I classici della domenica: Le notti bianche

Le notti bianche ( il cui titolo si riferisce al chiarore crepuscolare che in Russia e in altri paesi, nelle latitudini inferiori al circolo polare, sussiste fino a tarda sera in alcuni periodi dell’anno ) è un romanzo breve, o un lungo racconto, che dir si voglia, scritto nel 1848 da un giovane Fëdor Dostoevskij che si interroga sulla dicotomia tra il reale e l’immaginario.

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Ma perché fantastichiamo?
Forse perché la fantasia spesso è meglio della realtà.
E perché la fantasia è meglio della realtà?
Beh, perché la fantasia si può controllare, la realtà no.
Ma poi, perché abbiamo bisogno del controllo?
Perché, perché…perché siamo esseri umani.

Il sogno

La fantasia è il regno del possibile, della speranza e dei desideri.
La realtà è la realtà. Nella vita reale non possiamo avere il pieno controllo della nostra esistenza. Nella realtà regna l’ignoto, la paura, il dolore. E noi, in quanto esseri umani, non siamo certo impassibili di fronte a tutto ciò.
E’ per questo che il Sognatore, protagonista del breve romanzo di Dostoevskij, non può fare a meno di fantasticare.
Il Sognatore, il cui nome ci è ignoto, passa la sua vita nella solitudine totale; incapace di instaurare rapporti reali, egli passa la sua vita vagando per le strade di Pietroburgo, creando legami immaginari con i palazzi, con i passanti, con tutti ma con nessuno.

La vita del Sognatore è una vita di sensazioni; vive di attimi, di emozioni fatue e improvvise, qualsiasi cosa stuzzica la sua fantasia che scatena moti di gioia o d’inquietudine.
Il Sognatore ha vissuto mille vite ma allo stesso tempo neanche una.
Il Sognatore si crogiola nei suoi sogni, nelle sue fantasticherie, ride e piange, vive in un altro mondo e se ne compiace: lui può avere “tutto”, gli altri possono solo accontentarsi della realtà. Ma poi qualcosa cambia.
Anche la fantasia può impoverirsi, diventare arida e banale. Manca l’eccitazione, manca l’emozione, manca l’essenza del concreto. E allora, in cosa si traduce questa vita fatta di niente? In niente, appunto. In un’intera esistenza sprecata in un mondo lontano, incorporeo, inconcludente.

Il Sognatore non è un uomo, è un essere evanescente.

La realtà

Una notte, però, la prima notte, il protagonista si imbatte in una ragazza che piange, Nasten’ka. La compassione e l’affinità che scaturisce alla vista della giovane è subitanea, ma egli è troppo timido per avvicinarsi. La ragazza, accortasi di lui, si allontana, ma poco dopo viene importunata da un uomo. E’ l’occasione del Sognatore per avvicinarsi a Nasten’ka, dopo essere intervenuto contro il vecchio molestatore. Da questo spiacevole avvenimento nasce una bella amicizia tra i due, amicizia che presto si trasformerà in qualcosa di più per il triste Sognatore.

Cosa avviene difatti a questo punto? Il Sognatore decide di uscire dalla sua nicchia immaginaria, dal suo angolino fittizio, di provare a rientrare nel mondo degli esseri umani, e di vivere, almeno per una volta in vita sua, nella realtà.
Così i due si incontreranno durante le quattro notti successive, svelandosi e rivelando a vicenda i propri tormenti.

Nel raccontarsi, il Sognatore vive una dolorosa presa di coscienza nel comprendere appieno la vacuità e lo sperpero della sua esistenza, ma è altresì grato per aver incontrato Nasten’ka, è esaltato dalla nuova esperienza del contatto umano, si sente finalmente realizzato, uomo tra gli uomini.
Ma questa riconoscenza, questa amicizia, questo affetto, diventa, senza che l’uomo se ne accorga, amore. Amore al principio taciuto e sofferto in silenzio, ma col passare dei giorni l’esigenza di rivelare questo sentimento diventa sempre più forte, finché l’ultima notte, la quarta, il Sognatore non resiste, deve esprimere a Nasten’ka ciò che prova.
Nasten’ka però ama un altro uomo. Lo aspetta da un anno ma lui ancora non si fa vivo. Che fare? Nasten’ka ama il Sognatore, in un certo senso; è buono, è gentile, prova un sincero amore per lei. E allora, presa dallo sconforto per l’abbandono dell’altro, presa alla sprovvista dalla rivelazione dell’amico, Nasten’ka cede e si convince di amare il Sognatore. La gioia dell’uomo è inesprimibile. Iniziano progetti, iniziano altre fantasie. Poi, quell’uomo amato da Nasten’ka compare e il Sognatore è sconfitto. Le sue speranze sono infrante, la sua felicità perduta. E’ mattina.

Lo confesso, il senso di pena che ho provato è stato forte. La compassione che deriva dalla sua disillusione è quasi angosciante.

Conclusioni

Ma il punto di tutto il racconto qual è insomma? Vince la ricerca del piacere o la fuga dal dolore? E’ meglio rifugiarsi nei sogni, dove niente e nessuno può nuocerci, o mettersi in gioco nella dura realtà, anche a costo di rimanere feriti? E’ preferibile un dolce niente o una spietata tangibilità?
La risposta risiede nel proprio modo di vedere le cose e nelle esperienze personali che formano il nostro carattere e la conseguente presa di posizione verso la vita; comunque, stando a quanto afferma il Sognatore…

” Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell’intera vita di un uomo?…”

Io, dal canto mio, continuo a sognare ancora un po’.

Voto: ★★★★

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I classici della domenica: Il conte di Montecristo

E’ domenica. Il giorno del riposo. Riposo. A questa parola ognuno di noi associa un significato particolare. Io, per esempio, nel mio ideale di domenica oziosa, mi raffiguro bardata in un plaid caldo e lanoso (visto il periodo, sai com’è) intenta nella lettura di un bel libro. Un classico, per la precisione.
Così, ho pensato che fosse il momento giusto per propinarvi una mia analisi/recensione su un grande classico, Il conte di Montecristo (1844-45) di Alexandre Dumas (padre).
Bene, bando alle ciance allora, e buona lettura.

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Prima di iniziare, una piccola puntualizzazione: ci tengo a precisare che l’edizione della BUR e della Mondadori, tradotte da Emilio Franceschini, peccano di pesanti censure che consistono nel manipolare e riassumere interi paragrafi in poche frasi. Tenetene conto e siate più cauti di me nell’acquisto perché queste sono cose veramente vergognose.

Detto questo, Il conte di Montecristo è un capolavoro assoluto della letteratura francese di cui consiglio caldamente la lettura.

Il tema

La vendetta è il perno portante di questo romanzo. Non la classica vendetta, banale e subitanea, ma una vendetta lenta e paziente, intelligente, sapientemente architettata e micidiale. Una vendetta che si ramifica e si intreccia per varie vie, atta a colpire i vari colpevoli, le cui colpe sono tutte concatenate attorno l’ingiustizia subita da Dantès.
Ciò che rende memorabili tutte queste vendette non risiede solo nella loro componente strutturale, seppure indubbiamente magistrale, ma è la valenza simbolica che ne deriva: Caderousse “pugnala alle spalle” Edmond, tacendo la verità; Caderousse morirà pugnalato in quanto il conte tacerà sul pericolo che attende lo sciagurato. Fernand toglie l’amore a Edmond, e così la sua ragion di vita, facendogli desiderare la morte; Morcerf morirà suicida. Villefort toglie la libertà a Edmond, facendogli desiderare la follia; Villefort diventerà pazzo. Infine Danglars, – l’artefice del piano che ha tolto Edmond dalle braccia dell’amatissimo padre che muore, così, solo e di fame, – sarebbe dovuto a sua volta morire di fame, e nel modo più odioso per l’avido banchiere: perdendo tutta la sua fortuna, tutti i suoi amati soldi per un misero tozzo di pane.

Il tempo

Il tempo del romanzo è suddiviso in quattro parti.

All’inizio della storia, troviamo un giovane Dantès pieno di entusiasmo. La vita gli sorride: ha un’ottima carriera, lo aspetta l’imminente matrimonio con la donna che ama alla follia ed è sostenuto da un padre affettuoso. Dantès non progetta grandi cose perché lui ha già tutto, hic et nunc. L’ingenuo Edmond è il presente.

Poi, l’incarcerazione. Durante il periodo di prigionia Dantès perde il concetto di tempo. Non sa che giorno sia, non sa in quale anno si trovi. Trascorre le giornate nel vuoto dei suoi pensieri, passa i mesi alternando vari stati d’animo e diverse fasi emozionali. Dapprima, incredulo per ciò che gli è accaduto, coltiva la disperata illusione di poter essere liberato; poi, man mano che passa il tempo, subentra la rabbia e l’odio per gli uomini che hanno distrutto la sua vita. Infine, dalla follia della sua solitudine affiora la rassegnazione, e l’idea del suicidio lo accarezza sempre di più.
Il tempo è confuso, è statico. Il tempo non esiste.

Con la nascita del conte di Montecristo ci troviamo nel cuore del romanzo dove regna il terzo stallo temporale, il passato; le azioni dei vari personaggi si svolgono, sì, al presente, ma in realtà sono tutte conseguenze correlate al passato. Il conte premedita e prevede tutto, manovra i suoi aguzzini come burattini, tutto in virtù della sua vendetta. Una vendetta furiosa e indomabile che è rivolta solo al passato. Il presente di Montecristo è fittizio in quanto lui non esiste se non nelle veci del passato.

Infine, l’ultimo tempo, il futuro. Siamo all’epilogo: il conte ha concluso la sua opera, e adesso lui, Haydée, Maximilien e Valentine, possono finalmente guardare al futuro, presumibilmente roseo, che si prospetta dinanzi a loro.

Il conte, la catalana, il “figlio”

Il conte di Montecristo è un personaggio importante, in ogni senso del termine. Enormemente ricco, il conte rispecchia lo stereotipo secondo cui qualsiasi cosa ha il suo prezzo, e possiede tutto ciò che di più lussuoso, ricercato e stravagante si possa avere, dimostrando sempre un estremo gusto e raffinatezza, al contrario di Danglars che, nonostante i soldi, si circonda di pacchianerie, cadendo di conseguenza nella grossolanità e nel ridicolo.
Perfetto gentleman, pacato e cortese nei modi, è però un uomo tormentato; accecato dal suo desiderio di vendetta, cova un profondo astio e disprezzo per il genere umano, che ritiene meschino e incapace di bontà, fatta eccezione per quei pochi che ancora conservano un animo nobile e sincero (la famiglia Morrel per esempio).
Montecristo è estremamente affascinante, ma al contempo è un personaggio tenebroso; l’alone di mistero che lo circonda fa sì che egli venga paragonato a Lord Byron, se non addirittura a un vampiro (merito anche della sua carnagione eccessivamente pallida).

Il conte di Montecristo è l’incarnazione del potere: egli può tutto, persino ridonare la vita ai “morti”.
Giudice e boia, il conte è una figura contorta, megalomane, con un proprio senso della giustizia; difatti, sebbene si professi sempre solo un esecutore del volere divino, in realtà si compiace (forse anche solo inconsciamente) nel giocare a fare Dio, manifestando, così, un latente delirio di onnipotenza, come del resto si può intravedere in tutte le sue mistificazioni durante l’arco del romanzo.

Il dualismo che pervade il protagonista è evidente: se da un lato è duramente spietato con i suoi nemici, dall’altro è molto prodigo di cure verso gli amici.
Significativa, poi, la differenza tra il giovane Edmond Dantès e il maturato conte di Montecristo (non posso non pensare al tema del doppio che emerge): il primo così ingenuo e puro di cuore, dedito all’amore e alle gioie della vita semplice e onesta; il secondo così vendicativo, giustiziere e simulatore, ormai ricco ma distaccato di fronte ai piaceri di una vita nel lusso. Sembrano, e alla fin fine sono, due personalità completamente diverse, eppure si tratta pur sempre della stessa persona.

Montecristo è il superuomo per eccellenza.

Ho davvero ammirato molto il conte, per il suo fascino, la sua intelligenza e la sua brama di vendetta, ma l’ho trovato anche deplorevole, principalmente per due ragioni: Mercédès e Maximilien.

Ufficialmente, Mercédès viene punita in quanto moglie di Morcerf, e quindi è inevitabilmente colpita dalla disgrazia del marito, ma in realtà Mercédès è punita proprio perché ha sposato Morcerf. Per Montecristo il grigio non esiste, tutto è bianco o nero. O sposi me o muori. Perciò la colpa di Mercédès, secondo il conte, consiste nel non aver aspettato Edmond, nel non essersi uccisa (così come professava ai tempi del loro amore se fossero mai stati separati), e di aver sposato Fernand per sua libera scelta. Ma una donna che sposa un uomo che non ama, perché donna e perché povera, e quindi perché debole di fronte a una società dell’epoca, non è una donna colpevole. Mercédès è una donna che ha sofferto e continua a soffrire in quanto non ha mai dimenticato il suo vero amore; è una donna assalita dal rimpianto e dal rimorso, non è una donna felice, non è una donna da punire, ma una donna da compiangere.
L’ultimo dialogo tra la catalana e il conte è qualcosa di straziante. Si percepisce tutto il peso dell’irrimediabilità del passato, un peso che dilania dentro e rende soli, con i propri demoni, un peso che fa invecchiare e che condanna a piangere se stessi per il resto della propria vita.
Ecco, vedere quei due, che una volta si erano amati così ardentemente, e che dopo più di 10 anni si ritrovano e di quell’amore non è rimasto più che un ricordo, ecco, mi ha lasciato una profonda tristezza dentro.

Infine Morrel. Non mi ritrovo completamente d’accordo riguardo all’idea che ha il conte sulla felicità: solo chi ha sofferto merita di essere felice. Questo il concetto riassunto in poche parole. Tralasciando il fatto che personalmente ritengo la felicità non necessariamente correlata alla sofferenza, in quanto essa è di chiunque riesca e sappia goderla, trovo meschino il fatto che questa “necessaria” sofferenza sia lo stesso conte ad imporla a Maximilien, che tra l’altro considera e tratta come un figlio. Fare un grande male (continuare a far credere a Morrel che Valentine sia morta, fino a spingere il giovane sull’orlo del suicidio) per fare un grande bene (realizzare finalmente l’amore tra Maximilien e Valentine) ha, per lo meno ai miei occhi, un che di sconcertante e superbo; il richiamo alle vicissitudini di Giobbe risalta inevitabilmente ai miei occhi, così come, di nuovo, il complesso di Dio del conte.

Conclusioni

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Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma ho paura di diventare troppo pesante, perciò concludo dicendo che la grandezza di questo romanzo non consiste solo in una trama avvincente e ingegnosa, capace di stimolare la curiosità del lettore (condizione indispensabile se si pensa che Il conte di Montecristo nasce come feuilleton), ma anche, e soprattutto, nella maestria di Dumas nel delineare i personaggi, ciò che si cela nell’animo umano, e nella fattispecie il sentimento della vendetta.

Voto: ★★★★★