I brividi del venerdì: L’uomo che amava i fiori _Ciclo di Halloween

Buonasera lettori.
Siamo giunti all’ultimo capitolo di questo ciclo di Halloween 2015, ed io mi chiedo, ma secondo voi, poteva forse mancare un racconto del re dell’horror?!
No, appunto.

In un tardo pomeriggio del maggio 1963, un giovanotto con la mano in tasca camminava spedito lungo la Terza Strada, a New York. L’aria era dolce e gradevole, il cielo si andava oscurando a poco a poco dall’azzurro al calmo e splendido viola del tramonto. Ci sono persone che amano la città, e quella era appunto una serata che induceva ad amarla. Sembrava che tutti coloro che sostavano sulla soglia delle rosticcerie, delle tintore o dei ristoranti sorridessero. Una vecchia signora che spingeva una vecchia carrozzina da neonato con dentro due borse della spesa sorrise al giovanotto e lo apostrofò: “Ciao, bello!” Il giovanotto le rivolse un mezzo sorriso poi agitò la mano in un saluto.
Lei passò oltre, pensando: è innamorato.
Lui dava quell’impressione, infatti. Indossava un vestito grigio chiaro, la cravatta poco allentata, il colletto della camicia sbottonato. I capelli scuri erano tagliati corti. La carnagione era chiara, gli occhi celesti. Una faccia che non aveva niente di straordinario, ma in quella dolce serata primaverile, lungo quel viale, nel maggio del 1963, il giovane era bello, e la vecchia, in un momento di dolce nostalgia, si ritrovò a pensare che in primavera chiunque può essere bello…se si affretta incontro alla persona dei suoi sogni, per andare a cena e poi magari a ballare. La primavera è l’unica stagione in cui sembrava che la nostalgia non diventi mai amara, e lei continuò per la strada, contenta d’avergli rivolto la parola e contenta che lui avesse ricambiato il complimento, alzando la mano in un mezzo saluto.
Il giovane attraversò la Sessantatreesima, camminando con un che di elastico nel passo e sempre con quel mezzo sorriso sulle labbra. Verso la metà dell’isolato, un vecchio stava accanto a un carrettino verde carico di fiori: il colore predominante era il giallo, quello febbrile della giunchiglia e dei crocus tardivi. Il vecchio aveva anche dei garofani e alcune rose tea di serra, anche quelle gialline. Sgranocchiava un pretzel e ascoltava una radiolina a transistor posata su un angolo della bancarella.
La radio riversava cattive notizie che nessuno ascoltava: un assassino armato di martello era tuttora latitante; JFK aveva dichiarato che la situazione nel Vietnam, una nazione asiatica, richiedeva una vigile attenzione; una donna non identificata era stata ripescata dall’East River; una giuria non aveva condannato un re del crimine nella guerra che l’amministrazione civica stava conducendo contro la droga; i russi avevano fatto esplodere un ordigno nucleare. Niente di tutto questo sembrava reale, niente sembrava importante. L’aria era dolce e profumata. Due panciuti bevitori di birra sostavano davanti a un negozio di fornaio, lanciando monetine e scambiandosi frecciate. La primavera tremolava sull’orlo dell’estate e, in città, l’estate è la stagione dei sogni.
Il giovanotto oltrepassò il fioraio e il suono della radio si affievolì. Lui esitò, si voltò e parve ripensarci. Rimise la mano nella tasca della giacca e stette un poco a giocherellare con qualcosa. Per un momento la sua faccia sembrò perplessa, solitaria, quasi tormentata; poi, mentre la mano usciva dalla tasca, ritrovò l’espressione di ansiosa attesa.
Il giovane si girò verso il carrettino del fioraio, sorridendo. Le avrebbe portato dei fiori, e questo l’avrebbe fatta contenta. Amava vedere che gli occhi le si illuminavano per la sorpresa e per la gioia quando le faceva un’improvvisata: piccole cose, perché era tutt’altro che ricco. Una scatola di cioccolatini. Un braccialetto. Una volta, soltanto un sacchetto di arance di Valencia, perché sapeva che erano le preferite di Norma.
“Mio giovane amico,” disse il fioraio, vedendo che il giovane vestito di grigio tornava sui suoi passi, facendo scorrere lo sguardo sulla merce esposta. Il venditore di fiori era sui sessantotto anni, indossava un vecchio maglione grigio e portava un basco, nonostante il tepore della serata. La sua faccia era una mappa di rughe, i suoi occhi affondavano nelle borse e una sigaretta gli ballonzolava tra le dita. Ma ricordava anche lui che cosa voleva dire essere giovani in primavera: giovani e così innamorati da camminare quasi senza toccare terra. Di solito la faccia di quel fioraio era acida, ma ora l’uomo sorrideva un poco, proprio come aveva sorriso la vecchietta con le borse della spesa, perché quel giovanotto era un caso che dava nell’occhio. Si scosse via qualche briciola di pretzel dal maglione sformato e pensò: se l’amore fosse una malattia, questo figliolo l’avrebbero già ricoverato d’urgenza.
“Quanto vengono, questi fiori?” chiese il giovanotto.
“Le farò un bel bouquet per un dollaro. Quelle rose tea, invece, sono di serra. Costano un po’ di più, settanta centesimi l’una. Posso dargliene sei per tre dollari e cinquanta.”
“Un po’ care,” disse il giovane.
“Le cose belle si pagano, mio giovane amico. Non gliel’ha insegnato sua madre?”
Il giovanotto sorrise. ” Sì, può darsi che me l’abbia accennato.”
“Certo. È sicuro che l’ha fatto. Gliene darò mezza dozzina, due rosse, due bianche e due gialle. Che cosa potrei fare, più di così? Ci metterò anche un po’ di capelvenere – a loro piace, sa – e magari un po’ di felce, per riempire. Bene. Oppure può prendere il bouquet, per un dollaro.”
“A loro?” chiese il giovane, sempre sorridendo.
“Mio giovane amico,” rispose il venditore di fiori, gettando il mozzicone sul marciapiede e ricambiando il sorriso, “nessuno compera fiori per sé, in maggio. È come una legge nazionale, capito che cosa voglio dire?”
Il giovanotto pensò a Norma, ai suoi occhi felici e sorpresi, al suo sorriso dolce, e piegò un poco la testa. “Sì, credo di sì,” rispose.
“Ha capito e come! Allora, cosa decide?”
“Be’, lei cosa ne pensa?”
“Glielo dico subito, quello che penso. Ehi! Il consiglio è gratis, vero?”
Il giovane sorrise: “Credo sia la sola cosa che ancora lo sia.”
“Dice proprio bene, purtroppo,” replicò il fioraio. “Bene, mio giovane amico. Se i fiori sono per sua madre, le porti il bouquet. Qualche giunchiglia, qualche croco, qualche altro fiorellino di campo. Lei non rovinerà tutto, dicendo: ‘Oh, caro, che belli, quanto costano, ma sei matto a buttare via i soldi in quel modo?'”
Il giovane gettò indietro la testa rise.
“Ma se sono per la sua ragazza,” continuò il venditore, “allora la cosa è diversa, figlio mio, e lei lo sa. Le porti le rose e vedrà che non si trasformerà in un contabile, capito quello che voglio dire? Le butterà le braccia al collo, invece…”
“Prendo le rose,” decise il giovanotto, e stavolta fu il fioraio a scoppiare a ridere. I due uomini che stavano giocando sul marciapiede guardarono verso il carrettino e sorrisero.
“Ehi, figliolo!” gridò uno dei due. “Vuoi comprare un anello matrimoniale per pochi soldi? Ti vendo il mio…io non lo voglio più.”
Il giovanotto sorrise e arrossì fino alla radice dei capelli.
Il fioraio scelse sei rose, tagliò a ciascuna un pezzo di gambo, le spruzzò d’acqua e le avvolse in un foglio messo a spirale.
“Stasera il tempo è proprio come lo vorremmo sempre,” diceva la radio. “Bello e dolce, temperatura sui ventitre gradi, perfetto per salire a contemplare le stelle dal tetto di casa, per chi è romantico.”
Il fioraio fermò con lo scotch l’ultimo angolino angolino del foglio e raccomandò al giovanotto di dire alla sua bella che un po’ di zucchero aggiunto all’acqua del vaso le avrebbe fatte durare più a lungo.
“Glielo dirò,” promise il giovane. Porse un biglietto da cinque dollari. “Grazie.”
“Faccio solo il mio mestiere, mio giovane amico,” rispose il fioraio, dandogli un dollaro e mezzo di resto. Il suo sorriso divenne un po’ più triste. “Le dia un bacio da parte mia.”
Alla radio, il complesso Quattro Stagioni cominciò a cantare Sherry. Il giovanotto si mise in tasca il resto e proseguì lungo la strada, gli occhi grandi, attenti e ansiosi, guardando non tanto intorno a sé e alla vita che montava e rifluiva come una marea lungo la Terza Strada quanto internamente e nell’immediato futuro, pregustando il momento. Ma c’erano particolari che interferivano: una mamma che spingeva il suo piccolo dentro un passeggino, la faccia del piccolo comicamente sporca di gelato; una bimbetta che saltava la corda a tempo con una filastrocca. “Ab-barabbà-ciccì-cocò, tre civette sul comò…” Due donne ferme sulla porta di una lavanderia fumavano e paragonavano gravidanze. Un gruppo di uomini stava guardando, nella vetrina di un negozio di elettrodomestici, un gigantesco televisore a colori dal prezzo vertiginoso: alla TV trasmettevano una partita di baseball e tutte le facce dei giocatori apparivano verdi. Il campo di gioco era di un vago color fragola, e i Metropolitans di New York vincevano contro i Phillier per sei a uno.
Il giovane continuava a camminare, con i fiori in mano, ignaro che le due donne fuori della lavanderia avessero smesso per un attimo di chiacchierare e l’avessero guardato malinconicamente, mentre passava con il suo fascio di rose; i giorni in cui loro due ricevevano fiori erano passati da un pezzo. Né si accorse che un giovane vigile aveva fermato il traffico con un colpo di fischietto, all’incrocio tra la Terza e la Sessantanovesima, per dargli il tempo di attraversare; il vigile era a sua volta fidanzato e riconosceva l’espressione sognante sulla faccia del giovane per averla vista molto spesso nello specchio, ultimamente, quando si faceva la barba.
Arrivato alla Settantatreesima si fermò e svoltò a destra. Quella via era un poco più buia, vi si allineavano palazzine d’abitazione e ristoranti dai nomi italiani. Tre isolati più in giù, era in atto una partita di pallone, in un prato, nella luce morente. Il giovane non si spinse tanto in là; percorse un mezzo isolato e svoltò in uno stretto viottolo.
Ora le stelle erano apparse, con un luccichio tenue, e il viottolo era buio e pieno d’ombra; spiccavano qua e là le forme vaghe dei bidoni della spazzatura. Il giovane era solo, ora: cioè, no, non del tutto. Un gemito incerto si levava nella penombra sfumata di viola, e il giovane aggrottò la fronte. Era la serenata di un gatto in amore e non c’era niente di gradevole in quei versacci.
Si mise a camminare più lentamente, guardando l’orologio. Mancava un quarto alle otto e Norma doveva essere ormai…
Poi la scorse, che avanzava verso di lui dal cortile, con indosso calzoni di tela blu e una camicetta alla marinara che gli diede quasi una stretta al cuore. Era sempre una sorpresa vederla per la prima volta, era sempre un dolcissimo choc: sembrava così giovane.
Ora il sorriso gli si allargò, divenne radioso…ed egli affrettò il passo.
“Norma!” disse.
Lei guardò in su e sorrise…ma, come furono più vicini, il sorriso sbiadì.
Quello di lui tremolò un poco, ed egli avvertì un attimo di inquietudine. La faccia al disopra della camicetta alla marinara parve sbiadire, cancellarsi. Stava diventando buio, ora…possibile che lui si fosse sbagliato? No, sicuramente. Era Norma.
“Ti ho comperato dei fiori,” disse, con un felice senso di sollievo, e le porse il mazzo avvolto nella carta oleata.
Lei guardò i fiori per un attimo, sorrise…e li restituì.
“Grazie, ma si sbaglia,” disse. “Io mi chiamo…”
“Norma,” bisbigliò lui, ed estrasse il martello a manico corto dalla tasca della giacca, dove l’aveva tenuto fino a quel momento. “Sono per te, Norma…è stato sempre per te…tutto per te.”
Lei indietreggiò, la faccia una macchia bianca e rotonda, la bocca un nero e spalancato O di terrore, e non era Norma, Norma era morta, morta da dieci anni, ormai, e non aveva importanza perché lei ora stava per urlare ed egli calò il martello per fermare l’urlo, per uccidere l’urlo, e nel calare il martello il mazzo di rose gli sfuggì di mano, il foglio si ruppe e si aprì, lasciando cadere rose rosse, bianche e gialle accanto agli ammaccati bidoni dell’immondizia dove i gatti facevano l’amore nel buio, gridando in amore, gridando, gridando.
Calò il martello e lei non urlò, ma avrebbe potuto urlare perché non era Norma, nessuna di loro era Norma, ed egli calava il martello, calava il martello, calava il martello. Non era Norma e così lui vibrava colpi, come aveva fatto altre cinque volte.
Qualche indefinibile tempo dopo, fece scivolare il martello nella tasca interna della giacca e indietreggiò dall’ombra scura riversa sui ciottoli, dalle rose finite come pattume accanto ai bidoni. Si voltò e lasciò lo stretto viottolo. Era completamente buio, ormai. I ragazzi che giocavano a palla se n’erano andati. Se c’erano macchie di sangue sul suo vestito, non avrebbero dato nell’occhio, nel buio, nel buio dolce di quella primavera avanzata, e il nome di lei non era stato Norma, ma lui sapeva qual era il suo nome. Era…era…
Amore.
Il suo nome era amore, e lui camminava per quelle strade buie perché Norma lo stava aspettando. E lui l’avrebbe trovata. Un giorno o l’altro, presto.
Ricominciò a sorridere. Il passo gli ritornò elastico ed egli continuò a camminare lungo la Settantatreesima Strada. Una coppia di coniugi di mezz’età sedeva sui gradini di casa, all’esterno. Lo guardarono passare, la testa un po’ piegata da un lato, lo sguardo perduto nella distanza, un mezzo sorriso sulle labbra. Dopo che era passato, la donna disse: “Com’è che tu non l’hai più quell’aria lì?”
“Eh?”
“Niente,” disse lei, ma rimase a guardare il giovane vestito di grigio sparire nella tenebra della notte ormai fonda e intanto pensava che, se c’era qualcosa di più bello della primavera, era l’amore giovane.

L’uomo che amava i fiori _ Stephen King

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I brividi del venerdì: Stagioni diverse

Stagioni diverse è una raccolta di racconti di Stephen King, famosa per aver ispirato film di successo quali “Le ali della libertà”, “L’allievo” e “Stand by me”.
Il libro si compone di quattro lunghi racconti, scritti in periodi diversi, tra la stesura di un romanzo e l’altro, suddivisi secondo le quattro stagioni.

L’eterna primavera della speranza

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank è il primo racconto che apre il volume. La storia è quella di Andy Dufresne, ex banchiere che, accusato del duplice omicidio della moglie e del suo amante, finisce condannato all’ergastolo nel penitenziario di Shawshank.
Nonostante la dura vita del carcere, dove agli abusi dei compagni di reclusione, si aggiungono quelli dei secondini, Andy Dufresne riesce a mantenere un atteggiamento sereno e dignitoso, scatenando ora l’ammirazione, ora l’invidia di chi riesce a scorgere in lui la grande forza d’animo che lo caratterizza.
A narrare le vicende di Dufresne è un altro recluso, Red, colui il quale riesce a procurare ogni genere di merce ai detenuti; è proprio in virtù di questo suo “servizio” che entra in contatto per la prima volta con Andy, tra le cui richieste vi sono un martello da minerali ed un poster a grandezza umana dell’attrice Rita Hayworth.
Col passare degli anni, Andy diventa una figura “importante” all’interno del penitenziario, dove si occupa della gestione della biblioteca interna e della revisione fiscale dei dipendenti _direttore compreso_ procurandosi la stima di tutti.
Quando però, tramite vie traverse, riemergono nuovi fatti sul caso di Dufresne, il direttore manifesta un inatteso odio per il detenuto modello, rifiutandosi di riaprire il caso.
Andy cerca allora un modo alternativo per riprendersi ciò che gli spetta: la sua libertà.

Critica:
Sebbene Andy Dufresne sia un personaggio carismatico e a dir poco eccezionale, riuscendo così ad accaparrarsi la simpatia del lettore, è altresì un personaggio fantastico, in ogni senso; così, anche la sua storia, che viene sicuramente narrata in modo accattivante, risulta troppo incredibile a causa di un finale ai limiti della verosimiglianza.

L’estate della corruzione

Un ragazzo sveglio racconta il malsano legame che unisce un ex comandante delle SS ed un ragazzino affascinato dal nazismo.

Todd Bowden entra in contatto quasi per caso con l’ex nazista Kurt Dussander, ora Arthur Denker, ed è deciso ad estrapolare quanti più particolari sadici il vecchio Dussander possa raccontare. Inizialmente l’uomo si rifiuta di prendere parte a questo orrido gioco del ragazzino, ma si ritrova costretto a soddisfare la macabra curiosità di Todd, e così tutto ha inizio; ogni giorno, dopo la scuola, mentre il vecchio racconta restio le indicibili torture inflitte agli ebrei, Todd ascolta assorto e deliziato i racconti dei campi di sterminio, un boccone di ciambella dopo l’altro.
Ma col passare del tempo quest’oscura rievocazione finisce per intaccare l’equilibrio mentale di entrambi: da un lato, un vecchio che era riuscito a seppellire il ricordo degli orrori commessi, riassapora il gusto del potere e del male, dall’altro, un ragazzino che, nonostante l’insana curiosità morbosa che l’ha spinto a conoscere ogni dettaglio raccapricciante, adesso viene tormentato dagli incubi.
La situazione si evolve in un processo esplosivo, mentre il rapporto tra i due si fa sempre più claustrofobico.

Critica:
Un ragazzo sveglio è il racconto più lungo del volume, tanto da poter essere tranquillamente definito un romanzo breve, ed il migliore dei quattro; la trovata originale dell’autore di porre a confronto il male di ieri con il male di oggi, l’atmosfera macabra e raccapricciante a cui riesce a dar vita, la descrizione e lo studio dell’evolversi della psicopatia sadico-sessuale che caratterizza Todd, l’arguzia del ragazzino nel nascondere il suo reale rapporto con Dussander ai genitori, e l’incapacità, volenti o nolenti, dei suddetti nel rendersi conto che hanno dato la vita a un mostro, tutti questi elementi riescono a dar vita ad un vero e magnifico racconto dell’orrore, tanto da poter disgustare e far rabbrividire chi legge.

L’autunno dell’innocenza

Il corpo si potrebbe definire un racconto di formazione.
Quattro ragazzini vengono a sapere del cadavere di un coetaneo ritrovato a qualche miglia dalla cittadina in cui vivono e decidono di andarlo a vedere con i propri occhi, prima che le autorità ne vengano a conoscenza.
Intraprendono così un viaggio, all’insaputa di tutti, verso il corpo; per arrivarci dovranno superare la discarica di Milo e del suo temibile cane, percorrere il ponte di rotaie che divide le due sponde, sopportare la canicola estiva ed il temporale, e altro ancora.
Alla fine di tutto, qualunque sia stato il risultato, si rendono conto di aver detto irrimediabilmente addio all’infanzia.

Critica:
È un racconto piacevole, sì, ma niente a che vedere con le aspettative che mi ero creata; è un viaggio di iniziazione in cui succede poco o niente in termini di horror e di suspense.
Le intromissioni dei racconti del narratore adulto, che praticamente niente hanno a che fare con la storia, mi hanno sinceramente infastidita, e la morte del ragazzo è impossibile da un punto di vista fisico: un treno ti travolge e riesce a scalfirti mezza faccia, prenderti le scarpe ma non i piedi? Mi pare tecnicamente astruso, oltre che infattibile.
Ciò che più si apprezza però è l’esperienza del viaggio in se stessa: le descrizioni, la ricostruzione di un ricordo, di un’avventura preadolescenziale, vissuta alla fine di una calda estate anno1960. Tutto grida all’avventura, ma come ho scritto sopra, poco all’elemento fantastico.

Una storia d’inverno

L’ultimo racconto, Il metodo di respirazione, tratta di un misterioso club, al quale il narratore prende parte, dove si raccontano storie di ogni genere, le più particolari, però, solo poco prima di Natale. Così, in un racconto nel racconto, ci viene narrata l’incredibile storia di uno dei soci del club che, durante la sua professione di medico, ha assistito ad un parto sovrannaturale.

Critica:
Il metodo di respirazione è il racconto leggermente più scialbo del libro, e quello in cui la componente fantastica è più presente.
Con il trucco della storia nella storia, King sembra semplicemente voler allungare la storia o fondere due racconti che altrimenti non avrebbero niente in comune, ma il risultato non è dei migliori dell’autore; la prima parte, quella che svolge la funzione di cornice, inerente al club sarebbe risultata un bel racconto, se solo lo scrittore si fosse preso la briga di impegnarcisi appena un po’, mentre la storia di Natale del dottor McCarron, risulta più tragica che “paurosa”, nonostante l’elemento fantastico.

Conclusioni

Nonostante i pro e i contro, nonostante le aspettative molto elevate che nutrivo, Stagioni diverse è una bella (scusate la banalità del termine) raccolta; la prosa di King, nonostante non sia certo paragonabile a quella di un ben più poetico Carver o Maupassant, risulta comunque scorrevole, a volte fin troppo prolissa, ma decisamente appropriata a ciò che lo scrittore racconta.
Lo stesso King, nella postfazione, ammette di non essere certo il migliore e di non saper trascendere dall’elemento noir, ma sicuramente ce la mette sempre tutta, e noi lo apprezziamo per questo.

In quasi tutte queste storie poi è presente il solito crossover a cui spesso ricorre King (vi basta pensare a una parola: Castle Rock, e avrete tutto chiaro).

Una doverosa critica va alla casa editrice, che dovrebbe rivedere la traduzione un po’ antiquata e impregnata di orrori errori grammaticali _ ah, il congiuntivo, questo sconosciuto! _

Voto: ★★★

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte_ Il Fotocane _ Ciclo di Halloween

Nel caso non ve ne foste accorti, stanotte è Halloween! Avete preparato i costumi da indossare? E i sacchetti in cui mettere i dolcetti? E la fotocamera/i-phone con cui scattare le foto della serata? Sì? Bene, ma state attenti.
Se al posto del vostro amico ubriaco dovesse apparirvi raffigurato un enorme cane nero…datemi retta…SCAPPATE!

 

 Il Fotocane

Per il giorno del suo quindicesimo compleanno, Kevin riceve in regalo la tanto desiderata macchina fotografica e subito decide di inaugurarla con un ritratto di famiglia. Mr e Mrs Delevan e la sorellina Megan si mettono in posa, un bel sorriso e click! La foto viene sputata fuori dalla polaroid, ma invece della famiglia attorno alla torta, i Delevan si ritrovano a fissare un cane nero davanti ad un vecchio steccato bianco. Che diavoleria è mai questa? Che sia un difetto? Uno strano scherzo? Kevin continua a scattare foto, a vari soggetti in posti diversi, ma il risultato è sempre lo stesso: il cane nero davanti allo steccato.
Desideroso di scoprire cosa si cela dietro quello strano fenomeno, Kevin porta la sua Sun 660 al negozio di Pop Merrill, una sorta di factotum della città. Ma nemmeno Pop è in grado di svelare il mistero che si cela dietro la macchina fotografica. Osservando meglio le foto, però, Pop e Kevin scorgono qualcosa di strabiliante: il cane della foto non è fermo! È un cambiamento impercettibile eppure evidente: foto dopo foto, il cane cambia posizione, fino a che non si accorge di essere fotografato. E allora inizia a mostrare i denti.
Kevin comincia a intuire il pericolo della macchina e decide di sbarazzarsi dell’oggetto prima che quell’essere mostruoso che si cela al suo interno si sbarazzi di lui. Ma Pop ha in mente altri progetti…

Quattro dopo mezzanotte, caveat emptor

Il fotocane è un racconto ambientato a Castle Rock, vi dice niente?
Come spiega King nell’introduzione, Il fotocane è una sorta di punto d’incontro tra due romanzi: Cujo e Cose preziose.
Durante l’arco del racconto, infatti, il fotocane viene paragonato ad un altro cane, un sanbernardo per la precisione, famoso nella cittadina per aver provocato morte e scompiglio, Cujo, appunto.
Qui il riferimento è palese, mentre per quanto riguarda Cose preziose è molto più latente, anche perché ai tempi della stesura del racconto, il romanzo non era ancora stato pubblicato.
Ne Il fotocane facciamo così, per la prima volta, conoscenza con lo sceriffo Pangborn, Polly e Pop Merrill, che risulta essere lo zio di Ace in Cose preziose.
La tecnica del crossover è spesso usata da Stephen King, che si diverte nell’intrecciare tra loro fatti/personaggi/luoghi di diversi romanzi; personalmente ‘odi et amo’ questo espediente narrativo perché se da un lato provo una sorta di esaltazione nel riconoscere e rincontrare vecchi personaggi, dall’altro mi innervosisce quando i fatti di cui si parla sono avvenuti in romanzi che ancora non ho letto (in questo caso Cujo).

Altra peculiarità di King è la modalità con la quale si ha la rottura dell’equilibrio iniziale dei personaggi; due, infatti, sono le situazioni che solitamente portano il protagonista alla complicazione della storia: o il tizio in questione se la va letteralmente a cercare (e allora vien da sé che se lo merita), oppure il tizio è semplicemente un povero sfigato che, meramente per caso, si ritrova ad aver a che fare con orribili avversità ( al che, un pensiero spontaneo subito emerge: “ma perché, poveraccio, proprio a lui?”)
E’ il caso di Kevin, quindicenne con la testa a posto, che, come regalo di compleanno, si ritrova tra le mani una macchina “stregata” molto pericolosa.
Rientra invece nella prima categoria Pop Merrill; avido strozzino e furbo come una faina, Pop decide di tenersi la macchina per avidità, sperando di venderla a qualche stralunato appassionato di esoterismo, ma sfortunatamente per lui nessuno sembra interessato.
Pop è persino consapevole del pericolo della macchina ma non gli importa. L’unica cosa che conta sono i soldi. È abbastanza scontato che da agente diventi agito, succube della malia della macchina che ormai è sempre più potente.

Di nuovo, poi, come in Il Poliziotto della Biblioteca, notiamo come i sogni siano la chiave ricorrente di King per permettere al protagonista di trovare la soluzione al suo problema; è proprio grazie ai suoi incubi se Kevin riesce a capire come fermare il fotocane.
D’altronde, la notte porta consiglio, no?

Conclusioni

Dopo ben tre lunghi (e quando dico lunghi, intendo lunghi) racconti, devo ammettere che ho fatto fatica a leggere quest’ultima storia; non perché non fosse meritevole come le altre, ma forse arrivare a quota quattro, tutto di seguito, è stato troppo per me. Devo ammettere comunque che è stato il racconto che mi ha coinvolto di meno.
I migliori restano senz’altro I langolieri e Finestra segreta, giardino segreto.

Voto: ★★★

Il ciclo di Halloween dei “brividi del venerdì” finisce qui ( alleluia!). Mi raccomando, divertitevi stanotte, recitate ‘trick or treat’, ma non fate troppo tardi: dopo la mezzanotte possono accadere fatti strani e misteriosi!
Buonanotte e sogni…da paura! 😉

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte _ Il Poliziotto della Biblioteca _ Ciclo di Halloween

Per un lettore credo non esista posto più bello di una biblioteca. Un luogo sicuro, calmo, silenzioso, dove fantasia e realtà diventano magicamente un tutt’uno. Ma cosa succede se la biblioteca in questione si rivela un luogo oscuro, tetro, abitato da spaventosi spettri del passato che dimorano in silenzio, in attesa di cibarsi delle tue paure?

Il Poliziotto della Biblioteca

Su consiglio della bella segretaria Naomi, Sam si reca alla biblioteca pubblica di Junction City alla ricerca di un libro che lo aiuti nel redigere il discorso che dovrà tenere presso il noto circolo del Rotary Club la sera stessa. Sam non va spesso in biblioteca, anzi mai, ma quella in particolare istintivamente non gli piace: l’atmosfera fredda e austera, gli alti soffitti scuri e il silenzio mortale che vi regna, lasciano dentro di lui una sensazione di gelido timore; ad aumentare il suo disagio sono i manifesti terrificanti appesi nella sezione dei ragazzi. Uno in particolare evoca in lui un senso di atavico terrore: il manifesto che avverte di riportare i libri in tempo se non si vuole avere a che fare con la polizia bibliotecaria. Però, che idiozia! Non esiste una polizia bibliotecaria! Eppure, quell’uomo minaccioso ritratto nel manifesto è capace di inquietare Sam fin nel midollo.
La conoscenza con Ardelia Lorz, la bibliotecaria, non migliora certo le sue prime impressioni: una vecchia signora che sorride con le labbra, ma dallo sguardo di ghiaccio, faziosamente gentile e compita che non accetta di essere contraddetta. Una vecchia arpia, insomma.

Il discorso di Sam è un successo clamoroso e nei giorni successivi il pensiero dei libri e della biblioteca è ben lontano da lui, preso com’è dal suo lavoro e i suoi impegni. Ma il messaggio di Ardelia Lorz nella segreteria telefonica di Sam gli ricorda che il termine è scaduto, e il poliziotto della biblioteca non tarda a presentarsi a casa sua. Alto come un colosso, bianco come un cadavere, lo sguardo truce e una cicatrice sotto l’occhio, il poliziotto del manifesto è adesso in carne ed ossa a casa di Sam. Il suo aspetto minaccioso non inganna sulle sue intenzioni. Sam dovrà riconsegnare i libri alla biblioteca o il coltello che tiene in mano finirà presto nella sua gola.
Letteralmente terrorizzato, Sam comincia a cercare i libri ovunque ma non riesce a trovarli da nessuna parte; cerca di fare mente locale e finalmente ricorda dove li ha messi: nella scatola in cui tiene i giornali vecchi che Dave Duncan, il barbone alcolizzato della città, raccoglie e porta alla discarica ogni settimana, per racimolare qualche soldo.
I libri sono definitivamente perduti e Sam è in preda al panico all’idea di dover riaffrontare il poliziotto della biblioteca. Ma chi sono lui e Ardelia Lorz? Perché le persone a cui chiede informazioni sulla donna cominciano a urlare sgomente?
L’unico a sapere qualcosa è proprio il vecchio Dave Duncan, e solo lui e Naomi possono aiutarlo. Sam ancora non lo sa, ma presto dovrà affrontare una presenza malefica che ha a che fare con il suo passato e le sue paure più recondite.

Le tre di notte: vieni con me, figliolo…fono un poliziotto

Il Poliziotto della Biblioteca è un racconto “multistrato”, in cui due sono i principali nuclei narrativi: la storia che ruota attorno a Sam e quella che si incentra su Dave.
Due episodi evidentemente diversi che si intersecano goffamente tra loro: da una parte Sam e il suo Poliziotto della Biblioteca, dall’altra Dave e la malefica Ardelia.
King utilizza lo stratagemma della ‘storia nella storia’ per convogliare le due vicende in un unico racconto, espediente a cui l’autore ricorre altre volte, ma con il quale stavolta fa cilecca.
Il risultato infatti, almeno a parer mio, è un po’ disastrato: anche accettando questo connubio generale, si percepisce una disomogeneità globale dell’opera; due storie troppo dissimili per amalgamarsi, che finiscono solamente per cozzare l’una contro l’altra.

Schematizzando il racconto viene fuori una struttura di questo genere:
Sam si reca in biblioteca- Sam conosce Ardelia Lorz- Il manifesto del poliziotto della biblioteca fa riaffiorare paure infantili di Sam- Sam perde i libri- Dave è il responsabile- Il poliziotto della biblioteca fa visita a Sam -Sam si reca da Dave- Dave racconta di Ardelia e la sua storia- Sam ricorda l’uomo-talpa, il suo poliziotto della biblioteca- Dave, Sam e Naomi vanno alla biblioteca per combattere Ardelia.- Ardelia vuole Sam – Sam sconfigge il suo poliziotto della biblioteca e Ardelia.

Insomma, le sequenze narrative hanno un che di forzato, prive di un legante concreto _ vi basti pensare al fatto che l’unico trait d’union delle due vicende è la semplice conoscenza tra Sam e Dave _.

Il poliziotto personale di Sam è l’uomo-talpa, un uomo che, dichiarandosi poliziotto della biblioteca, violenta il piccolo Sam, ma il poliziotto della biblioteca raffigurato sul manifesto ad opera di Dave è completamente diverso. Allora mi chiedo: come diavolo fa Sam a collegare istintivamente due figure tanto diverse? È solo la formula magica “poliziotto della biblioteca” a riaprire in lui il varco con un passato tanto doloroso e ormai rimosso? Probabilmente, ma così si spezza quel legame, quel continuum tematico/narrativo che si andava formando col poliziotto del manifesto, un personaggio che di per sé bastava a rendere interessante la storia, e che invece finisce per essere solamente un figurante.

Il trauma infantile di Sam non ha niente a che fare con Ardelia Lorz: è questo che spezza la storia in due. E King si è sforzato di riunire i cocci.
I libri, poi, non sono altro che un semplice pretesto di Ardelia, e dello stesso King, per dare il via a tutto ciò che segue.

Che dire poi di Ardelia Lorz? Una figura losca, oscura, che detiene un fascino morboso sia su Dave che sul lettore. L’aura malefica e misteriosa che circondano Ardelia ed il timore superstizioso legato al suo nome, la rendono un personaggio intrigante e vincente.
Ma (perché c’è sempre un ‘ma’) King decide di optare per una scelta non poco demenziale; se Ardelia fosse stata una strega, un vampiro, un demone, quello che vi pare, sarebbe stata perfetta,
ma renderla una sorta di mostro alieno ha un che di trash spaventoso. Un alieno/insetto molliccio/ mutaforme? maddai! E’ una caduta di stile mostruosa!

Certo è che il bello di King è anche questo: fregarsene altamente di tutto e di tutti e spiazzare il lettore anche con trovate a dir poco kitsch.

Conclusioni

Il Poliziotto della Biblioteca parte non bene, ma benissimo. Poteva arrivare ad essere una storia veramente bella, ma, ahimè, King cade di tono (vabbè dai, ti perdono).
Di nuovo, come in Finestra segreta, giardino segreto, vi è quell’angoscia che attanaglia il lettore nel compartecipare allo stato emotivo ansiogeno che pervade il protagonista, impossibilitato nella sua corsa contro il tempo, alla ricerca di quei libri maledetti che possono costargli la vita (oltre che la sanità mentale).
Quindi, ordunque, lo consiglio? Nì. Non è un racconto imperdibile, ma nemmeno così pessimo; se siete fan/groupie/collezionisti dell’autore, viene da sé il monito/dovere interiore di leggerlo.
Comunque, in ultimo ma non ultimo, un doveroso accorgimento: la scena della violenza sul piccolo Sammy è descritta in modo orribilmente vivido e impietoso, indi astenersi se gentili d’animo e troppo sensibili.

Voto: ★★★

Bye.

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte. Finestra segreta, giardino segreto_Ciclo di Halloween

Rieccoci alle prese con Quattro dopo mezzanotte by Stephen King.
Quest’oggi parliamo di Finestra segreta, giardino segreto, forse più noto agli ingenui spettatori come Secret window.
Ebbene sì, Secret window non è altro che una scadente riproduzione cinematografica di questo racconto. Ma del film parlerò dopo.

Finestra segreta, giardino segreto

State dormendo beatamente sul divano di casa vostra quando un tizio mai visto né sentito bussa alla vostra porta e vi accusa di plagio. È quello che succede a Mortimer Rainey, scrittore di mediocre successo, reduce da una dolorosa separazione dalla sua ormai ex consorte Amy.
L’intransigente straniero lascia a Mortimer una copia del suo manoscritto, che si rivela praticamente identico al vecchio racconto di Mort, “Finestra segreta, Giardino segreto”.
La coincidenza è troppo straordinaria perché sia dovuta a un caso, ma Mort è sicuro che sia stato ill misterioso Shooter a copiarlo e non viceversa. Ma, come afferma John Shooter, servono le prove e Mort è in grado di dimostrare la paternità del racconto grazie alla data di pubblicazione su una rivista custodita nella sua vecchia casa di Derry.
Tre giorni sono il limite di tempo che Shooter concede a Mort perché recuperi la suddetta rivista, _a patto che esista!_ dopo di che Mort dovrà prepararsi al peggio.
Per avvalorare ulteriormente le sue minacce, Shooter uccide il gatto di Mort usandolo come promemoria. Contemporaneamente la casa di Derry finisce ridotta in cenere dalle fiamme di un incendio chiaramente doloso, e addio rivista.
È evidente che Mortimer è alle prese con un vero e proprio psicopatico.
Così chiede al vicino, Greg Carstairs, di controllare i movimenti di Shooter e di andare dal vecchio Tom Greenleaf che, passando col suo furgoncino, li ha visti parlare insieme e forse sa qualcosa su questo John Shooter, nazionalità Mississippi.
Nel frattempo Mort si reca a Derry, dove trova Amy e il suo nuovo compagno Ted, per parlare con la polizia e l’assicurazione.
Tra Mort e Ted non corre buon sangue, essendo quest’ultimo l’uomo che Mort ha sorpreso a letto con Amy mesi prima.
Concluse le formalità, Mort torna a Tashmore, dove Greg lo informa che Tom afferma di non aver visto nessuno assieme a lui. Perché Tom mente? Che Shooter lo abbia minacciato? Sarà bene parlare direttamente con Tom, ma prima Mort chiama il suo editore per chiedergli di farsi spedire la rivista sulla quale si trova il suo racconto. Prima finisce questa storia e meglio è. Ma quando Tom non si presenta a lavoro e Greg all’appuntamento che si erano dati, Mort capisce che è già troppo tardi.
Abbandonata su un sentiero nel bosco, Mort ritrova la macchina di Greg con dentro lui e il vecchio Tom, morti. Nel cranio di Greg e Tom, il cacciavite e l’ascia di Mort. Quel pazzo di Shooter è stato in casa sua! Ne è la prova il cappello nero di Shooter che trova sulla veranda di casa.
L’unica chance di salvarsi è la rivista. E finalmente arriva, ma…

Le due di notte. È Stagione di semina

In questo racconto di King ci troviamo alle prese con uno scrittore affetto da un disturbo dissociativo di identità e schizofrenia. Spunto già di per sé interessante, è reso ancora più accattivante da due fattori: 1. il fatto che fino alla fine non sappiamo che Mort Rainey e John Shooter sono in realtà la stessa persona; 2. la motivazione inconscia che spinge la coscienza di Mort a questa tremenda scissione della sua mente.
Perché, infatti, Mortimer Rainey, uomo che ha vissuto un’esistenza in fin dei conti normale, si ritrova all’improvviso a soffrire di una malattia mentale grave come un disturbo di personalità multipla?
Tutto ha origine da un episodio accaduto nella giovinezza di Mort; al college, Mortimer frequenta un corso di scrittura creativa in cui è uno dei più bravi, ma migliore di lui è il compagno John Kintner. Un racconto in particolare riscuote enorme successo nella classe, “Il corvo e la volpe”, racconto che Mort conserva senza ben sapere perché.
Dopo qualche anno, Mort invia ad una rivista vari racconti che puntualmente vede respinti, così decide di mandare il racconto di Kintner firmandolo col suo nome. Ma quando “Il corvo e la volpe” viene accettato, Mortimer si ritrova a dover combattere contro una crisi di coscienza morbosa, un senso di colpa ai limiti del parossismo. Comincia addirittura a progettare il suicidio nel caso qualcuno riconosca il suo furto letterario.
Ma il tempo passa e il terrore di un’accusa di plagio scema, finché l’inconscio di Mort non decide di seppellire definitivamente quell’episodio scabroso della sua vita nei reconditi più oscuri del suo cervello.

Mort è ormai un affermato scrittore quando i lavori per la trasposizione cinematografica di una sua storia vengono bloccati per la scoperta dell’esistenza di una sceneggiatura simile al suo romanzo. E Mort rivive il trauma della vergogna di un possibile plagio, nonostante stavolta sia del tutto innocente e vi siano semplicemente delle somiglianze tra i due scritti.
Nessun vero problema a livello legale quindi, ma la mente di Mortimer silenziosamente scava nel passato. E scava, e scava.

L’immagine di Amy e Ted a letto insieme è come una folgore che si imprime nella mente di Mort. La pistola che ha portato con sé non è carica, giusto?

Una mente fragile, fragilissima, che colpo dopo colpo si infrange definitivamente. Questa è la causa del crollo di Mort: una mente troppo debole dinanzi ai duri attacchi che la vita gli lancia contro.
Insomma, perché compare John Shooter? Shooter è sì la nemesi di Mort, ma è anche il suo personale giustiziere, la voce della sua coscienza che, stanca di tenersi dentro un senso di colpa tanto forte, riemerge trionfante, ormai senza controllo. Non si tratta più di riparare a un torto del passato, adesso è il momento di pagare, e con gli interessi.
E allora quel racconto di vitale importanza, “Finestra segreta, giardino segreto”, non potrà mai essere ritrovato.

Il perché, poi, si concentri su un racconto che in realtà è frutto della sua testa, è stato per molto tempo un punto interrogativo, finché ho pensato che, probabilmente, la sua mente malata si sia concentrata su quel racconto perché era l’unico che avesse riscosso un successo tangibile: così come aveva rubato il racconto di Kintner, adesso aveva rubato quello di Shooter, come se secondo il suo cervello fosse impensabile supporre Mort capace di scrivere un vero successo.

E se in un primo momento mi ero chiesta: _ma che senso ha informare Greg se così facendo dopo lo deve uccidere?_, poi ho finalmente capito: la necessità di uccidere Tom e Greg è data semplicemente dal fatto che Mort deve avvalorare, deve concretizzare, l’esistenza dello psicopatico che la sua mente ha creato.
Non solo.
Il fatto che Shooter utilizzi il cacciavite e l’accetta di Mort serve appositamente ad incolparlo, è la sua coscienza che lo punisce letteralmente per ciò che ha fatto in passato.
Per questi motivi non ho minimamente apprezzato il film.

Secret window

Se nel racconto, l’origine scatenante del tracollo di Mort è il suo senso di colpa, nel film tutto ciò viene semplicemente imputato all’infedeltà della moglie. Un tantino scarso, non trovate? Il tradimento di Amy è stato il fattore scatenante, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma non il motivo primordiale. Anche perché se così fosse, metà della popolazione mondiale dovrebbe dare di matto e sdoppiarsi in uno psicopatico omicida. Poi che c’entra, la mente umana è un mistero data la sua imprevedibilità, ma mi pare comunque esagerato come presupposto.
Sta di fatto che, a causa di questa manipolazione narrativa, nel film viene completamente travisata la causa dello sdoppiamento di Mort e diventa quindi assurdo il fatto che Mort nasconda le uccisioni di Tom e Greg (cosa che infatti nel racconto non avviene, in quanto sono la sua espiazione); la mente non è mai del tutto divisa, l’inconscio è uno ed uno soltanto, quindi non ha senso che Mort informi Greg di Tom e Shooter, e che poi questi li ammazzi perché non si possa risalire a lui, e Mort ne occulti i cadaveri perché altrimenti verrebbe incolpato. Mi seguite?

Non mi è piaciuta neanche la scelta del regista di rivelare la pazzia di Mort tutta insieme, spiegando per filo e per segno come sono andate le cose.
Secondo me sarebbe stato più d’effetto tenendo all’oscuro lo spettatore fino all’ultimo: Mort torna a casa e indossa il cappello di Shooter. La scena si sposta su Amy che arriva a Tashmore, entra in casa e trova tutto a soqquadro. Poi appare lui, Shooter.
Non sarebbe stato più d’impatto in questo modo?
Poi ovviamente, per avvalorare la creazione di Shooter nella mente di Mort secondo l’adattamento cinematografico, il suo nome si è ricomposto in ‘shoot her’, sparale, cioè a lei, Amy, che è la causa del suo delirio.

In ultimo il finale, completamente diverso dal libro; le due personalità si fondono in un tutt’uno e il “nuovo” Mort traduce in realtà il finale del suo racconto.
Ecco, questo finale non ha senso: in questo modo sembra che la mente di Mort abbia creato Shooter solo per far emergere la parte “cattiva” di Mort, il quale alla fine, prendendo coscienza del suo lato oscuro, si “riappacifica” e ricongiunge con la personalità abusiva di Shooter. Ma la sindrome di personalità multipla non funziona così: sì, l’altra personalità emerge per difesa, dopo un trauma o forti repressioni del Super Io, per dirla alla Freud, ma non può semplicemente rifondersi alla personalità di base, perché si tratta di identità completamente diverse, con la propria indole e peculiarità.
Quindi, insomma, no, non mi è piaciuto affatto il film.

Conclusioni

Come lo stesso autore afferma nell’introduzione al racconto, Finestra segreta, giardino segreto riprende quella tematica (ovviamente con delle differenze) dello sdoppiamento che già era presente ne La metà oscura (che vi consiglio assolutamente di leggere!), in cui il bene e il male fanno parte della stessa faccia della medaglia. Non esiste il buono e il cattivo, esistono solo le nostre scelte che inevitabilmente ci portano ad essere ora l’uno, ora l’altro.
C’è da dire anche che Finestra segreta, giardino segreto non è il solito racconto di King: molto più introspettivo, è un racconto claustrofobico, un crescendo di tensione psicologica in cui un senso di apnea ansiogena accompagna il lettore in concomitanza con il protagonista; se Mort perde sempre più pezzi quanto più la rivista non viene ritrovata, così anche noi ci sentiamo intrappolati nella morsa letale di Shooter.
Il finale, quello vero, è poi un classico di King, in cui la realtà e il soprannaturale si mescolano e niente è certo. Neanche per il lettore.

Voto: ★★★★

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte. I langolieri _Ciclo di Halloween_

Quattro dopo mezzanotte è una raccolta di racconti fanta-horror scritti da Stephen King; le ultime edizioni italiane sono divise in due volumi, contenenti due racconti ciascuno, ma io ho recuperato una vecchia edizione che presenta interamente le quattro storie. I quattro, lunghi, racconti che troviamo in questo libro sono:

  • I langolieri
  • Finestra segreta, giardino segreto
  • Il Poliziotto della Biblioteca
  • Il fotocane

Come ho detto non si tratta di racconti brevi, ma di storie che potrebbero benissimo essere considerate come dei romanzi brevi, ragion per cui tratterò di questi racconti separatamente.
Ha inizio il ciclo di Halloween della rubrica “I brividi del venerdì” con Quattro dopo mezzanotte.
Stay tuned!

i langolieri

I langolieri

Il comandante Brian Engle, pilota di linea, riceve la notizia della morte della sua ex moglie proprio dopo aver sostenuto un lungo e difficile volo da Tokyo verso Los Angeles. Senza nemmeno avere il tempo di riprendersi un attimo, si imbarca sul volo diretto a Boston, per raggiungere la salma della defunta. La spossatezza per il volo precedente catapulta Brian nel mondo dei sogni.
A risvegliare Brian è l’urlo di Dinah, una bambina cieca che, dopo essersi svegliata dal suo pisolino, si ritrova completamente sola e terrorizzata. Non meno spaventato sarà Brian quando scopre che l’aereo si è misteriosamente spopolato; unici superstiti del volo 29 sono lui, Dinah, il giovane Albert, il vecchio scrittore di gialli Bob Jenkins, il misterioso Nick Hopewell, la bella Laurel, l’adolescente Bethany, il signor Gaffney, il famelico Rudy Warwick e il mentalmente instabile Craig Toomy.
Dove diavolo sono finiti gli altri passeggeri? Persino il personale dell’aereo si è volatilizzato nel nulla. Che sia uno scherzo? Un sogno? No, è tutto troppo spaventosamente reale. Ad aumentare il panico contribuiscono la vista del niente fuori dei finestrini e l’impossibilità di contattare qualcuno via radio (nonostante gli strumenti di bordo funzionino come loro solito).
Che fare dunque?
Brian prende subito il controllo dell’aereo rimasto sotto la rotta del programma del pilota automatico. Raggiungere Boston, il cui aeroporto è di difficile atterraggio già in condizioni normali, è troppo rischioso, così Brian decide di fare scalo a Bangor.
L’atterraggio riesce, ma ciò che i pochi passeggeri rimasti hanno trovato al loro risveglio sul volo 29 si ripete nell’aeroporto di Bangor: il deserto completo. Ma non solo. L’elettricità non funziona, il cibo è insapore, gli odori inesistenti, persino l’aria ed il suono sono anomali, come ovattati, senza vita.
Dopo numerose elucubrazioni si arriva ad una possibile spiegazione: durante il volo, l’aereo ha attraversato uno strappo temporale, catapultando i presenti nel passato e, per qualche motivo sconosciuto, solo chi dormiva è rimasto in vita, gli altri si sono vaporizzati, spariti nel nulla.
A complicare le cose c’è poi il signor Toomy, uno psicolabile in preda a una crisi psicotica; lui deve andare assolutamente a Boston o i langolieri lo prenderanno! Il suo crollo delirante è cominciato e si sfoga su Dinah prima, e su Gaffney dopo.
Ma chi sono i langolieri? Secondo Craig sono degli esseri mostruosi che si accaniscono sulle persone pigre e indolenti, così come gli raccontava suo padre quando era piccolo.
Che siano dunque i langolieri la causa dello strano, quanto inquietante, rumore che man mano si fa sempre più forte?
Nessuno sa il perché, ma di una cosa sono tutti convinti: se ne devono andare. Ma dove?
Forse il varco temporale che li ha catapultati nel passato è ancora aperto; forse ripercorrendo la stessa rotta al contrario riusciranno a tornare nel presente. Forse.
Intanto l’unica cosa da fare è andarsene, prima che quel rumore mostruoso si avvicini. Ancora di più.

È l’una di notte e tutto va bene (o quasi)!

L’idea di fondo de I langolieri è buona; il racconto è scritto e strutturato bene (per forza, si tratta di King), ma vi sono altresì dei punti deboli.

Primo, l’errore più grossolano, e di cui sinceramente non capisco la ragione se penso ad un professionista come King, è il fatto di aver posto il passato a levante. Secondo il movimento rotatorio della Terra, sarebbe stato logico capovolgere il volo da Boston verso Los Angeles per far sì che l’aereo si ritrovasse nel passato, no? Quindi perché?

Secondo punto: solo attraverso l’incoscienza si può viaggiare nel tempo? Perché mai? Il tempo è anzi una concezione percepibile solo tramite la coscienza; sebbene il tempo esista a prescindere da qualsiasi cosa, resta pur sempre un concetto che si associa alla ragione umana; per gli animali, che sono privi di tale percezione, il tempo infatti non esiste.
Allora, se durante il sonno la ragione è assopita, in quel frangente il tempo non esiste, quindi sarebbe stato più probabile supporre che chi dormiva sarebbe scomparso nel nulla, e chi fosse rimasto sveglio si sarebbe ritrovato catapultato nel passato.

Terzo. Se anche tutti i passeggeri fossero rimasti svegli, perché loro si sarebbero volatilizzati nel niente, mentre l’aereo no? Il tempo ha effetto sulla materia, di qualsiasi tipo si tratti. Perché un essere umano dovrebbe smaterializzarsi nel nulla ed un aereo no? Il tempo è tempo e la materia è materia.

Ovviamente, il punto 2 e 3 erano necessari per lo sviluppo stesso della storia, altrimenti niente di ciò che viene raccontato sarebbe potuto avvenire, e quindi li ho accettati chiudendo un occhio; ma il primo punto trovo che sia veramente un elemento disturbante nella linearità della logica della storia (se di logica vera e propria si può parlare visto il tema arcano).

Caratterizzazione dei personaggi

I personaggi di King sono sempre più o meno i soliti:

  • il protagonista, l’eroe indiscusso della storia (Brian Engle)
  • Il ragazzino sveglio (Albert Kaussner)
  • il bambino particolare, dotato di non meglio definibili poteri psichici (la piccola non vedente Dinah)
  • la bella mediamente intelligente e arguta, insomma lo stereotipo femminile di King (Laurel Stevenson)
  • il vecchio saggio (Bob Jenkins)
  • personaggi inutili di contorno (Gaffney, Warwick)
  • lo psicopatico di turno (Craig Toomy)

Il personaggio di Craig Toomy è magnificamente rappresentato nella sua turbe psichica: l’infanzia traumatizzata dalla rigida disciplina del padre e dai suoi racconti terrificanti sui langolieri, la sua adolescenza mortificata dagli abusi della madre alcolizzata, hanno reso Craig il perfetto, futuro, psicotico paranoide. Se da un lato la sua morbosa ossessione di andare a Boston sia un tantino odiosa di fronte all’evidenza di una situazione ben più grave che raggiungere Boston, dall’altro è un personaggio che ispira profonda pena se si pensa al perché sia diventato quello che è.
La sua morte poi è l’ennesimo abuso che quel sadico di King affibbia sulle spalle del povero Craig: una morte inverosimile e, proprio per questo, più spettacolare e terribilmente impietosa.
Merito della penosa dipartita di Craig è anche Dinah, bambina che, sebbene cieca, ha il potere di una seconda vista e di riuscire a spingere quel povero folle di Craig verso la sua morte.

Questa volta però King ha aggiunto un personaggio nuovo, diverso dal suo solito stile, che io ribattezzerò come “il figo cazzuto” ( lo so, è un termine molto professional ), alias Nick Hopewell.
Personaggio in buona parte enigmatico, è altresì evidente che la vita di Nick ha a che fare con l’esercito o simili: quando Craig comincia a dare in escandescenze urlando di andare a Boston, Nick, con una presa subitanea, intrappola tra le sue dita il naso di Craig “Gircollo” Toomy.
Forte, agile, intelligente, freddo e razionale, senza mancare comunque di istinto e di spirito, l’inglese Nick Hopewell rappresenta il prototipo dell’uomo perfetto.
E quindi King cosa fa? Pensa bene di toglierlo di mezzo proprio all’ultimo.
La rabbia.
Se ho potuto trovare un difetto a Nick è stato proprio sul finale; il voler fare l’eroe e sacrificarsi per gli altri, non solo ha un che di inverosimilmente troppo eroico e “romantico”, ma mi ha dato personalmente sui nervi! E che cacchio, sei il più figo della storia e vuoi morire?!
Ripeto, la rabbia.

Finale sgargiante

A concludere la storia è un finale scenografico. Per rendere il tutto più spettacoloso, King aspetta a dare la buona notizia, e subito ho imprecato pensando che la morte di Nick fosse stata inutile. Ma non è così.
Se il passato è morto, allora il futuro non solo è vita, ma è una vera e propria nascita. Se il passato è scialbo e misero, il futuro è un trionfo di colori ed estasi. Ed è proprio così, infatti, che i superstiti del volo 29 tornano alla loro realtà: in un’esplosione di sensazioni e gioia di vivere.

Conclusioni

 Il primo racconto che apre il volume di Quattro dopo mezzanotte è un viaggio nella fantascienza, accompagnata qua e là da sprazzi di sano horror 100% stile King.
La trama di questo racconto è un susseguirsi di imprevisti che affannano gli sfortunati protagonisti fino alla fine. Non c’è tempo per riposare, non c’è tempo per pensare. Il ritmo incalzante e la curiosità morbosa spingono il lettore in un’irrefrenabile lettura tra le pagine di persone scomparse, viaggi temporali e mostruose creature divora-tutto denominate, appunto, i langolieri.

Voto: ★★★★

I brividi del venerdì: L’ombra dello scorpione

Finalmente, dopo tre lunghe settimane, sono riuscita a finire L’ombra dello scorpione, un tomo di oltre 900 pagine, scritto da Stephen King.
Di cosa parla questo mammut? Ora ve lo dico.

La trama

Per un fatale errore, un terribile virus geneticamente modificato, fuoriesce dalla base segreta in cui è stato creato e si propaga velocemente in tutto il mondo; ha i sintomi di una normale influenza e, a causa dell’ostinata e forzata segretezza voluta dalle autorità, inizialmente la situazione viene presa sottogamba, ma con lo spropositato aumento delle morti cominciano a generarsi il panico ed il caos totale.
Alcune persone, però, sono immuni a tale virus e finiscono col ritrovarsi a dover popolare un mondo di morti. Cosa fare dunque? La soluzione più logica è quella di andare alla ricerca di altri sopravvissuti, sperando che vi siano altri sopravvissuti.
Durante il viaggio di ricerca di una qualche forma di civiltà rimasta, le notti dei viaggiatori vengono gremite da strani sogni/incubi; due sono le figure che ne emergono costantemente, diametralmente agli antipodi: una vecchia donna di colore di nome Mother Abagail, e lui…l’uomo nero.
Le strade da percorrere sono quindi due: raggiungere la cara vecchietta che irradia luce e calore, oppure seguire le orme di Randall Flagg, Colui che cammina, verso la sua scalata al potere, fatta di sangue e morte. Il bene e il male. Il bene o il male.

La Bibbia di King

All’inizio, il romanzo mantiene dei connotati realistici, molto verosimili, tremendamente possibili: la creazione di un agente patogeno, presumibilmente concepito come arma batteriologica, capziosamente innocuo ma dai risvolti mortali, sulla cui erronea diffusione vige il segreto di stato; l’orripilante coercizione utilitaristica dei responsabili nel voler tenere celata la cosa, ad ogni costo, per poi dover ammettere l’evidente perdita di controllo della situazione, con il conseguente degenerare nel caos dettato dal panico di massa; infine la morte.
Una ricostruzione lucida e meticolosa, dunque, di quanto può realmente accadere quando l’uomo gioca a fare Dio.

Quello in cui ci ritroviamo è quindi uno scenario post-apocalittico, dove subentra però la parte fantasy, religiosa, mistica della storia; entrano così in gioco Randall Flagg, Colui che cammina, l’uomo nero, demone figlio del Male, e Mother Abagail, che invece è la luce, il Bene, profetessa divina. Numerosi, poi, sono i riferimenti biblici, nella fattispecie ricorrono molto spesso i nomi di Mosè e Giobbe.
Come emerge nel libro, è come se King si chiedesse cosa sia avvenuto ai figli di Noè dopo il Diluvio universale, come sia avvenuta la ricostruzione del mondo e quali ostacoli abbiano dovuto superare i pochi sopravvissuti.
Bene, per mano stessa dell’uomo è avvenuto un secondo “Diluvio”, un’epidemia mortale, alla quale sono vissuti solo in pochi. Adesso, perché non complicare le cose e far combattere ai disgraziati rimasti una lotta tra bene e male?
Il Dio a cui si rifà King, è il Dio biblico, il Dio severo, oscuro, sadico, spietato nella sua volontà. Perché, a ragion di logica, se a causa del libero arbitrio l’uomo è fautore della sua stessa distruzione, perché alcuni sono rimasti immuni all’epidemia se non per volere divino (dato che non si conoscono le cause scientifiche della loro immunità)? E se Dio ha scelto di salvare i pochi eletti, perché ha lasciato in vita anche gli empi, se tanto alla fine dovevano essere puniti anche loro? Ma a che scopo, poi, se tanto il male non potrà mai essere del tutto sconfitto, in quanto parte di noi?
Per Mother Abagail, Dio è un giocherellone, il cui volere resta ermeticamente celato, ma la cui volontà viene sempre fatta. Il Dio biblico appunto. Tutto torna.

I sogni, che sono una peculiarità nelle storie di King per aiutare il protagonista a risolvere il suo problema, questa volta assumono essi stessi quest’aurea di misticismo che permea il romanzo; qui i sogni non sono soltanto il solito artificio di King, ma sono soprattutto delle manifestazioni psichiche e sovrannaturali che guidano i superstiti per la loro strada.
Boulder diventa così la nuova “terra promessa”, mentre Las Vegas può essere paragonata ad una moderna Sodoma e Gomorra.

I personaggi

I personaggi principali sono numerosi, e tutti con una loro importanza. Troviamo quindi Larry Underwood, ex cantante di discreto successo, tossicomane occasionale; Frances Goldsmith e Stuart Redman; il sordomuto Nick Andros ed il mentalmente ritardato Tom Cullen; il sociologo Glen Bateman e l’allegro Ralph Brentner; l’adolescente Harold Lauder e la misteriosa Nadine Cross. Infine Mother Abagail ed il suo avversario spirituale, Randall Flagg, assieme ai suoi scagnozzi Lloyd Henreid e Quello delle pattumiere.
Tanti personaggi quindi, ognuno con la sua storia ed il suo percorso.
C’è da dire che indubbiamente si riscontra una sostanziale differenza tra il prima e il dopo, un enorme cambiamento dei personaggi durante l’evolversi della vicenda: Larry Underwood, che inizia il suo percorso non esattamente come “un bravo ragazzo”, finisce in realtà per redimersi completamente, vincendo la sua parte egoistica col sacrificio per gli altri; Nick Andros, un ragazzo sordomuto dalla nascita, sebbene molto avveduto fin dall’inizio, si trasforma in un vero e proprio leader grazie alla sua perspicacia e intelligenza, acquisendo una precoce maturità mentale.
C’è poi Nadine Cross, il cui cambiamento appare quasi senza senso; la conosciamo come una donna sensata e sensibile, la cui morale sembra essere assolutamente votata al rispetto degli altri, per poi trasformarsi dal nulla, per Randall Flagg, in una persona totalmente diversa e, lasciatemelo dire, odiosa: apparentemente incapace di ritrarsi dall’influsso di Flag, Nadine cade nel vittimismo, addossando la responsabilità delle sue azioni sugli altri. Nadine diventa una donna viziosa, usando il suo corpo per raggiungere il suo scopo, o meglio, quello dell’uomo nero.
Il cambiamento di Harold Lauder è invece più sensato: adolescente obeso e brufoloso, respinto nel suo amore da Frances, decide di seguire il percorso dell’odio a quello dell’amore.

Lo stile

Lo stile di King è gradevole, coinvolgente, ma anche tremendamente logorroico, quando ci si mette, e qui ci si è messo.
Il romanzo è diviso in tre parti, ma sono cinque i nuclei narrativi principali: l’epidemia di Capitan Trips – la sopravvivenza dei superstiti – Boulder – la lotta all’uomo nero – l’epilogo.
Tralasciando la prima parte, che necessariamente deve essere bella corposa per permettere al lettore di seguire passo dopo passo gli sviluppi e le conseguenze dell’epidemia, il resto delle 620 pagine è semplicemente un brodo allungato. Prima di giungere finalmente a Boulder, i personaggi ce ne mettono di tempo per arrivare, e King, con dovizia di particolari, non tralascia niente, descrivendo quasi giorno per giorno le attività di viaggio. Anche la parte di Boulder è troppo pedante, incentrata principalmente sulla ricostruzione di una società “post-apocalittica”.
La parte più interessante, ovvero lo scontro finale con Randal Flagg, è anche quella più breve. Quando si arriva al momento clou ci si ritrova col chiedersi: ” Tutto ‘sto casino per ‘ste tre pagine?!”. E a questo punto si potrebbe pensare che, vabbè, ormai è andata e siamo alla fine. Ma no. Adesso ci si deve sorbire un centinaio di pagine sul ritorno a casa. E che cavolo. Veramente, qui i tempi sono mal distribuiti, se non addirittura esasperanti in certi casi.

La narrazione, dove abbonda la presenza di onomatopee (altra caratteristica di King), è costituita, soprattutto all’inizio, da diversi punti di vista per permettere al lettore di fare la conoscenza dei vari personaggi; i salti narrativi sono quindi numerosi ma piuttosto consistenti nella loro durata.

Conclusioni

Il mio malsano tempismo ha fatto sì che in concomitanza alla lettura del libro scoppiasse l’ebola. Immaginate quindi il risultato: paranoia pura! Della serie, come autoimparanoiarsi a mille.
Ciò nonostante ho continuato imperterrita con la mia lettura.
La prima parte, quella che tratta del propagarsi dell’epidemia, è molto vivida e riuscita; i meccanismi che si celano dietro disastri del genere vengono estremizzati in ogni loro possibile conseguenza, rendendo quindi la lettura molto suggestiva e interessante.
Purtroppo non si può dire lo stesso per il resto della storia; come ho detto prima è davvero troppo lunga, diventando a tratti molto pesante, se non noiosa. Sia chiaro, parti interessanti ce ne sono, ma data la mole dell’opera, nella sua totalità risultano un po’ troppo scarse per i miei gusti.
In definitiva, non ritengo L’ombra dello scorpione uno dei migliori lavori in assoluto di King, ma se siete suoi fan sfegatati, beh…

Comunque, nel caso voleste farvi un’idea del clima apocalittico post disastro virale, sappiate che l’idea di un’epidemia mortale denominata Capitan Trips si trova anche nel racconto Risacca notturna (contenuto nella raccolta A volte ritornano), un racconto giovanile di King, prototipo del futuro romanzo.

Voto: ★★★

I brividi del venerdì: La lunga marcia

Avreste mai pensato di poter scrivere un intero romanzo su una lunga camminata? Beh, Stephen King sì.

E che romanzo! Uno dei migliori di King; la trama è a dir poco geniale: una lunga marcia mortale, che vede spezzarsi, una dopo l’altra, giovani vite come carne al macello. Vita e morte sono divise da un confine sottilissimo nel quale la follia fa spesso capolino. Impensabile una cosa del genere, eppure ti ritrovi anche tu a camminare senza tregua, spompato fino all’anima, assieme agli altri Marciatori.
Il finale poi è qualcosa di micidiale, ti lascia l’amaro in bocca ma allo stesso tempo non puoi fare a meno di sentire i brividi per l’eccitazione nel constatare che il Re ha colpito ancora, unico e inimitabile nel suo geniale sadismo.

Che cos’è la lunga marcia?

In un tempo indefinito, in una società americana quanto mai distopica, ha luogo ogni anno una marcia nazionale.
La lunga marcia è una “competizione” che parte dal confine tra lo stato del Canada e quello degli Stati Uniti, fino a quanto più riescono ad arrivare i marciatori. Come sarebbe, direte? Sarebbe che cento ragazzi, iscrittisi volontariamente, si sfideranno in una lunga marcia mortale finché di loro non resterà che uno solo, il vincitore. Non c’è un traguardo stabilito, non c’è un limite di tempo. L’unica cosa che conta è camminare, camminare fino allo sfiancamento, fino alla pazzia, fino alla morte. Non sono permesse soste, non sono accettate scuse. L’unica possibilità di farcela consiste nella resa degli altri partecipanti. Una gara crudele, disumana, ai limiti dell’incredibile.
I marciatori sono tutti giovani ragazzi che si ritrovano uniti in un unico destino; all’inizio regna la spavalderia, la competizione, l’antagonismo (d’altronde, mors tua vita mea), ma poi l’unione forzata della marcia, le comuni sofferenze, le paure e le speranze fanno sì che nascano delle amicizie profonde, così che alla perdita di un compagno, il dolore per la morte dell’amico e la gioia per la sconfitta del rivale collidono in una contraddizione psico-morale non indifferente.
I militari, che dai loro convogli seguono i ragazzi durante il percorso, sono pronti a fucilare chiunque venga richiamato per tre volte. Non c’è grazia per nessuno, perché queste sono le regole della lunga marcia.

Le regole della marcia

Le regole della marcia sono semplici quanto ferree:

  • Non ci si può fermare MAI, né per malori, né per dormire, né per espellere i propri bisogni.
  • La velocità minima che si può percorrere è di 6 km l’ora. Se si scende sotto la soglia dei 6 km/h si riceve un’ammonizione, per un massimo di tre. L’ammonizione dura un’ora e in quest’ora non si deve scendere di nuovo sotto il limite di velocità imposto dalla marcia, pena la seconda ammonizione che allungherà il tempo di recupero a due ore. In pratica: 1 ammonizione = 1 ora, 2 ammonizioni = 2 ore, 3 ammonizioni = 3 ore. Dopo la terza ammonizione vi è l’eliminazione dalla marcia.
  • Non ci si può ritirare dalla marcia, salvo eliminazione.
  • Si ha diritto ad una sola razione di cibo al giorno; saranno per i cui i marciatori a dover dosare le proprie razioni giornaliere. L’acqua invece può essere richiesta in qualsiasi momento (almeno quella!).

Chi sono i marciatori?

Ray Garraty, sedicenne, è uno dei principali protagonisti del romanzo. Non sa nemmeno lui perché decide di partecipare alla marcia. A casa ha una madre e una ragazza che l’aspettano, il padre (unico vero personaggio sano di mente di tutto il romanzo), che deplorava la marcia ed era contrario alla politica del governo in atto, è stato portato via dagli squadroni. Nonostante tutto questo Garraty vuole partecipare alla gara.

Peter Mc Vries, diventa il migliore amico di Garraty, al quale salverà più volte la vita, nonostante le promesse di non aiutarsi reciprocamente durante la gara.
Ha un passato piuttosto balordo, come testimonia la sua cicatrice.

Stebbins, figlio illegittimo e segreto del Maggiore, partecipa alla marcia per sfida, un atto di ribellione contro il padre. Garraty prova fin dall’inizio un’antipatia istintiva verso Stebbins senza sapere esattamente perché.
Ragazzo taciturno e solitario, sembra dotato di una tempra formidabile, non appare mai stanco o turbato, se non verso la fine.

Gary Barkovitch è lo stronzetto di turno, perché ci dev’essere sempre uno stronzetto di mezzo. Ragazzo meschino, non riesce a fare amicizia con nessuno. Viene chiamato “assassino” dagli altri ragazzi per via della vessazione psicologica con la quale causa la morte di un altro partecipante.
Il suo crollo psichico segnerà la sua dipartita dalla gara.

La lunga marcia: ma perché?

Fin dall’inizio della storia non ho potuto fare a meno di chiedermi: ma perché? Nessuno lo sa. Nemmeno i marciatori stessi; sì, qualcuno afferma che partecipa per i soldi, qualcun altro per scriverne un libro, ma la risposta dei molti ai quali viene chiesto il perché di una simile follia è semplicemente: “non lo so”.
Quale essere sano di mente si iscriverebbe per partecipare ad una marcia impossibile e addirittura mortale? Nemmeno la gloria e tutti i soldi del mondo valgono la propria vita, e allora perché?
L’unica risposta che sono riuscita a darmi è l’incoscienza. L’incoscienza dell’adolescenza pura e semplice; quell’impulso sconsiderato nel dover dimostrare qualcosa, l’ebbrezza di spingersi oltre il limite, e in questo caso oltre il limite più assoluto: oltre la vita stessa.
Man mano, però, che la marcia prosegue e i Marciatori vedono davanti ai loro occhi i loro compagni morire, la leggerezza di questa decisione pesa sempre di più, finché i ragazzi prendono coscienza della loro situazione e la goliardia lascia il campo alla paura. Quella vera: la paura della morte. Una paura atavica, innata e puramente istintiva, che diventa concreta, reale, possibile in qualsiasi istante.
L’istinto di sopravvivenza li spinge fino allo stremo finché qualcuno semplicemente si arrende, qualcun altro semplicemente impazzisce, stremato dallo stress psico-fisico che un’impresa del genere può provocare.
Nessuno può salvarsi. La lunga marcia è la morte.

Il circo del Maggiore

La figura del Maggiore è oscura, se non inverosimile. Imponente, la pelle abbronzata e gli occhi perennemente nascosti dietro occhiali da sole con la lente riflettente, non si sa praticamente niente di lui, tranne che è un donnaiolo e il Capo della gara. Il Maggiore non sembra avere una coscienza: è un carnefice insensibile, un automa ligio al proprio dovere di intrattenere il suo pubblico, il suo circo; come nell’antica Roma, per gli spettatori del Colosseo, assistere alla morte altrui non era nient’altro che uno spettacolo, così è per il pubblico della marcia. La folla è eccitata dalla vista del sangue, ogni morte è un tripudio di grida di sadica gioia. In questa società, a dir poco distopica, vi è un’insensibilità all’omicidio talmente crudele che è quasi al di fuori dell’umano. Bestie che godono di altre bestie al mattatoio, perché, in definitiva, tutto è uno show.
Ovviamente, in un simile ambito sociale, anche i marciatori restano piuttosto indifferenti di fronte all’esecuzione di qualche concorrente, a loro sconosciuto. Addirittura, il Maggiore viene inizialmente ammirato dai giovani gareggianti; visto come una figura potente, carismatica e prestigiosa di una lunga tradizione quale è la marcia, per poi essere inevitabilmente odiato in funzione di ciò che egli rappresenta: la morte.

ATTENZIONE: Zona altamente spoiler, saltare fino alle Conclusioni.

Traguardo

Su cento ne restano tre. I tre. Garraty, Mc Vries e Stebbins. Dopo cinque giorni di marcia sono loro i finalisti sul podio, ma solo uno può essere il vincitore, solo uno può continuare a vivere. A questo punto della storia vorresti che accadesse un qualche miracolo_ ti prego, fa che sia concessa la grazia agli altri due_ tanto ti sei affezionato loro. Ma tutto ciò non è possibile.
Perciò, la medaglia di bronzo va, signore e signori, a Peter Mc Vries! (uaaaaah!)
La medaglia d’argento va invece al “coniglio” Stebbins! (uaaaaah!)
Vince la medaglia d’oro il giovane Ray Garraty! Il boato delle urla della folla è incontrollabile, impazzito. Il maggiore scende dalla sua jeep per congratularsi con il vincitore.
Ehi, ma perché non si ferma? Ehi, la marcia è finita! Hai vinto!
Ma Garraty non sente più niente. C’è qualcuno che lo chiama all’orizzonte, ma chi è? La morte? La follia? Si resta col dubbio, ma Garraty continua comunque a camminare. A camminare. E poi, comincia a correre.
Addio.

Conclusioni

Pubblicato nel 1979, sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, La lunga marcia rientra tra i primi lavori di King e nonostante questo tutta la bravura del futuro re del brivido è già qui. L’abilità narrativa di Stephen King è qualcosa di strabiliante; nel suo stile superbo sa alternare con maestria la suspense dei momenti clou alle più lente descrizioni paesaggistiche del Maine, sua ambientazione abituale, durante il cammino. Il modo in cui riesce a dosare il passaggio da una condizione emotivamente normale ad un esaurimento fisico e psichico è magistrale: leggevo e mi sentivo stanca anch’io, quasi quasi mi facevano male i piedi (no, suvvia).
Riguardo poi ad un eventuale significato del libro, si potrebbe pensare ad una critica sociale: che l’autore volesse ispirare una riflessione sull’insano bisogno, vero e proprio sadico piacere, che spinge l’essere umano alla ricerca della violenza a dispetto delle sofferenze altrui? Sì, forse. Oppure, più probabilmente, non vi è nessuno scopo in un romanzo del genere: semplicemente, King è fuori di testa!
Comunque, in conclusione, leggetelo se amate lo splatter, leggetelo se amate King.
Insomma, leggetelo.

Voto: ★★★★★