Lunedì narrativa: Lo scherzo

Nel 1965, un più giovane Milan Kundera finì di scrivere il suo primo romanzo, Lo scherzo. Un titolo semplice quanto immediato, adatto a racchiudere in sé tutta la sintesi di questo libro.
Romanzo dal sapore agrodolce, che si sviluppa dalle trame di uno scherzo riuscito decisamente male, è un esordio di impensabile bravura, spirito ed ironia.
Una semplice bravata che cambia la vita di un uomo per sempre e un contorno di personaggi che vi ruotano attorno. Questo è Kundera.

 

 

Lo scherzo che tanto ridere non fa     

Nella Cecoslovacchia del secondo dopoguerra, in un clima di rigido “ottimismo” e di “ovino” conformismo, lo studente universitario, Ludvìk Jahn, invia per scherzo, a una ragazza da cui è attratto, una cartolina denigrante i valori dell’epoca. Sfortunatamente per lui, la cartolina finisce nelle mani del comitato universitario del partito comunista. Così, il disgraziato burlone si ritrova col venire espulso dal partito comunista e dall’università; nessuno prende parola per difenderlo durante l’assemblea del partito che deve decidere del suo avvenire. Nessuno, neanche i suoi amici.
Il futuro di Ludvìk viene così distrutto da una banale facezia.
Costretto a prestare servizio militare, Ludvìk passa intere giornate a scavare nelle miniere, cercando di evitare qualsiasi contatto con i suoi camerati. Ludvìk è diverso da loro, è lì per sbaglio, per uno stupido scherzo, e prima lo capiranno meglio sarà. Ma la dura vita ai lavori forzati si prolunga per due anni e l’esistenza diventa vuota e misera finché, durante una libera uscita, Ludvìk incontra Lucie, unico barlume di luce che filtra dalle oscure miniere della sua vita.
Forse è perché entrambi sono anime infelici e solitarie, forse è perché Ludvìk non ha altri contatti femminili se non con Lucie, o forse è perché Lucie va sempre a trovarlo, restando lì pazientemente, fuori dalla recinzione della caserma, fatto sta che pian piano Ludvìk si innamora di Lucie, e lei sembra ricambiarlo. Purtroppo per lui, durante un incontro più intimo del solito, Lucie lo rifiuta perentoriamente a causa di un passato di abusi (ma Ludvìk questo non lo sa).
Ludvìk si sente nuovamente tradito, ferito e con il cuore a pezzi. Un cane bastonato e abbandonato da tutti. La rabbia e il risentimento non possono fare a meno di crescere dentro di lui.

Siamo negli anni ’60 e il clima opprimente dell’URSS si è affievolito; gli anni del partito, dell’università, dell’espulsione e del servizio militare in miniera sono ormai lontani, ma non per Ludvìk.
Un’ironia del caso fa sì che Ludvìk conosca la moglie di Pavel Zemánek, il presidente del partito della facoltà che all’epoca imbastì l’accusa contro Ludvìk, l’uomo che Ludvìk odia con tutto se stesso.
Helena Zemánek entra in contatto con Ludvìk per via di un articolo che deve scrivere sull’istituto presso il quale lavora l’uomo. Ludvìk prova subito odio e disgusto per quella donna_ la cui sola colpa è quella di aver sposato Pavel_ e, per una fugace idea del momento, Ludvìk trova lo spunto per vendicarsi: sedurre Helena e possederla, renderla sua, sottrarre a Pavel la moglie, così come Pavel ha tolto la serenità e il futuro a Ludvìk.
Il piano funziona e, disgraziatamente per lei, Helena si innamora di Ludvìk.
Dopo l’immane sforzo di una disgustosa (per Ludvìk) performance sessuale con Helena, l’uomo si sente finalmente realizzato, esaltato, invaso com’è dall’ebbrezza della rivincita sul suo vecchio nemico, ma, sfortunatamente per Ludvìk, la sua prova sessuale ha ben poco valore perché, come viene a scoprire subito dopo, Pavel ha una relazione con un’altra donna e non gli importa più niente di Helena.
Lo sconforto di Ludvìk, il senso di un’ulteriore sconfitta e la presa di coscienza dell’inutilità di tutta questa vendetta, lo svuotano del tutto.
Inquieto, Ludvìk vaga per i campi e incontra il suo vecchio amico Jaroslav, col quale suonava in un’orchestrina folkloristica. Senza pensarci, chiede di poter suonare con lui e sembra finalmente ritrovare la pace, immergendosi nell’incanto della musica popolare che, un tempo, tanto disprezzava.

Tra il riso e il pianto

 La bravura di Kundera non risiede solamente nelle sue doti narrative, fluenti ed eleganti, ma nel suo raccontare la vita, la vita in tutti i suoi aspetti. Il riso e il pianto. Gli elementi tragicomici qui non mancano. La scena di sesso con Helena è a dir poco esilarante: lei, che è totalmente presa da lui, felice, passionale, finalmente rinata e rianimata; lui, che non la può sopportare, la tocca disgustato e deve trattenersi dallo sputarle in faccia tutta la verità.
Oppure la scena del tentato suicidio di Helena; quando scopre che Ludvìk non l’ama, disperata e con il mondo che le è crollato addosso, prende un flacone di lassativi, credendo che si tratti di aspirine, finendo così col ritrovarsi solo con una scarica di diarrea (scusate l’argomento poco felice).
Vicissitudini inverosimili che, se da un lato ti scatenano pietà, dall’altro non possono non farti sorridere.

A carnevale ogni scherzo vale

Si sa, ogni tanto piace a tutti scherzare. Prendete il carnevale (che tra l’altro è finito da poco), una festa incentrata sul gioco e la burla. Il problema, però, è che con gli scherzi bisogna anche stare attenti.
In un periodo di repressione politica, dove vigono motti inquietanti e rigidi dettami sociali, dove anche solo una parola può erigerti a bersaglio, mi pare azzardato (per non dire stupido) scrivere frasi come: ” L’ottimismo è l’oppio dei popoli! Lo spirito sano puzza di imbecillità! Viva Trockij! Ludvìk “. Voi direte “vabbè dai, è un romanzo”. Sì, questo è un romanzo, come anche Terza liceo 1939  è un libro (di Marcella Olschki), ma che tratta di una vicenda autobiografica. La sfortunata Marcella ha frequentato il liceo durante gli anni bui del regime fascista e, una volta terminato l’anno scolastico in questione, ha pensato bene di inviare una cartolina ben poco felice al suo odiatissimo professore. Risultato? Una querela per oltraggio a pubblico ufficiale con tanto di accusa di amoralità e delinquenza, dalla quale per fortuna la Olschki è uscita pulita.
Quindi, insomma, scherzare piace a tutti, ma è bene ricordare che c’è un tempo per ridere e un tempo per scherzare.

Conclusioni

Lo scherzo è una magistrale prima prova di Milan Kundera. Lo stile narrativo perfetto, mai noioso, che ti tiene incollato per ore; l’ironia che trasuda da ogni pagina e i veri e propri concentrati di filosofia, rendono questo libro una lettura, oltre che piacevole, fuori dal comune. Le banalità della vita qui vengono stravolte, esasperate, in una sadica satira come può essere l’esistenza.
D’altronde Kundera pare voler dire proprio questo: ma, infine, non è la vita stessa uno scherzo?

Voto: ★★★★★

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Lunedì narrativa: E l’eco rispose

Dopo successi come Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli, Khaled Hosseini torna alle stampe con il nuovo romanzo E l’eco rispose.
Questa nuova opera dell’autore risulta strutturalmente più complessa dei precedenti libri, ma, ahimè, anche meno riuscita. Nonostante lo stile sia, bene o male, il solito, stavolta non è riuscito a catturarmi appieno; sebbene la focalizzazione multipla sia una scelta inter
essante e più dinamica (oltre che per niente casuale in questo romanzo), risulta altresì più dispersiva se la narrazione si snoda da troppi punti di vista, che sono ben otto in questo caso.

Un’altra differenza rispetto agli altri romanzi è l’ambientazione. L’Afghanistan è la terra delle storie di Hosseini, in cui si viene completamente immersi nella cultura del Paese; una sorta di fiaba esotica dalle atmosfere mediorientali che incantano. Qui la malia si infrange; romanzo più cosmopolita, si districa dall’Afghanistan all’America, dalla Francia alla Grecia, senza però riuscire a regalare le stesse atmosfere suggestive e palpabili, ma snocciolando semplicemente una lista di nomi, di luoghi, senza consistenza.

Le storie di:

Abdullah

Su un carretto rosso trainato da un uomo, Pari e Abdullah attraversano il deserto dal piccolo villaggio di Shadbagh verso la ricca Kabul. L’uomo che spinge il carretto è Sabur, padre di Pari e Abdullah. Sabur ha un lavoro da svolgere a Kabul e porta la piccola Pari con sé. Abdullah sarebbe dovuto restare a casa con la matrigna Parwana e il fratellastro Iqbal, ma l’amore che prova per la sorella gli rende impossibile separarsi da lei. Abdullah non ha più una madre, che è morta dando alla luce Pari, e da allora ha riversato tutto il suo affetto sulla sorellina, prendendosi cura di lei e accudendola come farebbe una vera madre. Pari, a sua volta, è affezionata al fratello più grande che le resta sempre accanto e la protegge con tanto amore. I due bambini hanno un gioco speciale: Abdullah raccoglie le piume di vari uccelli e le dona a Pari, la quale le conserva gelosamente in una piccola scatolina del tè. La felicità per Pari e Abdullah è restare l’una accanto all’altro, per sempre.
Arrivati a Kabul, lo zio Nabi li porta a casa dei Wahdati, i ricchi signori presso i quali lavora come autista e cuoco. Abdullah percepisce subito che dietro l’affettata gentilezza di Nila Wahdati, padrona di casa, si nasconde qualcosa di molto pericoloso e spiacevole.

Parwana

Parwana ha una sorella gemella, Masuma. Nonostante le due siano gemelle, sono in realtà molto diverse: Masuma è estremamente bella, cattura gli sguardi degli uomini ovunque vada; Parwana invece passa inosservata, incapace di attirare le attenzioni maschili. Tutta l’infanzia e l’adolescenza di Parwana ruota attorno alla sorella. Nel villaggio di Shadbagh dove vivono entrambe, Parwana si innamora del giovane Sabur, cantastorie per diletto. Questo amore segreto spezza il cuore a Parwana quando scopre che Masuma ha intenzione di sposarsi con Sabur. E’ un attimo. Un attimo di pura follia, rabbia, gelosia. Parwana quasi non si accorge di spingere la sorella giù dall’albero sul quale si sono arrampicate. Tutti pensano a un disgraziato incidente, ma Parwana sa e non dimenticherà.

Nabi

Nabi è nato e cresciuto nel villaggio di Shadbagh assieme alle sorelle Masuma e Parwana. Una volta cresciuto decide di scappare dalla miseria di Shadbagh, dall’invalidità di Masuma e dalla vita di stento che si prospetta dinanzi a lui, per cercare fortuna nella più felice Kabul. Nabi trova così lavoro presso il ricco Wahdati. Nabi è contento della sua vita serena finché non incontra Nila, bellissima promessa sposa di Suleiman Wahdati. Nila è una donna fuori dal comune; incurante delle tradizioni e della morale afgana, indossa abiti occidentali, beve, fuma, si diverte. Nabi perde la testa per Nila. Farebbe qualsiasi cosa per renderla felice. Qualsiasi cosa.

Idris

Idris viveva a Kabul con suo cugino Timur finché all’inizio della guerra, le loro famiglie sono emigrate negli Stati Uniti. Idris, discreto e coscenzioso, si è impegnato e si è laureato in medicina; Timur, egocentrico e fascinoso, non ha frequentato l’università, non ha messo la testa a posto e riesce sempre a farla franca, con grande disappunto di Idris.
I due cugini tornano a Kabul per rivendicare la proprietà delle loro vecchie case. Una volta a Kabul ritrovano il loro vicino di casa Nabi, che ospita gli operatori umanitari accorsi da tutto il mondo per aiutare gli afgani. Idris e Tibur fanno la conoscenza di varie persone tra cui il medico Markos e l’infermiera Amra. All’ospedale dove lavora Amra, Idris e Tibur conoscono Roshi, una bambina il cui zio ha massacrato la famiglia e quasi ammazzato lei. Idris prende subito a cuore la situazione di Roshi, ed ogni giorno va a trovarla in ospedale. Il legame che si crea tra i due è sincero e Idris vorrebbe adottare la bambina, portarla con sé negli States e farla operare come si deve.
Al momento del ritorno a casa Idris promette che parlerà al suo capo per provvedere all’operazione di Roshi.
Una volta in America, Idris si infastidisce per la superficialità degli altri, per la bella vita che fanno, in confronto a quella della povera Roshi. Ma gli impegni quotidiani ben presto si affollano e nella mente di Idris tutta la sofferenza e la miseria che ha visto a Kabul, l’affetto che ha provato per Roshi, e le sue promesse di aiutarla sfumano pian piano nell’oblio, come se tutto ciò fosse stato solo un sogno.

Pari

Dal momento in cui è stata separata da Abdullah, Pari vive nell’opulenza dei Wahdati. Vista la tenera età della bambina, col tempo Pari finisce per dimenticare la sua vita a Shadbagh, dimentica Sabur, il suo cane e il suo amato fratello Abdullah. La nuova vita di Pari, l’unica di cui potrà ricordarsi, sarà quella donatale dai Wahdati, che saranno estremamente felici fino alla malattia di Suleiman. Nali, allergica al senso del dovere e incapace di rinunciare al divertimento, scappa con la figlia a Parigi.
Ma l’amore di Pari non sarà sufficiente per Nali, e Pari sentirà costantemente l’assenza di qualcosa. O di qualcuno.

Adel

Adel è il giovane figlio del comandante Sahib. A seguito di un attentato subìto a Kabul, la famiglia si trasferisce nella vecchia Shadbagh, ora dominata interamente dall’enorme villa di Sahib. Una nuova Shadbagh è stata costruita poco lontano. Adel, letteralmente segregato in casa, si sente solo senza il contatto dei coetanei, finchè un giorno incontra Gholam, un ragazzino poco più grande, accompagnato dal vecchio padre, entrambi vestiti di stracci. Adel e Gholam stringono un’amicizia segreta, fino a quando Gholam gli rivela rabbiosamente che Sahib, acclamato eroe della jihad, è in realtà un narcotrafficante che ha costruito il suo narco-palazzo lì dove un tempo sorgeva la casa di suo padre, Iqbal.

Markos

Markos Varvaris è cresciuto nella piccola isola greca di Tinos assieme alla madre Odie e alla sua amica d’infanzia Thalia. Il suo spirito intraprendente fa nascere dentro di lui la voglia di viaggiare per il mondo facendo il fotografo, e così sarà. Dopo aver visitato ogni luogo possibile, viene ricoverato in un ospedale in India, in condizioni gravi. Miracolosamente si salva e decide di diventare medico.
Arrivato a Kabul per aiutare la popolazione rimasta ferita dai bombardamenti, viene ospitato nella casa di Nabi, col quale stringe amicizia. Alla morte di Nabi, Markos trova il suo testamento assieme a una lunga lettera che dovrà recapitare a sua nipote Pari. Markos si mette alla ricerca della donna e la ritrova.

Pari

Pari porta lo stesso nome della sorella di suo padre, Abdullah. Da sempre ha sentito la presenza dell’altra Pari accanto a sé, desiderando ardentemente di poterla incontrare.
Pari cresce negli Stati Uniti dove il padre ha aperto un ristorante afgano. Il sogno di Pari è quello di diventare un’artista ma, a pochi giorni dalla partenza per il college, la ragazza scopre che sua madre è malata e decide di restare con i suoi genitori. Dopo la morte della madre, Pari deve poi assistere il padre che ormai ha perso la testa. Pari rinuncia così alla vita per dedicarsi alla sua famiglia, ma la telefonata di sua zia Pari le ridonerà una nuova prospettiva per il futuro.

I temi

Il tema principale di questo romanzo è la sofferenza nei suoi molteplici aspetti, tra cui spiccano senza dubbio quelli dell’abbandono e della bellezza. La guerra invece riecheggia come un sottofondo, con tutte le sue atrocità e le conseguenze che comporta.

Si parla di abbandono nelle storie di Abdullah, Nabi, Nila e Idris: Abdullah che subisce la perdita di Pari, Nabi che abbandona le sue sorelle in cerca di una vita più facile, Nila che abbandona il marito per fuggire da una vita di rinunce e responsabilità per lei penose, Idris che finisce per dimenticare la piccola Roshi.

La storia di Abdullah è stata per me la più triste; spezza il cuore assistere alla separazione dei due bambini, che non hanno altro se non loro stessi, alla sofferenza di Abdullah, rimasto ormai solo, sconfitto ma che imperterrito continua a conservare le piume che trova per donarle a Pari il giorno in cui, spera, la rivedrà.

Anche la bellezza apporta la sua bella dose di sofferenza e la storia di Parwana ne è un esempio: chi non possiede tale caratteristica soffre e si tortura, si sente una nullità, è corroso dall’invidia; chi invece è più fortunato e possiede tale dono diventa un bersaglio, fonte di amore ma anche di odio, perché la bellezza è un’arma a doppio taglio.
L’amica di Markos, Thalia, viene abbandonata dalla madre perché sfigurata, e rinuncia a una vita ricca di sogni perché consapevole che il suo aspetto predominerà sempre su tutto, anche sul suo talento.
La bellezza di Nila le consente di avere schiere di uomini ai suoi piedi, ma ciò non la renderà comunque libera da quell’infelicità che fondamentalmente le scorre da sempre nelle vene.

Tutto può essere sofferenza, anche la bellezza.

Conclusioni

E l’eco rispose è un romanzo di assenze e di dolore, di lotta continua per la sopravvivenza, per la felicità.
Tante piccole storie, tante tranches de vie, messe l’una accanto all’altra; si parte dalla separazione di Pari da Abdullah, che sarà il filo conduttore di tutto il romanzo, per poi coglierne costantemente l’eco che risuona nelle vite dei protagonisti. Tanti piccoli pezzi che vanno a completare il puzzle.

Come ho scritto in precedenza, la focalizzazione multipla non è una scelta casuale: l’esistenza, nella sua totalità, non si compone infatti di vari punti di vista? La verità non è mai una sola; dal punto di vista di Abdullah, Nabi è il “cattivo”, mentre dal punto di vista di Nila, Nabi è il “buono”. Per Abdullah, Pari è l’adorata sorella, per Nila è l’agognata figlia, per Nabi, Pari è sì la nipote, ma anche il mezzo per donare la felicità a Nila. Niente è assoluto se non la propria percezione delle cose.
Alla fine non esiste giusto o sbagliato, non ci sono vincitori o vinti. Si tratta semplicemente di vita.
Il caso fortuito, che porta al concatenarsi degli eventi, assume le sembianze del destino che man mano riallaccia i fili sciolti della vicenda iniziale.

Anche il Karma sembra trovare il suo ruolo in questa storia: Parwana, responsabile dell’invalidità di Masuma, resterà al suo fianco e se ne prenderà cura, assecondando ogni sua richiesta come una sorta di penitenza. Nabi, che scappa dalla paralisi della sorella, finirà a sua volta per occuparsi dell’infermo Suleiman.
Come in un gioco di specchi ogni riflesso porta con sé la sua origine, così da ogni azione scaturisce una conseguenza e ad ogni torto segue una punizione.

Sebbene non sia ai livelli dei precedenti lavori di Hosseini (tra cui Mille splendidi soli resta sicuramente il mio preferito), questo libro è un buon romanzo, ma è altresì troppo “tragico”. Con questo non voglio dire che la vita sia tutta rose e fiori, anzi, ma non so, forse nella finzione letteraria questo aspetto di tragicità e miseria umana diventa troppo marcato, come una forzatura, che sa di artefatto.

Voto: ★★★

Lunedì narrativa: America oggi

America oggi è un’antologia di dieci racconti scritti da Raymond Carver, che hanno ispirato la sceneggiatura per il film omonimo di Robert Altman (Short cuts).

Sui dieci racconti che fanno parte della raccolta, solo due emergono vittoriosi dalla nube d’inconcludenza generale che permea gli altri, uno più insignificante dell’altro, in cui non c’è finale, non c’è proprio trama, non c’è niente.

 

Un conto è il minimalismo, un altro è l’inconcludenza.

Lo stile pressoché minimalista (anche se Carver non ha mai voluto essere etichettato) non preclude al piacere della lettura di questi racconti; ciò che invece è esasperante è la totale assenza di significato.
Un conto è cogliere un significato sottinteso, non esplicitato, un altro è inventarsi di sana pianta un significato che questi racconti a parer mio non hanno affatto. Ma non è nemmeno questo il punto.
Se le aspettative del lettore non fossero alimentate da fasulle recensioni, allora mi andrebbe anche bene. Si prenderebbe la raccolta per quello che è: semplici scorci senza capo né coda e stop. Ma siccome nella critica si parla di piccoli drammi, ecco che allora non va più bene. Quali sarebbero questi drammi? Ripeto, devo inventarmeli io? Devo forzare una chiave di lettura interpretativa in cerca di un significato che in realtà è totalmente assente? Il dramma nel primo racconto, Vicini, sarebbe che lui è un travestito latente? Che la coppia resta chiusa fuori dalla porta? O forse è l’invidia che i due provano per i vicini? E nel secondo racconto Loro non sono tuo marito, il dramma starebbe nel desiderio del marito di vedere la moglie desiderabile agli occhi altrui? O è forse la figura del marito stesso un dramma? Perché un uomo che impone alla moglie una dieta ferrea per sentirsi appagato dal giudizio estetico della società effettivamente è un dramma. Un dramma di essere umano! Sì, forse è proprio questo il dramma, ma quand’anche fosse così, si tratta di una speculazione forzata.
Nei racconti di Carver non ci sono svolte, non c’è pathos.
Al che, qualcuno può contestare dicendo che Carver vuole semplicemente raffigurare la quotidianità. Quotidianità? A me pare di cogliere una quotidianità piuttosto inverosimile nella maggior parte dei racconti (pensate alla scenetta con quel gorilla di Nelson in Vitamine). Vi pare sul serio una scena verosimile? A me per niente.

Non parliamo poi dei personaggi. La psicologia è inesistente. Sì, si colgono delle briciole qua e là con cui comporre una mollica di pane, ma in definitiva rimangono dei personaggi miseri, alquanto freddi, amorali.

America oggi? E che America allora!

 

I fondamenti sociali dell’America:
fatti i fatti tuoi e bevi che ti passa

L’America di Carver è un’America alquanto squallida che si riassume principalmente in due parole: indifferenza e alcolismo.
Alla maggior parte dei protagonisti non importa niente di quello che accade loro intorno, purché non accada a loro, ma in alcuni casi il disinteresse è tale che essi non si curano neanche delle loro stesse vite. Tanti piccoli étrangers, oserei dire, intrappolati o adagiatisi (a seconda dei casi) nel grigiore delle loro esistenze. Il problema è che nessuno si sforza più di tanto per cambiare – La vita è questa. – e qui sta il vero dramma.

Il sidro dell’America è l’alcol, che si tratti di birra o si tratti di whisky poco importa.
Mi ha dato un sincero fastidio leggere di tizi perennemente alticci, se non ubriachi, con il bicchiere o la bottiglia sempre in mano. Dio mio, ubriaconi, scuotetevi dai vostri fumi alcolici! Non si tratta di ragazzini dementi in cerca di eccitazione, ma si parla di trentenni, dei così detti adulti! Ma effettivamente di adulti in questa raccolta se ne trovano ben pochi. Non si può essere considerati adulti a priori solo perché si ha un lavoro, una casa e una famiglia. Infatti la maggior parte dei personaggi si rivela essere una banda di perenni adolescenti, immaturi ed egoisti. Questo è il popolo di Carver.

 

Qualcuno che si salva c’è

Come ho scritto in precedenza, non tutti i racconti si perdono nel niente. Due in particolare sono molto ben riusciti e degni di nota: Con tanta di quell’acqua a due passi da casa e Una cosa piccola ma buona. Questi sono gli unici due racconti che riescono a trasmettere qualcosa di concreto e profondo.
Limonata in un certo senso si accomuna a Una cosa piccola ma buona (che è veramente bello per quanto triste), ma è troppo breve _ più che un racconto vero e proprio è una sorta di poesia sui generis_ per poter far presa sul serio, ma forse c’è qualcuno che l’apprezzerà di più proprio per la sua incisività.

Con tanta di quell’acqua a due passi da casa

Finalmente un dramma vero, tangibile, inequivocabile: quello dell’indifferenza, appunto, che in questo racconto è palpabile all’ennesima potenza.
Quattro uomini decidono di andare a pesca lungo il fiume, per qualche giorno, su in montagna. Al loro arrivo scoprono riverso nell’acqua il cadavere di una giovane donna, nuda. Ma hanno camminato per diverse miglia prima di arrivare lì e lei ormai è morta. Che fretta c’è? Così, con mio grande disgusto, i quattro amici trascorrono, come da programma, le loro giornate in montagna come se niente fosse: bevono whisky, dormono, bevono whisky, pescano, lavano le stoviglie lì nel fiume, a pochi metri dalla ragazza, bevono whisky, giocano a carte, si raccontano storielle sporche, dormono, bevono whisky, pescano, bevono whisky. Ah già, si sono anche assicurati che la corrente non trascinasse via il corpo della giovane, legandole il polso alle radici di un albero (che premurosi!).
Decidono di tornare a casa un giorno prima del previsto e, a una stazione di servizio, chiamano finalmente lo sceriffo.
Claire Kane, la moglie di Stuart, uno della combriccola, non appena viene a conoscenza dell’accaduto entra in crisi. Com’è possibile che degli uomini restino completamente impassibili di fronte al cadavere di un altro essere umano?
Stuart non capisce nemmeno quale sia il problema. Era morta.
Questa spaventosa ottusità e la totale noncuranza con la quale è rimasto in montagna con gli amici, allontanano Claire sempre di più. Tutti vanno avanti, a nessuno importa niente di quella povera ragazza. Ma per Claire è il punto di rottura. Non riesce a darsi pace per il comportamento del marito. La donna comincia a interrogarsi sul significato della sua vita, sul suo passato, sull’esistenza stessa. Tutto andrà avanti come se niente fosse.
Ma no, non è più possibile oramai.
Stuart, che continua a non capire niente, tenta di riavvicinare la moglie con dei “ti amo” a caso, privi di significato, passando poi ai bruschi “vai all’inferno” ogni qualvolta la moglie rifiuta i suoi importuni approcci sessuali. Stuart è un uomo incapace di empatia e sensibilità; sempre attaccato alla sua lattina di birra o al suo bicchiere di whisky, riesce solo a pensare al sesso. Stuart non è un uomo, è una bestia.
Claire invece è un essere umano. E’ una donna, è una madre, è una persona. Diventa quindi un dovere morale per lei, non appena si scopre l’identità del cadavere, assistere ai funerali della ragazza. Quella ragazza, che suo marito ha pensato bene di lasciare a mollo ancora un po’ (tanto era già morta!), era a sua volta una persona, con una famiglia e degli amici che le volevano bene.

Questo racconto è amaro. Siamo esseri umani legati dall’indifferenza per il prossimo. Siamo soli, cinici, abbandonati a noi stessi. Ma per fortuna c’è ancora qualcuno che, come Claire, si rifiuta di dimenticare il valore e la dignità che ogni individuo merita.

 « Non è giusto: quella lì era già morta, no? […] E che cavolo, io non ci vedo niente di male! […] Quella era morta, morta, morta, hai capito? » […]

 « Ma è proprio questo il punto », dico io. « Era morta. Non capisci? Aveva bisogno di aiuto » .

***

 « Cristo santo, Stuart, era solo una bambina! » 

 

Conclusioni

Decisamente, questo scrittore non fa per me. Ho avuto aspettative troppo alte per poi restare solamente delusa.
Sarà un mio limite, ma la mia ottusità mentale fa sì che io debba trovare una qualche trama, un evento, un significato, insomma qualcosa in una storia per poterla apprezzare.
Comunque un aspetto positivo che ho ammirato con piacere c’è. Lo stile narrativo di Carver: semplice, essenziale, scorrevole. Si legge bene insomma. In alcuni racconti poi, la prosa assume addirittura un che di poetico, pur trattando di quotidiane banalità.
Insomma l’arte del raccontare c’è, solo che non mi ritrovo d’accordo sul ‘cosa’ raccontare.
De gustibus.