I brividi del venerdì: L’uomo che amava i fiori _Ciclo di Halloween

Buonasera lettori.
Siamo giunti all’ultimo capitolo di questo ciclo di Halloween 2015, ed io mi chiedo, ma secondo voi, poteva forse mancare un racconto del re dell’horror?!
No, appunto.

In un tardo pomeriggio del maggio 1963, un giovanotto con la mano in tasca camminava spedito lungo la Terza Strada, a New York. L’aria era dolce e gradevole, il cielo si andava oscurando a poco a poco dall’azzurro al calmo e splendido viola del tramonto. Ci sono persone che amano la città, e quella era appunto una serata che induceva ad amarla. Sembrava che tutti coloro che sostavano sulla soglia delle rosticcerie, delle tintore o dei ristoranti sorridessero. Una vecchia signora che spingeva una vecchia carrozzina da neonato con dentro due borse della spesa sorrise al giovanotto e lo apostrofò: “Ciao, bello!” Il giovanotto le rivolse un mezzo sorriso poi agitò la mano in un saluto.
Lei passò oltre, pensando: è innamorato.
Lui dava quell’impressione, infatti. Indossava un vestito grigio chiaro, la cravatta poco allentata, il colletto della camicia sbottonato. I capelli scuri erano tagliati corti. La carnagione era chiara, gli occhi celesti. Una faccia che non aveva niente di straordinario, ma in quella dolce serata primaverile, lungo quel viale, nel maggio del 1963, il giovane era bello, e la vecchia, in un momento di dolce nostalgia, si ritrovò a pensare che in primavera chiunque può essere bello…se si affretta incontro alla persona dei suoi sogni, per andare a cena e poi magari a ballare. La primavera è l’unica stagione in cui sembrava che la nostalgia non diventi mai amara, e lei continuò per la strada, contenta d’avergli rivolto la parola e contenta che lui avesse ricambiato il complimento, alzando la mano in un mezzo saluto.
Il giovane attraversò la Sessantatreesima, camminando con un che di elastico nel passo e sempre con quel mezzo sorriso sulle labbra. Verso la metà dell’isolato, un vecchio stava accanto a un carrettino verde carico di fiori: il colore predominante era il giallo, quello febbrile della giunchiglia e dei crocus tardivi. Il vecchio aveva anche dei garofani e alcune rose tea di serra, anche quelle gialline. Sgranocchiava un pretzel e ascoltava una radiolina a transistor posata su un angolo della bancarella.
La radio riversava cattive notizie che nessuno ascoltava: un assassino armato di martello era tuttora latitante; JFK aveva dichiarato che la situazione nel Vietnam, una nazione asiatica, richiedeva una vigile attenzione; una donna non identificata era stata ripescata dall’East River; una giuria non aveva condannato un re del crimine nella guerra che l’amministrazione civica stava conducendo contro la droga; i russi avevano fatto esplodere un ordigno nucleare. Niente di tutto questo sembrava reale, niente sembrava importante. L’aria era dolce e profumata. Due panciuti bevitori di birra sostavano davanti a un negozio di fornaio, lanciando monetine e scambiandosi frecciate. La primavera tremolava sull’orlo dell’estate e, in città, l’estate è la stagione dei sogni.
Il giovanotto oltrepassò il fioraio e il suono della radio si affievolì. Lui esitò, si voltò e parve ripensarci. Rimise la mano nella tasca della giacca e stette un poco a giocherellare con qualcosa. Per un momento la sua faccia sembrò perplessa, solitaria, quasi tormentata; poi, mentre la mano usciva dalla tasca, ritrovò l’espressione di ansiosa attesa.
Il giovane si girò verso il carrettino del fioraio, sorridendo. Le avrebbe portato dei fiori, e questo l’avrebbe fatta contenta. Amava vedere che gli occhi le si illuminavano per la sorpresa e per la gioia quando le faceva un’improvvisata: piccole cose, perché era tutt’altro che ricco. Una scatola di cioccolatini. Un braccialetto. Una volta, soltanto un sacchetto di arance di Valencia, perché sapeva che erano le preferite di Norma.
“Mio giovane amico,” disse il fioraio, vedendo che il giovane vestito di grigio tornava sui suoi passi, facendo scorrere lo sguardo sulla merce esposta. Il venditore di fiori era sui sessantotto anni, indossava un vecchio maglione grigio e portava un basco, nonostante il tepore della serata. La sua faccia era una mappa di rughe, i suoi occhi affondavano nelle borse e una sigaretta gli ballonzolava tra le dita. Ma ricordava anche lui che cosa voleva dire essere giovani in primavera: giovani e così innamorati da camminare quasi senza toccare terra. Di solito la faccia di quel fioraio era acida, ma ora l’uomo sorrideva un poco, proprio come aveva sorriso la vecchietta con le borse della spesa, perché quel giovanotto era un caso che dava nell’occhio. Si scosse via qualche briciola di pretzel dal maglione sformato e pensò: se l’amore fosse una malattia, questo figliolo l’avrebbero già ricoverato d’urgenza.
“Quanto vengono, questi fiori?” chiese il giovanotto.
“Le farò un bel bouquet per un dollaro. Quelle rose tea, invece, sono di serra. Costano un po’ di più, settanta centesimi l’una. Posso dargliene sei per tre dollari e cinquanta.”
“Un po’ care,” disse il giovane.
“Le cose belle si pagano, mio giovane amico. Non gliel’ha insegnato sua madre?”
Il giovanotto sorrise. ” Sì, può darsi che me l’abbia accennato.”
“Certo. È sicuro che l’ha fatto. Gliene darò mezza dozzina, due rosse, due bianche e due gialle. Che cosa potrei fare, più di così? Ci metterò anche un po’ di capelvenere – a loro piace, sa – e magari un po’ di felce, per riempire. Bene. Oppure può prendere il bouquet, per un dollaro.”
“A loro?” chiese il giovane, sempre sorridendo.
“Mio giovane amico,” rispose il venditore di fiori, gettando il mozzicone sul marciapiede e ricambiando il sorriso, “nessuno compera fiori per sé, in maggio. È come una legge nazionale, capito che cosa voglio dire?”
Il giovanotto pensò a Norma, ai suoi occhi felici e sorpresi, al suo sorriso dolce, e piegò un poco la testa. “Sì, credo di sì,” rispose.
“Ha capito e come! Allora, cosa decide?”
“Be’, lei cosa ne pensa?”
“Glielo dico subito, quello che penso. Ehi! Il consiglio è gratis, vero?”
Il giovane sorrise: “Credo sia la sola cosa che ancora lo sia.”
“Dice proprio bene, purtroppo,” replicò il fioraio. “Bene, mio giovane amico. Se i fiori sono per sua madre, le porti il bouquet. Qualche giunchiglia, qualche croco, qualche altro fiorellino di campo. Lei non rovinerà tutto, dicendo: ‘Oh, caro, che belli, quanto costano, ma sei matto a buttare via i soldi in quel modo?'”
Il giovane gettò indietro la testa rise.
“Ma se sono per la sua ragazza,” continuò il venditore, “allora la cosa è diversa, figlio mio, e lei lo sa. Le porti le rose e vedrà che non si trasformerà in un contabile, capito quello che voglio dire? Le butterà le braccia al collo, invece…”
“Prendo le rose,” decise il giovanotto, e stavolta fu il fioraio a scoppiare a ridere. I due uomini che stavano giocando sul marciapiede guardarono verso il carrettino e sorrisero.
“Ehi, figliolo!” gridò uno dei due. “Vuoi comprare un anello matrimoniale per pochi soldi? Ti vendo il mio…io non lo voglio più.”
Il giovanotto sorrise e arrossì fino alla radice dei capelli.
Il fioraio scelse sei rose, tagliò a ciascuna un pezzo di gambo, le spruzzò d’acqua e le avvolse in un foglio messo a spirale.
“Stasera il tempo è proprio come lo vorremmo sempre,” diceva la radio. “Bello e dolce, temperatura sui ventitre gradi, perfetto per salire a contemplare le stelle dal tetto di casa, per chi è romantico.”
Il fioraio fermò con lo scotch l’ultimo angolino angolino del foglio e raccomandò al giovanotto di dire alla sua bella che un po’ di zucchero aggiunto all’acqua del vaso le avrebbe fatte durare più a lungo.
“Glielo dirò,” promise il giovane. Porse un biglietto da cinque dollari. “Grazie.”
“Faccio solo il mio mestiere, mio giovane amico,” rispose il fioraio, dandogli un dollaro e mezzo di resto. Il suo sorriso divenne un po’ più triste. “Le dia un bacio da parte mia.”
Alla radio, il complesso Quattro Stagioni cominciò a cantare Sherry. Il giovanotto si mise in tasca il resto e proseguì lungo la strada, gli occhi grandi, attenti e ansiosi, guardando non tanto intorno a sé e alla vita che montava e rifluiva come una marea lungo la Terza Strada quanto internamente e nell’immediato futuro, pregustando il momento. Ma c’erano particolari che interferivano: una mamma che spingeva il suo piccolo dentro un passeggino, la faccia del piccolo comicamente sporca di gelato; una bimbetta che saltava la corda a tempo con una filastrocca. “Ab-barabbà-ciccì-cocò, tre civette sul comò…” Due donne ferme sulla porta di una lavanderia fumavano e paragonavano gravidanze. Un gruppo di uomini stava guardando, nella vetrina di un negozio di elettrodomestici, un gigantesco televisore a colori dal prezzo vertiginoso: alla TV trasmettevano una partita di baseball e tutte le facce dei giocatori apparivano verdi. Il campo di gioco era di un vago color fragola, e i Metropolitans di New York vincevano contro i Phillier per sei a uno.
Il giovane continuava a camminare, con i fiori in mano, ignaro che le due donne fuori della lavanderia avessero smesso per un attimo di chiacchierare e l’avessero guardato malinconicamente, mentre passava con il suo fascio di rose; i giorni in cui loro due ricevevano fiori erano passati da un pezzo. Né si accorse che un giovane vigile aveva fermato il traffico con un colpo di fischietto, all’incrocio tra la Terza e la Sessantanovesima, per dargli il tempo di attraversare; il vigile era a sua volta fidanzato e riconosceva l’espressione sognante sulla faccia del giovane per averla vista molto spesso nello specchio, ultimamente, quando si faceva la barba.
Arrivato alla Settantatreesima si fermò e svoltò a destra. Quella via era un poco più buia, vi si allineavano palazzine d’abitazione e ristoranti dai nomi italiani. Tre isolati più in giù, era in atto una partita di pallone, in un prato, nella luce morente. Il giovane non si spinse tanto in là; percorse un mezzo isolato e svoltò in uno stretto viottolo.
Ora le stelle erano apparse, con un luccichio tenue, e il viottolo era buio e pieno d’ombra; spiccavano qua e là le forme vaghe dei bidoni della spazzatura. Il giovane era solo, ora: cioè, no, non del tutto. Un gemito incerto si levava nella penombra sfumata di viola, e il giovane aggrottò la fronte. Era la serenata di un gatto in amore e non c’era niente di gradevole in quei versacci.
Si mise a camminare più lentamente, guardando l’orologio. Mancava un quarto alle otto e Norma doveva essere ormai…
Poi la scorse, che avanzava verso di lui dal cortile, con indosso calzoni di tela blu e una camicetta alla marinara che gli diede quasi una stretta al cuore. Era sempre una sorpresa vederla per la prima volta, era sempre un dolcissimo choc: sembrava così giovane.
Ora il sorriso gli si allargò, divenne radioso…ed egli affrettò il passo.
“Norma!” disse.
Lei guardò in su e sorrise…ma, come furono più vicini, il sorriso sbiadì.
Quello di lui tremolò un poco, ed egli avvertì un attimo di inquietudine. La faccia al disopra della camicetta alla marinara parve sbiadire, cancellarsi. Stava diventando buio, ora…possibile che lui si fosse sbagliato? No, sicuramente. Era Norma.
“Ti ho comperato dei fiori,” disse, con un felice senso di sollievo, e le porse il mazzo avvolto nella carta oleata.
Lei guardò i fiori per un attimo, sorrise…e li restituì.
“Grazie, ma si sbaglia,” disse. “Io mi chiamo…”
“Norma,” bisbigliò lui, ed estrasse il martello a manico corto dalla tasca della giacca, dove l’aveva tenuto fino a quel momento. “Sono per te, Norma…è stato sempre per te…tutto per te.”
Lei indietreggiò, la faccia una macchia bianca e rotonda, la bocca un nero e spalancato O di terrore, e non era Norma, Norma era morta, morta da dieci anni, ormai, e non aveva importanza perché lei ora stava per urlare ed egli calò il martello per fermare l’urlo, per uccidere l’urlo, e nel calare il martello il mazzo di rose gli sfuggì di mano, il foglio si ruppe e si aprì, lasciando cadere rose rosse, bianche e gialle accanto agli ammaccati bidoni dell’immondizia dove i gatti facevano l’amore nel buio, gridando in amore, gridando, gridando.
Calò il martello e lei non urlò, ma avrebbe potuto urlare perché non era Norma, nessuna di loro era Norma, ed egli calava il martello, calava il martello, calava il martello. Non era Norma e così lui vibrava colpi, come aveva fatto altre cinque volte.
Qualche indefinibile tempo dopo, fece scivolare il martello nella tasca interna della giacca e indietreggiò dall’ombra scura riversa sui ciottoli, dalle rose finite come pattume accanto ai bidoni. Si voltò e lasciò lo stretto viottolo. Era completamente buio, ormai. I ragazzi che giocavano a palla se n’erano andati. Se c’erano macchie di sangue sul suo vestito, non avrebbero dato nell’occhio, nel buio, nel buio dolce di quella primavera avanzata, e il nome di lei non era stato Norma, ma lui sapeva qual era il suo nome. Era…era…
Amore.
Il suo nome era amore, e lui camminava per quelle strade buie perché Norma lo stava aspettando. E lui l’avrebbe trovata. Un giorno o l’altro, presto.
Ricominciò a sorridere. Il passo gli ritornò elastico ed egli continuò a camminare lungo la Settantatreesima Strada. Una coppia di coniugi di mezz’età sedeva sui gradini di casa, all’esterno. Lo guardarono passare, la testa un po’ piegata da un lato, lo sguardo perduto nella distanza, un mezzo sorriso sulle labbra. Dopo che era passato, la donna disse: “Com’è che tu non l’hai più quell’aria lì?”
“Eh?”
“Niente,” disse lei, ma rimase a guardare il giovane vestito di grigio sparire nella tenebra della notte ormai fonda e intanto pensava che, se c’era qualcosa di più bello della primavera, era l’amore giovane.

L’uomo che amava i fiori _ Stephen King

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I brividi del venerdì: La zampa di scimmia _Ciclo di Halloween_

Senza troppi preamboli, ecco a voi un racconto forse poco noto, ma non poco apprezzabile. Come al solito, buona lettura.

Fuori, la notte era fredda e umida, ma nel salottino di Lakesman Ville le persiane erano chiuse e il fuoco ardeva allegro nel camino. Padre e figlio stavano giocando a scacchi, e il primo, il quale aveva a proposito del gioco idee che comportavano innovazioni radicali, metteva spesso il suo re in situazioni così inutilmente pericolose da suscitare persino i commenti della vecchia signora dai capelli bianchi che se ne stava seduta tranquillamente accanto al camino a lavorare a maglia.
– Senti il vento, – disse White, che, dopo essersi accorto troppo tardi di aver commesso un errore fatale, cercava di escogitare il sistema migliore perché il figlio non lo notasse.
– Lo sto ascoltando, – rispose il figlio, ma continuava a osservare con la massima attenzione la scacchiera, e allungò una mano. – Scacco.
– Credo proprio che non verrà questa sera, – brontolò il padre, una mano appoggiata sul bordo del tavolo.
– Scacco, – ripeté il figlio.
– Ecco il guaio di vivere fuori mano, – blaterò White, con improvvisa e imprevista violenza; – e, fra tutti i peggiori, i più infami posti fuori mano dove vivere questo è il peggiore. Il sentiero è un pantano e la strada è un torrente. Non so che cosa ne pensino gli altri. Probabilmente, dato che ci sono due case soltanto su questa strada, sono convinti che la cosa non conti più di tanto.
– Non preoccuparti, caro, – intervenne la moglie, conciliante; – forse la prossima volta vincerai.
White alzò la testa di scatto, appena in tempo per cogliere una occhiata di intesa fra madre e figlio. Le parole gli morirono sulle labbra, e egli nascose nella barbetta grigia un sorriso colpevole.
– Eccolo! – esclamò Herbert White, mentre il cancello sbatteva forte e un pesante scalpiccío si avvicinava alla porta.
II vecchio si alzò, desideroso di fare una buona accoglienza all’ospite, si affrettò verso la porta, e lo sentirono lamentarsi con il nuovo arrivato. Anche il nuovo arrivato si lamentava, ed allora la signora White fece: – Ssst, ssst! – e tossì adagio mentre il marito entrava nella stanza, seguito da un uomo alto e massiccio, dagli occhi piccoli e tondi e dal viso rubicondo.
– Sergente maggiore Morris, – disse il nuovo venuto, presentandosi.
II sergente maggiore strinse la mano ai presenti, accettò la poltrona che gli veniva offerta accanto al fuoco e assunse un’aria soddisfatta mentre il padrone di casa andava a prendere whisky e bicchieri e metteva sulla fiamma un piccolo bricco di rame.
Al terzo bicchiere i suoi occhi si fecero più lucidi ed egli cominciò a parlare; il piccolo circolo familiare guardava con interesse questo visitatore che arrivava da lontano mentre squadrava le larghe spalle nella poltrona e narrava di scene strane e di imprese epiche, di guerre e di pestilenze e di popolazioni curiose.
– Ventun anni di questa vita, – disse White, rivolgendosi alla moglie e al figlio. – Quando è partito era un ragazzino tutto pelle e ossa che lavorava nell’arsenale. E guardatelo un po’ adesso.
– Sembra che non se la sia passata molto male, – osservò cortesemente la signora White.
– Anche a me piacerebbe andare in India, – disse White, – non fosse altro che per vedere come è fatto il mondo.
– State molto meglio qui dove siete, – fece il sergente maggiore, scuotendo la testa. E la scosse ancora dopo aver appoggiato al tavolo, con un sospiro, il bicchiere vuoto.
– Mi piacerebbe vedere quei vecchi templi, e i fachiri, e i giocolieri, – insistette il vecchio. – Che cosa avevate incominciato a raccontarmi l’altro giorno a proposito di una zampa di scimmia o simili, Morris?
– Niente, – si affrettò a rispondere il soldato. – O almeno, niente che valga la pena di ascoltare.
– Una zampa di scimmia? – chiese la signora White, incuriosita.
– Bene, è solo un esempio di quella che si potrebbe chiamare magia, forse, – disse il sergente maggiore, con aria disinvolta.
I tre ascoltatori si chinarono in avanti, più interessati che mai. Il visitatore si portò distrattamente alle labbra il bicchiere vuoto, poi tornò ad appoggiarlo sul tavolo. Il padrone di casa si affrettò a riempirglielo.
– A guardarla, – disse il sergente maggiore, frugandosi in tasca, – è una zampetta come tutte le altre, essiccata come una mummia.
Aveva preso di tasca qualcosa, e lo mostrò. La signora White si fece indietro con una smorfia, ma suo figlio invece lo prese e lo esaminò con curiosità.
– E che cosa ha di particolare? – chiese White che, dopo averla presa a sua volta dalle mani del figlio e dopo averla osservata, la mise sul tavolo.
– Ha un incantesimo che le è stato gettato da un vecchio fachiro, – spiegò il sergente, – un santone. Voleva mostrare che il destino domina la vita della gente e che coloro i quali vogliono interferire con il destino lo fanno a proprio rischio e pericolo. Ha messo su questa zampa un incantesimo in modo che tre uomini diversi potessero esigere da essa l’adempimento di tre desideri.
Parlava con una serietà così profonda che i suoi ascoltatori si resero conto come le loro risate apparivano un poco fuori luogo.
– Bene, perché non avete espresso i vostri tre desideri, signore? – domandò Herbert, molto a proposito.
Il soldato lo guardò come, in genere, la mezza età guarda la giovinezza presuntuosa. – Li ho espressi, – disse, adagio, mentre il suo viso segnato si sbiancava.
– E questi vostri tre desideri sono stati realmente esauditi? – volle sapere la signora White.
– Sì, – rispose il sergente maggiore, e il bicchiere gli picchiò contro i denti robusti.
– E qualcun altro ha visto soddisfatti i suoi tre desideri? – insistette la vecchia signora.
– Il primo li ha visti esaudire, sì, – fu la risposta. – Non so chi fossero i primi due, ma il terzo era morto. È così che sono venuto in possesso della zampa.
Il suo tono era così grave che un profondo silenzio cadde sul gruppetto.
– Se voi avete già visto soddisfatti i vostri tre desideri, è inutile che la teniate allora, – disse alla fine il vecchio. – Per che cosa la conservate ancora?
Il soldato scosse la testa. – Una fantasia mia, immagino. Una volta mi ero messo in testa di venderla, ma credo che non farò mai una cosa del genere. Ha già provocato guai a sufficienza, questa zampa. E poi, nessuno la comprerebbe. Alcuni pensano che si tratti di una favola, e chi ci crede vuole prima metterla alla prova e poi pagarmi.
– Se poteste esprimere altri tre desideri, – chiese il vecchio, guardandolo fissamente, – lo fareste?
– Non lo so, – fece l’altro. – Non lo so.
Prese la zampa, la fece dondolare fra il pollice e l’indice, poi, con un movimento brusco, la buttò nel fuoco. Con un grido soffocato, White si chinò e la recuperò dalle fiamme.
– Meglio lasciarla bruciare, – proclamò il soldato con tono solenne.
– Se non la volete più, Morris, – disse il vecchio, – datela a me.
– No, – replicò l’amico, ostinato. – L’ho buttata nel fuoco. Se la tenete, non date a me la colpa di quello che può succedere. Se siete un uomo di buon senso, fareste meglio a rimetterla fra le fiamme.
L’altro scosse la testa ed esaminò con attenzione l’oggetto di cui era appena entrato in possesso.
– Come si fa? – domandò.
– Tenetela nella destra ed esprimete il desiderio ad alta voce, – spiegò il sergente maggiore. – Ma ci tengo a mettervi in guardia contro le conseguenze del vostro atto.
– Sembrano le Mille e una notte, – commentò la signora White, mentre si alzava e cominciava a preparare la cena. – Non vi pare che, per ciò che mi riguarda, potrei esprimere il desiderio di avere quattro mani?
Suo marito prese il talismano di tasca e poi tutti e tre scoppiarono in una risata, ma il sergente maggiore, il viso atteggiato ad una espressione di profondo allarme, lo afferrò per un braccio.
– Se proprio volete esprimere i vostri desideri, – disse, cupo, – chiedete almeno qualcosa di sensato.
White tornò a mettere in tasca la zampa, poi, sistemate le sedie, fece cenno all’amico di prendere posto a tavola. Durante la cena il talismano fu quasi completamente dimenticato, e più tardi i tre ascoltarono con profonda attenzione una seconda puntata delle avventure del soldato in India.
– Se la storia della zampa di scimmia non è più degna di fede di quelle che ci ha raccontato, – disse Herbert quando la porta si fu chiusa alle spalle del loro ospite, appena in tempo perché arrivasse a prendere l’ultimo treno, – credo proprio che non riusciremo a ricavarne molto.
– Gli hai dato qualcosa in pagamento? – chiese la signora White, guardando attentamente il marito.
– Oh, una sciocchezza, – egli rispose, arrossendo un poco. – Non voleva accettare niente, ma ce l’ho costretto. Ed ha ancora insistito perché la buttassi via.
– Già, – fece Herbert, con ben simulato orrore. – Oh, saremo ricchi e famosi e felici. Esprimi il desiderio di diventare imperatore, papà, tanto per cominciare; in questo modo non sarai più agli ordini di tua moglie.
Poi cominciò a correre attorno al tavolo, inseguito dalla furibonda signora White armata di un copridivano.
White prese la zampa di tasca e la osservò, dubbioso.
– Non so quale desiderio esprimere, e questo è un fatto, – disse lentamente. – Mi sembra di avere tutto quello che voglio.
– Se solo potessi far rimettere in ordine la casa, saresti più felice, non è vero? – fece Herbert, appoggiandogli una mano su una spalla. – Bene, chiedi duecento sterline allora; saranno più che sufficienti.
Il padre, sorridendo un poco vergognoso della propria credulità, levò alto il talismano mentre il figlio, con un’aria solenne guastata però da un allegro ammiccamento alla madre si mise a sedere al piano e faceva echeggiare tutta una serie di lugubri accordi.
– Desidero duecento sterline, – disse il vecchio, scandendo le parole.
Il suono del pianoforte coronò la frase, ma fu subito interrotto da un grido di terrore del vecchio. La moglie e il figlio si precipitarono verso di lui.
– Si è mosso! – egli esclamò, con una occhiata di disgusto all’oggetto che giaceva sul pavimento. – Mentre esprimevo il desiderio, mi si è contorto in mano come un serpente.
– Bene, non vedo il danaro, – disse il figlio, raccogliendo la zampa e mettendola sul tavolo, – e scommetto che non lo vedrò mai.
– Deve essere stata la tua immaginazione, papà, – mormorò la moglie, guardandolo con espressione ansiosa.
– Egli scosse la testa, adagio. – Non importa, comunque; non è successo niente di male, ma è una cosa che mi ha dato lo stesso un brutto colpo.
Tornarono a mettersi a sedere accanto al fuoco mentre i due uomini terminavano di fumare la pipa. Fuori, il vento era più forte che mai, e il vecchio sussultò, nervoso, al rumore di una porta che sbatteva al piano di sopra. I tre rimasero immersi in un silenzio insolito e deprimente che durò fino a quando la vecchia coppia si alzò per andarsi a coricare.
– Probabilmente troverai i soldi avvolti in un grosso pacco in mezzo al tuo letto, disse Herbert, dopo aver augurato la buona notte, – e in cima all’armadio ci sarà accasciato qualcosa di orribile che ti spierà mentre metti in tasca quel danaro mal guadagnato.
Il mattino seguente, alla luce del sole invernale che pioveva sul tavolo della prima colazione, Herbert rise dei propri timori. Nella stanza c’era un’aria di sana allegria che era mancata completamente la sera precedente, e la sudicia e raggrinzita zampetta giaceva abbandonata sulla credenza con una noncuranza che lasciava intendere una ben scarsa fiducia nelle sue virtù.
– Credo che tutti i vecchi soldati siano eguali, – disse la signora White. – Bella idea la nostra di starcene a ascoltare tutte quelle sciocchezze. Come è possibile che i desideri siano esauditi al giorno d’oggi? E, ammesso che fosse possibile, che male ti farebbero duecento sterline, papà?
– Può darsi che gli cadano sulla testa dal cielo, – commentò il frivolo Herbert.
– Morris ha detto che tutto accadeva nel più naturale dei modi, – replicò il padre, – tanto che tu, volendo, avresti potuto attribuire la cosa a una coincidenza pura e semplice.
– Bene, non capitare sul danaro prima del mio ritorno, – disse Herbert, alzandosi da tavola. – Temo che ti trasformerebbe in un uomo meschino e avaro, e in tal caso noi saremmo costretti a sconfessarti.
La madre rise, lo seguì fino alla porta, lo guardò mentre si avviava giù per la strada e, quando tornò alla tavola, si prese allegramente gioco della credulità del marito. Il che non le impedì di precipitarsi alla porta quando il postino bussò, e non le impedì di accennare, sia pure brevemente, alle abitudini alcoliche di un sergente maggiore in ritiro quando risultò che la posta le aveva recapitato soltanto un conto del sarto.
– Credo che, quando tornerà a casa, Herbert pescherà fuori qualcun’altra delle sue osservazioni ironiche, – osservò, mentre sedevano a pranzo.
– Temo di sì, – convenne White, versandosi un poco di birra; ma, con tutto ciò, quella cosa mi si è mossa in mano, sarei pronto a giurarlo.
– Ti è sembrato così, certo, – disse la vecchia, conciliante.
– Ti dico che è così, – replicò lui. – Non ci pensavo nemmeno; ho avuto semplicemente… Che c’è?
La moglie non gli rispose. Era intenta a seguire con gli occhi i misteriosi movimenti di un uomo che, fuori, stava guardando con aria indecisa la casa, quasi cercasse di decidersi a entrare. Il pensiero fisso alle duecento sterline, ella notò che lo sconosciuto era ben vestito e portava in testa un cappello a cilindro di seta, nuovo di zecca. Tre volte l’uomo indugiò con la mano sulla maniglia, poi, proseguì. La quarta volta indugiò con la mano sulla maniglia, poi, con subitanea decisione, spinse e si avviò su per il sentiero. Nello stesso istante la signora White si portava in fretta le mani dietro la schiena, slacciava in fretta le fettucce del grembiale e nascondeva questo utile articolo di uso domestico sotto il cuscino della sedia.
Ella fece accomodare nella stanza lo sconosciuto, che appariva a disagio. L’uomo guardava furtivamente la signora White, ed ascoltò con espressione preoccupata la vecchia signora mentre si scusava per il disordine della stanza e per la giacca del marito, un indumento che di solito veniva riservato per i lavori in giardino. Poi ella attese, nei limiti della pazienza del suo sesso, che l’altro entrasse in argomento, ma sulle prime lo sconosciuto si tenne stranamente silenzioso.
– Mi… mi hanno chiesto di passare da voi, – disse alla fine, e si chinò per togliere un filo dal risvolto dei calzoni. – Vengo da parte della Maw & Meggins.
La vecchia sussultò. – Qualcosa di grave? – chiese ansante. – È successo qualcosa a Herbert? Che cosa? Che cosa?
Intervenne il marito. – Via, via, mamma, – disse in fretta. – Siediti e non arrivare a conclusioni avventate. Sono sicuro che non venite a portarci cattive notizie, signore, – e guardò l’altro con espressione ansiosa.
– Sono dolente… – cominciò il visitatore.
– È ferito? – domandò la madre.
Il visitatore annuì con un cenno. – Ferito gravemente, – disse, adagio, – ma non soffre più.
– Oh, sia ringraziato Iddio, – esclamò la vecchia, giungendo le mani.
– Sia ringraziato Iddio! Sia ringra…
Si interruppe bruscamente mentre il sinistro significato di quella frase cominciava a farsi chiaro per lei, e sul viso che l’uomo teneva rivolto verso terra lesse la peggiore conferma dei propri timori. Trattenne il fiato allora e, voltandosi verso il marito che non era riuscito ancora a capire gli appoggiò una mano tremante su una spalla. Seguì un lungo silenzio.
– È finito fra gli ingranaggi di una macchina, – disse alla fine il visitatore, a voce bassa.
– Finito fra gli ingranaggi di una macchina, – ripeté White, con tono atono, – sì.
Si mise a sedere, gli occhi che non vedevano fissi fuori dalla finestra, e prese fra le sue la mano della moglie, e la strinse forte, come aveva fatto nei giorni ormai lontani in cui l’aveva corteggiata, circa quaranta anni prima.
– Era il solo che ci fosse rimasto, – disse poi, girando la testa verso il visitatore. – E’ dura.
L’altro tossì e, alzandosi, si diresse lentamente verso la finestra.
– La ditta desiderava che vi presentassi le mie più sincere condoglianze per la vostra grave perdita, – disse, senza voltarsi. – Capirete, spero, che io sono un semplice funzionario e che obbedisco soltanto a ordini ricevuti.
Nessuna risposta; la vecchia aveva il viso cereo, gli occhi sbarrati e fissi, e quasi non respirava; il viso del marito aveva l’espressione che aveva dovuto avere quello del suo amico sergente impegnato nella prima azione di guerra.
– Sono venuto qui per dire che la Maw & Meggins respinge ogni e qualsiasi responsabilità, – continuò l’altro. – Non vanno debitori di nulla nei vostri confronti, ma, in considerazione dei servizi di vostro figlio, desiderano offrirvi quale compenso una certa somma.
White lasciò andare la mano della moglie e, alzandosi in piedi, guardò con una espressione inorridita il suo visitatore. Le sue labbra aride formularono la parola: – Quanto?
– Duecento sterline, – fu la risposta.
Senza neppure udire il grido della moglie, il vecchio abbozzò un debole sorriso, allungò le mani in avanti, come un cieco, e si afflosciò, svenuto, sul pavimento.

I due vecchi seppellirono il loro morto nel grande cimitero nuovo, a due miglia circa di distanza, e fecero ritorno a una casa immersa nelle ombre e nel silenzio. Tutto si era svolto così in fretta che da principio quasi non riuscivano a rendersene conto, e rimasero in uno stato di attesa, come se dovesse succedere qualcosa d’altro, qualcosa che valesse ad alleggerire quel carico, troppo pesante per i loro stanchi cuori. Ma i giorni passavano, e l’attesa cedette alla rassegnazione, quella rassegnazione senza speranza dei vecchi che viene spesso scambiata per apatia. Qualche volta quasi nemmeno si parlavano, perché non avevano nulla da dirsi, e le loro giornate erano lunghe e tediose.
Fu circa una settimana dopo che il vecchio, svegliandosi all’improvviso nel cuore della notte, allungò una mano e si accorse di essere solo. La stanza era immersa nelle tenebre, e dalla finestra giungeva il suono di un pianto sommesso. Si sollevò sul letto e tese l’orecchio.
– Torna qui, – disse, teneramente. – Prenderai freddo.
– Fa ancora più freddo per mio figlio, – rispose la vecchia, scoppiando di nuovo in lacrime.
La eco dei singhiozzi svanì alle sue orecchie. Il letto era tiepido, ed egli aveva gli occhi pesanti di sonno. Finì per appisolarsi, poi si addormentò, fino a quando un grido alto, selvaggio della moglie non lo fece risvegliare con un sussulto.
– La zampa di scimmia! – ella urlava, frenetica. – La zampa di scimmia!
Si drizzò, allarmato. – Dove? Dov’è? Che c’è?
Ella avanzò con passo incerto verso di lui, attraverso la stanza. – La voglio, – mormorò. – Non l’hai distrutta, vero?
– È in salotto, sulla mensola, – rispose, meravigliato. – Perché?
Ella urlò e rise a un tempo, poi, chinandosi su di lui, lo baciò su una guancia.
– Ci ho pensato solo adesso, – gli disse, istericamente. – Perché non ci ho pensato prima? Perché non ci hai pensato tu?
– Pensato a che cosa? – chiese.
– Gli altri due desideri, – rispose, in fretta. – Ne abbiamo espresso solo uno.
– E non è stato forse abbastanza?
– No, – esclamò ella, trionfante, – ne esprimeremo un altro ancora. Va’ a prenderla subito ed esprimi il desiderio che il nostro ragazzo torni in vita.
L’uomo si mise a sedere sul letto e scostò le lenzuola dalle membra tremanti. – Mio Dio, sei pazza! – gridò, sbalordito.
-Va’ a prenderla, – fece lei, ansante, – va’ a prenderla.
– Torna a letto, – mormorò, con voce incerta. – Non sai quello che stai dicendo.
– Il primo desiderio è stato esaudito, – replicò la vecchia, febbrilmente.
– Perché non dovrebbe esserlo anche il secondo?
– Una coincidenza, – balbettò White.
– Va’ a prenderla ed esprimi il desiderio, – urlò la vecchia, e lo trascinò verso la porta.
Egli scese nelle tenebre, raggiunse a tentoni il salotto e trovò la mensola. Il talismano era al suo posto, ed egli si senti invadere dall’orribile paura che il desiderio ancora inespresso potesse portargli lì il figlio mutilato senza lasciargli il tempo di uscire dalla stanza, e trattenne il respiro allora, mentre si accorgeva di non sapere più da che parte fosse la porta. La fronte madida di gelido sudore, fece il giro del tavolo, poi continuò, guidandosi sul muro, fino a quando non si trovò nel piccolo corridoio, quella strana e misteriosa cosa stretta in una mano.
Persino il viso pallido di sua moglie appariva cambiato quando entrò nella stanza. Era bianco e ansioso, e ai suoi timori parve che avesse una espressione insolita. In quel momento ebbe paura di lei.
– Il desiderio! – ella gridò, con voce energica.
– È una cosa folle e malvagia, – balbettò.
– Il desiderio! – ripeté la moglie.
Sollevò la mano. – Voglio che mio figlio torni in vita.
Il talismano cadde per terra, ed egli lo guardò, rabbrividendo. Poi si abbandonò, tremante, su una sedia mentre la vecchia, gli occhi accesi, andava alla finestra ed apriva le persiane.
Rimase seduto lì fino a quando il freddo non gli penetrò nelle ossa, e ogni tanto dava una rapida occhiata alla figura della vecchia che guardava fuori. Il mozzicone, che era arrivato sotto il bordo dei portacenere di ceramica, allungava ombre pulsanti sul soffitto e sulle pareti, poi, dopo un ultimo guizzo più forte, si spense. Sollevato oltre ogni dire all’idea che il talismano si era rivelato inefficace, il vecchio si trascinò di nuovo fino al letto, e un paio di minuti dopo la moglie lo raggiunse e si distese stancamente al suo fianco.
Nessuno parlava, ma se ne stavano tutti e due in silenzio ad ascoltare il ticchettio del pendolo. La scala scricchiolò e un topo corse precipitosamente e rumorosamente nel muro. Il buio era opprimente, e, dopo essere rimasto immobile per qualche tempo per raccogliere tutto il suo coraggio, il marito prese la scatola dei fiammiferi, ne accese uno e scese al piano terreno per andare a cercare una candela.
Ai piedi delle scale, il fiammifero si spense, ed egli si fermò per accenderne un altro; proprio in quel momento, un colpo, così leggero e furtivo da essere appena percepibile, venne bussato alla porta.
I fiammiferi gli caddero di mano. Rimase immobile, senza respiro, fino a quando il colpo si ripeté. Allora si voltò e risalì di corsa nella sua stanza e si chiuse la porta alle spalle. Un terzo colpo echeggiò nella casa.
– Che cosa è? – esclamò la vecchia, sollevandosi.
– Un topo, – le rispose, con voce incerta, – un topo. Mi è passato davanti sulle scale.
La moglie si mise a sedere sul letto, l’orecchio teso. Un colpo energico rimbombò per tutta la casa.
– E’ Herbert! – ella gridò. – È Herbert!
Si precipitò alla porta, ma il marito le si parò dinanzi e, prendendola per un braccio, la tenne saldamente.
– Che cosa intendi fare? – le bisbigliò, roco.
-E’ il mio ragazzo… è Herbert! – urlò ella, dibattendosi meccanicamente.
– Avevo dimenticato che c’erano due miglia da percorrere. Perché mi trattieni? Lasciami andare! Devo aprirgli la porta!
– Per l’amor di Dio, non lasciarlo entrare! – esclamò il vecchio, tremante.
– Hai paura di tuo figlio! – strillò la vecchia, lottando per liberarsi. – Lasciami andare. Vengo, Herbert, vengo!
Un altro colpo, un altro ancora. Con una mossa improvvisa la vecchia si divincolò e si precipitò fuori dalla stanza.
Il marito la seguì sul pianerottolo e la chiamò con voce straziante mentre correva giù per le scale. Udì il tintinnio della catena che veniva tolta, il rumore del catenaccio che scivolava adagio dalla sua piastra. Poi, ecco la voce della vecchia, forzata e ansante.
– Il catenaccio in alto, – gridò, a voce altissima. – Scendi. Non ci arrivo.
Ma il marito era con le mani e con le ginocchia sul pavimento e cercava disperatamente la zampa. Se solo fosse riuscito a trovarla prima che quello che c’era fuori entrasse…
Un tambureggiare di colpi echeggiò per la casa, ed egli udì il rumore di una sedia che veniva trascinata, che la moglie appoggiava alla porta, nel corridoio. Udì il cigolio del catenaccio che veniva spinto indietro, adagio, e nello stesso istante trovò la zampa di scimmia, e mormorò freneticamente, ansando, il suo ultimo desiderio.
I colpi cessarono bruscamente, anche se la loro eco indugiava ancora nella casa. Udì lo scricchiolio della sedia che veniva spinta indietro, il rumore della porta che si apriva.
Una ventata gelida si infilò su per le scale, ed un lungo ed alto gemito di delusione e di scoraggiamento della moglie gli diede il coraggio di correrle accanto e poi di spingersi fino al cancello. Il lampione che sorgeva proprio lì di fronte illuminava una strada silenziosa e deserta.

La zampa di scimmia _ William Wymark Jacobs

I brividi del venerdì: Notturno _ Ciclo di Halloween

Secondo appuntamento con il ciclo di Halloween. Stanotte un racconto più moderno.
Buona lettura.

Ascoltami, cara.
Non ti dispiace se ti parlo, vero? Non ho ancora sonno, e ci sono tante cose che voglio dirti. Non ho potuto farlo prima, perché ne ho avuto sempre paura.
Se ti sembra buffo, posso capirlo. Quando si è giovani e belli non c’è nulla da temere, no?
Sono di quelli che non se ne preoccupavano mai, che ci ridevano su, che la rifiutavano. È a causa di ciò che penso di essere arrivato al punto di rifiutare me stesso. Guardandomi indietro, posso capire come sono arrivato a essere un uomo impaurito, un solitario.
Ma tu hai cambiato tutto. Non ho più paura, e con te al mio fianco anche la solitudine è scomparsa.
C’è anche un’altra cosa di cui non ti dovrai mai preoccupare, cara. Le persone come te non sono mai sole, poiché hanno sempre l’amore. L’hanno dai loro genitori durante l’infanzia, l’hanno anche dagli amici e, quando crescono, se lo trovano bell’e fatto. Non pensare che non me ne sia accorto – tutti quegli atleti, i fusti dell’università, che ti stavano attorno, che ti corteggiavano. E tu che sorridevi, dando tutto per scontato.
Non capire male, non ti sto rimproverando. Perché non avresti dovuto, dato che è sempre stato così?
Il motivo per cui ti sto dicendo questo è di cercare di farti capire come è stato diverso per me. Da quanto posso ricordare sono sempre stato spaventato. E soprattutto di notte, quando c’erano tutti i motivi assieme – aver paura perché ero solo al buio e nessuno se ne preoccupava, tantomeno i miei.
Di solito stavo sveglio qui sul letto, piangendo per le cose che mamma aveva detto, per le cose che papà aveva fatto per ferirmi. Guardando indietro ora, non credo che essi cercassero di farmi del male di proposito; solo che non sapevano quanto fossi sensibile. Per loro, dirmi che avevo un foruncolo sul naso era solo uno scherzo. Quando mi chiamavano imbranato, era solo il loro modo per ricordarmi di stare più attento. Dirmi che portare gli occhiali mi avrebbe impedito di entrare nella squadra della scuola non voleva dire che mi rimproverassero per questo. Ma allora, in effetti, lo avvertivo come tale.
Ciò è quanto mi fece temere di più, quando capii che li odiavo per quello che dicevano, per come ridevano. Se persino mio padre e mia madre non si preoccupavano di ferire i miei sentimenti, come potevo aspettarmi di meglio dagli altri? Per gli altri ragazzi, per gli insegnanti, dovevo essere dieci volte peggiore, e allora odiavo anche loro. Ma non volevo odiarli, mi dispiaceva odiare qualcuno, così – come dice lo strizzacervelli – proiettavo invece le mie paure sull’oscurità.
Oh sì, andai da uno strizzacervelli. Non lo sapevi, vero, cara? I miei non lo dissero a nessuno che mi ci avevano portato, era una sorta di colpevole segreto, qualcosa che si vergognavano di ammettere. Il loro figlio che andava da un dottore della testa perché piangeva di notte. E bagnava il letto. Che succede, un ragazzo così grande che si comporta come un bambino? Cresci, diventa un uomo, mi dicevano.
Lo strizza non lo disse mai, naturalmente. Cercò di aiutarmi, so che lo fece, e dopo un po’ superai il problema dell’enuresi. Questa è la parola che usò, non l’ho mai dimenticata. Non ho dimenticato un sacco di cose che mi disse, le cose che mi insegnò. Ma la più importante che ho imparato è qualcosa di cui non si rese conto. Mi insegnò a non mostrare i miei sentimenti.
Pensava di avermi guarito dalla paura del buio, ed ecco perché potei smettere di vederlo. Ciò che accadde davvero, invece, fu che smisi di parlare delle cose che mi spaventavano. Volevo compiacerlo, compiacere i miei, conoscere che cosa volesse dire essere lodato invece che rimproverato.
Ma non conobbi altro che la paura.
Restavo sveglio nel buio notte dopo notte, cercando di trattenermi dal tremare. Ora, invece di aver paura di odiare gli altri, avevo paura delle cose. Cose come le ombre, quelle ombre che spuntavano dagli angoli; cose come il vento che urlava fuori dalla finestra. Nascondevo la testa sotto il cuscino per tenere lontani le forme e i suoni, ma non funzionava mai.
Perché mi sarei addormentato e sarebbero venuti i sogni. Succedeva quando il vento si mutava in voci che mi deridevano, e le ombre si mutavano in volti, con occhi che mi osservavano e bocche che ghignavano. Venivano ogni notte, e ogni notte mi sarei svegliato urlando.
Ti prego, cara, cerca di ricordarti che non te lo sto dicendo per spaventarti, ma solo per farti capire che è sempre stato così per me in tutti questi anni.
Il peggio era che non potevo dire niente a nessuno. Ora sono adulto e tutti pensano che abbia superato il mio “piccolo problema”.
Così lo chiamavano i miei: il mio “piccolo problema”. Almeno non mi parlarono in quel modo quando crebbi. Invece era: “non capisco cosa te ne farai di una laurea in scienze umane quando uscirai da scuola. È tempo che cominci a pensare a qualcosa di pratico, a una carriera. Eccoti qui, già a ventun’anni, che non hai ancora idea di cosa fare nella vita.”
Non era vero, naturalmente. Sapevo che cosa volevo fare. Volevo ficcarmi in un buco, da qualche parte, e morire. E se non ci fossi riuscito, forse avrei dovuto fare dell’altro. Ad esempio, suicidarmi.
Non pensare che non mi sia passato per la mente. In notti come questa, a giacere solo qui nel letto, ne studiai persino i modi. Ma era inutile, sapevo che non avrei avuto il coraggio di farlo.
Paura di vivere, paura di morire. Così leggevo molto, ascoltavo la musica, andavo al cinema, guardavo la TV. Mi riempiva il tempo, ma non poteva riempire la mia vita. Per quello hai bisogno di amici, di gente che si interessi di te.
Ti prego di non fartene una brutta impressione, cara. Non che abbia voltato le spalle al prossimo. Ho avuto modo di conoscere un sacco di gente all’università e a lezione, e cercavo di fare amicizia con loro, ma sembrava non funzionare mai nel modo giusto. Nessuno voleva avere a che fare con me, nessuno mi invitava alle feste. Lo so perché. A chi importa di un tappo secco con gli occhiali, di uno che ha paura di guardare gli altri negli occhi e balbetta quando cerca di parlare?
Non hai mai avuto quel problema, eh? Lo so, perché ti osservavo. Dal giorno in cui ti sei iscritta al corso di letteratura inglese ho cominciato a osservarti. Ti ho memorizzata. Il tuo modo di essere e di camminare, di sorridere e di ridere, persino quelle piccole cose, come tirarti indietro i capelli dalla fronte prima di alzarti per rispondere a una domanda.
Credo che tu non mi abbia notato. E non ho mai avuto abbastanza coraggio per parlarti o solo per dirti ciao, non con quella banda sempre attorno a te – tutti quei tipi ghignanti coi baffi alla Burt Reynolds, che facevano le loro scene da macho. Oh, non posso rimproverarti per aver gradito la loro attenzione. Solo che non avevo una chance, e lo sapevo.
Ma avevo bisogno di qualcuno di cui occuparmi, e per un po’ pensai che i miei potessero essere ancora la risposta. Vedendo che mi laureavo magna cum laude e tutto quanto, forse avrebbero cambiato la loro opinione su di me.
Ricordo com’ero eccitato quando telefonarono e dissero che avrebbero abbreviato la loro vacanza e sarebbero tornati in tempo per la cerimonia di laurea, e come mi sentivo bene quando andai a prenderli con l’auto all’aeroporto.
Sai che cosa accadde, naturalmente. Era su tutti i giornali. Quel maledetto strano incidente, al momento del decollo dalla sosta di Denver. Non riuscirono mai a vedermi laureato, né io li rividi più, se non nelle bare chiuse. Poi i funerali e il legale, e la sistemazione della proprietà – ma non voglio parlarne. Non sto cercando di essere compatito, cara, sto solo cercando di farti capire.
All’inizio sembrava che le cose andassero meglio per me, dato che ereditai abbastanza per vivere senza la preoccupazione di un lavoro regolare. E non c’era nessuno attorno che mi mettesse a tacere o che mi dicesse cosa fare.
Ma era proprio questo che non andava. Ero completamente solo, mi trascinavo in giro per questa grande casa senza nessuno da vedere o a cui parlare. Arrivai a sentirmi come confinato e forse diventai un po’ matto.
È il solo modo che ho per spiegarti cosa feci. Fino ad ora ho avuto vergogna di confessarlo a qualcuno, ma posso dirtelo. Forse hai già intuito il motivo che avevo.
Perché non ero mai stato con una donna.
Difficile da credere al giorno d’oggi, no? Ventitre anni e ancora vergine.
Così andai da quella battona.
Successe perché non ce la facevo più a stare solo e una notte guidai fino a quel bar. Un’altra cosa: non ho mai preso droga e non bevevo mai più di una birra o due di tanto in tanto. Ma quella volta me ne fregai, volevo vedere come andava e ovviamente tutti quei bicchieri mi misero a terra.
Non sapevo neanche di essere ubriaco, mi sentivo solo rilassato, quasi come sono ora con te. Ero tutto solo là e cominciai a parlare col barista.
Non so neanche cosa dissi e come andò, ma mi parlò di quella puttana e mi diede l’indirizzo. Le telefonò persino per dirle che stavo arrivando; credo fossero d’accordo.
Se non fossi stato ubriaco non ci sarei mai andato, ma allora salii nel suo appartamento dove mi stava aspettando. Era molto più giovane e carina di quanto mi fossi aspettato, più simile a una prostituta d’alta classe. Ripensandoci ora, credo dovesse sapere in che situazione fossi e fece del suo meglio per rendere le cose più facili, aiutandomi persino a togliermi i vestiti, e poi…
E poi niente. Non voglio entrare in volgari dettagli. Non voglio pensarci neanche adesso, ma andò tutto male, non ce la facevo, e lei cominciò a ridere e a chiamarmi con un nome. Non me ne importava, volevo solo uscire di là.
Fu solo più tardi che pensai al nome con il quale mi aveva chiamato. Allora diventai furioso, ero davvero arrabbiato con me stesso per essere stato così sciocco.
La sola cosa che ne ricavai fu imparare come il bere possa essere d’aiuto. Comprai delle bottiglie di whisky da tenere qui e me le bevevo a casa. Non preoccuparti, non sono alcolizzato o cose del genere. Posso smettere quando voglio, e so come fare. Ma qualche bicchiere mi fa sentire meglio, senza i sogni. Il problema è che, quando mi sveglio, sono ancora teso e devo farmene un paio per calmarmi.
Ma non voglio più dipendere dal whisky. Adesso ho te. Non so come ti senti, ma per me è come un miracolo. Un sogno diventato vero.
Perché certe volte anche il bere non aiuta. Come stasera, che sono così agitato dal ricordo di tutte quelle brutte cose e mi domando se ha avuto senso cercare di andare avanti. Ero seduto qui in casa quando è scoppiato il temporale, ad ascoltare il vento che grattava le imposte, a guardare la bottiglia vuota sul tavolo, e sapevo di dover uscire.
Non avevo mangiato niente da colazione e così pensai che un po’ di cibo mi avrebbe fatto bene. La pioggia stava aumentando sul serio quando uscii; era difficile vedere davanti e la macchina cominciava a slittare, così decidi di svoltare nella strada secondaria e di prendere la via della città.
Fu proprio allora che accadde – guidando lungo il viale buio pesto sotto la pioggia, senza alcuna luce né traffico, nulla, se non gli alberi attorno. Credo che l’alcool mi facesse ancora effetto, perché quando la nebbia cominciò ad accumularsi avvertii un senso di vuoto dentro, come se fossi solo e sperduto in mezzo a chissà dove. E sapevo che, se anche la tempesta fosse cessata e la nebbia si fosse alzata, sarei restato ancora solo, ancora perduto, e niente sarebbe mai venuto a salvarmi.
Poi sei capitata tu, cara. Mi hai salvato.
Nel momento in cui ti vidi agitare la lampada, vicino a quella stupida piccola convertibile rossa, è stato come se tutto cambiasse. Appena ti ebbi riconosciuta, sapendo che eri proprio là e che mi chiamavi, l’incubo si trasformò in un sogno che si avvera. Forse pensi che sia stato solo un caso che ha fatto prendere la via secondaria e incontrare te laggiù in panne, dopo che ti era scoppiata una gomma. Ma non era frutto del caso, cara: era il destino.
Guardandomi indietro ora, sono certo che doveva succedere.
Anche portarti alla stazione di servizio e trovarla chiusa, e poi portarti qui a casa per usare il telefono, era tutto destino.
E il modo in cui mi guardavi, il modo in cui sorridevi, c’era qualcosa che non posso spiegare. Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito un vero uomo. E per la prima volta nella mia vita ho potuto comportarmi come un uomo.
Lasciami confessare una cosa. Mentivo quando ti ho detto che il telefono non funzionava. Funzionava, ma non volevo che lo sapessi. Ciò che volevo era averti qui con me, averti e tenerti nel modo in cui un vero uomo tiene la donna che ama.
È ciò che ho fatto e spero che tu capisca ora. Spero che tu comprenda ciò che ha significato per me, e che significhi qualcosa anche per te. Sapevo di amarti troppo per forzarti, così sono contento che sia andata nel modo che è stato. Ogni cosa sembrava proprio dover accadere, perché era destino.
Eri tanto bella, cara – non come quella puttana, non come le ragazze che ridevano sempre. Ora posso dimenticarle, dimenticare la vergogna, perché ho te. D’ora in avanti staremo sempre assieme.
Grazie, cara. Grazie per avermi fatto felice con il dono del tuo amore.
Mi piacerebbe solo non averti uccisa per prima.

Notturno _ Robert Bloch

I brividi del venerdì: La mascherata della Morte Rossa _ Ciclo di Halloween

Io amo ottobre.
Le zucche, le foglie, le caldarroste… La pioggia, il tè caldo… Il plaid, i libri.
E quindi, ebbene sì, anche quest’anno riparte il “Ciclo di Halloween”, stavolta dedicato ai racconti dell’orrore dei grandi maestri del passato e del presente.
Spero che i racconti che ho scelto vi piacciano…
E vi spaventino.
Da lungo tempo la Morte Rossa devastava il paese. Nessuna pestilenza era mai stata così fatale, così spaventosa. Il sangue era la sua manifestazione e il suo sigillo: il rosso e l’orrore del sangue. Provocava dolori acuti, improvvise vertigini, poi un abbondante sanguinare dai pori, e infine la dissoluzione. Le macchie scarlatte sul corpo e soprattutto sul volto delle vittime erano il marchio della pestilenza che le escludeva da ogni aiuto e simpatia dei loro simili. L’intero processo della malattia: l’attacco, l’avanzamento e la conclusione duravano non più di mezz’ora.
Ma il principe Prospero era felice, coraggioso e sagace. E, quando le sue terre furono per metà spopolate, egli convoco un migliaio di amici sani e spensierati, scelti fra i cavalieri e le dame della sua corte, e si ritirò con loro in totale isolamento in una delle sue roccaforti. Era una costruzione immensa, magnifica, una creazione che corrispondeva al gusto eccentrico e alla grandiosità del principe. Un muro forte ed altissimo la circondava. Nel muro le porte erano di ferro. Una volta entrati, i cortigiani presero incudini e martelli massicci e saldarono le serrature. Impedivano così ogni possibilità di entrata o di uscita, per improvvisi impulsi di disperazione o di frenesia, che potevano nascere, in chi era dentro le mura. La fortezza era ampiamente fornita di viveri. Con tutte queste precauzioni i cortigiani potevano permettersi di sfidare il contagio. Il mondo esterno provvedesse a se stesso. Era tutto sommato follia addolorarsi o pensarci troppo su. Il principe aveva pensato a tutti i divertimenti possibili. C’erano buffoni, improvvisatori, c’erano ballerini, musicanti, c’era la bellezza e c’era il vino. Tutto chiuso là dentro. Fuori c’era la Morte Rossa.

Fu verso la fine del quinto o sesto mese di questo isolamento, mentre la pestilenza tutt’intorno infuriava al massimo, che il principe Prospero pensò di divertire i suoi mille amici con un ballo mascherato di un insolito splendore.
Fu una messa in scena voluttuosa, questa mascherata. Innanzitutto però, vorrei descrivere le stanze in cui si svolse. Sette stanze formavano un unico maestoso appartamento. In molti palazzi, simili fughe di stanze aprono a una veduta lunga e diritta; con le porte a due battenti che si aprono verso le pareti permettendo di vedere tutto in un solo colpo d’occhio. In questo caso invece la situazione era differente, come d’altronde ci si poteva aspettare dall’amore del principe per il bizzarro. Le camere erano disposte così irregolarmente da poter essere viste soltanto una alla volta. C’era, ogni venti o trenta metri, un’improvvisa svolta che apriva di conseguenza prospettive sempre diverse. A destra e a sinistra, nel mezzo delle pareti, un’alta e strettissima finestra gotica dava su un corridoio chiuso, che seguiva le tortuosità dell’appartamento. Queste finestre, di vetro lavorato, variavano di colore secondo la tinta dominante delle decorazioni di ogni singola stanza. Quella situata all’estremità orientale aveva nella decorazione una forte dominante blu, e blu erano le finestre. Negli ornamenti e nelle tappezzerie della seconda stanza predominava il purpureo e purpuree erano le vetrate. Tutta verde la terza, altrettanto le finestre. La quarta era arredata in arancione e così anche illuminata dello stesso colore, la quinta di bianco e la sesta di violetto. La settima stanza invece era tutta avvolta in arazzi di velluto nero, che pendevano dal soffitto e dalle pareti, ricadendo su tappeti della stessa stoffa e colore. Era soltanto in questa stanza che il colore delle finestre non corrispondeva a quello delle decorazioni. Le vetrate erano di un colore scarlatto, di un cupo color sangue. Ebbene, nessuna delle sette stanze con le loro decorazioni, pur ricca di ornamenti d’oro, era illuminata da lampade o da candelabri. Non v’era luce di alcun genere proveniente da candele o lampadari in questo succedersi di sale. Ma nei corridoi che accompagnavano erano appoggiati pesanti tripodi che sostenevano bracieri accesi, che, proiettando la loro luce raggiante attraverso il vetro colorato, illuminavano così in modo abbagliante le sale. Questo produceva un’infinità di immagini fantastiche. Ma nella stanza nera, quella a occidente, l’effetto della luce e del fuoco che si diffondeva sui drappi neri attraverso le rosse vetrate era talmente spettrale e produceva un tale effetto irreale sulle fisionomie di chi entrava, che nessuno aveva il coraggio di mettervi piede.
In questa sala si trovava pure, appoggiato contro la parete, un gigantesco orologio d’ebano. Il pendolo andava e veniva con un tic-tac sordo, emettendo un suono cupo e monotono e quando la lancetta dei minuti compiva il giro del quadrante e batteva l’ora, veniva fuori dai suoi polmoni di bronzo un suono chiaro, forte e profondo, straordinariamente musicale ma di una tale forza, che a ogni ora i musicisti dell’orchestra erano costretti a fermare l’esecuzione dei loro pezzi, per ascoltare quel suono; e così anche le coppie interrompevano le danze e su tutta l’allegra compagnia cadeva un velo di tristezza; e mentre l’orologio scandiva ancora i suoi rintocchi si notava che i più spensierati impallidivano e i più vecchi e sereni si passavano una mano sulla fronte in un gesto di confusa visione o meditazione. Ma non appena questi rintocchi tacevano, tutti erano subito presi da un sottile riso; i musicanti si guardavano fra di loro e sorridevano quasi imbarazzati del proprio nervosismo, e si promettevano che il prossimo scoccare della pendola non li avrebbe più messi tanto a disagio; ma poi, dopo sessanta minuti ( che sono esattamente tremilaseicento secondi del Tempo che fugge ), quando tornavano a risuonare i rintocchi dell’orologio, cresceva in loro lo stesso stato di smarrimento, di tremore e meditazione.
Ma nonostante ciò era una gaia e magnifica orgia. Il gusto del duca era del tutto speciale. Aveva l’ occhio sicuro per i colori e per gli effetti. Egli disprezzava il decorus della moda; i suoi progetti eran temerari e selvaggi, le sue concezioni avevano uno splendore barbaro. Qualcuno l’avrebbe giudicato pazzo. I suoi cortigiani sapevano bene che non era tale; ma bisognava sentirlo, vederlo, toccarlo per esserne sicuri.
In occasione di quella festa aveva presieduto lui in gran parte alla scelta dei mobili nei sette salotti e lo stile delle maschere era stato osservato secondo il suo gusto. Erano certo delle invenzioni grottesche. Era abbagliante, sfavillante — c’era anche del piccante e del fantastico — molto di ciò che poi abbiamo veduto in Ernani. C’ erano delle facce arabe, ornate in una maniera assurda; invenzioni mostruose e pazze; c’era del bello, del licenzioso e del bizzarro in quantità; dell’orrido, ma poco; e cose ributtanti a volontà. A dirla in breve era come una folla di sogni che si pavoneggiassero qua e là per le sette stanze. E questi sogni si contorcevano in tutti i sensi, prendendo il colore delle stanze; si sarebbe detto che eseguissero della musica camminando, e che le arie strane dell’orchestra fossero un’eco dei loro nasi.
Di tanto in tanto si sente suonare l’orologio di ebano nella stanza dei velluti. E allora per un momento tutto si ferma e tace, eccetto il suono dell’orologio. I sogni sono irrigiditi, paralizzati nelle loro posizioni. Ma l’ eco della soneria si dilegua — non dura che un istante — e appena cessato un’ilarità leggera e mal contenuta circola dappertutto. E la musica respira di nuovo e i sogni rivivono e si contorcono qua e là più allegramente che mai, riflettendo il colore delle finestre per le quali passano a torrenti i raggi dei treppiedi.
Ma nella camera che è laggiù a ponente, ora, nessuna maschera ha l’ ardore di avventurarcisi; perché la notte è avanzata e una luce più rossa affluisce traverso ai vetri color sangue e il nero dei drappi funebri è spaventoso e allo spensierato che metta i piedi sul funebre tappeto, l’orologio d’ebano manda un suono più pesante, più solennemente energico che quello da cui son colpiti gli orecchi delle maschere che turbinano nella lontana noncuranza delle altre sale.
Quanto alle altre stanze quelle formicolavano di persone e il cuore della vita vi batteva febbrilmente. La festa tumultuava sempre quando finalmente l’ orologio diede il suono della mezzanotte. Allora la musica cessò; la danza fu sospesa e per tutto si fece, come prima, un’immobilità ansiosa. Questa volta però la pendola stava scoccando dodici colpi; perciò è probabile che s’insinuasse un pensiero più lungo nella mente di quelli che in mezzo a quella folla festosa erano già pensosi. Per questo forse avvenne anche che molte persone di quell’accolta, prima che l’ultima eco dell’ultimo colpo fosse sprofondata nel silenzio, avevano avuto il tempo di accorgersi della presenza di una maschera che fino allora non aveva attratto l’attenzione. E la nuova di questa intrusione si era presto sparsa con un bisbiglio all’intorno, poi con un brusio a tutta l’assemblea ed un mormorare significativo di meraviglia, di disapprovazione e quindi di terrore, di disgusto.

In una riunione di fantasmi quale l’ho descritta ci voleva certo un’apparizione straordinaria per produrre un tale effetto. La licenza carnevalesca di quella notte era, è vero, quasi senza limiti; ma il personaggio suddetto aveva oltrepassato la stravaganza di un Erode e superati i limiti — pure larghissimi — della convenienza imposta dal principe. Ci sono, nel cuore dei più spensierati, delle corde che non possono esser toccate senza produrre emozione. Anche nei più pervertiti, per i quali la vita e la morte sono ugualmente motivo di beffa, ci sono delle cose con le quali non si può scherzare. Tutta l’assemblea parve sentire profondamente il cattivo gusto e la sconvenienza della condotta e del travestimento dello straniero. Il personaggio era alto e scarno, avvolto dalla testa ai piedi in un sudario. La maschera che celava il viso rappresentava così bene la rigidità della fisionomia di un cadavere che la più minuziosa analisi difficilmente avrebbe scoperto l’inganno. Eppure tutti quei pazzi gai avrebbero forse sopportato se non approvato quel brutto scherzo; ma il travestimento aveva spinto tanto oltre la sfrontatezza da assumere le sembianze della Morte Rossa. Il vestito era chiazzato di sangue e la sua larga fronte, come del resto tutta la faccia, erano cosparsi di quel terribile color scarlatto.
Quando gli occhi del principe Prospero si posarono su quella figura di spettro — il quale con un muovere lento, solenne, affettato, girava qua e là fra i ballerini— esso fu visto dapprima sconvolgersi in un brivido violento di paura o di ripugnanza; ma subito dopo la fronte gli s’ infiammò di rabbia.

— Chi osa, — domandò con voce roca ai cortigiani ritti intorno a lui — chi osa insultarci così con questo scherno che pare bestemmia ? Impadronitevi di lui e toglieteli la maschera, affinché sapremo chi dovremo appiccare ai merli della torre al levar del sole. —
Quando il principe Prospero pronunziò queste parole era nella camera Est, o azzurra. La sua voce rimbombò forte e chiara a traverso le sette stanze, perché il principe era un uomo imperioso e robusto, e la musica ad un suo cenno di mano s’era taciuta.
Il principe dunque era nella camera azzurra con un gruppo di cortigiani pallidi al suo fianco. Dapprima, mentre parlava, ci fu nel gruppo un leggero movimento innanzi verso l’intruso, che per un momento fu vicino a loro quasi da toccarli, ed ora con passo sicuro e maestoso si avvicinava sempre più al principe. Ma quel certo terrore indefinibile ispirato a tutta la compagnia dall’audacia insensata dalla maschera, fece sì che nessuno osò mettergli le mani addosso; cosicché non trovando nessun ostacolo, passò a due metri dalla persona del principe e mentre l’immensa assemblea, come obbedendo a un sol movimento indietreggiava dal centro della sala verso i muri, continuò la sua strada senza fermarsi, con lo stesso passo solenne e misurato che fin dal principio l’aveva contraddistinta, andando dalla camera azzurra alla camera rossa — da questa a quella verde — dalla verde all’arancione, da quella alla bianca — e poi alla violetta, prima che nessuno avesse fatto un movimento decisivo per fermarla. Tuttavia il principe Prospero esasperato dalla rabbia e la vergogna della sua momentanea debolezza si slanciò precipitosamente attraverso le sei stanze, dove nessuno lo seguì; perché un nuovo terrore si era impadronito di tutti.
Egli brandiva un pugnale e si era avvicinato impetuosamente al fantasma che batteva in ritirata, quando quest’ultimo, arrivato in fondo alla sala dai velluti, si volse bruscamente e fece fronte a quello che lo inseguiva. Un grido acuto si levò, e il pugnale scivolò con un lampeggiamento sul tappeto funereo sul quale il principe Prospero un secondo dopo cadeva, morto.
Allora, chiamando a raccolta il coraggio violento della disperazione, una folla di maschere si precipitò nella sala nera; ma afferrando lo sconosciuto che stava diritto e immobile come una grande statua nell’ombra dell’orologio di ebano, tutti si sentirono soffocati da un terrore indicibile, vedendo che sotto il lenzuolo e la maschera cadaverica che avevano abbrancata con sì violenta energia non si trovava nessuna forma tangibile.
Allora fu riconosciuta la presenza della Morte Rossa. Come un ladro, di notte essa era sopraggiunta. E tutti i convitati caddero uno ad uno nelle sale dell’orgia bagnate da una rugiada sanguinosa ed ognuno morì nella disperata postura in cui era caduto soccombendo. E la vita dell’orologio d’ebano si spense con quella dell’ultimo di quei personaggi festanti. Le fiamme dei treppiedi spirarono. E le tenebre, la rovina e la Morte Rossa distesero su tutte le cose il loro dominio sconfinato.

La mascherata della Morte Rossa _ Edgar Allan Poe

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte. Finestra segreta, giardino segreto_Ciclo di Halloween

Rieccoci alle prese con Quattro dopo mezzanotte by Stephen King.
Quest’oggi parliamo di Finestra segreta, giardino segreto, forse più noto agli ingenui spettatori come Secret window.
Ebbene sì, Secret window non è altro che una scadente riproduzione cinematografica di questo racconto. Ma del film parlerò dopo.

Finestra segreta, giardino segreto

State dormendo beatamente sul divano di casa vostra quando un tizio mai visto né sentito bussa alla vostra porta e vi accusa di plagio. È quello che succede a Mortimer Rainey, scrittore di mediocre successo, reduce da una dolorosa separazione dalla sua ormai ex consorte Amy.
L’intransigente straniero lascia a Mortimer una copia del suo manoscritto, che si rivela praticamente identico al vecchio racconto di Mort, “Finestra segreta, Giardino segreto”.
La coincidenza è troppo straordinaria perché sia dovuta a un caso, ma Mort è sicuro che sia stato ill misterioso Shooter a copiarlo e non viceversa. Ma, come afferma John Shooter, servono le prove e Mort è in grado di dimostrare la paternità del racconto grazie alla data di pubblicazione su una rivista custodita nella sua vecchia casa di Derry.
Tre giorni sono il limite di tempo che Shooter concede a Mort perché recuperi la suddetta rivista, _a patto che esista!_ dopo di che Mort dovrà prepararsi al peggio.
Per avvalorare ulteriormente le sue minacce, Shooter uccide il gatto di Mort usandolo come promemoria. Contemporaneamente la casa di Derry finisce ridotta in cenere dalle fiamme di un incendio chiaramente doloso, e addio rivista.
È evidente che Mortimer è alle prese con un vero e proprio psicopatico.
Così chiede al vicino, Greg Carstairs, di controllare i movimenti di Shooter e di andare dal vecchio Tom Greenleaf che, passando col suo furgoncino, li ha visti parlare insieme e forse sa qualcosa su questo John Shooter, nazionalità Mississippi.
Nel frattempo Mort si reca a Derry, dove trova Amy e il suo nuovo compagno Ted, per parlare con la polizia e l’assicurazione.
Tra Mort e Ted non corre buon sangue, essendo quest’ultimo l’uomo che Mort ha sorpreso a letto con Amy mesi prima.
Concluse le formalità, Mort torna a Tashmore, dove Greg lo informa che Tom afferma di non aver visto nessuno assieme a lui. Perché Tom mente? Che Shooter lo abbia minacciato? Sarà bene parlare direttamente con Tom, ma prima Mort chiama il suo editore per chiedergli di farsi spedire la rivista sulla quale si trova il suo racconto. Prima finisce questa storia e meglio è. Ma quando Tom non si presenta a lavoro e Greg all’appuntamento che si erano dati, Mort capisce che è già troppo tardi.
Abbandonata su un sentiero nel bosco, Mort ritrova la macchina di Greg con dentro lui e il vecchio Tom, morti. Nel cranio di Greg e Tom, il cacciavite e l’ascia di Mort. Quel pazzo di Shooter è stato in casa sua! Ne è la prova il cappello nero di Shooter che trova sulla veranda di casa.
L’unica chance di salvarsi è la rivista. E finalmente arriva, ma…

Le due di notte. È Stagione di semina

In questo racconto di King ci troviamo alle prese con uno scrittore affetto da un disturbo dissociativo di identità e schizofrenia. Spunto già di per sé interessante, è reso ancora più accattivante da due fattori: 1. il fatto che fino alla fine non sappiamo che Mort Rainey e John Shooter sono in realtà la stessa persona; 2. la motivazione inconscia che spinge la coscienza di Mort a questa tremenda scissione della sua mente.
Perché, infatti, Mortimer Rainey, uomo che ha vissuto un’esistenza in fin dei conti normale, si ritrova all’improvviso a soffrire di una malattia mentale grave come un disturbo di personalità multipla?
Tutto ha origine da un episodio accaduto nella giovinezza di Mort; al college, Mortimer frequenta un corso di scrittura creativa in cui è uno dei più bravi, ma migliore di lui è il compagno John Kintner. Un racconto in particolare riscuote enorme successo nella classe, “Il corvo e la volpe”, racconto che Mort conserva senza ben sapere perché.
Dopo qualche anno, Mort invia ad una rivista vari racconti che puntualmente vede respinti, così decide di mandare il racconto di Kintner firmandolo col suo nome. Ma quando “Il corvo e la volpe” viene accettato, Mortimer si ritrova a dover combattere contro una crisi di coscienza morbosa, un senso di colpa ai limiti del parossismo. Comincia addirittura a progettare il suicidio nel caso qualcuno riconosca il suo furto letterario.
Ma il tempo passa e il terrore di un’accusa di plagio scema, finché l’inconscio di Mort non decide di seppellire definitivamente quell’episodio scabroso della sua vita nei reconditi più oscuri del suo cervello.

Mort è ormai un affermato scrittore quando i lavori per la trasposizione cinematografica di una sua storia vengono bloccati per la scoperta dell’esistenza di una sceneggiatura simile al suo romanzo. E Mort rivive il trauma della vergogna di un possibile plagio, nonostante stavolta sia del tutto innocente e vi siano semplicemente delle somiglianze tra i due scritti.
Nessun vero problema a livello legale quindi, ma la mente di Mortimer silenziosamente scava nel passato. E scava, e scava.

L’immagine di Amy e Ted a letto insieme è come una folgore che si imprime nella mente di Mort. La pistola che ha portato con sé non è carica, giusto?

Una mente fragile, fragilissima, che colpo dopo colpo si infrange definitivamente. Questa è la causa del crollo di Mort: una mente troppo debole dinanzi ai duri attacchi che la vita gli lancia contro.
Insomma, perché compare John Shooter? Shooter è sì la nemesi di Mort, ma è anche il suo personale giustiziere, la voce della sua coscienza che, stanca di tenersi dentro un senso di colpa tanto forte, riemerge trionfante, ormai senza controllo. Non si tratta più di riparare a un torto del passato, adesso è il momento di pagare, e con gli interessi.
E allora quel racconto di vitale importanza, “Finestra segreta, giardino segreto”, non potrà mai essere ritrovato.

Il perché, poi, si concentri su un racconto che in realtà è frutto della sua testa, è stato per molto tempo un punto interrogativo, finché ho pensato che, probabilmente, la sua mente malata si sia concentrata su quel racconto perché era l’unico che avesse riscosso un successo tangibile: così come aveva rubato il racconto di Kintner, adesso aveva rubato quello di Shooter, come se secondo il suo cervello fosse impensabile supporre Mort capace di scrivere un vero successo.

E se in un primo momento mi ero chiesta: _ma che senso ha informare Greg se così facendo dopo lo deve uccidere?_, poi ho finalmente capito: la necessità di uccidere Tom e Greg è data semplicemente dal fatto che Mort deve avvalorare, deve concretizzare, l’esistenza dello psicopatico che la sua mente ha creato.
Non solo.
Il fatto che Shooter utilizzi il cacciavite e l’accetta di Mort serve appositamente ad incolparlo, è la sua coscienza che lo punisce letteralmente per ciò che ha fatto in passato.
Per questi motivi non ho minimamente apprezzato il film.

Secret window

Se nel racconto, l’origine scatenante del tracollo di Mort è il suo senso di colpa, nel film tutto ciò viene semplicemente imputato all’infedeltà della moglie. Un tantino scarso, non trovate? Il tradimento di Amy è stato il fattore scatenante, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma non il motivo primordiale. Anche perché se così fosse, metà della popolazione mondiale dovrebbe dare di matto e sdoppiarsi in uno psicopatico omicida. Poi che c’entra, la mente umana è un mistero data la sua imprevedibilità, ma mi pare comunque esagerato come presupposto.
Sta di fatto che, a causa di questa manipolazione narrativa, nel film viene completamente travisata la causa dello sdoppiamento di Mort e diventa quindi assurdo il fatto che Mort nasconda le uccisioni di Tom e Greg (cosa che infatti nel racconto non avviene, in quanto sono la sua espiazione); la mente non è mai del tutto divisa, l’inconscio è uno ed uno soltanto, quindi non ha senso che Mort informi Greg di Tom e Shooter, e che poi questi li ammazzi perché non si possa risalire a lui, e Mort ne occulti i cadaveri perché altrimenti verrebbe incolpato. Mi seguite?

Non mi è piaciuta neanche la scelta del regista di rivelare la pazzia di Mort tutta insieme, spiegando per filo e per segno come sono andate le cose.
Secondo me sarebbe stato più d’effetto tenendo all’oscuro lo spettatore fino all’ultimo: Mort torna a casa e indossa il cappello di Shooter. La scena si sposta su Amy che arriva a Tashmore, entra in casa e trova tutto a soqquadro. Poi appare lui, Shooter.
Non sarebbe stato più d’impatto in questo modo?
Poi ovviamente, per avvalorare la creazione di Shooter nella mente di Mort secondo l’adattamento cinematografico, il suo nome si è ricomposto in ‘shoot her’, sparale, cioè a lei, Amy, che è la causa del suo delirio.

In ultimo il finale, completamente diverso dal libro; le due personalità si fondono in un tutt’uno e il “nuovo” Mort traduce in realtà il finale del suo racconto.
Ecco, questo finale non ha senso: in questo modo sembra che la mente di Mort abbia creato Shooter solo per far emergere la parte “cattiva” di Mort, il quale alla fine, prendendo coscienza del suo lato oscuro, si “riappacifica” e ricongiunge con la personalità abusiva di Shooter. Ma la sindrome di personalità multipla non funziona così: sì, l’altra personalità emerge per difesa, dopo un trauma o forti repressioni del Super Io, per dirla alla Freud, ma non può semplicemente rifondersi alla personalità di base, perché si tratta di identità completamente diverse, con la propria indole e peculiarità.
Quindi, insomma, no, non mi è piaciuto affatto il film.

Conclusioni

Come lo stesso autore afferma nell’introduzione al racconto, Finestra segreta, giardino segreto riprende quella tematica (ovviamente con delle differenze) dello sdoppiamento che già era presente ne La metà oscura (che vi consiglio assolutamente di leggere!), in cui il bene e il male fanno parte della stessa faccia della medaglia. Non esiste il buono e il cattivo, esistono solo le nostre scelte che inevitabilmente ci portano ad essere ora l’uno, ora l’altro.
C’è da dire anche che Finestra segreta, giardino segreto non è il solito racconto di King: molto più introspettivo, è un racconto claustrofobico, un crescendo di tensione psicologica in cui un senso di apnea ansiogena accompagna il lettore in concomitanza con il protagonista; se Mort perde sempre più pezzi quanto più la rivista non viene ritrovata, così anche noi ci sentiamo intrappolati nella morsa letale di Shooter.
Il finale, quello vero, è poi un classico di King, in cui la realtà e il soprannaturale si mescolano e niente è certo. Neanche per il lettore.

Voto: ★★★★

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte. I langolieri _Ciclo di Halloween_

Quattro dopo mezzanotte è una raccolta di racconti fanta-horror scritti da Stephen King; le ultime edizioni italiane sono divise in due volumi, contenenti due racconti ciascuno, ma io ho recuperato una vecchia edizione che presenta interamente le quattro storie. I quattro, lunghi, racconti che troviamo in questo libro sono:

  • I langolieri
  • Finestra segreta, giardino segreto
  • Il Poliziotto della Biblioteca
  • Il fotocane

Come ho detto non si tratta di racconti brevi, ma di storie che potrebbero benissimo essere considerate come dei romanzi brevi, ragion per cui tratterò di questi racconti separatamente.
Ha inizio il ciclo di Halloween della rubrica “I brividi del venerdì” con Quattro dopo mezzanotte.
Stay tuned!

i langolieri

I langolieri

Il comandante Brian Engle, pilota di linea, riceve la notizia della morte della sua ex moglie proprio dopo aver sostenuto un lungo e difficile volo da Tokyo verso Los Angeles. Senza nemmeno avere il tempo di riprendersi un attimo, si imbarca sul volo diretto a Boston, per raggiungere la salma della defunta. La spossatezza per il volo precedente catapulta Brian nel mondo dei sogni.
A risvegliare Brian è l’urlo di Dinah, una bambina cieca che, dopo essersi svegliata dal suo pisolino, si ritrova completamente sola e terrorizzata. Non meno spaventato sarà Brian quando scopre che l’aereo si è misteriosamente spopolato; unici superstiti del volo 29 sono lui, Dinah, il giovane Albert, il vecchio scrittore di gialli Bob Jenkins, il misterioso Nick Hopewell, la bella Laurel, l’adolescente Bethany, il signor Gaffney, il famelico Rudy Warwick e il mentalmente instabile Craig Toomy.
Dove diavolo sono finiti gli altri passeggeri? Persino il personale dell’aereo si è volatilizzato nel nulla. Che sia uno scherzo? Un sogno? No, è tutto troppo spaventosamente reale. Ad aumentare il panico contribuiscono la vista del niente fuori dei finestrini e l’impossibilità di contattare qualcuno via radio (nonostante gli strumenti di bordo funzionino come loro solito).
Che fare dunque?
Brian prende subito il controllo dell’aereo rimasto sotto la rotta del programma del pilota automatico. Raggiungere Boston, il cui aeroporto è di difficile atterraggio già in condizioni normali, è troppo rischioso, così Brian decide di fare scalo a Bangor.
L’atterraggio riesce, ma ciò che i pochi passeggeri rimasti hanno trovato al loro risveglio sul volo 29 si ripete nell’aeroporto di Bangor: il deserto completo. Ma non solo. L’elettricità non funziona, il cibo è insapore, gli odori inesistenti, persino l’aria ed il suono sono anomali, come ovattati, senza vita.
Dopo numerose elucubrazioni si arriva ad una possibile spiegazione: durante il volo, l’aereo ha attraversato uno strappo temporale, catapultando i presenti nel passato e, per qualche motivo sconosciuto, solo chi dormiva è rimasto in vita, gli altri si sono vaporizzati, spariti nel nulla.
A complicare le cose c’è poi il signor Toomy, uno psicolabile in preda a una crisi psicotica; lui deve andare assolutamente a Boston o i langolieri lo prenderanno! Il suo crollo delirante è cominciato e si sfoga su Dinah prima, e su Gaffney dopo.
Ma chi sono i langolieri? Secondo Craig sono degli esseri mostruosi che si accaniscono sulle persone pigre e indolenti, così come gli raccontava suo padre quando era piccolo.
Che siano dunque i langolieri la causa dello strano, quanto inquietante, rumore che man mano si fa sempre più forte?
Nessuno sa il perché, ma di una cosa sono tutti convinti: se ne devono andare. Ma dove?
Forse il varco temporale che li ha catapultati nel passato è ancora aperto; forse ripercorrendo la stessa rotta al contrario riusciranno a tornare nel presente. Forse.
Intanto l’unica cosa da fare è andarsene, prima che quel rumore mostruoso si avvicini. Ancora di più.

È l’una di notte e tutto va bene (o quasi)!

L’idea di fondo de I langolieri è buona; il racconto è scritto e strutturato bene (per forza, si tratta di King), ma vi sono altresì dei punti deboli.

Primo, l’errore più grossolano, e di cui sinceramente non capisco la ragione se penso ad un professionista come King, è il fatto di aver posto il passato a levante. Secondo il movimento rotatorio della Terra, sarebbe stato logico capovolgere il volo da Boston verso Los Angeles per far sì che l’aereo si ritrovasse nel passato, no? Quindi perché?

Secondo punto: solo attraverso l’incoscienza si può viaggiare nel tempo? Perché mai? Il tempo è anzi una concezione percepibile solo tramite la coscienza; sebbene il tempo esista a prescindere da qualsiasi cosa, resta pur sempre un concetto che si associa alla ragione umana; per gli animali, che sono privi di tale percezione, il tempo infatti non esiste.
Allora, se durante il sonno la ragione è assopita, in quel frangente il tempo non esiste, quindi sarebbe stato più probabile supporre che chi dormiva sarebbe scomparso nel nulla, e chi fosse rimasto sveglio si sarebbe ritrovato catapultato nel passato.

Terzo. Se anche tutti i passeggeri fossero rimasti svegli, perché loro si sarebbero volatilizzati nel niente, mentre l’aereo no? Il tempo ha effetto sulla materia, di qualsiasi tipo si tratti. Perché un essere umano dovrebbe smaterializzarsi nel nulla ed un aereo no? Il tempo è tempo e la materia è materia.

Ovviamente, il punto 2 e 3 erano necessari per lo sviluppo stesso della storia, altrimenti niente di ciò che viene raccontato sarebbe potuto avvenire, e quindi li ho accettati chiudendo un occhio; ma il primo punto trovo che sia veramente un elemento disturbante nella linearità della logica della storia (se di logica vera e propria si può parlare visto il tema arcano).

Caratterizzazione dei personaggi

I personaggi di King sono sempre più o meno i soliti:

  • il protagonista, l’eroe indiscusso della storia (Brian Engle)
  • Il ragazzino sveglio (Albert Kaussner)
  • il bambino particolare, dotato di non meglio definibili poteri psichici (la piccola non vedente Dinah)
  • la bella mediamente intelligente e arguta, insomma lo stereotipo femminile di King (Laurel Stevenson)
  • il vecchio saggio (Bob Jenkins)
  • personaggi inutili di contorno (Gaffney, Warwick)
  • lo psicopatico di turno (Craig Toomy)

Il personaggio di Craig Toomy è magnificamente rappresentato nella sua turbe psichica: l’infanzia traumatizzata dalla rigida disciplina del padre e dai suoi racconti terrificanti sui langolieri, la sua adolescenza mortificata dagli abusi della madre alcolizzata, hanno reso Craig il perfetto, futuro, psicotico paranoide. Se da un lato la sua morbosa ossessione di andare a Boston sia un tantino odiosa di fronte all’evidenza di una situazione ben più grave che raggiungere Boston, dall’altro è un personaggio che ispira profonda pena se si pensa al perché sia diventato quello che è.
La sua morte poi è l’ennesimo abuso che quel sadico di King affibbia sulle spalle del povero Craig: una morte inverosimile e, proprio per questo, più spettacolare e terribilmente impietosa.
Merito della penosa dipartita di Craig è anche Dinah, bambina che, sebbene cieca, ha il potere di una seconda vista e di riuscire a spingere quel povero folle di Craig verso la sua morte.

Questa volta però King ha aggiunto un personaggio nuovo, diverso dal suo solito stile, che io ribattezzerò come “il figo cazzuto” ( lo so, è un termine molto professional ), alias Nick Hopewell.
Personaggio in buona parte enigmatico, è altresì evidente che la vita di Nick ha a che fare con l’esercito o simili: quando Craig comincia a dare in escandescenze urlando di andare a Boston, Nick, con una presa subitanea, intrappola tra le sue dita il naso di Craig “Gircollo” Toomy.
Forte, agile, intelligente, freddo e razionale, senza mancare comunque di istinto e di spirito, l’inglese Nick Hopewell rappresenta il prototipo dell’uomo perfetto.
E quindi King cosa fa? Pensa bene di toglierlo di mezzo proprio all’ultimo.
La rabbia.
Se ho potuto trovare un difetto a Nick è stato proprio sul finale; il voler fare l’eroe e sacrificarsi per gli altri, non solo ha un che di inverosimilmente troppo eroico e “romantico”, ma mi ha dato personalmente sui nervi! E che cacchio, sei il più figo della storia e vuoi morire?!
Ripeto, la rabbia.

Finale sgargiante

A concludere la storia è un finale scenografico. Per rendere il tutto più spettacoloso, King aspetta a dare la buona notizia, e subito ho imprecato pensando che la morte di Nick fosse stata inutile. Ma non è così.
Se il passato è morto, allora il futuro non solo è vita, ma è una vera e propria nascita. Se il passato è scialbo e misero, il futuro è un trionfo di colori ed estasi. Ed è proprio così, infatti, che i superstiti del volo 29 tornano alla loro realtà: in un’esplosione di sensazioni e gioia di vivere.

Conclusioni

 Il primo racconto che apre il volume di Quattro dopo mezzanotte è un viaggio nella fantascienza, accompagnata qua e là da sprazzi di sano horror 100% stile King.
La trama di questo racconto è un susseguirsi di imprevisti che affannano gli sfortunati protagonisti fino alla fine. Non c’è tempo per riposare, non c’è tempo per pensare. Il ritmo incalzante e la curiosità morbosa spingono il lettore in un’irrefrenabile lettura tra le pagine di persone scomparse, viaggi temporali e mostruose creature divora-tutto denominate, appunto, i langolieri.

Voto: ★★★★