Lunedì narrativa: L’uomo dal vestito grigio

Dopo avere abitato per sette anni nella piccola casa di Greentree Avenue, a Westport, nel Connecticut, la detestavano entrambi.

Così si apre l’incipit del primo romanzo di Sloan Wilson, L’uomo dal vestito grigio, anno 1955, che ha rispecchiato, volente o nolente, quella generazione di uomini accomunati da un vestito di flanella grigia nell’America degli anni ’50.
Autore prolifico degli Stati Uniti, è meno conosciuto in Italia, dove la sua produzione si riduce solamente a due testi, il romanzo sopracitato ed il, forse, più famoso Scandalo al sole.
È un peccato dover rinunciare all’opera omnia di questo scrittore Americano, con la ‘a’ maiuscola, ma d’altronde siamo in Italia, si sa come va qui da noi.

Tom e Betsy Rath, sposati e con tre figli, vivono in un tranquillo quartiere residenziale, nella periferia del Connecticut; la moglie Betsy bada alla casa e ai bambini, il marito Tom prende il treno ogni mattina per recarsi in ufficio nella fondazione in cui lavora da nove anni.
Una vita placida, una vita ordinaria, una vita piatta.

Era strano pensare che una casa con la crepa a forma di punto interrogativo e le macchie di inchiostro sulla tappezzeria dovesse rappresentare, con ogni probabilità, il termine del loro personale cammino. Era impossibile crederlo. In un modo o nell’altro, qualcosa doveva cambiare.

Appunto. Qualcosa doveva cambiare.
Tom viene a conoscenza di un posto vacante nella grande azienda della United Broadcasting e decide di tentare la sorte; il nuovo lavoro significherebbe possibilità di carriera, comporterebbe un aumento di stipendio e la possibilità di andarsene da quel sobborgo dai villini tutti uguali, ormai tanto odiato.
Contro ogni previsione, Tom viene assunto come stretto collaboratore del dirigente in persona, Richard Hopkins, uno degli uomini più importanti e ricchi nel mondo degli affari.
Ma assieme ad un futuro presumibilmente più roseo, inaspettatamente riemerge il passato più oscuro di Tom, quello che l’uomo aveva relegato nel cassetto più recondito della sua memoria: quello della guerra, e con esso, quello di Maria.

Ad aggiungere scompiglio avviene la morte della nonna novantenne di Tom, l’unica parente rimasta in vita, che con la sua dipartita lascerà al nipote la sua immensa e decadente proprietà nella ridente cittadina di South Bay.
Tom si ritrova in bilico tra un presente incerto ed un passato doloroso da dover affrontare: il lavoro alla United Broadcasting non si rivela così sicuro e stabile come sperava, i debiti, l’ipoteca sulla proprietà della defunta, la vendita frettolosa della casa in Greentree Avenue, l’incontro con l’ex commilitone Cesare Gardella e con lui la pressante, seppur lontana, presenza di Maria, risucchiano Tom in un vortice di preoccupazioni senza sosta, mentre Betsy, ignara di tutto, continua a ripetere la sua fede nel futuro.

Tom si guardò intorno nella casa in preda al caos e di colpo questa gli fu indicibilmente cara. La crepa simile a un punto interrogativo sulla parete della stanza di soggiorno, i mobili modesti, il linoleum logoro in cucina: tutto sembrava fare parte di un che di prezioso che stesse affondando rapidamente, di qualcosa che era già colato a picco e non sarebbe stato possibile recuperare.

Nell’attimo stesso in cui il suo equilibrio viene messo in pericolo, Tom si accorge di rimpiangere quella vita monotona ma sicura. Perché essere un uomo dal vestito grigio forse non era poi così male. O no?
Combattuto tra ciò che deve essere e ciò che è realmente, Tom capisce che l’unico modo per salvarsi, l’unico modo per emergere da quella massa di uomini in grigio, è essere onesto, seguire la sua coscienza e dire la verità, a qualunque costo.

La flanella pizzica

[…] Non c’è più nulla che sembri divertente. Non c’è niente che non vada in questa casa, e non c’è niente che non vada in Greentree Avenue, o in Tom o in me. È solo che nulla è più divertente; ed è spaventoso perché, una volta detto questo, non c’è altro da aggiungere… Ma perché? » si domandò.

Ne L’uomo dal vestito grigio, soprattutto nella prima parte, riecheggia in qualche modo, seppur con enormi differenze, un altro romanzo con la medesima ambientazione: Revolutionary road.
Questo bisogno di una vita perfetta, omologata, rispettata che finisce col rivelarsi solo un misero cliché e, di conseguenza, quell’urgenza di andare oltre le apparenze, la quotidianità, il conformismo, sono tutti temi che accomunano non solo i due romanzi, ma un’intera generazione di individui formati con lo stampino che, ad un certo punto della loro vita, decidono di cercare disperatamente la loro strada.
La differenza principale sta in come si decide di percorrerla, questa strada.
In Revolutionary road i due coniugi si lasciano trascinare impotenti dalle loro nevrosi, fino ad un finale tragico, cupo e senza speranza; ne L’uomo dal vestito grigio Tom e Betsy scelgono invece di non lasciarsi travolgere, ma di combattere per quello in cui credono e alla fine riescono a vincere.

Conclusioni

Quello di Sloan Wilson è un romanzo delizioso che ti permette di rivivere quell’America degli anni ’50, immortalata nel suo quadretto idilliaco con le sue casette bianche e le donne in abiti da cocktail, con i padri di famiglia che fanno i pendolari ed indossano sempre un completo di flanella grigia.
Un romanzo delicato, ma anche profondo, amaro, quando scopri che sulla giacca color fumo manca un bottone, o c’è un buco nella tasca.
Un romanzo che grida all’America, a quell’America dorata degli anni Cinquanta, con i suoi splendori e i suoi stereotipi, ma anche un romanzo di memorie, di smembramento, della lotta personale di un uomo contro il suo stesso conformismo.
D’altronde

« Non ha nessuna importanza. Sarà interessante stare a vedere che cosa accadrà. »

Voto: ★★★★

Gregory Peck in una scena dell'omonimo film del 1956.
Gregory Peck in una scena dell’omonimo film del 1956.
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I classici della domenica: Morrison’s Hotel, Dublino

Morrison’s Hotel, Dublino è il titolo della raccolta di racconti scritti da George Moore proposti in questa edizione della Tranchida, e del racconto omonimo, probabilmente il più famoso dell’autore, anche noto col titolo di Albert Nobbs.
Il volume raccoglie cinque racconti tratti dalle due raccolte originali: Celibate Lives e The Untilled Field.

Morrison’s Hotel, Dublino/Albert Nobbs

Albert Nobbs è il migliore cameriere del Morrison Hotel di Dublino; efficiente ed alacre lavoratore, Albert è una figura impenetrabile, sulla quale aleggia un alone di mistero all’interno dell’albergo: durante i suoi dieci anni di servizio, infatti, l’uomo non ha mai stretto amicizie importanti né si è mai interessato ad alcuna donna. Per Albert Nobbs esiste solo il lavoro.
Poi però qualcosa cambia.
Una sera in cui le camere sono al completo, il riservato cameriere si ritrova costretto ad ospitare nel suo letto Hubert Page, un cliente stagionale dell’hotel. Pur refrattario, dopo aver snocciolato inspiegabili scuse, Albert cede alle insistenze della padrona ed accetta di dividere il suo letto con l’uomo. Durante la notte, credendo di non essere visto, Albert si spoglia, provocando un sincero sconcerto nel suo ospite, risvegliatosi in tempo per assistere alla mutazione di Albert Nobbs. La donna di fronte ad Hubert lo scongiura di non rivelare il suo segreto alla padrona e comincia a raccontargli la sua storia: rimasta orfana, con poche speranze di farcela, Albert ha deciso di rinunciare alla sua femminilità per indossare panni maschili ed affrontare il mondo nella maniera più sicura: come un uomo. Non più donna, ma neanche uomo, Albert conduce un’esistenza estremamente solitaria, lo scotto da pagare per una vita indipendente.
Commosso dalla storia di Albert, Hubert decide di svelarle a sua volta il suo segreto: anche lui in realtà è una donna; Hubert racconta ad Albert di come sia scappata da un matrimonio di abusi, abbia intrapreso la sua carriera di uomo ed infine si sia sposata con Kitty, con la quale convive. Albert vorrebbe più risposte alle sue domande, ma i due finiscono per addormentarsi, ed il giorno dopo Hubert è sparito.
La rivelazione di Hubert Page comincia ad assillare Albert; non solo anche Hubert è una donna, ma si è anche sposata. Il matrimonio per Albert significherebbe un’esistenza di comprensione ed amicizia alla quale per tanti anni ha dovuto rinunciare. Da semplice fantasia il matrimonio diventa il sogno di Albert che viene preso dalla smania di accumulare sempre più denaro in vista del matrimonio. A provocare un certo sbalordimento tra i dipendenti del Morrison Hotel è l’improvviso interesse di Albert per Helen, nuova lavapiatti dell’albergo; Albert ha deciso che sarà lei sua moglie e comincia a corteggiarla, portandola a fare lunghe passeggiate e comprandole regali. Ma Albert Nobbs non è come gli altri uomini e ciò è evidente ad Helen. Albert vorrebbe dirle la verità, ma non riesce a trovare il coraggio necessario per la sua scottante confessione, ed Helen, ormai persuasa che in Albert ci sia qualcosa di strano, decide di troncare le loro uscite.
Albert non si riprenderà più.

Glenn Close in una scena dell’omonimo film ispirato ad Albert Nobbs.

Folletti e trifogli senza speranza

Un racconto che potrebbe passare per una semplice storia di travestitismo è in realtà un’inusuale sguardo sulle difficoltà delle donne nell’Irlanda del XIX secolo; la scelta di Albert di farsi passare per uomo non ha niente a che vedere con la sfera sessuale: essere un uomo, in una società governata da uomini, rappresenta quell’emancipazione di fatto negata alle donne. È una pretesa di libertà quella che Albert Nobbs compie, sia economica (gli uomini guadagnavano più delle donne) che sociale.
Ma anche la libertà ha il suo prezzo da pagare, e quello di Albert è la rinuncia alla compagnia, alla vita familiare, alla vita in generale.
Così, quando Hubert Page mostra ad Albert che esiste un’alternativa alla sua condizione di ermafrodita coatto, il bisogno di amicizia e la speranza di una possibilità di armonia con un altro essere vivente, prorompono in tutta la loro potenza nella mente di Albert.

Nell’incapacità di Albert di svelare il suo segreto ad Helen riecheggia quella che sarà una delle tematiche principali di Joyce, la paralisi: quell’impossibilità che caratterizza il popolo irlandese, chiuso nella sua disperazione e solitudine, descritto dai suoi autori.
Only the Brave.
E come in Gente di Dublino, il finale non può che essere la sconfitta: Albert passerà il resto della sua vita disillusa, mentre Hubert, alla morte della moglie, deciderà di tornare, nella sua identità di donna, da quel marito dal quale era fuggita.

Parallelamente alla solitudine dei personaggi, nei sui racconti Moore analizza quel rapporto di amore/odio peculiare alla sua gente; all’amore per la patria si affianca la povertà economica e morale di un Paese dal quale non resta altro che fuggire, magari verso l’America, terra di promesse. Ma anche allora, nonostante la ricchezza, nonostante la libertà, la nostalgia per il paese natio assale inevitabilmente colui che è fuggito, rendendolo così perennemente in conflitto, apolide senza identità, straniero nella sua stessa terra.

Conclusioni

L’Irlanda descritta da George Moore ripresenta quegli aspetti comuni nei racconti di James Joyce, dove la solitudine, la miseria, l’isolamento e la sconfitta personale sono all’ordine del giorno, ma mentre Joyce, il cui stile è infinitamente superiore, si concentrerà sulla vita cittadina, Moore è tendenzialmente orientato a quella campestre.
Se con Joyce scopriamo le taverne piene di avventori, i vicoli sporchi e le case di mattoni rossi di Dublino, con Moore ci ritroviamo sperduti nelle stradine sterrate, nelle fattorie solitarie e scollegate, nei campi e nei verdi pascoli della campagna irlandese.

George Moore ritratto da Manet (1879)

Nonostante le premesse siano buone, lo stile dell’autore è troppo prosaico, poco scorrevole, poco accattivante. In definitiva, lo consiglierei più che altro ad uno studioso o un appassionato di letteratura irlandese, altrimenti passate tranquillamente oltre, passate a Joyce.

Voto: ★★½

Lunedì narrativa: Suite francese

La cosa più importante qui, e la più interessante, è la seguente: i fatti storici, rivoluzionari, ecc. devono essere solo sfiorati, mentre quella che viene approfondita è la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che è specchio della realtà di tutti i giorni.

Così scrive Irène Némirovsky nei suoi appunti per la stesura del suo ultimo romanzo, Suite francese, e così è.

Romanzo rimasto incompiuto a causa della prematura scomparsa dell’autrice, dovuta all’internamento nei campi di prigionia nazisti, Suite francese è un’opera epocale, il cui scopo doveva essere quello di mostrare la Francia, e soprattutto i francesi, in uno dei suoi periodi più bui. Gli eventi straordinari e terribili che subissarono la Francia negli anni della seconda guerra mondiale, svolgono per lo più il ruolo di messa in moto di tutti quei meccanismi sociali in cui la paura, l’ipocrisia, la viltà e l’egoismo regnano sovrani; i princìpi morali dell’umanità lasciano il posto a quelli del regno animale, della legge del più forte, tramutando un intero popolo in una moltitudine di bestie braccate e confuse.
Ed è proprio così che vengono descritti i parigini in fuga dalla Ville Lumière, durante l’esodo di massa che caratterizza la prima parte di Suite francese.

Tempesta di Giugno

Alla vigilia dell’entrata dei tedeschi a Parigi, in un’atmosfera di incertezza e malumore, la famiglia Péricand si decide a lasciare la capitale alla volta del sud della Francia, come tanti altri.
I coniugi Michaud vengono incaricati da Corbin, direttore della banca in cui lavorano, di raggiungere la filiale di Tours entro due giorni.
L’altezzoso scrittore Corte abbandona restio il suo studio, non dopo essersi assicurato di avere con sé il suo manoscritto.
Charlie Langelet, esteta e collezionista di oggetti d’arte, dopo aver imballato le sue preziose porcellane, si appresta a lasciare la città.
Nelle strade un agglomerato di macchine cariche di bagagli e persone intasa le vie, mentre una ressa di appiedati _ il popolino, gli operai, i poveri _ come uno sciame segue un’unica direzione, lontano da Parigi; i treni sono fermi, le stazioni chiuse: l’unico modo per lasciare la città è in macchina, in bicicletta, a piedi.
I paesi di passaggio vengono invasi dai profughi in cerca di un po’ di cibo, di riparo, di aiuto; chi riesce a trovare almeno una sedia e chi deve arrangiarsi a dormire per strada.
Gli aerei che sovrastano i cieli non sono tutti amici; alcuni attaccano sganciando bombe sulle piazze, creando ulteriore panico e scompiglio. I poveri e i ricchi si ritrovano sullo stesso piano, senza per questo avvicinarli nella comune difficoltà.

In questo clima di caos e miseria, il secondogenito dei Péricand, Hubert, spinto da un adolescenziale desiderio di eroismo patriottico, riesce a scappare dalla madre per andare ad unirsi ai soldati; tra questi, tra i feriti, c’è Jean-Marie, unico figlio dei Michaud, che viene affidato alle cure della giovane contadina Madeleine.

Poi l’armistizio, la resa della Francia.

Dolce

In casa Angelier, suocera e nuora si affrettano a nascondere i beni più preziosi in vista dell’arrivo dei tedeschi in paese; è stato stabilito che ogni casa francese dovrà ospitare un membro dell’esercito tedesco fino a tempo indeterminato.
Per la signora Angelier è un amaro affronto, detestando profondamente quegli invasori che hanno fatto prigioniero suo figlio, mentre sua nuora Lucille osserva con sincera curiosità l’arrivo di quell’uomo ben curato, alto, distinto nella sua uniforme ordinata: l’ufficiale Bruno von Falk.
Come Lucille, tutti nel villaggio assistono con un misto di fascino e repulsione quei vincitori dall’aspetto duro, sì, ma allo stesso tempo umano, come loro.
Inizialmente è difficile adattarsi: i tedeschi sono il nemico e i francesi sono diffidenti; ma col passare del tempo tra vincitori e vinti sembra instaurarsi un tacito benestare. Le donne, rimaste senza uomini, non possono non rimanere attratte da quei giovani ben rasati e virili; i bambini, inizialmente intimoriti, instaurano un’intimità amicale con quei soldati che gli regalano sempre le caramelle.
Da una parte l’odio per il soldato straniero, dall’altra la benevolenza per quello stesso essere umano.
Così in Lucille, donna intelligente e dalla vita infelice, nasce un affetto indefinito per il tenente di stanza presso casa Angelier, ricambiato a sua volta dal tedesco, cosa assolutamente intollerabile per la vecchia suocera.
L’amicizia tra Bruno e Lucille si trasforma delicatamente in qualcosa di più, finché l’entrata in guerra contro la Russia richiama i soldati verso un nuovo paese.
Dopo tre mesi di pacifica e forzata convivenza, ora un sospiro di sollievo, ora un gemito di tristezza attraversa gli abitanti del paese.
Chissà se torneranno.

Conclusioni

Suite francese è un romanzo che lascia l’amaro in bocca, non solo per il finale inconcluso, ma per quella persistente sensazione di malinconia che l’autrice riesce a instillare con le sue parole delicate e cocenti allo stesso tempo. Lo stile elegante e armonioso che caratterizza questa scrittrice, non impedisce la costante presenza di una critica violenta ed aspra.

Ad una prima parte caotica, dove si analizzano la brutalità e le bassezze dell’uomo e della guerra, segue una parte di stanziamento, di calma, di studio del comportamento umano, tra vinti e vincitori.
Nessuno sembra vincere in Suite francese, nessuno può raggiungere la felicità. Gli unici a trionfare sono i bambini che, nella loro innocenza, nella loro semplicità, continuano a comportarsi normalmente, come se sapessero che a un periodo di crisi seguirà inevitabilmente l’equilibrio. Lo stesso vale per la natura che, quasi beffarda e indifferente alla crisi dell’uomo, continua il suo ciclo vitale: così gli alberi proseguono nel dare i loro frutti mentre le bombe distruggono le case, e i fiori continuano a profumare quell’aria che sa ancora di sangue e di morte.

La carrellata di personaggi a cui assistiamo durante ‘Tempesta di giugno’, la ritroviamo sparpagliata in ‘Dolce’, come una ramificazione dello stesso albero, sebbene non ripresi a dovere a causa della morte dell’autrice. Nel progetto della Némirovsky, infatti, a ‘Tempesta di giugno’ e ‘Dolce’, avrebbero dovuto seguire altre tre parti, dove tutti i protagonisti della prima parte sarebbero riapparsi e ulteriormente approfonditi.
Un’altra sconfitta per il genere umano.

Voto: ★★★★

È grazie alle figlie di Irène se Suite francese è pervenuto fino a noi; durante le loro fughe per sfuggire alla politica nazista, hanno sempre portato con loro il manoscritto della madre già imprigionata.
È grazie alle figlie di Irène se “Suite francese” è pervenuto fino a noi; durante le loro fughe per salvarsi dalla politica nazista, hanno sempre portato con loro il manoscritto della madre ormai già scomparsa.

I brividi del venerdì: L’inquilino del terzo piano

Nel 1962, il trio composto da Roland Topor, i registi Fernando Arrabal e Alejandro Jodorowsky, diede vita al cosiddetto “Movimento panico”, una sorta di controcorrente (o sottocorrente) del surrealismo classico, atta a stravolgere l’assurdo con l’assurdo, nelle sue venature più strampalate e dark, e direi che L’inquilino del terzo piano rispecchia pienamente lo spirito del collettivo.

Grottesco, onirico, kafkiano, il romanzo dell’allora ventiseienne Roland Topor è un viaggio all’interno dell’assurdo; scritto nel 1964, racconta la vicenda surreale e orrifica del povero Trelkovsky, protagonista del libro.

L’inquilino stregato

Trelkovsky, uomo mite e apprensivo, trova alloggio nell’appartamento precedentemente appartenuto a Simonetta Choule, morta suicida gettandosi dalla finestra di quella stessa abitazione. Sotto le pressanti insistenze degli amici per inaugurare l’appartamento, organizza una festicciola che finisce per disturbare i vicini. Ripreso dal padrone di casa, Trelkovsky inizia a sviluppare un’ansia maniacale nel timore di provocare anche il più piccolo rumore; succube del silenzio imposto dai vicini, Trelkovsky comincia a interrogarsi sulla vita dell’ex-inquilina. Chi era Simonetta Choule? E perché si è suicidata senza apparente motivo?
Col passare del tempo le stranezze attorno alla donna e al condominio in cui abitava si manifestano sempre più chiaramente; senza accorgersene Trelkovsky ha cominciato a trasformarsi: il suo quotidiano caffè viene sostituito dalla cioccolata di Simonetta, le sigarette da lui fumate sono quelle della Choule, finché un giorno si risveglia truccato da donna e con un molare in meno, proprio come la donna suicida che ha vissuto nel suo appartamento.
Per Trelkovsky diventa chiara la trappola in cui è finito dentro: una macchinazione incomprensibile quanto inarrestabile ad opera dei vicini per tramutarlo a tutti i costi in Simonetta Choule. Il panico e l’angoscia di Trelkovsky crescono impotenti di fronte al complotto ordito contro di lui, contro la sua stessa identità: i vicini sono dei sadici mostri, il cui unico scopo è quello di spingere, per l’ennesima volta, Simonetta Choule dalla finestra.

L’eterno ritorno di Simonetta Choule

Il filo essenziale dell’intera vicenda si compone delle due scene dell’ospedale che, come in una manifestazione nietzschiana dell’eterno ritorno, aprono e chiudono la storia: Trelkovsky che si reca all’ospedale per visitare la moribonda Simonetta, fasciata di bende, irriconoscibile se non per l’assenza del molare; la fine di Trelkovsky, ricoverato in quello stesso ospedale, con le stesse bende, con lo stesso dente mancante e con un altro Trelkovsky lì in visita. Una prospettiva diversa che rievoca la stessa situazione, in un eterno rifluire di eventi che provoca nel lettore un indelebile sconcerto.

Molteplici le interpretazioni possibili: Tralkovsky è semplicemente paranoico; Trelkovsky comincia ad avere allucinazioni a causa delle vessazioni dei vicini; Trelkovsky non è mai esistito realmente, è un sogno, una creazione della stessa Simone, o una fantasia basata sull’uomo che va a visitarla in ospedale (di conseguenza, l’intera linea narrativa sarebbe fittizia, esclusa la breve scena introduttiva).
Infine l’ultima, la più probabile nella sua inquietante semplicità: Trelkovsky è ciò che ci viene narrato. La particolarità che rende grandioso, nel suo genere, questo romanzo va oltre le sue caratteristiche paradossali, oltre le sue plurime decodificazioni, bensì risiede nell’accettazione della realtà dei fatti, così com’è, per quanto illogica e grottesca, come uno spettro della stessa realtà reso tangibile nel suo opposto, l’assurdo.

Durante la lettura del romanzo viene da chiedersi se non si tratti tutto di un enorme, macabro scherzo; perché questo insensato accanimento su Trelkovsky? Cos’ha fatto per meritarsi tale trattamento? Non ha fatto niente, se non esistere. Basta la sua sola esistenza per provocare l’odio nei vicini, i quali sono altro che una rappresentazione di quest’assurdo di cui l’esistenza si compone.

Conclusioni

Lo stile narrativo è preciso ed essenziale; la cadenza regolare di una situazione iniziale normale e perfettamente possibile, si evolve, man mano che si prosegue nella lettura, in un ritmo serrato, sempre più frenetico e vorticoso, in un crescendo di visioni mostruose, chimeriche, per arrivare ad un finale straordinario e destabilizzante, vero punto di forza del romanzo.
Le accezioni negative e sinistre, che rasentano il grandguignol, sono atti deliberati di Topor, volti a scioccare e inorridire chi legge, nonché a disorientarlo. Attraverso il disgusto e il nonsense, arrivare all’estasi e alla bellezza: questo il processo creativo che vi è dietro.

Il mio voto è relativamente basso dato l’elemento rappresentativo dell’opera; si legge sicuramente bene in una mezza giornata, grazie allo stile scorrevole, alla trama insolita e alla lunghezza del testo, e il valore letterario è indubbiamente all’altezza del movimento culturale che interpreta.
Tuttavia si tratta pur sempre di un romanzo atipico, e il surrealismo rientra poco nelle mie corde, per quanto, ripeto, questo sia un libro spettacolare per la sua natura ed il suo genere.

Voto: ★★★½

Da questo libro è stato tratto l'omonimo film diretto e interpretato da Roman Polanski nel 1976.
Da questo libro è stato tratto l’omonimo film diretto e interpretato da Roman Polanski nel 1976.

I brividi del venerdì: Stagioni diverse

Stagioni diverse è una raccolta di racconti di Stephen King, famosa per aver ispirato film di successo quali “Le ali della libertà”, “L’allievo” e “Stand by me”.
Il libro si compone di quattro lunghi racconti, scritti in periodi diversi, tra la stesura di un romanzo e l’altro, suddivisi secondo le quattro stagioni.

L’eterna primavera della speranza

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank è il primo racconto che apre il volume. La storia è quella di Andy Dufresne, ex banchiere che, accusato del duplice omicidio della moglie e del suo amante, finisce condannato all’ergastolo nel penitenziario di Shawshank.
Nonostante la dura vita del carcere, dove agli abusi dei compagni di reclusione, si aggiungono quelli dei secondini, Andy Dufresne riesce a mantenere un atteggiamento sereno e dignitoso, scatenando ora l’ammirazione, ora l’invidia di chi riesce a scorgere in lui la grande forza d’animo che lo caratterizza.
A narrare le vicende di Dufresne è un altro recluso, Red, colui il quale riesce a procurare ogni genere di merce ai detenuti; è proprio in virtù di questo suo “servizio” che entra in contatto per la prima volta con Andy, tra le cui richieste vi sono un martello da minerali ed un poster a grandezza umana dell’attrice Rita Hayworth.
Col passare degli anni, Andy diventa una figura “importante” all’interno del penitenziario, dove si occupa della gestione della biblioteca interna e della revisione fiscale dei dipendenti _direttore compreso_ procurandosi la stima di tutti.
Quando però, tramite vie traverse, riemergono nuovi fatti sul caso di Dufresne, il direttore manifesta un inatteso odio per il detenuto modello, rifiutandosi di riaprire il caso.
Andy cerca allora un modo alternativo per riprendersi ciò che gli spetta: la sua libertà.

Critica:
Sebbene Andy Dufresne sia un personaggio carismatico e a dir poco eccezionale, riuscendo così ad accaparrarsi la simpatia del lettore, è altresì un personaggio fantastico, in ogni senso; così, anche la sua storia, che viene sicuramente narrata in modo accattivante, risulta troppo incredibile a causa di un finale ai limiti della verosimiglianza.

L’estate della corruzione

Un ragazzo sveglio racconta il malsano legame che unisce un ex comandante delle SS ed un ragazzino affascinato dal nazismo.

Todd Bowden entra in contatto quasi per caso con l’ex nazista Kurt Dussander, ora Arthur Denker, ed è deciso ad estrapolare quanti più particolari sadici il vecchio Dussander possa raccontare. Inizialmente l’uomo si rifiuta di prendere parte a questo orrido gioco del ragazzino, ma si ritrova costretto a soddisfare la macabra curiosità di Todd, e così tutto ha inizio; ogni giorno, dopo la scuola, mentre il vecchio racconta restio le indicibili torture inflitte agli ebrei, Todd ascolta assorto e deliziato i racconti dei campi di sterminio, un boccone di ciambella dopo l’altro.
Ma col passare del tempo quest’oscura rievocazione finisce per intaccare l’equilibrio mentale di entrambi: da un lato, un vecchio che era riuscito a seppellire il ricordo degli orrori commessi, riassapora il gusto del potere e del male, dall’altro, un ragazzino che, nonostante l’insana curiosità morbosa che l’ha spinto a conoscere ogni dettaglio raccapricciante, adesso viene tormentato dagli incubi.
La situazione si evolve in un processo esplosivo, mentre il rapporto tra i due si fa sempre più claustrofobico.

Critica:
Un ragazzo sveglio è il racconto più lungo del volume, tanto da poter essere tranquillamente definito un romanzo breve, ed il migliore dei quattro; la trovata originale dell’autore di porre a confronto il male di ieri con il male di oggi, l’atmosfera macabra e raccapricciante a cui riesce a dar vita, la descrizione e lo studio dell’evolversi della psicopatia sadico-sessuale che caratterizza Todd, l’arguzia del ragazzino nel nascondere il suo reale rapporto con Dussander ai genitori, e l’incapacità, volenti o nolenti, dei suddetti nel rendersi conto che hanno dato la vita a un mostro, tutti questi elementi riescono a dar vita ad un vero e magnifico racconto dell’orrore, tanto da poter disgustare e far rabbrividire chi legge.

L’autunno dell’innocenza

Il corpo si potrebbe definire un racconto di formazione.
Quattro ragazzini vengono a sapere del cadavere di un coetaneo ritrovato a qualche miglia dalla cittadina in cui vivono e decidono di andarlo a vedere con i propri occhi, prima che le autorità ne vengano a conoscenza.
Intraprendono così un viaggio, all’insaputa di tutti, verso il corpo; per arrivarci dovranno superare la discarica di Milo e del suo temibile cane, percorrere il ponte di rotaie che divide le due sponde, sopportare la canicola estiva ed il temporale, e altro ancora.
Alla fine di tutto, qualunque sia stato il risultato, si rendono conto di aver detto irrimediabilmente addio all’infanzia.

Critica:
È un racconto piacevole, sì, ma niente a che vedere con le aspettative che mi ero creata; è un viaggio di iniziazione in cui succede poco o niente in termini di horror e di suspense.
Le intromissioni dei racconti del narratore adulto, che praticamente niente hanno a che fare con la storia, mi hanno sinceramente infastidita, e la morte del ragazzo è impossibile da un punto di vista fisico: un treno ti travolge e riesce a scalfirti mezza faccia, prenderti le scarpe ma non i piedi? Mi pare tecnicamente astruso, oltre che infattibile.
Ciò che più si apprezza però è l’esperienza del viaggio in se stessa: le descrizioni, la ricostruzione di un ricordo, di un’avventura preadolescenziale, vissuta alla fine di una calda estate anno1960. Tutto grida all’avventura, ma come ho scritto sopra, poco all’elemento fantastico.

Una storia d’inverno

L’ultimo racconto, Il metodo di respirazione, tratta di un misterioso club, al quale il narratore prende parte, dove si raccontano storie di ogni genere, le più particolari, però, solo poco prima di Natale. Così, in un racconto nel racconto, ci viene narrata l’incredibile storia di uno dei soci del club che, durante la sua professione di medico, ha assistito ad un parto sovrannaturale.

Critica:
Il metodo di respirazione è il racconto leggermente più scialbo del libro, e quello in cui la componente fantastica è più presente.
Con il trucco della storia nella storia, King sembra semplicemente voler allungare la storia o fondere due racconti che altrimenti non avrebbero niente in comune, ma il risultato non è dei migliori dell’autore; la prima parte, quella che svolge la funzione di cornice, inerente al club sarebbe risultata un bel racconto, se solo lo scrittore si fosse preso la briga di impegnarcisi appena un po’, mentre la storia di Natale del dottor McCarron, risulta più tragica che “paurosa”, nonostante l’elemento fantastico.

Conclusioni

Nonostante i pro e i contro, nonostante le aspettative molto elevate che nutrivo, Stagioni diverse è una bella (scusate la banalità del termine) raccolta; la prosa di King, nonostante non sia certo paragonabile a quella di un ben più poetico Carver o Maupassant, risulta comunque scorrevole, a volte fin troppo prolissa, ma decisamente appropriata a ciò che lo scrittore racconta.
Lo stesso King, nella postfazione, ammette di non essere certo il migliore e di non saper trascendere dall’elemento noir, ma sicuramente ce la mette sempre tutta, e noi lo apprezziamo per questo.

In quasi tutte queste storie poi è presente il solito crossover a cui spesso ricorre King (vi basta pensare a una parola: Castle Rock, e avrete tutto chiaro).

Una doverosa critica va alla casa editrice, che dovrebbe rivedere la traduzione un po’ antiquata e impregnata di orrori errori grammaticali _ ah, il congiuntivo, questo sconosciuto! _

Voto: ★★★

I classici della domenica: Oblòmov

«A quanto pare sei troppo pigro anche per vivere?»

Nel 1849 appare su un supplemento letterario russo Il sogno di Oblòmov, nucleo dal quale trarrà origine il romanzo più famoso di Ivàn Aleksàndrovič Gončaròv: Oblòmov.
Ben dieci anni sono serviti all’autore per la stesura di uno dei grandi classici della letteratura russa, e ciò che ne è uscito è un romanzo raffinato, sagace, dai forti risvolti filosofici e sociali.

La struttura del romanzo è suddivisa in quattro parti, ognuna corrispondente ad un determinata sequenza narrativa; così troviamo una lunga situazione iniziale, in cui ci viene presentato Oblòmov, la sua vita, i suoi pensieri, la sua infanzia; la rottura dell’equilibrio sonnolento di Oblòmov con l’arrivo dell’amico Stolz e l’inizio della relazione amorosa con Ol’ga; l’evoluzione della vicenda, il tentennamento nella storia d’amore con Ol’ga; infine lo scioglimento finale, la resa di Oblòmov, la sconfitta.

Oblòmov

Star disteso per Il’jà Il’ič non era né una necessità, come per un malato o per uno che ha sonno, né un caso, come per chi è stanco, né un piacere, come per il pigro: era la sua condizione naturale.

O ancora meglio: star disteso per Il’jà Il’ič era tutte queste cose insieme, aggiungo io.
Appartenente dell’aristocrazia russa, discendente diretto dell’antica famiglia degli Oblòmov, e proprietario terriero della tenuta e dei possedimenti legati al suo nome, il nobile e annoiato trentenne Il’jà Il’ič Oblòmov, trascorre pigramente le sue giornate nell’ozio e nella nullafacenza totale.
A distrarlo dalla sua noia sono i numerosi conoscenti che passano a trovare Oblòmov, riferendogli tutte quelle novità che gli rimarrebbero altrimenti estranee: perché Il’jà Il’ič non esce mai dal suo appartamento. Perennemente avvolto nella sua amata vestaglia, disteso sul letto o sdraiato sul divano, Oblòmov si crogiola nella sua pigrizia, ritirato dalla vita e dal mondo; per la maggior parte del tempo dorme, o fantastica. Nulla sembra risvegliare in lui un interesse tale da poterlo smuovere, da poterlo scrollare dalla sua incapacità attiva a vivere.

Con l’età gli era tornata una certa timidezza infantile, si aspettava pericoli e mali da tutto ciò che non si trovava nell’ambito della sua vita quotidiana: conseguenza della scarsa abitudine ai vari fenomeni esterni.
[…] Non era abituato al movimento, alla vita, alla folla e all’agitazione.

Disabituato all’azione, qualsiasi avvenimento estrinseco alla sua quieta monotonia è fonte di una tormentosa angoscia, che resta tuttavia un’angoscia vana, priva di ingegno e reattività; così, quando riceve dallo stàrosta incaricato di amministrare i suoi beni una lettera con un resoconto poco roseo, Oblòmov si dispera, ma non ci pensa minimamente a partire ( Come, partire? Così su due piedi? ) per andare a verificare di persona le parole dell’amministratore, non poi così affidabile, ma si limita a lamentarsi, a chiedere consiglio ad altri.
Allo stesso modo, quando il servitore Zachàr gli ricorda che di lì a una settimana dovranno traslocare per via dello sfratto, Oblòmov non si anima nella ricerca di un altro appartamento, ma anzi si indispettisce col servo perché gli ricorda qualcosa di sgradevole; come uno struzzo nasconde la testa sotto la sabbia, e quando finalmente si decide a scrivere una lettera al padrone di casa, nella speranza di convincerlo a farlo restare, ecco che allora manca la carta per scrivere, l’inchiostro nel calamaio si è seccato, i ‘che’ e gli ‘in cui’ si ripetono, si scontrano disarmonicamente, è ora di pranzo, è meglio rimandare, c’è ancora tempo, scriverà domani.
L’arte della procrastinazione, signori miei.

«Forse che io mi arrabatto, forse che lavoro? […] Io non mi sono mai infilato le calze da quando sono nato, grazie a Dio!»

Il lavoro è impensabile per Oblòmov; mantenuto dalla rendita della proprietà, Oblòmov non solo disdegna l’attività lavorativa, ritenendosi in qualche modo superiore a chi si “arrabatta”, ma non ne comprende neanche la necessità, non coglie l’utilità di un’attività ai suoi occhi futile e dispendiosa di energie.
Sebbene in gioventù abbia lavorato per un breve periodo _ più per pro forma che per necessità _, Oblòmov non ha mai compreso la responsabilità del lavoro, considerandolo per lo più un’infelice forma d’intrattenimento, un passatempo.

La vita ai suoi occhi si divideva in due metà: una era fatta di lavoro e noia, che per lui erano sinonimi; l’altra di riposo e serena allegria. […]
Credeva […] che il recarsi in ufficio non fosse affatto un’abitudine obbligatoria, a cui attenersi ogni giorno, e che il fango, il caldo o semplicemente il non averne voglia fossero sempre pretesti sufficienti e legittimi per non andare a lavorare.
E come fu amareggiato quando vide che doveva esserci almeno un terremoto, perché un impiegato sano non andasse a lavorare, e i terremoti, neanche a farlo apposta, a Pietroburgo non capitano mai; […] per giunta pretendevano tutto subito, tutti si affrettavano chissà dove, non si fermavano mai; non facevano in tempo a consegnare una pratica, che già ne afferravano freneticamente un’altra, come se fosse la cosa più importante del mondo, ma una volta terminata quella la dimenticavano e si gettavano su una terza…e così via all’infinito!

Niente, quindi, sembra essere capace di smuovere Oblòmov, eccetto il suo amico Stolz; cresciuti insieme e legati da anni di profonda e sincera amicizia, Stolz è il contrario di Olòmov, è la parte attiva del duo, un uomo dominato da quell’energia vitale che manca completamente all’amico.
Eros e Thanatos.
Così, quando Stolz torna da uno dei suoi numerosi viaggi e trova l’amico nel solito stato di apatia e decadenza, prende in mano la situazione, lanciando ad Oblòmov un ultimatum: ora o mai più.

Oblomovismo

Che cosa doveva fare adesso? Andare avanti o restare? […]
Andare avanti significava togliersi di colpo l’ampia vestaglia non solo dalle spalle, ma anche dall’anima, dalla mente; insieme alla polvere e alle ragnatele alle pareti spazzar via la ragnatela dagli occhi e cominciare a vedere! […]
Restare significa indossare la camicia alla rovescia, sentire il tonfo dei piedi di Zachàr che salta giù dalla stufa, pranzare con Tarànt’ev, pensare il meno possibile, non finir di leggere il Viaggio in Africa, invecchiare pacificamente in casa della comare di Tarànt’ev…
«Ora o mai più! Essere o non essere!»

Le parole dette dall’amico, ‘ora o mai più’, aut aut, scatenano in Oblòmov quello che lui stesso definisce dilemma oblomoviano, un’evoluzione dell’antico dilemma che afflisse Amleto, ma più atroce, più soffocante; essere o non essere, vivere o morire, perde la sua tragicità se confrontato al dubbio esistenziale di vivere o non vivere, vivere o lasciarsi morire dentro.
La morte è temibile, il non vivere è terribile.

Ma da cosa deriva quest’incapacità alla vita? Cosa può spingere un uomo intelligente e sensibile a tramutarsi in un uomo inutile e spento?

Iljùša restava tristemente in casa, iperprotetto come un fiore esotico in serra, e come il fiore tenuto sotto vetro cresceva lentamente e stentatamente. Le energie che cercavano di manifestarsi si ripiegavano all’interno e sfiorivano, avvizzendo.

Il piccolo Il’jà Il’ič è un bambino attivo e vivace, e come tutti gli altri bambini vorrebbe scorrazzare libero per i campi, sporcarsi nel fango, rotolarsi sul prato, ma tutto ciò non è possibile per il giovane rampollo degli Oblòmov. Il’jà Il’ič nasce nella tenuta di Oblòmovka attorniato dalle cure della balia, della madre e dei numerosi servitori al loro servizio; la madre di Oblòmov è apprensiva, iperprotettiva, timorosa e allarmista: ogni slancio vitale del figlio viene severamente represso, mettendo a sua disposizione schiere di domestici pronti a soddisfare ogni sua più piccola esigenza. È dunque naturale che Oblòmov, crescendo, disprezzi il lavoro, in quanto fin da piccolo ha assistito ad un modello comportamentale degno di Oblòmovka: i genitori vivono nell’ozio, nell’indolenza, nell’inattività totale, perché a far tutto sono gli altri, i servi.
Oblòmov non comprende l’impegno nel lavoro perché i genitori l’hanno educato in questo modo: quando doveva recarsi dall’istitutore erano gli stessi genitori a trovare scuse per non farlo andare, sminuendo così l’importanza dei propri doveri e non instillando nel bambino il senso alla responsabilità.

Restò soprappensiero e macchinalmente cominciò a scarabocchiare sol dito sulla polvere, poi guardò quel che aveva scritto: Oblomovismo.

Come scrive giustamente Nikolàj Dobroljùbov nel suo saggio Che cos’è l’oblomovismo?(1859) “L’essenziale qui non è Oblòmov, ma l’oblomovismo.”: è la condizione di apatico immobilismo, di oziosa staticità che permea Oblòmovka e coloro che vi abitano; è lo stile di vita inteso come componente intrinseca, come modo di interpretare se stessi all’interno della realtà in cui viviamo.
La colpa, se di colpa vogliamo parlare, non è di Oblòmov, ma dell’educazione ricevuta nell’infanzia, che a sua volta dipende dall’oblomovismo, una condizione innaturalmente naturale.

L’incapacità di Oblòmov di andare avanti deriva quindi da Oblòmovka, dall’oblomovismo: tutto è iniziato a Oblòmovka e tutto deve finire lì; Oblòmov non riesce ad andare oltre il mito di Oblòmovka, è rimasto con la mente alla vita spensierata della sua infanzia e sempre lì essa torna e si trastulla. Se la vita dell’uomo tende in linea retta, quella di Oblòmov si attorciglia su se stessa, percorrendo al contrario un cerchio.
Il sogno di Oblòmov è un’utopia bucolica, inquinata dal modello parentale vissuto.
Così durante le lunghe ore passate sul divano, Oblòmov fantastica continuamente sulla sua vita futura nella tenuta di famiglia, con una dovizia di dettagli minuziosa e articolata.
Tra sogno e realtà, Oblòmov ha degli sprazzi di lucidità in cui si rende conto di aver sprecato la sua intera esistenza in virtù di un ideale incerto, ma al quale si aggrappa disperatamente, perché non gli resta altro.

Sognatore, emulatore, Oblòmov è anche un esistenzialista.

“La mia vita è cominciata spegnendosi” dice Oblòmov, ed è la verità.

Sono tutti cadaveri, uomini addormentati, peggio di me, questi frequentatori del mondo e della società! […]
Ecco, non stanno sdraiati, ma corrono ogni giorno avanti e indietro come mosche, e a che pro? […]
Un vano, quotidiano rimescolamento dei giorni!

Tutto è vano. A che pro lavorare, fare, agire, vivere, se poi moriamo? Un’incessante lotta alla quale Oblòmov si arrende; l’assurdità dell’esistenza, la sua precarietà: l’esistenzialismo.

L’uomo superfluo

Quello di Gončaròv non è semplicemente il ritratto di un singolo individuo sconfitto, ma un ritratto sociale di quell’aristocrazia ottocentesca fatalmente corrotta dai suoi stessi privilegi.
“L’uomo superfluo” è una figura tipica della letteratura russa; il “tipo umano” descritto da Gončaròv lo ritroviamo nei personaggi di Puškin, Lérmontov, Gògol’, Turgénev:

« Sì, sono un caffettano floscio, decrepito, frusto, e non per il clima, non per le fatiche, ma perché per dodici anni in me è stata rinchiusa una luce che cercava una via d’uscita, ma bruciava soltanto la sua prigione, non ha saputo liberarsi e si è spenta. E così, mio caro Andréj, sono passati dodici anni: non ho più avuto voglia di svegliarmi.» (Oblòmov)

La consapevolezza che sarebbe potuto uscire qualcosa di grande, ma così non è stato, non esce niente.
Qual è dunque la novità in questo romanzo, quale la sua grandezza? L’oblomovismo.
Il merito di Gončaròv è quello di aver dato un nome al sintomo che caratterizza tutti questi personaggi russi, ma che allo stesso tempo conserva un carattere universale, al di là dello spazio e del tempo, col quale è difficile non immedesimarsi.

Conclusioni

La figura di Oblòmov è complessa, così come complessi e contrastanti sono i sentimenti che scaturiscono nel lettore: da una parte, il disprezzo, quasi il fastidio, per un uomo che, nonostante non difetti d’intelligenza, si riduce a vegetale, privo di qualsivoglia interesse o stimolo, trova appigli vani per procrastinare, rimandare qualsiasi cosa; dall’altra, la pietà, nel constatare l’effettiva incapacità di Oblòmov, volente o nolente, a prendere parte attiva alla vita, e l’affetto, nel verificare la bontà, la semplicità e la dolcezza del protagonista.
È un personaggio tragicomico, a tratti esilarante, come quando bisticcia con Zachàr (altro personaggio sul quale mi sarei voluta soffermare, ma che vi risparmio), a tratti infinitamente commovente.
Ho pianto lacrime amare alla fine del libro (cosa per me assai difficile).

Detto questo, non è un romanzo banale, semplice, per tutti: bisogna avere la pazienza di sorbirsi la prima parte, estremamente prolissa, a tratti noiosa, e soprattutto bisogna avere quell’accortezza, quella sensibilità necessaria per apprezzare un protagonista ed un romanzo fuori dal comune.

Voto: ★★★★★

"Un letterato grasso, dal viso apatico e dagli occhi pensosi, come assonnati."  Così si descrive Gončaròv, in una fugace apparizione del romanzo.
“Un letterato grasso, dal viso apatico e dagli occhi pensosi, come assonnati.”
Così si descrive Gončaròv, in una fugace apparizione nel romanzo.

 

 

 

 

Giallo martedì: Se morisse mio marito

Se morisse mio marito è l’ottavo romanzo avente per protagonista l’insuperabile investigatore belga, Hercule Poirot; alle prese con lo sfavillante mondo del teatro, il lettore si accorgerà che “non è tutto oro ciò che luccica”(per citare Shakespeare) e lo stesso Poirot dovrà fare attenzione a distinguere ciò che è finzione da ciò che non lo è, rimettendo insieme i pezzi di un puzzle sapientemente sparpagliati.

Trama

La bella attrice Jane Wilkinson vorrebbe sposare il Duca di Merton, ma per farlo deve prima liberarsi del suo attuale marito, Lord Edgware, uomo ambiguo e dai gusti promiscui.
Per ottenere tutto ciò, l’attrice si rivolge ad Hercule Poirot, il quale, dopo un breve incontro con l’uomo, comunica alla diva il consenso del divorzio, precedentemente rifiutato, dal marito.
Tutto sembra essersi risolto, ma il giorno seguente viene comunicata la notizia della morte di Lord Edgware. I sospetti ricadono subito sulla moglie Jane che, come affermano il cameriere e la segretaria del defunto, è stata vista recarsi nella casa dell’uomo, ma ben tredici testimoni affermano che l’attrice si trovava ad una cena quella stessa sera. Com’è possibile?
Ma Lord Edgware non è l’unica persona di cui preoccuparsi; anche Carlotta Adams, promettente attrice caratterista, viene trovata morta a causa di una dose eccessiva di sonnifero. Un tragico incidente? Oppure le due morti sono collegate in qualche modo?
La faccenda appare non poco intricata e complessa persino al grande Hercule Poirot, quando in realtà sarebbe bastato “chiederlo a Ellis“.

Cane e gatto

« Mi sembrate un cane che difende la sua ciotola di cibo, caro Hastings. »

Se dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, dietro ogni grande detective c’è sempre un fedele cane  assistente.
Il capitano Hastings, ormai ben nota spalla di Hercule Poirot, svolge come al solito il suo ruolo di narratore bonario e sempliciotto; di buona cultura, di buona società, eppure ingenuo ai limiti dell’idiozia, Hastings viene perennemente preso in giro dal suo ben più sveglio amico. La sua ingenuità è talmente esasperante che i motteggi di Poirot non possono non far sorridere il lettore, sebbene in questi vi sia un’implicita provocazione anche per chi legge.

« Sì, in realtà, conosco la verità su questa faccenda. E anche voi potreste conoscerla se usaste il cervello che vi ha dato il buon Dio. A volte sono tentato di credere che vi abbia dimenticato, quando ha distribuito agli uomini l’intelligenza. »

Nonostante Poirot abbia dato innumerevoli volte prova di un intelletto sopraffino, Hastings, data la sua mente semplice e ottusa, dubita spesso delle intuizioni di Poirot, arrivando a compatire il suo amico nel timore che stia perdendo la testa.
La figura del capitano Hastings, così ordinaria e naif, rappresenta quella necessaria controparte al detective dall’intelligenza eccezionale, proprio per instaurare un rapporto di complicità-simpatia nel lettore comune che, incapace come Hastings di comprendere i misteri in cui si ritrova ingarbugliato, riscontra nel personaggio del capitano un fido alleato alla sua “mediocrità”.

Se Hastings, sempre leale, sincero e accondiscendente verso il suo “padrone”, può essere giustamente paragonato a un cane, Poirot al contrario viene spesso descritto in modo tale da rasentare fattezze feline: occhi verdi, scintillanti come quelli di un gatto, astuto, dedito (in maniera ossessiva) alla pulizia, a tratti sornione e vanesio.

Un cane e un gatto dunque, ma che, contrariamente alle dicerie comuni, provano nella reciproca compagnia un reale appagamento e un affetto sincero.

Molto fumo e poco arrosto

* Spoiler *

Dico, ma ci sarà un motivo se Agatha Christie è stata una dei primi membri del Detection Club! Anche in Se morisse mio marito la regina del giallo non si smentisce e riesce, come sempre, nel suo intento di lasciare a bocca aperta chi legge.
Come un abile prestidigitatore, l’autrice riempie le pagine della storia con una serie di minuzie atte a spiazzare il lettore; il fantomatico pedinamento ad opera di un uomo dal dente d’oro, il famigerato cofanetto con la misteriosa iniziale di un nome che comincia per D, la molteplice presenza di personaggi collegati a quella lettera (Miss Driver, l’amica di Carlotta/ Dina, il soprannome dell’inquieta Geraldine), ad un oggetto (il pince-nez ritrovato nella borsa di Carlotta, usato sia da Miss Carroll che dalla cameriera Ellis), ad un nome (Paris, Parigi/Paride). Tutto questo rende ciò che in realtà sarebbero una trama ed un omicidio lineari, un gran guazzabuglio, finendo con il confondere le idee non solo al lettore, ma allo stesso Poirot.
Come un povero pesciolino affamato, il lettore si getta su quelle esche che la Christie sfrutta per distrarlo, lasciandolo così a bocca asciutta.

Sebbene Agatha Christie sia una grande maestra nell’arte dell’illusionismo, bisogna comunque agire con metodo, come direbbe Poirot.
La storia del pedinamento che Bryan Martin racconta al detective come scusa per poterlo incontrare e screditare così Jane Wilkinson, è un’infelice trovata della scrittrice per gettare ulteriore fumo negli occhi del lettore; infelice perché da un punto di vista di linearità della storia non ha alcuna logica. Quando l’attore si reca da Poirot per raccontare la sua frottola, Lord Edgware non è ancora morto, e quindi non ha senso voler sottolineare la presunta capacità di Jane di uccidere: presunta perché Martin non sa che Jane ucciderà.
Quindi perché tutta questa messinscena con un’ulteriore complicazione, del tutto fittizia ed inutile nella finalità della storia, se non esclusivamente per sviarci?

Conclusioni

Se morisse mio marito è una lettura piacevole, scorrevole, con una trama semplice eppure veramente ingegnosa.
Se poi volete qualche dritta per risolvere il mistero vi dico solo questo: non lasciatevi sviare dagli artifici dell’autrice, rimuginate bene sulle cinque domande di Poirot e, infine, pensate al Rasoio di Occam.
Buona lettura gente.

Voto: ★★★★

Lunedì narrativa: Il cielo è dei violenti

La bruttura, la brutalità, l’orrore, la violenza. Il cielo è dei violenti è tutto questo.
Non esiste via d’uscita, non esiste possibilità di scelta. Il destino che Flannery O’Connor riserva al giovane Tarwater è irrevocabile e perentorio. Tu sei. Nient’altro.

Il cielo. Fondamentalismo.

Tarwater non è mai vissuto altrove della sperduta radura di Powderhead assieme al suo prozio, il profeta. O meglio, una volta sì, quand’era ancora un infante e giaceva nella culla nella casa dell’altro suo zio, il maestro; prima che il profeta lo rapisse e lo iniziasse a nuova vita. Ma Tarwater era talmente piccolo che non lo può ricordare.
Per quattordici anni ha vissuto col prozio, isolato dal resto del mondo, educato sotto la rigida guida cristiana che il profeta ha voluto impartirgli. Perché un giorno toccherà a lui prendere il posto del profeta e vivere nella fame del pane di Gesù.

Il vecchio, che diceva di essere un profeta, aveva cresciuto il ragazzo insegnandogli ad aspettare a sua volta la chiamata del Signore, e a tenersi pronto per il giorno in cui l’avrebbe udita. L’aveva istruito sui mali che toccano a un profeta, quelli che vengono dal mondo, e sono trascurabili, e quelli che vengono dal Signore e lo purificano ardendolo, perché lui stesso era stato purificato ardendo più e più volte. Lui, aveva imparato attraverso il fuoco“.

Così, quando quella mattina, a colazione, il vecchio Tarwater non si alza più, il giovane discepolo sa esattamente quello che deve fare. Scavare una fossa per il vecchio zio, dargli una sepoltura cristiana, e prendere il suo posto. Oppure no?
Il prozio è morto e “ai morti non dobbiamo niente“. Nonostante i suoi unici insegnamenti, il ragazzo sa che l’uomo era folle, inoltre lui non ha mai sentito la voce di Dio ad indicargli la strada, com’era successo invece per il vecchio. L’insegnamento coatto e ripetitivo subito da Tarwater atterrisce il ragazzo di fronte all’aspettativa di prendere le orme del morto. Così, un’immaginaria voce, frutto della sua parte razionale o del diavolo, comincia a pressare il ragazzo, con un unico monito: andare contro il prozio, a tutti i costi. Non si tratta di una semplice ribellione adolescenziale. Lui non vuole seguire la strada del profeta. Lui vuole solo essere libero, l’unico padrone di se stesso. Ma non basta la volontà.

Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO. Bisogna dimostrarle le cose. Bisogna dimostrare che si fa sul serio. Bisogna dimostrare che una cosa non si fa facendone un’altra. Bisogna giungere a una decisione. In un modo o nell’altro.

E il primo atto di libertà di Tarwater è quello di bruciare empiamente il prozio e la sua casa.

La terra. Razionalità.

Tarwater raggiunge l’unico parente consanguineo rimastogli, lo zio Rayber, il maestro. Quest’ultimo, che a sua volta da bambino venne rapito dal profeta, sebbene per soli tre giorni, decide di aiutare il nipote nel riscattare la sua dignità di essere umano pensante.
Anche Rayber ha subito lo choc di un’educazione distorta, e ha dovuto lavorare su se stesso per tutta la vita, per porvi rimedio.
La presenza di Tarwater risveglia in lui un desiderio di riscatto e speranza che si trasforma in una vera e propria missione: salvare il ragazzo, fare di lui il figlio che non ha avuto possibilità di educare. Ma tutto ciò che ottiene dal nipote è una strenua resistenza alla sua logica e alla sua razionalità, sue uniche armi di difesa contro la follia del vecchio.
A complicare le cose c’è Bishop, figlio mentalmente disabile di Rayber; il bambino non parla ma la sua presenza è ben tangibile nella coscienza di Tarwater. Come in una sorta di trance, Tarwater si ritrova ipnotizzato nello sguardo del cuginetto che è una costante provocazione; gli occhi vuoti del bimbo ricordano al ragazzo quelli del prozio e, insieme ad essi, la sua ultima disposizione: battezzare il cugino. Ma Tarwater sa che nel momento stesso in cui cederà a questo impulso, il suo destino sarà segnato, ineluttabile.
All’interno della sua mente, il ragazzo si ritrova coinvolto in un’estenuante lotta contro se stesso: da una parte l’imperiosa ossessione di battezzare Bishop, dall’altra il disperato bisogno di essere libero.
Di nuovo un bivio, una scelta: “Non si può semplicemente dire di NO. Bisogna fare di NO.
E Tarwater lo fa, questo NO.

La violenza è il nuovo amore.

[_Spoiler Allert_]

Non c’è amore né gioia nell’universo creato dalla O’Connery, perché l’amore non è di questo mondo.
La natura è nemica e indifferente _”Il sole, già un gomitolo di luce malevola“_, così come la città è un luogo incolore e distaccato:

“Parecchi lo urtarono, e il contatto, che avrebbe dovuto far nascere una conoscenza da durare tutta una vita, non significava nulla […]
Poi si era reso conto, quasi senza preavviso, che quello era un luogo malvagio: e malvagie erano le teste chine, le parole borbottate, la premura d’allontanarsi.”

L’unico essere in grado di amare risulta essere Bishop, nonostante, o forse proprio in virtù, della sua deficienza. Ma quest’amore viene impietosamente sconfitto, perché il cielo, così come la terra, è dei violenti.

Questa violenza, però, non è vista in senso negativo dall’autrice, in quanto rappresenta una componente indissolubile dell’uomo e la chiave per raggiungere la vera essenza della fede; una passione brutale e drastica, ma che, se incanalata verso Dio, risulta salvifica.
Rayber, al contrario, sopprime costantemente tutto ciò che è passionale in virtù di una strada più equilibrata e razionale, ma il risultato che ne deriva è la sua totale sconfitta, evidente quando, a seguito della morte di Bishop, l’uomo realizza di non provare niente per il figlio e collassa.

Restò in attesa del dolore rabbioso, della sofferenza intollerabile che gli spettava per poterla ignorare, ma continuò a non sentire nulla. Rimase alla finestra con un po’ di capogiro, e solo quando si rese conto che non vi sarebbe stato alcun dolore, crollò.”

A sancire questa supremazia della violenza vi è una misteriosa armonia degli opposti in cui tutto ciò che distrugge allo stesso tempo crea: l’annegamento di Bishop, ultimo atto profano che resta a Tarwater, quasi libera il ragazzo dal suo destino, ma il battesimo simultaneo lo redime. Lo stesso atto violento del sacrificio umano racchiude in sé un atto di purificazione.
L’acqua annega e battezza; il fuoco distrugge Powderhead e purifica gli occhi di Tarwater.
L’acqua e il fuoco, due elementi apparentemente contrastanti, sono in realtà equivalenti, così come il binomio creazione/distruzione: tutto ciò che distrugge, redime.

Conclusioni

Crudele, cupa, spietata, Flanney O’Connor non trova pietà per i protagonisti della sua storia; quando credi che sia finita, eccola là con un’ulteriore brutalità che pensavi non necessaria.

Il cielo è dei violenti è un romanzo intenso, fosco, prepotente, accompagnato da uno stile magistrale, una penna abile e di poderoso talento, ricco di descrizioni simboliche, quasi visionarie.
Lo scontro tra il divino e il razionale, tra il sensato e l’assurdo, tra l’acqua e il fuoco, gioca da ruolo centrale per l’intera vicenda.

Quello che potrebbe passare per un semplice romanzo contro le brutture della fede, un testo anti-religioso, è in realtà qualcosa di più, di estremamente complicato e controverso: è un’apologia della violenza come amore per il divino. È il riscatto della passione religiosa contro un ateismo forzato ed il mero fanatismo, privo di significato; perché, se sei offuscato dall’estremismo, ti ritrovi a vagare come un povero matto, come il vecchio Tarwater, ma se sei privo di emozioni, sei privo di tutto, sei vuoto, come Rayber. Il potere della religione è strettamente legato alla passione.
È ovviamente discutibile la presa di posizione da fervente cattolica qual era Flannery O’Connor, in quanto io sono atea e vivo da Dio (scusate il gioco di parole), e non penso proprio di essere vuota e senza sentimenti.

Altra nota stonata sta nella perspicacia di Tarwater che risulta alquanto inverosimile, pur nel contesto di una vicenda esasperatamente improbabile come questa; come fa Tarwater, cresciuto esclusivamente alla mercé del prozio, a realizzare che si tratta di un folle? Tarwater non ha avuto altri stimoli, altri contatti umani al di fuori del profeta, dunque mi chiedo come sia possibile che un ragazzo che non conosce neanche il telefono _”Meeks scompose la macchinetta in due parti e ne tenne una contro la testa mentre faceva girare un dito sull’altra parte.”_ possa giudicare tanto lucidamente la pazzia del suo precettore.
Questa l’unica critica che posso muovere all’autrice.

Comunque, una cosa è certa: non vedo l’ora di leggere i suoi racconti.

Voto: ★★★★

FlanneryOConnor

Lunedì narrativa: Neve

Orhan Pamuk, scrittore turco, premio Nobel per la letteratura, anno 2006, è l’autore del romanzo Neve (2002), ed è anche il narratore della storia; nei panni di se stesso, Pamuk ripercorre le vicende legate all’immaginario amico Ka, ormai scomparso, per poterne scrivere un libro, questo libro.

Romanzo dai connotati tragici e malinconici, Neve affronta temi complessi accompagnati da atmosfere oniriche e sonnolente, alternate ad una caotica degenerazione di eventi quanto mai dispersiva.
È un romanzo introspettivo dal contesto multi-attivo; tutte le vicende politiche cui assistiamo durante il soggiorno di Ka, sono una semplice mise ensemble per il protagonista.

Kars: la povertà e il provincialismo

Dopo un lungo periodo all’estero, Ka, poeta turco esule in Germania, torna a Istanbul per i funerali della madre. Qui, venuto a conoscenza del divorzio tra Muhtar e la bella Ipek, sua compagna di studi ai tempi dell’università, decide di andare a Kars, una piccola cittadina di confine, con la scusa di scrivere un articolo sulle imminenti elezioni comunali e sui suicidi di alcune ragazze turche che sembrano connessi al divieto di portare il velo nelle università.
Una volta a Kars, Ka, visto come un importante personaggio del mondo turco in occidente, viene accolto ovunque a braccia aperte; tutti lo vogliono dalla loro parte, tutti vogliono farsi conoscere, tutti vogliono la sua attenzione: Serdar, il direttore del giornale locale, Muhtar, il leader del partito musulmano, lo sceicco Effendi, profeta di un Islam pacifico, Blu, fuggiasco integralista.
Ma l’unica cosa che interessa Ka è Ipek, la donna che crede di aver sognato per tutti quegli anni, e della quale si innamora immediatamente. Neanche il colpo di stato che si verifica quella sera, al Teatro Nazionale da parte del gruppo teatrale di Sunay, intacca la felicità di Ka, il cui unico scopo è diventato quello di portare con sé Ipek a Francoforte, utopica isola della loro felicità.
Contro la sua volontà, Ka si ritrova coinvolto nel caos politico della cittadina: da una parte c’è Sunay, attore megalomane che si vanta del suo piccolo golpe come di un primo passo verso il progresso e l’occidentalizzazione del popolo ignorante e retrogrado di Kars, dall’altra c’è Blu, che coinvolge Ka nella sua lotta all’occidente.
Ka accetta suo malgrado la veste di mediatore affidatagli coattamente in questo gioco al potere, al quale però non presta minimamente caso perché perennemente incentrato sul suo amore per Ipek.
Ma quando scopre che la donna è stata l’amante di Blu, ruolo adesso ricoperto da Kadife, giovane sorella di Ipek, Ka si ritrova coinvolto in una spirale di odio e gelosia che finisce per distruggere tutto ciò che ha faticosamente costruito a Kars.

Kar: il silenzio, la poesia e Allah

” Il silenzio della neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato « silenzio della neve » ciò che sentiva dentro. “

La neve che scende, lenta, inesorabile, silenziosa, persistente, è l’unica vera costante di questo romanzo, non a caso intitolato Neve ( Kar, in turco ).
È la neve che ispira a Ka la sua prima poesia dopo anni di vuoto; è la neve che, bloccando le strade, permette a Ka di vivere i tre giorni più intensi della sua vita; è la neve che gioca da condicio sine qua non, la condizione grazie alla quale viene messo in scena il piccolo golpe di Kars.
La neve è la coprotagonista, prepotente, di questa storia.

La neve, il cui incessante fluire viene continuamente ricordato al lettore, detiene un potere mistico, a tratti salvifico: il suo candore e la sua pace lasciano ispirato Ka, che di getto scrive la prima delle diciannove poesie che comporrà in due giorni nella cittadina turca. La neve svela i segreti della vita a Ka.

Ma da dove viene il mistero della neve e della poesia? Forse è tutto merito di Allah.
La neve rende Ka partecipe alle sofferenze del suo popolo, la sua miseria e povertà, ma anche alla speranza, al credo comune che ci sia un qualcosa di superiore alle loro vite che li guida, un dio benefico nonostante tutto.
Ka è ateo, ma durante il suo soggiorno a Kars, grazie alla neve, al suo bisogno disperato dell’amore di Ipek, contagiato dal desiderio di complicità in una fede genuina ed ingenua, vivrà attimi di patetismo religioso, subito poi accantonato.

Ka: solitudine e identità

Ka è un personaggio incerto, indeciso, a tratti patetico: una sorta di sognatore dostoevskijano dai lineamenti dell’inetto di Svevo. Ka vive di ricordi sconnessi, ma soprattutto di sensazioni instabili, dettate dal momento. In ogni ambiente in cui viene coinvolto, si lascia trascinare dall’entusiasmo che lo circonda, come in balia del mare, sospinto da correnti opposte: ora, nella cerchia dello sceicco Effendi, si sente contagiato dalla bellezza e dall’amore per Allah; poi, nel covo di Sunay, dopo un’eclatante apologia sul potere salvifico dell’arte, si sente affascinato dalla, se pur a tratti ridicola, supremazia politica dell’attore e prova ammirazione per sua la figura carismatica.

Ma perché Ka è così incerto sulla sua identità? Da cosa deriva questo bisogno di conformarsi agli altri? Da un’esasperante solitudine che lo attanaglia costantemente.
Nonostante i suoi sforzi di sentirsi parte di una comunità, di qualsiasi tipo essa si tratti, Ka non riesce a superare quella naturale distanza che separa gli esseri umani. Ka si sente solo, perduto. Il compromesso non è possibile, neanche tramite l’amore.

Il suo rapporto con l’amore è infatti complicato; da un lato esso rappresenta la fonte della felicità estrema, è la chimera da realizzare a tutti i costi, l’unica potenza in grado di salvare dalla solitudine. Dall’altro è un sentimento oscuro proprio in virtù di questa sua potenza: alle gioie dell’amore si affiancano i dubbi dell’insicurezza, della paura e della gelosia.

“Che cos’è che distingue il dolore dell’attesa dall’amore?”

L’amore per Ka è qualcosa cui aggrapparsi disperatamente, senza il quale la vita resta vuota nella sua miseria e solitudine.

Conclusioni

Con questo personaggio stralunato, Orhan Pamuk vorrebbe gettare le basi per un’analisi sull’identità, sulle problematiche della cultura del mondo turco di ieri e di oggi, sulle differenze tra Europa e Islam, tra religione e stato, senza però arrivare a una sintesi.
Più che un confronto, si tratta di un vero e proprio scontro tra oriente e occidente, in quanto le parti risultano impari e affatto inclini al confronto; i turchi raffigurati da Pamuk sono costantemente divisi tra l’orgoglio della propria dignità culturale ed il senso di inadeguatezza che da esso ne deriva.
Come se il sinonimo di ‘moderno’ fosse automaticamente ‘Europa’, ecco che da un lato vi sono i turchi che vogliono modernizzarsi per non doversi più sentire inferiori, dall’altro i turchi che vogliono restare ben saldi alle loro radici, aggrappandosi caparbiamente a questa “inferiorità” che pensano derivi dal mondo occidentale.
Una cosa è certa, in Neve i pregiudizi non mancano. Per questo ho parlato di scontro. I personaggi di Kars parlano degli europei come di persone che si credono superiori nei loro confronti, senza in realtà aver mai messo piede in Europa. Come sotto una cappa di paranoia e vergogna, vivono contro o in virtù del pensiero europeo nei loro confronti.

Altro tema mal gestito da Pamuk è la questione del velo. La vicenda si apre proprio su questo tema; a seguito della “modernizzazione” e laicizzazione dello stato turco, viene vietato alle ragazze col velo di frequentare l’università. Alcune si suicidano, mettendo in evidenza il paradosso che deriva tra la scelta di peccare scoprendosi la testa oppure suicidandosi. A seguito di questo palese controsenso si cercano le ragioni più recondite di questi suicidi; le ragazze musulmane si uccidono perché rifiutano di togliersi il chador? Perché vengono costrette dalle famiglie a sposare uomini che non amano? Perché vengono maltrattate e picchiate dai loro mariti? Perché soffrono, sono infelici? O come ultimo atto di prevaricazione nei confronti della cultura maschilista dell’Islam? Queste domande restano senza risposta perché l’autore decide di soffermarsi su Ka, solo su Ka.
Peccato, perché poteva essere un argomento molto interessante, così come i molti altri che Pamuk lancia al lettore, ma che alla fine decide di non sviluppare a dovere.

I numerosi avvenimenti che si succedono nel giro di poche ore, condensati tra le meditazioni personali di Ka, i molteplici spunti di riflessione a cui non viene lasciato spazio, e lo stile estremamente denso di Pamuk, rendono questo romanzo non poco complesso, a tratti pesante e molto lento.
Si può fare decisamente di meglio.

Voto: ★★