi.

La vita di Richard è segnata dalla solitudine: relegato nel mondo dei neri, la sua costante volontà di ergersi ad essere umano lo rende un emarginato nella sua stessa comunità, incapace di comprendere le motivazioni che lo sospingono ad elevarsi come essere a sé. Il mondo nero è fatto di soprusi e carognate, ma Richard continuerà a ribellarsi.
Alla solitudine si aggiunge il perenne peso del silenzio: zittito dai bianchi, zittito dagli altri neri, zittito dalla sua stessa famiglia, Richard non trova mai una risposta dagli altri, se non attraverso le sue stesse elucubrazioni. Richard è un bambino curioso, affamato di sapere, ma nessuno sembra voler soddisfare questo suo bisogno. Abbandonato a se stesso, Richard trova le risposte che cerca nei libri; di qualsiasi genere essi siano, sono i libri la chiave per scoprire il mondo, in tutte le sue forme più recondite. Grazie alla lettura, Richard scopre anche il potere delle parole, un potere enorme, apparentemente innocente, ma in grado di ferire; un’arma raffinata e tagliente che il futuro scrittore afroamericano userà per uscire finalmente dal silenzio che lo ha oppresso per tutta la vita.

Romanzo dai tratti duri, la violenza che ne emerge è sconcertante. La supremazia bianca regna sovrana e i neri esercitano su se stessi la repressione voluta dai bianchi; qualsiasi atto di sicurezza da parte di un nero, manda in crisi la coscienza bianca, minando la sua legittimazione a tali crudeltà. Dall’altra parte, i neri accettano mestamente questa condizione, sentendosi così avallati nel compiere atti a discapito della morale bianca: se è il bianco che mi dà lavoro ma mi paga una miseria e mi maltratta, io nero posso allora vendicarmi rubando, truffando l’uomo bianco. E tutto ciò ai bianchi sta bene, perché è un atteggiamento rafforzativo al loro razzismo: che rispetto si può avere per i neri se rubano?
Un circolo vizioso, dunque, che mina costantemente il rapporto tra bianchi e neri.

Richard Wright dice NO a tutto questo, vuole spezzare questa catena di ricatti e rivendicazioni macchinate dall’odio razziale, perché vuole sentirsi libero di vivere con la sua esistenza con la sua morale, con le sue idee e con tutto il suo essere.
L’alternativa per una vita migliore sembra, così, essere il nord, l’utopia del benessere nero.

Conclusioni

Ragazzo negro è la storia di un uomo che ha deciso di essere padrone del suo destino, andando oltre i limiti del colore della sua pelle, nel bene e nel male. Non solo; è la testimonianza delle penose e difficili condizioni che gli afroamericani hanno dovuto affrontare per ottenere il loro posto nel mondo.

Voto: ★★★★

La storia del mercoledì: I diari 1862-1910

Quando si nomina Tolstoj, subito si pensa a Guerra e pace, Anna Karenina, e agli altri romanzi scritti dall’autore russo, oppure alla sua dottrina, il tolstoianesimo (o tolstoismo che dir si voglia), ma quanti si soffermano a pensare alla vita famigliare dello scrittore russo?
Sòf’ja Andrèevna Tolstàja è stata la moglie di Lev Nikolàevič Tolstòj per ben quarantotto anni, dal 1862 fino al 1910 (anno della morte del marito), e durante questi anni ha tenuto un diario che, fortunatamente, è giunto sino a noi.
I diari di Sof’ja Tolstaja sono la preziosissima testimonianza di una donna sensibile e intelligente che ha convissuto per lungo tempo con uno degli scrittori più importanti e geniali del XIX secolo.

All’ombra di Tolstoj: una vita (in)felice

Sòf’ja Andrèevna Bers, detta anche Sonja, si fidanza giovanissima con l’ormai trentacinquenne Tolstoj; ancora ingenua e sognatrice, Sof’ja accetta il matrimonio con Tolstoj ancora prima di aver terminato di leggere la proposta di lui, scritta in una lettera. Dopo un fidanzamento lampo, durato poco più di una settimana, i due si sposano il 23 settembre 1862, a cui seguì una separazione dalla famiglia molto dolorosa per Sof’ja.
Molti fatti avvenuti durante il periodo del fidanzamento, e la cerimonia del matrimonio stesso, sono stati poi descritti da Tolstoj in Anna Karenina, in riferimento al matrimonio di Kitty e Levin: i messaggi scritti per iniziali da Levin e decifrati alla perfezione da Kitty, l’offerta dei propri diari alla futura sposa, i dubbi sull’amore di lei, il ritardo di Levin al matrimonio per la mancanza di una camicia pulita, tutte queste scene narrate nel romanzo sono in realtà episodi concretamente vissuti da Lev e Sof’ja.

Giunti a Jàsnaja Poljana, ha inizio per Sof’ja una tormentosa permanenza nella tranquillità campestre della residenza del marito; giovane donna, ancora diciottenne, abituata alla vita ben più movimentata e allegra della sua famiglia a Mosca, Sof’ja si ritrova improvvisamente isolata in un ambiente silenzioso e solitario. A turbarla ulteriormente è la lettura dei diari di Tolstoj, in cui viene a conoscenza delle precedenti relazioni amorose (e sessuali) del marito.
Avete presente la frase di Oscar Wilde: “ Gli uomini vorrebbero essere sempre il primo amore di una donna. Questa è la loro sciocca vanità. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace essere l’ultimo amore di un uomo. ” ? Ebbene, tutto ciò non si può certo dire per Sof’ja che, dilaniata dalla gelosia, si tormenterà per molti anni a causa delle precedenti esperienze amatorie di Tolstoj.
Come un uccellino in gabbia, i primi anni matrimoniali di Sof’ja sono caratterizzati dalla noia e dalla solitudine, dal desiderio di attività e movimento, e soprattutto dal grande amore per Tolstoj; la vita della giovane sposa ruota interamente attorno al marito, Sof’ja vive letteralmente per lui. È quindi comprensibile che, se privata di una vita sociale e dominata unicamente dal desiderio di amore per Tolstoj, Sof’ja ceda spesso alla drammaticità di fronte alla sua stessa gelosia e al marito che è molto preso dal suo lavoro. E nonostante capisca quanto sia autodistruttivo questo amore per Tolstoj, Sof’ja non potrà mai fare a meno di lui.

Dopo un anno arriva il primo dei tredici figli, Sergèj, seguito dalla sorellina Tat’jana. I figli danno un nuovo scopo alla vita di Sof’ja che dovrà occuparsi della loro educazione, oltre alla gestione della casa. Contemporaneamente al ruolo di madre, Sof’ja svolge anche le vesti di copista, riscrivendo le bozze dei romanzi e degli articoli di Tolstoj.
La stesura di Guerra e pace è probabilmente il periodo più felice della vita matrimoniale di Sof’ja: appassionata al romanzo, Sof’ja prova un senso d’orgoglio nel poter copiare i manoscritti del marito e nell’essere presa in considerazione per quanto riguarda i suoi consigli.

Con l’avvento degli anni ’70 iniziano le crisi esistenziali di Tolstoj, come emergono palesemente in Anna Karenina, scritto in quegli anni. Questa crisi si acuisce sempre di più e, con il progressivo distacco dalla chiesa ortodossa, il desiderio di tornare a una vita più semplice, contadina, rinnegando il lusso e il benessere dei soldi che non manca di donare a chi ha più bisogno di lui, si innesca tra i due coniugi un insanabile disaccordo, una triste incomprensione che li accompagnerà sempre di lì in poi.
A fomentare questo distacco tra i due c’è poi Vladimir Čertkòv, il fondatore del tolstoismo.

Al già esistente disaccordo famigliare si va ad aggiungere La sonata a Kreutzer del 1889; in questo romanzo breve Tolstoj condanna severamente l’amore carnale e il matrimonio; immaginate, quindi, quanto potesse far piacere a Sof’ja trascrivere un romanzo che praticamente rinnegava tutta la sua esistenza. E nonostante questo, è grazie a Sof’ja se La sonata a Kreutzer venne pubblicata, intercedendo per il marito direttamente allo zar.

A segnare una nuova crepa nel cuore di Sof’ja è la morte del piccolo Vanička, ultimo figlio dei Tolstoj, il bambino su cui Sof’ja aveva riversato tutto il suo amore. Questo evento drammatico segnerà per sempre la vita della donna, i cui nervi cominciano sempre di più a cedere, e il pensiero del suicidio sarà sempre più frequente.
L’unico conforto di Sof’ja è il compositore Sergej Ivanovič Taneev, che con la sua musica e la sua amicizia, fa nascere nella donna un forte amore per la musica (e un amore platonico per lui), mentre in Tolstoj regna la gelosia.

Con l’avvento del nuovo secolo, Sof’ja si sente ulteriormente ferita quando viene a scoprire che il marito ha vergato un nuovo testamento in cui lascia i diritti d’autore di tutte le sue opere al pubblico dominio, privando così la famiglia di una qualsiasi eredità, ed affidandone la cura a Čertkòv, al quale già erano stati affidati i diari di Tolstoj.
Sof’ja è preda sempre più spesso di attacchi isterici e tenta continuamente falsi suicidi.

Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1910 Tolstoj decide definitivamente di andarsene da casa. Il motivo dell’estrema decisione sarebbe stata Sof’ja che, mentre il marito era coricato, sarebbe andata a frugare tra le sue carte. Sof’ja ovviamente nega nel suo diario:

Pretesto della sua fuga è stato il fatto che io di notte ho rovistato nelle sue carte. Ma io, nonostante sia entrata per un minuto nel suo studio, non ho toccato neanche una carta e sul tavolo non c’era nessuna carta.

Molto differente è la versione di Tolstoj.

Alla scoperta della fuga del marito, Sof’ja si getta nello stagno, dal quale viene tirata fuori dalla figlia Saša e dal segretario di Tolstoj, Bulgakov.
Sfortunatamente, durante la fuga Tolstoj si ammala e deve terminare il suo viaggio alla stazione di Astapovo. Non appena Sof’ja scopre dove si trova il marito lo raggiunge con un treno speciale, ma non le sarà permesso di avvicinarsi a lui se non quando sarà ormai spirato.

Chi è Sof’ja Tolstaja?

È difficile decifrare la personalità di una persona vissuta secoli prima, ma è altresì interessante cercare di ricostruire tutti gli eventi e le emozioni che hanno caratterizzato un’esistenza.
Chi era Sof’ja Tolstaja?
C’è chi l’ha definita una moderna Santippe, chi l’accusa, chi la crede pazza; altri sono stati più benevoli, come Simone de Beauvoir o Doris Lessing (di cui figura una prefazione proprio in questi diari della Tolstaja) che la difendono in virtù della sua condizione di donna in un’epoca maschilista.
Io, attraverso la lettura dei suoi diari, non ritengo che Sof’ja fosse pazza, ma che fosse affetta da nevrosi, se non isteria, da una gelosia patologica, ossessiva, che la rendeva insicura e paranoica. È indubbio però che la posizione del marito, un eminente scrittore e pensatore, non abbia facilitato le cose per Sof’ja; l’attenzione per il proprio lavoro e successivamente le idee di rinuncia alla vita benestante con il ritorno ad una vita contadina, hanno gravato sicuramente sulle spalle di Sof’ja. Pensate a tutto il lavoro di trascrizione che ha compiuto, riscrivendo decine di volte la stessa copia, e poi vedere il marito che dona tutte le sue opere al popolo, privando così la sua stessa famiglia di tale eredità. C’è chi l’ha definita avara per questo, ma io ritengo legittimo voler conservare per sé e per la famiglia i frutti del proprio lavoro. E non mi risulta che fosse egoista: Sof’ja curava come poteva i poveri che non potevano permettersi le spese mediche. Certo, lei non era esaltata come il marito: il fanatico ascetismo di Tolstoj (che tra l’altro predicava la castità quando lui invece continuava ad avere rapporti con la moglie) era ovviamente inattuabile con una famiglia già fatta ed educata ad altri standard.
Chi l’accusa, poi, sono prevalentemente i seguaci di Tolstoj, i tenebrosi, come li chiamava Sof’ja, che ovviamente non possono che attaccare colei che si opponeva alle estremizzazioni del loro maestro.
No, quello che ho percepito io è che Sof’ja è stata una donna sensibile e che ha sofferto, non importa di chi sia effettivamente la colpa, una donna che ha riempito tutta la sua vita dell’amore per Tolstoj.

Conclusioni

Questo è stato il mio primo vero approccio con la lettura di un diario. Devo ammettere che, finché non sono arrivata alla metà, ho riscontrato qualche difficoltà con la lettura in quanto un diario non è certo un romanzo (monsieur de la Palisse), e ovviamente non è propriamente scorrevole, non essendo finalizzato allo scopo di intrattenere o interessare il lettore, ma man mano che andavo avanti ho cominciato ad incuriosirmi sempre di più e ad immedesimarmi con questa donna che è stata al fianco di uno dei più grandi scrittori russi per ben mezzo secolo. Non solo, ha risvegliato in me una morbosa curiosità nei confronti di Tolstoj ( a tal proposito, se conoscete qualche biografia critica su Tolstoj vi sarei grata se me ne rendeste nota). È per questo che i diari di Sof’ja sono tanto importanti; attraverso i suoi scritti possiamo vedere l’altra faccia della medaglia, “riumanizzare” Tolstoj, non vendendolo più solo come un grande genio, ma anche come un uomo e, come tale, con tutti i suoi vizi e difetti.

Voto: ★★★★

La storia del mercoledì: I pilastri della Terra

Il trionfo spropositato di certi libri io non riesco a capirlo. Per esempio, I pilastri della Terra di Ken Follett, annoverato tra i successi editoriali degli ultimi anni, è stato per me di uno sbigottimento fuori dal comune.
Leggendo i vari commenti in rete, vedendo le critiche positive e il successo ricevuto, ho pensato bene di cimentarmi anch’io nella lettura delle 1030 pagine che compongono questo libro. Risultato? Delusione totale, oltre a un risentito sconcerto.

 

 

Beautiful ai tempi dell’Anarchia

L’epoca storica in cui si svolge la trama è il XII secolo, gli anni della guerra civile (o Anarchia) inglese che vede contrapposti i cugini Stefano di Blois (o d’Inghilterra) e Matilde (o Maud), e l’assassinio di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury.
Su questo sfondo colorito di sangue assistiamo al dipanarsi della vita di Tom il costruttore e famiglia, la “strega/selvaggia” Ellen e suo figlio Jack Jackson, l’ex nobildonna Aliena di Shiring e il frate/priore Philip da una parte, quella dei cosiddetti buoni; il “figlio di Satana” William Hamleigh e il vescovo “cornacchia” Waleran Bigod dall’altra, i cattivi irrecuperabili.
Tom ha un unico chiodo fisso nella testa, ovvero costruire una sua cattedrale, chiodo che si conficcherà a sua volta nella testa del futuro figliastro Jack, il quale si innamora della bella, quanto spocchiosa, Aliena, che però mostra un’iniziale resistenza al suo amore in quanto violentata in gioventù dal suo ex promesso sposo, lo stupratore incallito William, il quale a sua volta ha un terrore micidiale dell’inferno e del priore Philip, che non manca di ricordargli le conseguenze delle sue azioni nell’aldilà, le quali vengono poi “perdonate” tramite confessione dal meschino Waleran, ambizioso vescovo di Kingsbridge.
In questa trama alla Beautiful ( e io ve ne ho fatto un succo dimagrante, non crediate sia tutto qui!), che tra l’altro l’autore avrebbe potuto ridurre di almeno 500 pagine tanto sono inutili, ogni tanto si trovano certe scemenze e assurdità che ti farebbero venir voglia di prendere il libro e scaraventarlo dalla finestra, col rischio di ammazzare qualche povero passante innocente.
Uno degli esempi che più mi ha lasciata basita, sconcertata e interdetta è quello di quando Tom e i suoi figli sono mezzi morti dalla fame, svenuti nella foresta: arriva Ellen che li vede emaciati e stramazzati al suolo, e lei che fa? Si preoccupa che stiano bene? Accorre per aiutarli? Semplicemente li ignora? No! Si piomba su Tom e ci fa sesso! Cioè, così, di punto in bianco e per di più con uno che non ha manco la forza di reggersi in piedi!…Ora, io mi domando e dico, MA PERCHÉ?! Dove sta il senso, oltre alla verosimiglianza, di una cosa del genere?! No, questa veramente va oltre l’umano comprendonio delle mie facoltà intellettive, mentre le altre illogicità le ho direttamente rimosse dal mio cervello.

I cattivi e gli stolti

Se sul piano della Storia si assiste alla disputa tra i due cugini reali, su quello della storia del libro si partecipa comunque ad una sorta di guerra, di scontro, di lotta continua tra il bene e il male; tutta la banda dei buoni viene continuamente attaccata da William e la sua cricca di criminali incalliti. Perché? Semplicemente perché William Hamleigh è l’incarnazione del male e della stupidità sulla Terra; cattivo fino all’inverosimile, è prepotente, uno psicopatico, un sadico sessuale che passa metà della sua giornata a stuprare donne e l’altra metà a uccidere poveracci. Alcune scene sono di una volgarità esasperante e totalmente inverosimili, giusto per “scioccare” il lettore.
Inviperito a morte dal rifiuto di Aliena di sposarlo, cerca di torturarla in ogni modo possibile; abusare fisicamente di lei non è stato abbastanza, deve distruggerla su tutti i piani, morale ed economico. Deve soffrire peggio di un cane perché ha osato rifiutarlo. No, rendiamoci conto della pazzia di quest’uomo!
Così, praticamente, l’intero romanzo è un continuo susseguirsi di vittorie e sconfitte, prima dei buoni, ora dei cattivi, e viceversa.
Se per quanto riguarda il lato malvagio troviamo il suo massimo esponente in William Hamleigh e nel vescovo Waleran Bigod (perché è un bel figlio di buona donna pure lui), sul lato del bene troviamo i principali abitanti del villaggio di Kingsbridge: Tom, Philip, Jack, Aliena e bla bla.
Ma se William, ripeto, incarna alla perfezione il diretto discendente del diavolo, non si può certo dire che i buoni siano poi così buoni. E meno male, perché sennò si cadrebbe davvero sul ridicolo; buoni e cattivi come nelle fiabe, anche se comunque la caratterizzazione dei personaggi si rivela ugualmente improntata sullo stile fiabesco: eroi e antagonisti, fine. Niente di più banale e superficiale.
Ma il vero problema, in realtà, è che sono tutti odiosi, chi per un motivo e chi per un altro: Tom e Jack che sono ossessionati da ‘sta cavolo di cattedrale da costruire, Aliena che non fa altro che tirarsela manco ce l’avesse d’oro, ed Ellen che fa sempre la ribelle nonostante l’età. Il priore Philip, sebbene sia il più giustificabile per la sua smania di rendere il villaggio di Kingsbridge ricco e prospero, è comunque pesante e noioso.

Il genere e lo stile

Innanzi tutto, partiamo dalla classificazione del genere in cui viene inserito I pilastri della Terra: storico-mistery.
Romanzo storico? Mistery? Ma per favore!
Intanto, ciò che rende un romanzo storico non dovrebbe essere la presenza di qualche data e di qualche personaggio realmente esistito qua e là _ o non solo quello almeno _, ma bensì la capacità di immergere il lettore nella Storia e di far rivivere certe atmosfere e quotidianità ormai perdute (personalmente ritengo che in questo, tra i libri letti fin’ora, l’unica in grado di suscitare tutto ciò sia Philippa Gregory).
Io qui non ho percepito niente di tutto questo.
Poi, per quanto riguarda il mistery, qui dovrebbe essere tale solo perché nel proemio si parla di un’impiccagione e per il resto delle mille pagine si riaccenna al morto sconosciuto, sì e no, 3 volte?! Un mistero è qualcosa di celato, sì, ma anche di svelato, a poco a poco, in un crescendo lineare e più o meno continuo; qui ci si dimentica addirittura di tale “mistero” (che, per la cronaca, si riesce a risolvere da soli già a metà libro, se non prima, senza bisogno di arrivare alla spiegazione delle ultime pagine)!

Per ciò che concerne le capacità narrative, apparte le descrizioni inerenti l’architettura, che sono dettagliate e pignole fino all’esasperazione (e quindi alquanto superflue e odiose per un comune lettore ignorante in materia come me), il resto delle ambientazioni, delle azioni dei personaggi, eccetera, risultano piuttosto sempliciotte ma confusionarie, rendendo difficile al lettore (o per lo meno a me) capire esattamente cosa, come e dove stia succedendo una determinata cosa; mentre lo stile narrativo ( e qui la colpa può essere semplicemente del traduttore) è prosaico e, oserei dire, quasi puerile, sebbene ciò renda molto scorrevole (perché semplice) la lettura.

Insomma, Ken Follett ne avessi azzeccata UNA!

Conclusioni

Romanzo d’avventura e d’amore (sorrido), storico (rido), mistery ( piango, non si sa bene se dalle risa o dalla disperazione), questo libro ha messo a dura prova il mio amore incondizionato per i libri, belli o brutti che siano, tentandomi, pagina dopo pagina, di gettarlo nella pattumiera, inzupparlo ben bene di benzina e dargli impietosamente fuoco.
E poi su internet leggi parole quali: “capolavoro”, “stupendo”…vabbè. Resta il fatto che ho sprecato un mese a leggere spazzatura.

Voto: