Il sabato spaziale: Deus Irae

IMG_20141129_121759Ma è venuto quel giorno. L’ira si è abbattuta. Il peccato, la colpa e il castigo? Le psicosi maniacali di quelle entità che definivamo nazioni, istituzioni, sistemi – i poteri, i regni, le dominazioni – le cose che si fondono in eterno con l’uomo e che dall’uomo emergono? Il nostro buio, esteriorizzato e visibile? Comunque si voglia guardare a questi fatti, è stato raggiunto il punto critico. L’ira si è abbattuta. (…) E la mano che brandiva quella lama apparteneva a Carleton Lufteufel. Nel momento in cui affondava la lama nel nostro cuore, quella mano non era più umana, apparteneva al Deus Irae, al Dio dell’Ira stesso. Quel che resta sopravvive grazie alla Sua tolleranza. Se deve esistere una religione, ritengo che questo sia l’unico credo sostenibile.

Carleton Lufteufel, chi è? L’uomo che ha ucciso miliardi di persone, ponendo fine al mondo così com’era conosciuto, o la manifestazione terrena del Dio dell’Ira? Carleton Lufteufel è entrambe le cose, come sostengono i SOW, i Servi dell’Ira (Servants of Wrath), un gruppo religioso formatosi a seguito degli eventi che hanno portato alla distruzione del vecchio mondo.

Uno dei membri dei Servi dell’Ira è padre Handy, che ingaggia Tibor McMasters, talentuoso pittore menomato degli arti, per dipingere un ‘chiesesco’, un affresco, che raffiguri l’immagine del Deus Irae, Carleton Lufteufel.
Tibor accetta l’incarico, ma per portare a termine la sua opera ha bisogno di trovare e di vedere con i propri occhi Lufteufel, di cui si è ormai persa ogni traccia; parte così per un ‘Pelleg’, un pellegrinaggio alla ricerca dell’uomo che ha distrutto la civiltà e che lo ha ridotto a doversi servire di protesi estensibili al posto delle braccia, e di un carretto trainato da una mucca per potersi muovere.

Rivali spirituali dei SOW sono i cristiani, i pochi cristiani sopravvissuti alla Terza Guerra Mondiale, che non possono vedere di buon occhio l’impresa imboccata da Tibor; il palesare l’immagine del culto (sebbene per i cristiani non sia possibile e quindi non veritiera e priva di fondatezza) equivarrebbe ad accrescere il potere dei SOW, i quali si arricchirebbero di nuovi fedeli sopraffatti e corroborati nel credo tramite un idolo visibile, materiale. Così, Pete Sands, novizio della comunità cristiana, decide di seguire Tibor, sperando di potergli evitare l’incontro con Lufteufel.

Il Pelleg intrapreso da Tibor è molto pericoloso: nessuno che sia partito per un Pelleg ha mai fatto ritorno; ciò nonostante Tibor è ormai deciso a mantenere il suo impegno. Dipingerà il Dio dell’Ira.
Durante il suo viaggio, Tibor si ritrova a contatto con un mondo a lui estraneo; non poche saranno le volte in cui si stupirà dell’abissale differenza che caratterizza la desolazione dell’ambiente ad appena una cinquantina di chilometri da Charlotteville, la cittadina in cui vive.
A popolare il suo cammino vi sono poi strane creature, risultato delle mutazioni dovute al fallout nucleare della guerra: enormi lucertole antropomorfe, grossi scarafaggi parlanti, vermi famelici dalle dimensioni titaniche e piccoli esseri irsuti, a metà tra esseri umani e macropodidi, denominati ‘corridori’. Assieme a questa fauna geneticamente modificata dalle radiazioni, sopravvivono macchine computerizzate risalenti all’età prebellica, come il ‘Grande C’ (Grande Computer), una sorta di sfinge atipica che, mediante estensioni pseudo robotiche dall’aspetto femmineo, tenta di trascinare gli esseri umani nel suo baratro mortale, non appena questi gli abbiano rivolto le domande a cui il Grande C deve saper rispondere. Altra macchina potenzialmente pericolosa è ‘l’autofab’, una sorta di autofficina autonoma e psicologicamente instabile, alla quale Tibor è costretto a chiedere aiuto.

Un mondo popolato da mostri, mutanti, automi psicotici e assassini, ma pochi esseri umani, per lo più raggruppati in piccole comunità arrangiate in insediamenti semidistrutti, post-bellici.
Questo è il mondo futuro alla Terza Guerra Mondiale del duo Dick-Zelazny; un pianeta desolato, arido e ostile, un mondo popolato da strane creature, come un futuribile Paese delle Meraviglie, ma meno fantastico e più grottesco.

Il Deus Irae

Non lo fare più, per favore. Non avevo capito che fossi la cosa che sei.
« Lo rifaccio eccome, cazzo, se ci provi un’altra volta. »
Non ci riproverò. Ti offrirò dei ratti da
mangiare. Di quelli giovani, grassi. Solo, liberaci dalla Tua ira.

Carleton Lufteufel, il demone dell’aria ( dal tedesco, ‘Luft’ aria e ‘Teufel’ demone ). Il solo nome è evocativo.
Direttore dell’ ERDA ( acronimo inglese che sta per “Ente per lo sviluppo e la ricerca dell’energia” ) ai tempi dell’avvento del conflitto, Lufteufel è il diretto responsabile dello sterminio di massa che ha posto fine alla guerra, il “Creatore”, se così vogliamo chiamarlo, di un mondo civ
ilmente primordiale. Carleton Lufteufel è un uomo in carne ed ossa, ma nello stesso momento in cui ha premuto il tasto dello ‘sputo’ ( l’arma micidiale che ha corrotto ogni cosa ) si è tramutato nel Dio dell’Ira.
E ai pochi superstiti cosa rimane se non il culto in tale dio? Come spiegare altrimenti l’abominio del dolore, della distruzione e della morte che li ha contagiati? La possibilità non può essere che una: esiste un Dio, e questo Dio è malvagio.
Una teodicea ribaltata, annientata nel fallimento di trovare una spiegazione razionale alla compresenza del male e di un Dio caritatevole.
È il Dio dell’Ira che governa questo mondo, e la morte non rappresenta più un ricongiungimento col divino, ma una liberazione da esso.

CaDEUSIRAEDAW565rleton Lufteufel è un uomo in carne ed ossa, ribadiamolo; come tale è soggetto al dolore, al deterioramento fisico e morale: come un Cristo trasversale, Lufteufel ha la sua corona di spine conficcata nella testa – resti metallici delle esplosioni -, e la camicia, impregnata del suo sangue ripulito da Alice – una Maria Maddalena ritardata? – , come una santa sindone, ritrae il suo volto impresso nella tela.

A rimarcare l’essenza divina di Lufteufel vi sono i due passaggi in cui l’entità mistica del Dio dell’Ira si manifesta in mondo inequivocabile: la comparsa del dio di fronte a Tibor e la sua ultima apparizione ad Alice.

« Prega! » pretese la faccia. « In ginocchio e con le mani a terra! »
« Ma » disse Tibor « io non ho mani e ginocchia! »
« Questo lo stabilisco io » disse la facciona accesa. Tibor si sentì sollevare di colpo, poi sbatté duramente giù sul prato accanto al carretto. Gambe. Era inginocchiato.

Quando Tibor si ritrova bloccato per via della perdita di una ruota del suo carretto, un disco, i cui tratti facciali vanno formandosi lentamente, si palesa essere un’apparizione di Lufteufel, il quale prima dona gli arti a Tibor, e subito dopo se li riprende, manifestazione rivelante di potenza e sadismo.

Il suo incontro con Alice è invece molto più dolce e serafico. Alice è la ragazza mentalmente ritardata che Lufteufel ha preso con sé. La perdita di Lufteufel equivale per Alice alla perdita del padre, identificato dalla ragazza come tale.
Alice, essere umano subnormale, sarà l’unica a vedere la verità oltre il suo deficit; l’unica in grado di assistere alla teofania del Dio dell’Ira, miracolosamente rappacificato con se stesso e con il mondo.
La pace del Dio dell’Ira sta proprio nella sconfitta. La colpa che pesava sullo spirito di Lufteufel per le sue azioni, viene estirpata attraverso la sua morte.

I temi di Dick: la verità oltre la verità.

L’intero romanzo è una continua disputa teologica su quale sia il percorso “giusto” da seguire. Sostanzialmente, il romanzo ripercorre in chiave mistico-religioso la questione teoretica della verità, tema assai caro a Dick.


Come si sentirebbe il mondo senza di lui…di questi tempi sono davvero poche le cose cui aggrapparsi.

Preposta l’esigenza di una divinità in cui credere in un mondo post-apocalittico abbandonato a se stesso – non veniamo a conoscenza di strutture organico-normative -, il dilemma principale diventa quindi quale sia la divinità in questione cui affidarsi. Continuare imperterriti nella speranza di un dio buono e misericordioso, il Dio cristiano, oppure avallare il rapporto di causa-effetto, secondo il quale, a seguito di tale catastrofe, l’unico dio possibile è un dio dell’ira?
Una volta deciso quale via intraprendere, diventa necessario avvalorare tale scelta con delle prove.
L’ossessione per la verità che tormenta lo scrittore, è la stessa ossessione che spinge Pete Sands all’uso indiscriminato di droghe per arrivare a raggiungere la gnosi; così come per i SOW, l’unico modo per conoscere la sostanza e l’essenza del Dio dell’Ira è quello di ritrarlo.

La risoluzione finale ha un che di tragicomico. Morto Lufteufel, Pete convince Tibor che il barbone avvinazzato trovato in una stalla è il Dio dell’Ira; Tibor, finalmente giunto al termine del suo Pelleg, è pronto a tornare a casa per completare il suo chiesesco.

A diciassette anni dalla morte di Tibor, la gerarchia dei Servi dell’Ira promulgò una dichiarazione solenne di autenticità. Si trattava incontrovertibilmente del volto del Dio dell’Ira, Carleton Lufteufel. Non c’erano dubbi. (…) Questo allo scopo di garantire il rispetto dove mancava, la fede in una società sempre meno religiosa e il credo in un mondo già consapevole del fatto che la maggior parte delle cose in cui credeva si erano rivelate delle menzogne.

In definitiva, Dick afferma ancora una volta che non è possibile conoscere la verità ultima delle cose, ma ciò nonostante è necessario continuare verso il suo perseguimento, evitando di credere ciecamente a ciò che si vede.

Conclusioni

Dopo una prima parte traballante, in cui ho sinceramente pensato che gli autori si fossero fatti di acido, si arriva ad una comprensione più tangibile dell’idea che sta alla base del romanzo. Si capisce dove vogliono andare a parare, insomma. Fino alla seconda metà, in cui inizia la parte veramente intrigante della storia.
Che dire poi dell’accoppiata a quattro mani Dick-Zelazny? Sarò onesta: non mi ha convinta del tutto. Lo stile pare disorganizzato (soprattutto all’inizio, appunto), le descrizioni sono sommarie e i periodi estremamente brevi, segmentati. Questo, assieme ad un uso spropositato del tedesco, hanno reso l’opera disarmonica, proprio in virtù (ribadiamolo) delle differenze tra la prima e la seconda metà del libro. D’altronde c’è da dire che una dozzina d’anni di collaborazione discontinua tra i due scrittori deve aver reso la stesura della storia non poco complicata.
Comunque.
Deus Irae è un romanzo particolare, strano, per certi versi assurdo, ma con delle potenzialità innegabili.

Voto: ★★★½

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Lunedì narrativa: L’uomo dai denti tutti uguali

In questi giorni avevo voglia di leggere Philip K. Dick, ma non avevo necessariamente voglia di fantascienza, così mi sono buttata su L’uomo dai denti tutti uguali.
Scritto nel 1960, questo romanzo non rientra nel genere per eccellenza abbracciato da Dick, la fantascienza appunto. La trama sul retro della copertina riporta:

” Vi si narra la storia di una vendetta crudele e paradossale, ambientata nell’America falsamente innocente degli anni Cinquanta, mentre è in pieno sviluppo un grande cambiamento sociale, la popolazione inizia a spostarsi nei sobborghi urbani e la Guerra Fredda fa sentire il peso ossessivo delle sue nevrosi. […] È un mondo morboso e oscuro, un’America di frontiera abitata da incubi tetri, ancora lontana dai miracoli tecnologici e dalle speranze dei decenni successivi. “

Nì. Le cose non stanno esattamente così.

Di cosa tratta questo romanzo? Si potrebbero delineare due trame parallele in questa storia. Sì, perché a una trama di base, lineare, esteriore, se ne affianca un’altra più intrinseca, disomogenea, introspettiva.
Ma c’è un unico elemento che apre e chiude la vicenda: l’acqua.

Strato dopo strato, benvenuti a Carquinez

Nella cittadina rurale di Carquinez assistiamo prevalentemente alle vicende dei Runcible, da una parte, e dei Dombrosio, dall’altra.
Walter Dombrosio, grafico e tecnico pubblicitario per la Lausch company, una sera decide, quasi per caso, di invitare a cena il meccanico di colore a casa sua.
Vicini dei Dombrosio sono i Runcible; la sera che Walter invita a cena il meccanico, a casa dei Runcible arrivano i Wilby, amici di vecchia data e possibili soci in affari di Leo, un agente immobiliare. Quando però Paul Wilby chiede a Leo se nella zona vivono dei neri (avendone visto entrare uno in casa Dombrosio), le cose finiscono male. Leo è ebreo, e la semplice domanda di Paul si trasforma nella sua mente in un’invettiva razzista, quindi anche antisemita. La serata coi Wilby viene bruscamente interrotta da pesanti accuse e recriminazioni, così che Leo perde sia l’amicizia sia i soldi di Paul.
La causa di questo disastro è Dombrosio: se non avesse portato a casa sua un uomo di colore, tutto questo non sarebbe successo. Inevitabile quindi il litigio coi Dombrosio che ne segue.
A distanza di tempo, una sera, Walter torna a casa ubriaco, andando a finire con l’automobile in un canaletto di scolo. È l’occasione di Leo per vendicarsi. Una telefonata alla polizia fa sì che a Walter venga sospesa la patente per guida in stato di ebbrezza.
Senza più patente, Walter è costretto a farsi accompagnare a lavoro da sua moglie, Sherry.
Sherry Dombrosio è una donna attraente, elegante, di buona famiglia e sicura di sé. Desiderosa di mettersi in gioco, Sherry decide di voler trovare un lavoro, cominciando proprio dall’azienda del marito. Walter è contrario: una donna deve stare a casa, non lavorare. Così segue il litigio col suo capo, che invece vorrebbe assumere Sherry. Conseguenza: Walter perde il lavoro.
Frustrato dalla situazione capovolta, Walter decide di fare uno scherzo a Leo Runcible: d’altronde è colpa sua se ha perso la patente e sua moglie si è messa in testa di lavorare. Così Walter, capace di lavorare alla perfezione qualsiasi materiale, crea un cranio dai denti tutti uguali, un perfetto esemplare di teschio di uomo del Neanderthal, e lo nasconde nella proprietà dei Runcible.
La notizia del ritrovamento tanto straordinario, quanto insperabile, non tarda a spandersi, merito soprattutto di Leo che chiama giornalisti e professori universitari a testimoniare l’importanza di tale evento.

Questo gioco di rimandi, di accuse, di vendette silenziose, questo continuo concatenarsi di causa-effetto, costituisce la trama superficiale di questo romanzo.
La sottotrama, invece, è quella che si concentra sull’introspezione dei vari personaggi.
Un’indagine psicologica accurata e dettagliata, che mostra al lettore i pensieri e i punti di vista, ora dei Runcible, ora dei Dombrosio.
Non si tratta semplicemente di sapere cosa pensano i protagonisti, ma di una vera e propria intrusione nell’intimità delle loro menti; l’autore, con una lente d’ingrandimento in mano, ci permette di assistere a un vero e proprio flusso di coscienza.
Così veniamo a conoscere Leo Runcible, ebreo impiantato nella comunità di Carquinez da tempo, ma non ancora accettato ufficialmente come uno di loro. Uomo energico e di alti ideali, Leo è il classico onesto lavoratore, un uomo che si dà da fare e che si è fatto da solo; attivo nella piccola comunità rurale, tiene più lui ad un miglioramento socio-culturale della cittadina, che non chi c’è nato. Leo è duro nei confronti degli estranei, di chi viene da fuori, è profondamente attaccato a Carquinez, eppure sa lui stesso di non essere completamente integrato in quella comunità di agricoltori sempliciotti.
Anche sua moglie Janet ama Carquinez, soprattutto in virtù del suo ameno isolamento; moglie, madre, casalinga alcolizzata, Janet Runcible è una figura debole e senza prospettiva, una donna ansiosa e nevrotica; incapace di adattarsi ad un mondo nuovo e tanto diverso come quello dell’America postbellica degli anni Cinquanta, Janet ha paura, si sente schiacciare dalla pressione della moderna società che vede la donna coprotagonista dell’uomo. La sua insicurezza patologica l’ha spinta verso la bottiglia, verso l’isolamento dal mondo esterno, così estraneo e penoso per lei. Sentendosi lei stessa inadeguata, Janet ha idealizzato Leo, che vede come l’uomo migliore del mondo, e si colpevolizza per non essere una moglie al pari di tale marito. Janet Runcible è una succube, la cui unica volontà è il non partecipare, il non avere responsabilità, non avere a che fare con niente al di fuori di Carquinez.
Sherry Dombrosio è invece l’esatto contrario della vicina; donna sofisticata e proveniente da un ambiente benestante, Sherry è il paradigma della donna del nuovo mondo: creativa e sicura di sé, Sherry rifiuta i vecchi canoni maschilisti che vedono la donna esclusivamente come moglie e madre, vuole anzi dare qualcosa di suo, vuole creare ed essere artefice del suo destino, vuole essere parte attiva del mondo degli uomini.
Non la pensa allo stesso modo suo marito, Walter Dombrosio; uomo mediocre, comune e di farsesche mistificazioni, ma dal talento straordinario nel creare oggetti di qualsiasi tipo, Walter è il classico maschilista e misogino che vuole la moglie in casa. Walter si sente minacciato dalla sicurezza della moglie; dice di amarla, ma al contempo la odia perché è capace e determinata, in definitiva la odia perché è socialmente migliore di lui. Così, incapace di impedire a Sherry di rinunciare al suo lavoro con l’intelletto, Walter la costringe con la violenza, l’ultima risorsa alla quale può attingere un uomo, o una bestia. Solo lui deve avere il pieno controllo sulla situazione socio-economica della famiglia, lui solo dev’essere il dominatore, in un modo o nell’altro.

C’è poi un terzo elemento a completare questa stratificazione narrativa: l’acqua.
Come ho scritto prima, l’acqua è l’elemento che apre e chiude l’intera vicenda del romanzo; la storia infatti inizia con un uomo che deve risanare un tubo dell’acqua che perde. Praticamente subito veniamo a sapere che l’acqua di Carquinez è contaminata, ma nessuno dà troppo peso alla cosa.
Con il ritrovamento del teschio del Neanderthal, una volta appurato che si tratta di un falso ad opera di Dombrosio, Runcible assieme ad altri interessati partono alla ricerca del teschio base sul quale Walter ha creato la nuova struttura. Raggiunto il vecchio cimitero di Carquinez, il gruppo comincia a scavare e trova un altro teschio dalla struttura ossea malformata. Indagando sulla faccenda, si viene a conoscenza dei cosiddetti ‘chupper’, antichi abitanti della vecchia Carquinez che hanno subito una degenerazione ossea caratterizzata da una mandibola deforme e da una schiena pesantemente curvilinea, dovuta probabilmente alla contaminazione dell’acqua.
Runcible provvede così a risanare l’impianto idrico della cittadina, ma Walter e Sherry, ora incinta dopo la violenza del marito, entrano in una spirale paranoica, provando un timore atavico per la sorte del bambino. E se anche loro figlio nascesse deforme?

Il ciclo dell’acqua

Questo romanzo atipico è racchiuso in una sorta di circolo vizioso, espiatorio; volendo creare un parallelismo tra il ciclo dell’acqua (ve lo ricordate quando lo studiavate alle elementari?) e le vicende del romanzo, si potrebbe ottenere una struttura del genere:

  • Evaporazione: il meccanico di colore viene invitato a cena dai Dombrosio. I Wilby lo vedono. È l’elemento iniziale, disturbante, della storia.
  • Condensazione: Walter perde la patente a causa della soffiata di Leo. È l’intreccio che man mano prende vita; è il fattore scatenante che porterà Walter e Sherry a litigi sempre più animosi.
  • Precipitazione: Walter rifiuta categoricamente di lavorare assieme alla moglie, litiga con il capo, perde il lavoro. I litigi con Sherry si fanno sempre più violenti, come una pioggia che cade a dirotto, senza freno.
  • Infiltrazione: Walter scarica su Leo la sua frustrazione e la sua rabbia. Ricrea un perfetto teschio di Neanderthal e lo nasconde nella proprietà dei Runcible.
  • Scorrimento: Il teschio è un falso, si ricerca l’origine di tale malformazione; da qui in poi è tutto uno scorrere verso la verità.
  • Flusso sotterraneo: L’impianto idrico è stato risanato, ma il terrore dell’acqua contaminata è riemerso dal passato, indomabile: l’acqua che scorre silenziosa è la sola che deciderà del futuro del piccolo Dombrosio.

Ok, ammetto che forse è un po’ forzato, ma d’altronde se è l’acqua l’elemento a cui tutto si riconduce, perché non usare un po’ di fantasia?

Conclusioni

L’uomo dai denti tutti uguali non è il solito romanzo di fantascienza di Dick, ma non è neanche un semplice romanzo di narrativa, perché l’influenza dickiana emerge nonostante tutto. L’elemento fantascientifico comunque c’è, solo che in chiave diversa; tutta la faccenda legata all’uomo di Neanderthal è l’elemento fantastico della storia, rivolto però al passato, un passato che ha comunque ripercussioni sul futuro. Perché, ammettiamolo, l’intera vicenda ha un che di fantastico, di poco somigliante alla realtà.
Accanto a questa vicenda (diciamolo) un po’ pacchiana, Dick ha affiancato una vera e propria analisi psicologica e sociale; drammi sociali reali dell’America anni ’50 interiorizzati, personali, visti nel loro piccolo, dall’universale all’individuale. Questioni sociali come il razzismo e la parità dei sessi vengono ricondotti al singolo.

Il ritmo narrativo è lento perché predisposto a seguire il pensiero più che l’azione. Nella prima metà soprattutto, non distratti dall’elemento fantascientifico del teschio, si percepisce l’atmosfera rurale di Carquinez: una comunità ristretta ma distante, come se le colline che attraversano la zona avessero imposto ai loro abitanti una convivenza coatta, ma pur sempre isolata, solitaria.
Non ho potuto fare a meno di pensare a Hopper, che nei suoi quadri ritrae questa condizione della natura come spettatrice indifferente nei confronti dell’incomprensione e della solitudine umana.

Collina, Cape Cod__Edward Hopper

Voto:★★★

Il sabato spaziale: Tempo fuor di sesto

Tempo fuor di sesto, oltre ad essere una frase dell’Amleto di Shakespeare, è il titolo del romanzo di Philip K. Dick scritto nel 1958-59. Scrittore postmodernista, Dick è autore di numerosi romanzi di fantascienza dai quali sono stati tratti vari film tra cui, per esempio, il fantastico The Truman show che è stato ispirato proprio da questo libro.

Il tempo, non per niente, è fuor di sesto

In un’anonima cittadina americana degli anni ’50, Ragle Gumm, campione nazionale del concorso “Dove si troverà l’omino verde?”, vive, assieme alla sorella Margo, il cognato Vic e il nipote Sammy, un’esistenza alquanto monotona e tranquilla. Ogni mattina, non appena arriva il giornale, Ragle si cimenta ferventemente nella risoluzione del quiz indetto dalla Gazette da ormai tre anni. Le sue soluzioni, rivelatesi sempre giuste, gli garantiscono un cospicuo reddito con cui vivere. Così, mentre gli altri uomini lasciano le proprie case per recarsi a lavoro, Ragle passa le sue giornate a lavorare in casa armato di grafici, tabelle e schemi, perché per lui è di un vero e proprio lavoro che si tratta. Per via di questa vita placidamente statica Ragle si sente insoddisfatto, turbato. Non solo sente che la sua vita non ha sbocchi, ma è anche preda di strane allucinazioni. Che stia diventando pazzo? Ma Ragle non è il solo a cui capitano certe stranezze: anche suo cognato Vic comincia ad avere inspiegabili visioni. Il ritrovamento di strani biglietti, elenchi telefonici con numeri inesistenti, riviste con dive mai viste in copertina, assieme alle allucinazioni, mettono in allarme tutti nella casa Gumm-Nielson. Qualcosa non va, ma cosa? La realtà diventa dubbio.
Il piccolo Sammy, poi, costruisce una radio a galena e riesce a captare anomale comunicazioni militari.
Pezzo dopo pezzo, Ragle si convince sempre di più che la sua paranoia non sia così infondata. Qualcuno lo sta spiando e usando, ma perché?
Così Ragle tenta la fuga. Il primo rocambolesco tentativo di varcare il confine della città si dimostra più arduo del previsto ma alla fine Ragle riesce a scoprire la verità. Una terribile, quanto incredibile, macchinazione è stata ordita contro di lui proiettandolo in un altro mondo, in un’altra epoca che non esiste più. Ma Ragle viene presto ritrovato e drogato dai sui sorveglianti. Viene riportato nella città fittizia da cui era scappato, senza ricordare nulla. O quasi. I particolari, il pezzo chiave della sua memoria è annebbiato ma ormai Ragle sa che ciò che lo circonda è falso. L’unico modo per scoprire finalmente tutta la verità è uscire di lì, di nuovo. Sapendo di essere monitorato, questa volta Ragle è più cauto e assieme al cognato ruba un camion riuscendo finalmente a “evadere” dalla cittadina. E’ fatta.
Ragle e Vic approdano in una città sconosciuta, apparentemente simile a quella che hanno abbandonato, ma popolata da individui assai strani. I ragazzi si vestono con lunghe tuniche e si acconciano i capelli in giganteschi coni, le ragazze si rasano la testa, non si truccano e indossano abiti maschili ed entrambi parlano un astruso slang. La carta moneta non esiste più, sostituita da dischetti simil plastica, e in atto c’è una guerra: tra Lunari e Terrestri.
Ragle capisce così che “Dove si troverà l’omino verde?” non è semplicemente un gioco, ma un’importante operazione di intercettazione missilistica. Il suo talento nel prevedere il punto in cui la Terra sarà colpita dai missili Lunari è quindi di vitale importanza e decide di tornare a “casa”. Alla ricerca di un telefono per contattare chi di dovere, Ragle e Vic entrano in una farmacia. Dal bancone, però, spunta fuori una vecchia conoscenza di Ragle, la signora Keitelbein, fittizia vicina di casa. La donna, una Lunare, mostra loro delle riviste moderne dove tutta la verità è scritta nero su bianco. Ragle finalmente ricorda tutto: aveva deciso di schierarsi con i Lunari e lasciare la Terra, ma i terrestri non potevano perdere un elemento tanto importante come Ragle. Così hanno riprogrammato la sua mente riportandola agli anni ’50, alla sua infanzia, un’epoca che Ragle ha sempre amato e per la quale provava nostalgia.
Ripreso il pieno possesso della sua memoria, Ragle decide di porre fine alla guerra e lasciare così la Terra.

Questa strana cosa chiamata realtà

Può la realtà essere un’illusione? E se sì, che cosa è reale? Ma cosa vuol dire reale? Ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo? Secondo Ragle Gumm no. Il reale va al di là di tutto ciò; il reale è paradossalmente l’ideale, l’intellegibile, la parola intesa come Logos. Le percezioni empiriche non sono veridiche, non manifestano la realtà perché i nostri sensi non sono oggettivi ma soggetti ad alterazioni, sono influenzabili. Possiamo conoscere il fenomeno ma non la cosa in sé (come si può notare, se non si è completamente estranei alla filosofia, i riferimenti a Eraclito, Platone e Kant sono palesi).
Ma allora, se la realtà non è la realtà, chi sono io veramente? L’identità del soggetto si perde se gli assodati contorni contestuali che lo circondano (socio-culturali, ambientali ecc.) si annullano. Un colpo di spugna su tutto ciò che si conosce e si comincia a dubitare di noi stessi, a diffidare sul valore delle nostre verità e sulla stessa concezione di esistenza. Perché, come nel pirandelliano Mattia Pascal l’individuo non esiste se non esiste per la società, allora neanche Ragle esiste – almeno così com’è – in una realtà che non esiste. E se non esisti, perché non sai più chi sei, cosa fai? Vai alla ricerca di risposte. E Ragle lo fa.

Old Town

Il ritorno agli anni ’50 non è casuale. Nel suo iniziale lavoro di intercettazione missilistica anti-Lunare, Ragle Gumm percepisce tutto il peso e lo stress di una responsabilità così alta come quella di evitare centinaia morti. Il destino delle vite terrestri dipende unicamente da Ragle; si può comprendere quindi la difficoltà nel dover sopportare un onere del genere. Inoltre Ragle comprende la fondatezza della causa Lunare e decide di passare dalla loro parte. Per impedire tutto ciò ed evitare a Ragle lo stress del suo compito, i capi terrestri decidono di riprogrammare la mente di Ragle e per meglio favorire il lavaggio del cervello, rispediscono Ragle negli anni della sua infanzia, gli anni ’50. Una città fittizia, Old Town, viene costruita apposta per lui e in questo palcoscenico allestito ad arte vengono inseriti degli attori e dei volontari che si sono sottoposti alla riprogrammazione.
Ma cos’è che di quest’epoca affascina tanto Ragle? La stabilità, direi. Il cliché dell’uomo che va a lavoro e quando torna a casa ha la sicurezza di ritrovare ancora lì la sua famiglia che lo ama e lo circonda, così come accadeva al padre di Ragle. I racconti della seconda guerra mondiale, il tepore del focolare domestico, la serenità del nido familiare, sono in realtà esperienze che appartengono al padre di Ragle, col quale in questa utopia (o distopia, a seconda di come la si voglia interpretare) si reincarna.
Ma Ragle non è suo padre, e se per tre anni interi la sua ansia della realtà ha favorito l’assoggettamento a questa fantasia, Ragle cade nell’insoddisfazione. Non ha una casa tutta sua, non ha una moglie e dei figli, non ha il classico lavoro in un ufficio. Ragle si sente un inetto, un inconcludente, un quarantenne che passa la vita risolvendo lo stupido gioco di un giornale.
Il sogno idealizzato dell’infanzia non si traduce così  nelle aspettative di Ragle, ed è probabile che questo, assieme agli indizi che man mano trova, risvegli in lui echi indefiniti della sua vita reale.

Lo stile

Lo stile narrativo di Philip K. Dick risulta alquanto prosaico, soprattutto nella prima parte del romanzo: le molteplici scene descrittive sono caratterizzate da vere e proprie elencazioni, come una sorta di lista delle azioni dei protagonisti. Risulta quindi una parte un po’ lenta, statica, in cui ci si immerge flemmaticamente nella classica e banale vita medio-borghese dell’epoca. A far sì che l’attenzione del lettore non si sopisca entrano però in gioco gli strani avvenimenti che accadono ai protagonisti e le varie stranezze e incongruenze che se da un lato mettono in confusione chi legge, dall’altro accrescono inevitabilmente la curiosità del lettore (io ho finito il libro in due giorni non riuscendo a smettere di leggere).
Man mano che la presa di coscienza di Ragle aumenta e si cimenta in un’ardimentosa fuga, si entra nel vivo dell’azione; il ritmo è più attivo, più veloce, emozionante.
L’ultima parte invece è diametralmente opposta alla prima. Lo stile si velocizza fin troppo; il finale è frettoloso e serrato, si perde quasi il senso di continuità con l’altra metà del libro. Una scissione totale: dal mondo degli anni ’50 si viene catapultati a quello del futuro, moderno e… che mondo! Un futuro ridicolo e poco credibile, non solo perché rivelatosi totalmente errato per noi posteri, ma soprattutto perché non concretizzato; ci ritroviamo in un mondo bizzarro e improbabile senza conoscere gli aspetti e le adeguate esplicazioni sulle fondamenta politiche e socio-culturali che lo rendano verosimile. Non viene neanche chiarito fino in fondo il motivo del conflitto tra Lunari e Terrestri, restando così un finale sconclusionato e precipitoso.

Conclusioni

Ma in sostanza mi è piaciuto questo libro? Sì, perché sebbene, per i miei gusti, il finale lasci a desiderare, la curiosità che mi ha spinta a leggerlo per ore è stata talmente forte che penso sia un bel punto a suo vantaggio (non sono molti i libri che mi incollano così). Essendo una neofita della fantascienza credo che come inizio possa andare bene.
Inoltre la copertina del libro è azzeccata in pieno (ma cosa c’entra?!), anche se questa è una considerazione che si può formulare solo a posteriori. Leggete il libro e scoprirete il perché!

Voto: ★★★★