Lunedì narrativa: Tutti i racconti

Anche nella narrativa breve, Flannery O’Connor si riconferma una delle autrici più spettacolari e talentuose che io abbia mai letto.
Mistica e pittoresca, la sua prosa rapisce completamente chi legge, e lo getta in un mondo cupo e bucolico al tempo stesso.
Assolutamente unica, proprio come il 29 febbraio.

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Le trentuno storie che compongono la raccolta, Tutti i racconti edita da BUR, sono accomunate, oltre che dalla scrittura sublime della O’Connor, da tutte quelle tematiche che caratterizzano la narrativa dell’autrice.
E allora, come ne Il cielo è dei violenti, ritroviamo quel rapporto conflittuale tra ragione e fervore religioso, in cui il mistero della fede è più grande di qualsiasi logica, ma che porta irrimediabilmente alla catastrofe, quando estremizzato, quando si pensa di comprenderne l’inintelligibilità.

Storie del profondo sud che rispecchiano ogni modo la brutalità e, al contempo, la bellezza di questo pezzo d’America così sbandato, così ostile, chiuso in se stesso.
Leggiamo di storie ambientate in vecchie fattorie dove assistiamo perennemente allo scontro fra padroni e lavoranti, tra genitori e figli, tra modernità e passato.
Scontro è la parola chiave; è attraverso lo scontro con la realtà, tramite lo shock, che si arriva ad una più alta forma di comprensione della verità _una sorta di sintesi hegeliana_ . Ecco che la violenza diventa l’unica forma possibile di amore, di rivelazione.

I personaggi della O’Connor sono figure alienate, impietose, ciniche, ironicamente perse nelle loro convinzioni, nella loro ignoranza, che faticano ad adattarsi ad un mondo che sta cambiando, in cui le città si ingrandiscono a dismisura, tanto da perdercisi, e dove i neri vivono alla stregua dei bianchi, accanto a loro e con loro.

Fissavano il negro artificiale come se si trovassero di fronte a un grande mistero, un monumento alla vittoria altrui che li riuniva nella comune sconfitta. […]
Il signor Head schiuse le labbra per fare un nobile pronunciamento e sentì la propria voce dire: “Non ne hanno abbastanza di negri, qui. Ne vogliono anche uno artificiale.”

(da Il negro artificiale)

Mistero e sconfitta, due temi peculiari dell’intera opera di Flannery O’Connor; il paradosso e l’assurdo che permeano i suoi racconti non sono altro che la manifestazione di quel grande mistero che è l’esistenza, impossibile da decifrare, impossibile da battere. L’unica forma di salvezza che resta è la misera accettazione fine a se stessa.

Conclusioni

Flannery O’Connor riesce a rendere reale e normale tutto ciò che non lo è; tramite i suoi racconti si viene catapultati in veri e propri piccoli mondi, ognuno con le sue dominanti, con i suoi drammi, tratteggiati dallo stile visionario e le descrizioni simboliche che caratterizzano questa scrittrice di enorme talento.
Fattori sociali quali religione, razzismo, o semplice perbenismo morale, si oggettivizzano, perdendo quella carica di critica sociale alla quale molti scrittori non riescono a rinunciare; a Flannery non interessa giudicare o biasimare, non è quello il suo scopo.

Tutti i racconti di questa raccolta sono godibilissimi di per sé, ma i migliori, secondo me, sono: Il geranio, Il fiume, Il profugo, Gli storpi entreranno per primi.

Voto: ★★★★

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Lunedì narrativa: Figlio di Dio

È piccolo, sporco, con la barba lunga. Si muove con impacciata ferocia tra la paglia secca, in mezzo alla polvere e alle strisce di luce. Sangue di sassoni e celti nelle sue vene. Nient’altro che un figlio di Dio come voi, forse.

Forse non era il libro dal quale dovevo cominciare per conoscere questo autore, forse mi aspettavo di più, fatto sta che Figlio di Dio di Cormac McCarthy mi ha lasciato con la bocca piuttosto asciutta.

Attraverso una narrazione frammentaria, talvolta dispersiva, assistiamo alla trasformazione di Lester Ballard, il protagonista del libro, cane randagio di una qualsiasi contea del Tennessee, da violento asociale a bestia implacabile.

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Lester Ballard è un disadattato sociale; non ha una casa, non ha un lavoro, non ha amici. Vive di una frugalità disarmante: si procura il cibo cacciando o arrangiandosi con piccoli furti, occupa abusivamente la vecchia casa abbandonata del nonno e i suoi rapporti con la comunità sono rari e sommari.
Incapace di interagire normalmente con i suoi simili, Ballard coltiva occasionali devianze sessuali, quali il voyeurismo e il feticismo, finché un giorno, quasi per caso, si ritrova a scoprire un’ulteriore perversione, la necrofilia.
Sempre il caso vuole che la casa dove vive prenda fuoco, costringendolo così, senza più alcun riparo, a cercare rifugio in una caverna sulle montagne. E la trasformazione è completata.
Senza rapporti con il mondo civile, Lester Ballard è ormai un animale, psicopatico, amorale, che per procacciarsi piacere sessuale ricorre all’omicidio seriale.

La storia di per sé è certamente cruda eppure, per quanto mi riguarda, non ha raggiunto lo scopo desiderato; tutta la violenza e la volgarità gratuita, di cui è abbondantemente intriso il libro, invece di suscitare un genuino disgusto finisce solo per annoiare. Il troppo stroppia, sempre.
Diventa palese la volontà di McCarthy di ripugnare il lettore, finendo solo con l’allontanarlo per l’esasperazione.
La violenza viene bilanciata da un’onnipresente e indomabile natura dalle sembianze bucoliche ma che risulta comunque cupa, pur nella sua imparzialità.
La violenza e la natura, la violenza è la natura.

La figura di Lester Ballard è sicuramente abominevole e disumana, eppure non è riuscita a incutermi odio o disperazione; sinceramente ho provato solo pietà per quest’individuo evidentemente malato che, quando la catapecchia in cui vive va a fuoco, si preoccupa di salvare anche i peluche vinti alla fiera, o che si ritrova a guardare il cielo chiedendosi di cosa siano fatte le stelle e di cosa sia fatto lui.
Il suo vivere allo stato brado, senza alcuna forma di moralità, non lo rende cattivo, nel vero senso della parola, nonostante le bestemmie, le parafilie e gli omicidi.
Lester Ballard è un uomo che non è un uomo, che eppure è anche lui un figlio di Dio, forse.
Forse, è il figlio minorato di Dio.

Conclusioni

Pensate che a quei tempi la gente fosse più cattiva di oggi? chiese il vicesceriffo. Il vecchio stava guardando la città inondata. No, disse. Non lo penso. Penso che la gente sia la stessa fin dal giorno che Dio creò il primo uomo.

La tesi di McCarthy vorrebbe forse far riflettere sull’ambivalenza della natura umana, quella dualità che ci permette di essere uomo e bestia, ma il personaggio di Ballard è talmente animalesco da non rientrare più nella categoria degli uomini, ormai è qualcos’altro; sarebbe stato possibile affrontare un tema del genere se al contrario avesse conservato una coscienza _ si pensi a Il signore delle mosche; i protagonisti di Golding ispirano realmente un’analisi sul bene e sul male, sulla vera essenza della natura umana, perché seppur trasformarti in violenti selvaggi, sono ancora capaci di comprendere il significato delle loro azioni, il che è anche peggio: loro non fanno del male per un bisogno incontrollato, loro scelgono volontariamente di fare il male.

Insomma questo Figlio di Dio non mi ha convinta, vedremo col prossimo.

Voto: ★★½

Lunedì narrativa: Uomini e topi

Uomini e topi è un romanzo breve di John Steinbeck, pubblicato nel 1937 e tradotto in Italia da Cesare Pavese, che racchiude in sé quei temi precipui che lo scrittore americano affronterà anche in altri romanzi.

Il titolo si rifà ai versi della poesia A un topo, del poeta scozzese Robert Burns:

Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!

Che differenza c’è tra gli uomini e i topi?

Due braccianti in cerca di fortuna nella desolata landa californiana della grande depressione. Due compagni di viaggio, due amici, George e Lennie, animati da un sogno: il desiderio di possedere, un giorno, una tenuta tutta loro.
Al ranch Soledad, dove i due trovano lavoro, il mite Lennie viene subito notato per la sua forza poderosa e la sua mente infantile; colto da un ritardo mentale, il giovane è ossessionato da tutto ciò che risulti soffice al tatto, motivo per il quale spesso, in mancanza di qualcosa di più morbido, Lennie cattura topolini da accarezzare, spesso con troppo vigore, finendo con l’ucciderli.
Le dure giornate di fatica e sudore al ranch si trascinano animate dal sogno dei due uomini, il sogno della casa coi conigli, il desiderio di una vita migliore.
Finché un giorno, Lennie combina involontariamente un ‘guaio’, e al suo compagno George non resta che un’unica, estrema e dolorosissima, cosa da fare.

” Mi piace carezzare le belle cose. Una volta ho veduto alla fiera dei conigli dal pelo lungo. Erano così belli, vi dico. Qualche volta ho carezzato anche i topi, ma solo quando non trovavo altro.”
[…]
Prese a Lennie la mano e se la pose sul capo.

” Toccate in questo punto e sentirete come sono morbidi.”
Le grosse dita di Lennie presero a lisciarle i capelli.
” Non spettinatemi,” disse la ragazza.
Lennie disse: “Oh, che bello,” e lisciava più forte. ” Che bello.”

Soledad

L’ambientazione del romanzo si colloca tra gli scenari di una California selvaggia, indomita, in cui è la natura che regna sovrana e dove l’unica presenza dell’uomo si concentra prevalentemente all’interno di ranch solitari. Nel contesto naturalista del romanzo, è proprio in un ranch, tra uomini e animali, che si svolge prevalentemente l’intera vicenda.

Nel dominio non meglio specificato di Soledad (solitudine, ulteriore riferimento alla condizione dell’umano abbandono a se stessi), coabitano da una parte i braccianti, e dall’altra i padroni. Le bestie non sono altro che bestie.
In queste tre categorie figurano rispettivamente George, Slim, Carlson e il vecchio Candy, per quanto riguarda la figura del bracciante, del lavoratore, dell’oppresso; Curly, suo figlio e la moglie di Curly jr, per quanto riguarda la figura del padrone, del ricco, del potente.
Tra le bestie poi, oltre agli animali veri e propri, troviamo Crooks e Lennie.

Crooks, l’unico uomo di colore nel ranch, vive separatamente dagli altri braccianti:
[…] aveva la cuccetta nel ripostiglio dei finimenti, una baracchetta appoggiata alla parete del fienile.
Come un animale, Crooks vive in un ripostiglio, accanto agli altri animali, nel fienile.
E come una bestia scontrosa e selvatica, ormai chiuso in un guscio d’isolamento forzato, Crooks è restio ad avere quei contatti amichevoli ai quali non è abituato; quando Lennie tenta di fare amicizia con Crooks, lui è scorbutico e diffidente: d’altronde, se i bianchi non vogliono avere niente a che fare con lui, lui non vuole avere niente a che fare con loro. Quando però Lennie non dà cenno di volersene andare, Crooks lo lascia entrare nella sua stanza e comincia un monologo sulla sua solitudine, sul suo bisogno, nonostante tutto, di avere accanto qualcuno con cui parlare, come del resto tutti gli esseri umani.
Vittima perenne dei bianchi, Crooks si vendica su Lennie, il più fragile a sua volta nella catena sociale, ulteriore dimostrazione di una natura crudele in cui vige “la legge del più forte”, dove il forte se la rifà sul più debole, secondo una severa gerarchia sociale e biologica.

” Dicevo supponete che George sia andato in città questa notte e voi non ne sappiate mai più nulla.”
Crooks spingeva a fondo a una sua specie di segreta vittoria. ” Supponete ciò, ” ripeté.
” Non farà questo, ” gridò Lennie. ” George non farebbe mai questo. Da tanto tempo siamo insieme. Questa notte ritornerà…” ma quel dubbio era troppo, per lui. “Voi dite che non tornerà!”
Il viso di Crooks si rischiarò di gioia alla tortura di Lennie.

Lennie a sua volta rientra nel gruppo degli animali: lento d’intelligenza, è però forte come un toro, come un cavallo, come un animale da soma. Lennie si riduce a questo: un animale innocente e senza coscienza.
Non a caso, sia il cane di Candy, sia Lennie, muoiono allo stesso modo: “proprio sotto la nuca”. Come un animale che non serve più, che è troppo debole per sopravvivere in un mondo troppo duro, il più forte decide di risparmiare al più debole la sofferenza, decidendo della sua vita.

La casa dei conigli

La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. ” Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani.”
Lennie era felice. ” È così, è così. E adesso dimmi com’è per noi.”
George riprese. ” Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare. Ma se quegl’altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.”
Lennie interruppe. ” Noi invece è diverso! E perché? Perché…perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché.”
Rise beato. ” Va avanti, George.”
” Lo sai a memoria. Puoi dirlo da te.”
” No, tu. Ho dimenticato qualcosa. Dimmi come sarà un giorno.”
” Va bene. Un giorno…avremo messo insieme i soldi e ci sarà una casetta con un pezzo di terreno e una mucca e i maiali e…”
” E vivremo del grasso della terra,” urlò Lennie.
” E terremo i conigli. Va avanti, George! Di quel che avremo nell’orto e i conigli nelle gabbie e la pioggia d’inverno e la stufa; dì come sarà spessa la panna sul latte che non lo potremo tagliare. Dì tutto questo, George.”
” E perché non lo dici tu? Lo sai benissimo.”
” No… dillo tu. Non è lo stesso, se lo dico io. Va avanti…George. Dì come accudirò ai conigli.”
” Allora, ” disse George, ” Avremo una grande aiuola d’erba e una conigliera e le galline. E quando pioverà d’inverno, diremo ‘ Al diavolo il lavoro’ e accenderemo un grande fuoco nella stufa e staremo seduti ascoltando la pioggia cadere sul tetto…

Ciò che spinge avanti George e Lennie è il desiderio di riuscire ad avere una casa loro, in cui vivere del proprio lavoro e allevare conigli.
La casa e, soprattutto, i conigli sono il chiodo fisso del dolce Lennie, che non smette mai di chiedere a George di raccontargli per filo e per segno l’intera fiaba _ perché è a questo che si riduce_, e George ogni volta gliela ripete pazientemente, come un mantra.
La casa dei conigli non è altro che un sogno, un’utopia che si trasforma in una verità schiacciante e crudele, annichilente: il sogno americano non esiste più, è un’illusione, è morto.

George disse sommesso: “…Credo che lo sapevo fin da principio. Lo sapevo che non ci saremmo mai arrivati. A lui piaceva tanto sentirne parlare che anch’io ho creduto fosse possibile.”
” Allora… tutto è finito? “, disse Candy costernato.

Conclusioni

La potenza drammatica di questa storia, la tragicità, il pathos, tutto trasuda da queste poche ma intense pagine. Più di un microcosmo, durante la lettura del romanzo il ranch diventa il mondo; Steinbeck, in poco più di cento pagine, è riuscito a ricreare dei personaggi reali, veri, sinceri, tutti animati da brutalità e sofferenza, da speranza e disincanto, e a ritrarre quella condizione umana di degrado e umiliazione che risulta universale.

Uomini e topi è un romanzo verista in cui il concetto dell’ostrica è potenziato fino all’estremo: se nasci topo, non riuscirai mai a diventare uomo, ma entrambi siete esseri deboli e fragili, delicati: basta una carezza o una scrollata troppo forte e di voi non resta che un corpo senza vita.
Alla fine, non c’è poi tanta differenza tra uomini e topi.

Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!

Voto: ★★★★★

Lunedì narrativa: L’uomo dal vestito grigio

Dopo avere abitato per sette anni nella piccola casa di Greentree Avenue, a Westport, nel Connecticut, la detestavano entrambi.

Così si apre l’incipit del primo romanzo di Sloan Wilson, L’uomo dal vestito grigio, anno 1955, che ha rispecchiato, volente o nolente, quella generazione di uomini accomunati da un vestito di flanella grigia nell’America degli anni ’50.
Autore prolifico degli Stati Uniti, è meno conosciuto in Italia, dove la sua produzione si riduce solamente a due testi, il romanzo sopracitato ed il, forse, più famoso Scandalo al sole.
È un peccato dover rinunciare all’opera omnia di questo scrittore Americano, con la ‘a’ maiuscola, ma d’altronde siamo in Italia, si sa come va qui da noi.

Tom e Betsy Rath, sposati e con tre figli, vivono in un tranquillo quartiere residenziale, nella periferia del Connecticut; la moglie Betsy bada alla casa e ai bambini, il marito Tom prende il treno ogni mattina per recarsi in ufficio nella fondazione in cui lavora da nove anni.
Una vita placida, una vita ordinaria, una vita piatta.

Era strano pensare che una casa con la crepa a forma di punto interrogativo e le macchie di inchiostro sulla tappezzeria dovesse rappresentare, con ogni probabilità, il termine del loro personale cammino. Era impossibile crederlo. In un modo o nell’altro, qualcosa doveva cambiare.

Appunto. Qualcosa doveva cambiare.
Tom viene a conoscenza di un posto vacante nella grande azienda della United Broadcasting e decide di tentare la sorte; il nuovo lavoro significherebbe possibilità di carriera, comporterebbe un aumento di stipendio e la possibilità di andarsene da quel sobborgo dai villini tutti uguali, ormai tanto odiato.
Contro ogni previsione, Tom viene assunto come stretto collaboratore del dirigente in persona, Richard Hopkins, uno degli uomini più importanti e ricchi nel mondo degli affari.
Ma assieme ad un futuro presumibilmente più roseo, inaspettatamente riemerge il passato più oscuro di Tom, quello che l’uomo aveva relegato nel cassetto più recondito della sua memoria: quello della guerra, e con esso, quello di Maria.

Ad aggiungere scompiglio avviene la morte della nonna novantenne di Tom, l’unica parente rimasta in vita, che con la sua dipartita lascerà al nipote la sua immensa e decadente proprietà nella ridente cittadina di South Bay.
Tom si ritrova in bilico tra un presente incerto ed un passato doloroso da dover affrontare: il lavoro alla United Broadcasting non si rivela così sicuro e stabile come sperava, i debiti, l’ipoteca sulla proprietà della defunta, la vendita frettolosa della casa in Greentree Avenue, l’incontro con l’ex commilitone Cesare Gardella e con lui la pressante, seppur lontana, presenza di Maria, risucchiano Tom in un vortice di preoccupazioni senza sosta, mentre Betsy, ignara di tutto, continua a ripetere la sua fede nel futuro.

Tom si guardò intorno nella casa in preda al caos e di colpo questa gli fu indicibilmente cara. La crepa simile a un punto interrogativo sulla parete della stanza di soggiorno, i mobili modesti, il linoleum logoro in cucina: tutto sembrava fare parte di un che di prezioso che stesse affondando rapidamente, di qualcosa che era già colato a picco e non sarebbe stato possibile recuperare.

Nell’attimo stesso in cui il suo equilibrio viene messo in pericolo, Tom si accorge di rimpiangere quella vita monotona ma sicura. Perché essere un uomo dal vestito grigio forse non era poi così male. O no?
Combattuto tra ciò che deve essere e ciò che è realmente, Tom capisce che l’unico modo per salvarsi, l’unico modo per emergere da quella massa di uomini in grigio, è essere onesto, seguire la sua coscienza e dire la verità, a qualunque costo.

La flanella pizzica

[…] Non c’è più nulla che sembri divertente. Non c’è niente che non vada in questa casa, e non c’è niente che non vada in Greentree Avenue, o in Tom o in me. È solo che nulla è più divertente; ed è spaventoso perché, una volta detto questo, non c’è altro da aggiungere… Ma perché? » si domandò.

Ne L’uomo dal vestito grigio, soprattutto nella prima parte, riecheggia in qualche modo, seppur con enormi differenze, un altro romanzo con la medesima ambientazione: Revolutionary road.
Questo bisogno di una vita perfetta, omologata, rispettata che finisce col rivelarsi solo un misero cliché e, di conseguenza, quell’urgenza di andare oltre le apparenze, la quotidianità, il conformismo, sono tutti temi che accomunano non solo i due romanzi, ma un’intera generazione di individui formati con lo stampino che, ad un certo punto della loro vita, decidono di cercare disperatamente la loro strada.
La differenza principale sta in come si decide di percorrerla, questa strada.
In Revolutionary road i due coniugi si lasciano trascinare impotenti dalle loro nevrosi, fino ad un finale tragico, cupo e senza speranza; ne L’uomo dal vestito grigio Tom e Betsy scelgono invece di non lasciarsi travolgere, ma di combattere per quello in cui credono e alla fine riescono a vincere.

Conclusioni

Quello di Sloan Wilson è un romanzo delizioso che ti permette di rivivere quell’America degli anni ’50, immortalata nel suo quadretto idilliaco con le sue casette bianche e le donne in abiti da cocktail, con i padri di famiglia che fanno i pendolari ed indossano sempre un completo di flanella grigia.
Un romanzo delicato, ma anche profondo, amaro, quando scopri che sulla giacca color fumo manca un bottone, o c’è un buco nella tasca.
Un romanzo che grida all’America, a quell’America dorata degli anni Cinquanta, con i suoi splendori e i suoi stereotipi, ma anche un romanzo di memorie, di smembramento, della lotta personale di un uomo contro il suo stesso conformismo.
D’altronde

« Non ha nessuna importanza. Sarà interessante stare a vedere che cosa accadrà. »

Voto: ★★★★

Gregory Peck in una scena dell'omonimo film del 1956.
Gregory Peck in una scena dell’omonimo film del 1956.

Lunedì narrativa: Il cielo è dei violenti

La bruttura, la brutalità, l’orrore, la violenza. Il cielo è dei violenti è tutto questo.
Non esiste via d’uscita, non esiste possibilità di scelta. Il destino che Flannery O’Connor riserva al giovane Tarwater è irrevocabile e perentorio. Tu sei. Nient’altro.

Il cielo. Fondamentalismo.

Tarwater non è mai vissuto altrove della sperduta radura di Powderhead assieme al suo prozio, il profeta. O meglio, una volta sì, quand’era ancora un infante e giaceva nella culla nella casa dell’altro suo zio, il maestro; prima che il profeta lo rapisse e lo iniziasse a nuova vita. Ma Tarwater era talmente piccolo che non lo può ricordare.
Per quattordici anni ha vissuto col prozio, isolato dal resto del mondo, educato sotto la rigida guida cristiana che il profeta ha voluto impartirgli. Perché un giorno toccherà a lui prendere il posto del profeta e vivere nella fame del pane di Gesù.

Il vecchio, che diceva di essere un profeta, aveva cresciuto il ragazzo insegnandogli ad aspettare a sua volta la chiamata del Signore, e a tenersi pronto per il giorno in cui l’avrebbe udita. L’aveva istruito sui mali che toccano a un profeta, quelli che vengono dal mondo, e sono trascurabili, e quelli che vengono dal Signore e lo purificano ardendolo, perché lui stesso era stato purificato ardendo più e più volte. Lui, aveva imparato attraverso il fuoco“.

Così, quando quella mattina, a colazione, il vecchio Tarwater non si alza più, il giovane discepolo sa esattamente quello che deve fare. Scavare una fossa per il vecchio zio, dargli una sepoltura cristiana, e prendere il suo posto. Oppure no?
Il prozio è morto e “ai morti non dobbiamo niente“. Nonostante i suoi unici insegnamenti, il ragazzo sa che l’uomo era folle, inoltre lui non ha mai sentito la voce di Dio ad indicargli la strada, com’era successo invece per il vecchio. L’insegnamento coatto e ripetitivo subito da Tarwater atterrisce il ragazzo di fronte all’aspettativa di prendere le orme del morto. Così, un’immaginaria voce, frutto della sua parte razionale o del diavolo, comincia a pressare il ragazzo, con un unico monito: andare contro il prozio, a tutti i costi. Non si tratta di una semplice ribellione adolescenziale. Lui non vuole seguire la strada del profeta. Lui vuole solo essere libero, l’unico padrone di se stesso. Ma non basta la volontà.

Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO. Bisogna dimostrarle le cose. Bisogna dimostrare che si fa sul serio. Bisogna dimostrare che una cosa non si fa facendone un’altra. Bisogna giungere a una decisione. In un modo o nell’altro.

E il primo atto di libertà di Tarwater è quello di bruciare empiamente il prozio e la sua casa.

La terra. Razionalità.

Tarwater raggiunge l’unico parente consanguineo rimastogli, lo zio Rayber, il maestro. Quest’ultimo, che a sua volta da bambino venne rapito dal profeta, sebbene per soli tre giorni, decide di aiutare il nipote nel riscattare la sua dignità di essere umano pensante.
Anche Rayber ha subito lo choc di un’educazione distorta, e ha dovuto lavorare su se stesso per tutta la vita, per porvi rimedio.
La presenza di Tarwater risveglia in lui un desiderio di riscatto e speranza che si trasforma in una vera e propria missione: salvare il ragazzo, fare di lui il figlio che non ha avuto possibilità di educare. Ma tutto ciò che ottiene dal nipote è una strenua resistenza alla sua logica e alla sua razionalità, sue uniche armi di difesa contro la follia del vecchio.
A complicare le cose c’è Bishop, figlio mentalmente disabile di Rayber; il bambino non parla ma la sua presenza è ben tangibile nella coscienza di Tarwater. Come in una sorta di trance, Tarwater si ritrova ipnotizzato nello sguardo del cuginetto che è una costante provocazione; gli occhi vuoti del bimbo ricordano al ragazzo quelli del prozio e, insieme ad essi, la sua ultima disposizione: battezzare il cugino. Ma Tarwater sa che nel momento stesso in cui cederà a questo impulso, il suo destino sarà segnato, ineluttabile.
All’interno della sua mente, il ragazzo si ritrova coinvolto in un’estenuante lotta contro se stesso: da una parte l’imperiosa ossessione di battezzare Bishop, dall’altra il disperato bisogno di essere libero.
Di nuovo un bivio, una scelta: “Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO.
E Tarwater lo fa, questo NO.

La violenza è il nuovo amore.

[_Spoiler Allert_]

Non c’è amore né gioia nell’universo creato dalla O’Connery, perché l’amore non è di questo mondo.
La natura è nemica e indifferente _”Il sole, già un gomitolo di luce malevola“_, così come la città è un luogo incolore e distaccato:

“Parecchi lo urtarono, e il contatto, che avrebbe dovuto far nascere una conoscenza da durare tutta una vita, non significava nulla […]
Poi si era reso conto, quasi senza preavviso, che quello era un luogo malvagio: e malvagie erano le teste chine, le parole borbottate, la premura d’allontanarsi.”

L’unico essere in grado di amare risulta essere Bishop, nonostante, o forse proprio in virtù, della sua deficienza. Ma quest’amore viene impietosamente sconfitto, perché il cielo, così come la terra, è dei violenti.

Questa violenza, però, non è vista in senso negativo dall’autrice, in quanto rappresenta una componente indissolubile dell’uomo e la chiave per raggiungere la vera essenza della fede; una passione brutale e drastica, ma che, se incanalata verso Dio, risulta salvifica.
Rayber, al contrario, sopprime costantemente tutto ciò che è passionale in virtù di una strada più equilibrata e razionale, ma il risultato che ne deriva è la sua totale sconfitta, evidente quando, a seguito della morte di Bishop, l’uomo realizza di non provare niente per il figlio e collassa.

Restò in attesa del dolore rabbioso, della sofferenza intollerabile che gli spettava per poterla ignorare, ma continuò a non sentire nulla. Rimase alla finestra con un po’ di capogiro, e solo quando si rese conto che non vi sarebbe stato alcun dolore, crollò.”

A sancire questa supremazia della violenza vi è una misteriosa armonia degli opposti in cui tutto ciò che distrugge allo stesso tempo crea: l’annegamento di Bishop, ultimo atto profano che resta a Tarwater, quasi libera il ragazzo dal suo destino, ma il battesimo simultaneo lo redime. Lo stesso atto violento del sacrificio umano racchiude in sé un atto di purificazione.
L’acqua annega e battezza; il fuoco distrugge Powderhead e purifica gli occhi di Tarwater.
L’acqua e il fuoco, due elementi apparentemente contrastanti, sono in realtà equivalenti, così come il binomio creazione/distruzione: tutto ciò che distrugge, redime.

Conclusioni

Crudele, cupa, spietata, Flanney O’Connor non trova pietà per i protagonisti della sua storia; quando credi che sia finita, eccola là con un’ulteriore brutalità che pensavi non necessaria.

Il cielo è dei violenti è un romanzo intenso, fosco, prepotente, accompagnato da uno stile magistrale, una penna abile e di poderoso talento, ricco di descrizioni simboliche, quasi visionarie.
Lo scontro tra il divino e il razionale, tra il sensato e l’assurdo, tra l’acqua e il fuoco, gioca da ruolo centrale per l’intera vicenda.

Quello che potrebbe passare per un semplice romanzo contro le brutture della fede, un testo anti-religioso, è in realtà qualcosa di più, di estremamente complicato e controverso: è un’apologia della violenza come amore per il divino. È il riscatto della passione religiosa contro un ateismo forzato ed il mero fanatismo, privo di significato; perché, se sei offuscato dall’estremismo, ti ritrovi a vagare come un povero matto, come il vecchio Tarwater, ma se sei privo di emozioni, sei privo di tutto, sei vuoto, come Rayber. Il potere della religione è strettamente legato alla passione.
È ovviamente discutibile la presa di posizione da fervente cattolica qual era Flannery O’Connor, in quanto io sono atea e vivo da Dio (scusate il gioco di parole), e non penso proprio di essere vuota e senza sentimenti.

Altra nota stonata sta nella perspicacia di Tarwater che risulta alquanto inverosimile, pur nel contesto di una vicenda esasperatamente improbabile come questa; come fa Tarwater, cresciuto esclusivamente alla mercé del prozio, a realizzare che si tratta di un folle? Tarwater non ha avuto altri stimoli, altri contatti umani al di fuori del profeta, dunque mi chiedo come sia possibile che un ragazzo che non conosce neanche il telefono _”Meeks scompose la macchinetta in due parti e ne tenne una contro la testa mentre faceva girare un dito sull’altra parte.”_ possa giudicare tanto lucidamente la pazzia del suo precettore.
Questa l’unica critica che posso muovere all’autrice.

Comunque, una cosa è certa: non vedo l’ora di leggere i suoi racconti.

Voto: ★★★★

FlanneryOConnor

I classici della domenica: Bartleby lo scrivano

Il mio primo incontro con Herman Melville si è concluso. Non avevo mai letto niente di questo autore ed ignoravo completamente in cosa mi sarei imbattuta. Per mia fortuna ho cominciato la scoperta dello scrittore con dei racconti e non con un intero romanzo. Perché dico così? Beh, perché Melville non è assolutamente una lettura semplice, almeno per me.
Posso capire perché lo scrittore americano finì nel dimenticatoio all’epoca delle sue opere: i tempi non erano maturi. Gli scritti di Melville sono oscuri, astrusi, sibillini; lo stile e le tematiche precorrono i tempi: Herman Melville è il pioniere dell’ermetismo e della letteratura dell’assurdo.
È abbastanza chiaro, quindi, come una narrativa del genere non possa essere stata apprezzata dai contemporanei dell’autore, quando il genere letterario in vigore era per lo più il romanzo naturalista.
Ciò nonostante, l’opera di Melville è sopravvissuta e giunta sino a noi; un’opera ostica ed enigmatica, ma permeata di una potenza simbolica indiscutibile.

Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street

La storia di Bartleby ci viene raccontata dal suo datore di lavoro, titolare di uno studio legale nella sempre più emergente Wall Street. Alle prese con un lavoro sempre maggiore, il narratore decide di assumere al suo servizio un altro scrivano e fa qui, dunque, la sua comparsa Bartleby.
Bartleby è un uomo taciturno, pallido, dimesso e sobrio; nel suo cantuccio solitario, Bartleby è uno scrivano provetto, copiando incessantemente documento dopo documento. Nemmeno una pausa per il silenzioso eremita, cosa che rende il narratore colpito e perplesso. Bartleby si presenta dunque come un lavoratore alacre e instancabile, ma alle prime richieste che non riguardino esclusivamente la copiatura, come ad esempio l’uscire per svolgere commissioni, Bartleby si sottrae semplicemente con un “preferirei di no”. Il titolare resta basito dal rifiuto dello scrivano nell’eseguire i suoi compiti, ma come disarmato dal candore della risposta, finisce con il lasciar cadere la questione. Inutilmente il narratore rinnova le sue richieste, ottenendo in cambio sempre la solita risposta: preferirei di no. Assieme ad un giustificato dispetto, cresce nel magistrato il desiderio di conoscere meglio la strana figura che ha assunto nel suo ufficio; Bartleby è chiuso nel suo guscio, imperscrutabile, a dir poco emblematico. Ma chi è Bartleby? Da dove viene? Qual è la causa dei suoi perentori, quanto pacati, rifiuti?
Ad accrescere il disagio del narratore è poi l’improvvisa interruzione del lavoro di Bartleby come copista; di punto in bianco, lo scrivano pretende di non voler più scrivere, o meglio, preferirebbe non farlo più, lasciando il suo padrone nell’impotenza di fronte alla sua perentoria decisione. Bartleby passa ora le sue giornate fissando fuori della finestrella dello studio, che dà su un muro. A niente valgono le proteste, le suppliche, gli inviti accorati del legale di fronte alla caparbia ostinazione dello scrivano. Bartleby vive nel suo mondo, un mondo astratto e inaccessibile, un mondo sbarrato dalla continua presenza di quel muro fuori dalla finestra.
Il narratore, ora impietosito, ora esasperato dal comportamento del suo subalterno, decide di licenziare, sebbene a malincuore, lo strano individuo, ma inutilmente; Bartleby non intende andarsene, preferirebbe non andarsene, e non se ne va.
Non sapendo più come doversi comportare, il legale finisce con il trasferirsi in un altro palazzo, lasciando Bartleby al suo destino. A distanza di poco tempo, però, il narratore viene a conoscenza delle proteste degli inquilini del suo vecchio stabile, indispettiti dalla presenza continua e spettrale dell’ex scrivano. Bartleby finisce così col venire arrestato.
A questo punto il narratore, dispiaciuto per la fine di Bartleby, va a trovarlo in prigione per assicurarsi che stia bene; la figura di spalle, di fronte a un muro, testimonia che niente è cambiato in Bartleby. L’uomo continua il suo compito di sognatore, di figura astratta ed ascetica, di sovvertitore silenzioso, fino all’inevitabile fine.

La critica è molto dibattuta riguardo l’interpretazione del racconto; Bartleby è chiaramente una figura simbolica dai tratti evangelici: un moderno Gesù Cristo capace di vedere oltre, inaccessibile ai comuni mortali? Forse. Sicuramente è un aspetto da tenere di conto.
Ma la teoria che tendo ad accreditare di più è una sorta di critica intrinseca alla società moderna; sempre più caotica, sempre più veloce, moderna, inafferrabile, la società di Melville, di cui Wall Street ne è l’astro nascente, è una società basata sul capitale e sulle leggi burocratiche. Non più uomini, ma notai ed avvocati. Non più valori umani ma capitali, azioni, denaro.
Bartleby è il simbolo del passato che tenta di dire no al futuro incalzante. Ma un muro si oppone sempre di fronte alla sua figura; la strada è sbarrata in senso contrario, si può solo andare avanti, altrimenti si finisce con il restare a fissare solo un muro.

Ma il muro potrebbe anche indicare quell’effettiva barriera che divide il genere umano.

“Ah Bartleby! Ah, umanità!”

Un muro fra me e gli altri, una costante instabilità che finisce col minare le convinzioni altrui ( i continui ripensamenti e le crisi di coscienza del narratore, l’invasione del verbo preferire all’interno dell’ufficio, che “contamina” anche gli altri assistenti del legale).

E altri racconti americani

Gli altri racconti che compongono la raccolta non sono meno ermetici del precedente.

In Chicchirichì, ovvero il canto del nobile gallo Beneventano, un uomo appesantito dai comuni problemi materiali (problemi pecuniari), rinasce grazie al portentoso canto di un gallo, appartenente ad un pover’uomo che si rifiuta di vendere il bene più prezioso che ha: il canto del suo fedele gallo.

Ne I due templi, Melville contrappone l’ostentata purezza della Chiesa al mondo più pagano del Teatro. L’apparenza sacrale e caritatevole della Chiesa, viene smascherata dall’effimero ambiente mondano che, paradossalmente, risulta più di sostanza e genuino del primo.

Ne Il paradiso degli scapoli e il tartaro delle fanciulle assistiamo a due scenari totalmente contrapposti: il mondo spensierato e benestante degli avvocati, uomini scapoli e della buona società, a quello infinitamente più triste e freddo di una cartiera, dove donne dal colorito niveo, ripetono incessantemente il loro lavoro meccanico, paragonate a Cristo per il loro sacrificio a discapito della loro virtù.

Jimmy Rose, protagonista del racconto omonimo, è un uomo enormemente ricco e generoso che finisce col perdere tutte le sue sostanze e vivere di un’indifferente, quanto supponentemente tollerata, carità da coloro che gli erano amici ai tempi delle sue ricchezze.
Jimmy Rose è la nemesi di Bartleby, in quanto accetta suo malgrado quel compromesso che lo scrivano rifiuterà fino alla morte.

Io e il mio camino è un racconto dal tono più spensierato; narra della smodata ammirazione di un uomo per il suo camino, che combatte in tutti i modi la sua famiglia, che invece vorrebbe sbarazzarsene.

Conclusioni

Decisamente quella di Herman Melville non è una letteratura banale ed agevole; tra i riferimenti biblici ed evangelici, le critiche velate ed i numerosi simbolismi, l’opera dello scrittore americano presenta non poche difficoltà nella sua interpretazione, oltre che nella sua lettura.
Consiglio: iniziate, come me, da racconti o romanzi minori prima di imbattervi nel ben più voluminoso capolavoro che è Moby Dick. Almeno per il primo incontro. Poi fate voi.

Voto: ★★½

Lunedì narrativa: 1933. Un anno terribile

Come in molti ambiti, anche l’arte dello scrivere conosce varie scuole di pensiero; una di queste si riassume nel conciso asserto “scrivi di ciò che sai”, e John Fante si rifà sicuramente a questa tesi. Praticamente tutte le opere di Fante sono rielaborazioni autobiografiche dell’autore italo-americano, e 1933. Un anno terribile non fa eccezione.

Scritto negli anni ’50, ma pubblicato postumo nel 1985, 1933. Un anno terribile è un breve romanzo di denuncia simbolica e di un possibile riscatto, in cui lo scrittore rievoca i luoghi e le condizioni della sua infanzia.

Buiscuit & Book.

Dominic Molise, diciassettenne di origini italiane, vive nella povertà di un’America in crisi, infingarda e disillusa; il sogno americano, che ha spinto i suoi avi a lasciare l’Abruzzo per una terra di promesse, si è concretizzato in un’amara delusione per la famiglia Molise. Il padre di Dominic, muratore disoccupato, provvede alla sua famiglia giocando a biliardo su scommessa, in attesa che il figlio, finita la scuola, si metta a lavorare con lui.
Ma Dominic non ha intenzione di seguire le orme paterne, ha ancora una speranza di farcela grazie al Braccio; lanciatore eccezionale, Dominic sogna, anzi sa, che grazie al suo braccio sinistro riuscirà a lasciare la misera cittadina di Roper per entrare a giocare da professionista in una squadra di baseball, magari con i Cubs.
Con il suo migliore amico Kenny, Dominic si allena tutti i giorni nello scantinato del padre dell’amico, dove i due ragazzi, tra un lancio e l’altro, fantasticano sul loro roseo futuro nel baseball, finché a Kenny viene un’idea: perché non anticipare i tempi e partire subito per la calda California? Dopo un’iniziale titubanza, Dominic accetta, ma c’è un grosso problema da risolvere: trovare i soldi per finanziare il viaggio.
Il desiderio di partire diventa un’urgenza. Andarsene, subito, o mai più.

American dream, Joyce e la teodicea.

Il perno centrale del romanzo è il sogno; il sogno come forma di evasione, il sogno come forma di rivincita, il sogno come speranza, come ultima risorsa per continuare a vivere.

“Sognatori, eravamo una casa piena di sognatori. La nonna sognava la sua casa nel lontano Abruzzo. Mio padre sognava di essere senza più debiti e di fare il muratore a fianco di suo figlio. Mia madre sognava la sua ricompensa celeste con un marito allegro che non scappava via. Mia sorella Clara sognava di fare la suora, e il mio fratellino Frederick non vedeva l’ora di crescere per diventare un cowboy. Se chiudevo gli occhi riuscivo a sentire il ronzio dei sogni per tutta la casa, poi mi addormentai.”

Un’America fatta di tanti piccoli sogni che uno ad uno vengono spezzati. O forse no?

Dominic proviene da una famiglia di poveri immigrati e l’unico futuro che hanno da offrirgli è quello di intraprendere la sterile carriera di muratore, che il ragazzo però non ama. Le uniche passioni nella vita di Dominic sono il baseball e Dorothy Parrish.
Il baseball è l’unica cosa che appaga Dominic; il Braccio, il suo Braccio, è la promessa di un futuro migliore e ricco di gloria; il Braccio non è un semplice arto, ma la chiave del suo successo, un essere a se stante, con una sua volontà. Vi è una vera e propria umanizzazione del Braccio: Dominic gli parla, lo consola quando freme od è triste, se ne prende cura come di un neonato, spalmandolo costantemente di balsamo Sloan. Il Braccio parla e dice a Dominic di non disperare.

In questo altalenarsi di sogni e disillusioni esistenziali, si inserisce la parentesi amorosa: l’attrazione morbosa di Dominic per Dorothy, la sorella di Kenny. Bella, universitaria e di famiglia benestante, Dorothy è il sogno proibito di Dominic; regina glaciale, venerata e idealizzata, Dominic cerca disperatamente un contatto con lei, e quando finalmente l’ottiene, tutto il suo ardore adolescenziale esplode in una disperata libido che segna definitivamente la fine con l’agognata Dorothy.

Altro elemento che ho trovato interessante è il richiamo a James Joyce: quando Dominic decide di rubare la betoniera del padre per poter finanziare il viaggio in California è costretto a passare per il cimitero, proprio di fronte alla lapide del nonno. A questo punto succede qualcosa: una paralisi, in puro stile Joyce; così come Eveline, in Gente di Dublino, non ha il coraggio di affrontare il fantasma della madre, Dominic non ha la risolutezza necessaria a sostenere gli ammonimenti della coscienza di fronte alle conseguenze delle sue azioni, cioè passare con la refurtiva sulla tomba del nonno.

Infine, parliamo della componente teologica che emerge soprattutto nella prima parte, seppur in modo soffuso e poco invasivo, del romanzo.
Il contesto in cui cresce il protagonista è un ambiente estremamente religioso; in casa Molise regna il fervore cattolico e Dominic frequenta una scuola retta da suore.
Il ragazzo si interroga sulla sua condizione di povertà, fantastica sulla morte, spesso rivolgendosi direttamente a Dio. Perché Dio ha fatto nascere Dominic in una famiglia povera, se poi non potrà cambiare le cose? Perché Dio avrebbe favorito quest’ingiustizia? Dev’essere per questo che Dio l’ha dotato del Braccio, per far emergere Dominic dalla sua situazione di miseria. D’altronde anche altri grandi del baseball sono partiti da famiglie povere.
Predestinazione.
Come se tutto fosse permeato di un ermetismo divino, Dominic è afflitto dai dubbi, ma è altresì fiducioso sul suo futuro, perché lui ha il Braccio, e il Braccio gli è stato donato da Dio.
Una mentalità chiusa nel suo involucro religioso che riporta la situazione di Dominic alla questione sulla teodicea, al passo di Giobbe, al cercare una spiegazione razionale di fronte ad una condizione di sofferenza pressoché ingiusta, come la ristrettezza economica del protagonista.

“Ero figlio di un muratore disoccupato da cinque mesi. Non avendo un cappotto, mi mettevo tre golf, e mia madre aveva già cominciato una serie di novene per il vestito di cui avrei avuto bisogno a giugno per l’esame.
Signore, dissi, perché in quei giorni ero un credente che parlava con franchezza con il suo Dio: Signore, che sta succedendo? È questo quello che vuoi? È per questo che mi hai messo sulla terra? Non ho chiesto io di nascere. […]
è questo il premio per chi cerca di essere un buon cristiano, per dodici anni di catechismo e quattro di latino? […]
Stai giocando con me? Ti sono sfuggite le cose di mano?Hai perso il controllo? Lucifero ha riguadagnato potere? Sii onesto con me, perché sono sempre preoccupato. Dammi un segno. Vale la pena di vivere? Le cose si aggiusteranno o no?”

Conclusioni

Il finale è un punto interrogativo, aperto, sospeso sulle possibilità del protagonista di fronte al suo futuro. Come andrà a finire? Non si sa, ma abbiamo tutti gli elementi per delineare un possibile finale; sta al proprio gusto e alla propria chiave interpretativa decidere la direzione da seguire. Io ho la mia.
Oppure possiamo anche lasciare tutto così com’è.

Voto: ★★★

Lunedì narrativa: America oggi

America oggi è un’antologia di dieci racconti scritti da Raymond Carver, che hanno ispirato la sceneggiatura per il film omonimo di Robert Altman (Short cuts).

Sui dieci racconti che fanno parte della raccolta, solo due emergono vittoriosi dalla nube d’inconcludenza generale che permea gli altri, uno più insignificante dell’altro, in cui non c’è finale, non c’è proprio trama, non c’è niente.

 

Un conto è il minimalismo, un altro è l’inconcludenza.

Lo stile pressoché minimalista (anche se Carver non ha mai voluto essere etichettato) non preclude al piacere della lettura di questi racconti; ciò che invece è esasperante è la totale assenza di significato.
Un conto è cogliere un significato sottinteso, non esplicitato, un altro è inventarsi di sana pianta un significato che questi racconti a parer mio non hanno affatto. Ma non è nemmeno questo il punto.
Se le aspettative del lettore non fossero alimentate da fasulle recensioni, allora mi andrebbe anche bene. Si prenderebbe la raccolta per quello che è: semplici scorci senza capo né coda e stop. Ma siccome nella critica si parla di piccoli drammi, ecco che allora non va più bene. Quali sarebbero questi drammi? Ripeto, devo inventarmeli io? Devo forzare una chiave di lettura interpretativa in cerca di un significato che in realtà è totalmente assente? Il dramma nel primo racconto, Vicini, sarebbe che lui è un travestito latente? Che la coppia resta chiusa fuori dalla porta? O forse è l’invidia che i due provano per i vicini? E nel secondo racconto Loro non sono tuo marito, il dramma starebbe nel desiderio del marito di vedere la moglie desiderabile agli occhi altrui? O è forse la figura del marito stesso un dramma? Perché un uomo che impone alla moglie una dieta ferrea per sentirsi appagato dal giudizio estetico della società effettivamente è un dramma. Un dramma di essere umano! Sì, forse è proprio questo il dramma, ma quand’anche fosse così, si tratta di una speculazione forzata.
Nei racconti di Carver non ci sono svolte, non c’è pathos.
Al che, qualcuno può contestare dicendo che Carver vuole semplicemente raffigurare la quotidianità. Quotidianità? A me pare di cogliere una quotidianità piuttosto inverosimile nella maggior parte dei racconti (pensate alla scenetta con quel gorilla di Nelson in Vitamine). Vi pare sul serio una scena verosimile? A me per niente.

Non parliamo poi dei personaggi. La psicologia è inesistente. Sì, si colgono delle briciole qua e là con cui comporre una mollica di pane, ma in definitiva rimangono dei personaggi miseri, alquanto freddi, amorali.

America oggi? E che America allora!

 

I fondamenti sociali dell’America:
fatti i fatti tuoi e bevi che ti passa

L’America di Carver è un’America alquanto squallida che si riassume principalmente in due parole: indifferenza e alcolismo.
Alla maggior parte dei protagonisti non importa niente di quello che accade loro intorno, purché non accada a loro, ma in alcuni casi il disinteresse è tale che essi non si curano neanche delle loro stesse vite. Tanti piccoli étrangers, oserei dire, intrappolati o adagiatisi (a seconda dei casi) nel grigiore delle loro esistenze. Il problema è che nessuno si sforza più di tanto per cambiare – La vita è questa. – e qui sta il vero dramma.

Il sidro dell’America è l’alcol, che si tratti di birra o si tratti di whisky poco importa.
Mi ha dato un sincero fastidio leggere di tizi perennemente alticci, se non ubriachi, con il bicchiere o la bottiglia sempre in mano. Dio mio, ubriaconi, scuotetevi dai vostri fumi alcolici! Non si tratta di ragazzini dementi in cerca di eccitazione, ma si parla di trentenni, dei così detti adulti! Ma effettivamente di adulti in questa raccolta se ne trovano ben pochi. Non si può essere considerati adulti a priori solo perché si ha un lavoro, una casa e una famiglia. Infatti la maggior parte dei personaggi si rivela essere una banda di perenni adolescenti, immaturi ed egoisti. Questo è il popolo di Carver.

 

Qualcuno che si salva c’è

Come ho scritto in precedenza, non tutti i racconti si perdono nel niente. Due in particolare sono molto ben riusciti e degni di nota: Con tanta di quell’acqua a due passi da casa e Una cosa piccola ma buona. Questi sono gli unici due racconti che riescono a trasmettere qualcosa di concreto e profondo.
Limonata in un certo senso si accomuna a Una cosa piccola ma buona (che è veramente bello per quanto triste), ma è troppo breve _ più che un racconto vero e proprio è una sorta di poesia sui generis_ per poter far presa sul serio, ma forse c’è qualcuno che l’apprezzerà di più proprio per la sua incisività.

Con tanta di quell’acqua a due passi da casa

Finalmente un dramma vero, tangibile, inequivocabile: quello dell’indifferenza, appunto, che in questo racconto è palpabile all’ennesima potenza.
Quattro uomini decidono di andare a pesca lungo il fiume, per qualche giorno, su in montagna. Al loro arrivo scoprono riverso nell’acqua il cadavere di una giovane donna, nuda. Ma hanno camminato per diverse miglia prima di arrivare lì e lei ormai è morta. Che fretta c’è? Così, con mio grande disgusto, i quattro amici trascorrono, come da programma, le loro giornate in montagna come se niente fosse: bevono whisky, dormono, bevono whisky, pescano, lavano le stoviglie lì nel fiume, a pochi metri dalla ragazza, bevono whisky, giocano a carte, si raccontano storielle sporche, dormono, bevono whisky, pescano, bevono whisky. Ah già, si sono anche assicurati che la corrente non trascinasse via il corpo della giovane, legandole il polso alle radici di un albero (che premurosi!).
Decidono di tornare a casa un giorno prima del previsto e, a una stazione di servizio, chiamano finalmente lo sceriffo.
Claire Kane, la moglie di Stuart, uno della combriccola, non appena viene a conoscenza dell’accaduto entra in crisi. Com’è possibile che degli uomini restino completamente impassibili di fronte al cadavere di un altro essere umano?
Stuart non capisce nemmeno quale sia il problema. Era morta.
Questa spaventosa ottusità e la totale noncuranza con la quale è rimasto in montagna con gli amici, allontanano Claire sempre di più. Tutti vanno avanti, a nessuno importa niente di quella povera ragazza. Ma per Claire è il punto di rottura. Non riesce a darsi pace per il comportamento del marito. La donna comincia a interrogarsi sul significato della sua vita, sul suo passato, sull’esistenza stessa. Tutto andrà avanti come se niente fosse.
Ma no, non è più possibile oramai.
Stuart, che continua a non capire niente, tenta di riavvicinare la moglie con dei “ti amo” a caso, privi di significato, passando poi ai bruschi “vai all’inferno” ogni qualvolta la moglie rifiuta i suoi importuni approcci sessuali. Stuart è un uomo incapace di empatia e sensibilità; sempre attaccato alla sua lattina di birra o al suo bicchiere di whisky, riesce solo a pensare al sesso. Stuart non è un uomo, è una bestia.
Claire invece è un essere umano. E’ una donna, è una madre, è una persona. Diventa quindi un dovere morale per lei, non appena si scopre l’identità del cadavere, assistere ai funerali della ragazza. Quella ragazza, che suo marito ha pensato bene di lasciare a mollo ancora un po’ (tanto era già morta!), era a sua volta una persona, con una famiglia e degli amici che le volevano bene.

Questo racconto è amaro. Siamo esseri umani legati dall’indifferenza per il prossimo. Siamo soli, cinici, abbandonati a noi stessi. Ma per fortuna c’è ancora qualcuno che, come Claire, si rifiuta di dimenticare il valore e la dignità che ogni individuo merita.

 « Non è giusto: quella lì era già morta, no? […] E che cavolo, io non ci vedo niente di male! […] Quella era morta, morta, morta, hai capito? » […]

 « Ma è proprio questo il punto », dico io. « Era morta. Non capisci? Aveva bisogno di aiuto » .

***

 « Cristo santo, Stuart, era solo una bambina! » 

 

Conclusioni

Decisamente, questo scrittore non fa per me. Ho avuto aspettative troppo alte per poi restare solamente delusa.
Sarà un mio limite, ma la mia ottusità mentale fa sì che io debba trovare una qualche trama, un evento, un significato, insomma qualcosa in una storia per poterla apprezzare.
Comunque un aspetto positivo che ho ammirato con piacere c’è. Lo stile narrativo di Carver: semplice, essenziale, scorrevole. Si legge bene insomma. In alcuni racconti poi, la prosa assume addirittura un che di poetico, pur trattando di quotidiane banalità.
Insomma l’arte del raccontare c’è, solo che non mi ritrovo d’accordo sul ‘cosa’ raccontare.
De gustibus.