Lunedì narrativa: Abbiamo sempre vissuto nel castello

“Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni.
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire?
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!”
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Disturbante, accattivante, romanzo atipico dalle fosche tinte noir quello di Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello (1962).

Due sorelle che vivono isolate nella grande casa di famiglia, uno zio invalido a cui badare ed una puntigliosa routine da seguire: cucinare, pulire, prendersi cura del giardino, sotterrare, nascondersi.
Tutti gli altri componenti della famiglia Blackwood sono morti, un’accusa di omicidio che alimenta l’odio viscerale dei paesani, un ‘estraneo’ che stravolge l’esistenza idilliaca dei tre esiliati.

Questo è quanto dovete sapere, il resto lo svelerà il libro.

 Una lettura conturbante, alienata, che sfocia in un senso di malessere e irrealtà fortemente perturbante.
Un libro capace di trascinare il lettore in una vera e propria dimensione a sé stante; il mondo come lo conosciamo non esiste più, esiste solo quello di Merricat e sua sorella Costance, ameno e anomalo al tempo stesso.
Un grandissimo applauso a questa scrittrice che non conoscevo, un grande applauso alla sua somma maestria e follia.

Ora però sussiste un prolema: come riuscire a togliersi dalla testa Merricat ed il suo fantasmagorico castello?
Credo di avere contratto una nuova ossessione…

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L’edizione inglese con la bellissima illustrazione del disegnatore svizzero Thomas Ott.
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Lunedì narrativa: Tutti i racconti

Anche nella narrativa breve, Flannery O’Connor si riconferma una delle autrici più spettacolari e talentuose che io abbia mai letto.
Mistica e pittoresca, la sua prosa rapisce completamente chi legge, e lo getta in un mondo cupo e bucolico al tempo stesso.
Assolutamente unica, proprio come il 29 febbraio.

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Le trentuno storie che compongono la raccolta, Tutti i racconti edita da BUR, sono accomunate, oltre che dalla scrittura sublime della O’Connor, da tutte quelle tematiche che caratterizzano la narrativa dell’autrice.
E allora, come ne Il cielo è dei violenti, ritroviamo quel rapporto conflittuale tra ragione e fervore religioso, in cui il mistero della fede è più grande di qualsiasi logica, ma che porta irrimediabilmente alla catastrofe, quando estremizzato, quando si pensa di comprenderne l’inintelligibilità.

Storie del profondo sud che rispecchiano ogni modo la brutalità e, al contempo, la bellezza di questo pezzo d’America così sbandato, così ostile, chiuso in se stesso.
Leggiamo di storie ambientate in vecchie fattorie dove assistiamo perennemente allo scontro fra padroni e lavoranti, tra genitori e figli, tra modernità e passato.
Scontro è la parola chiave; è attraverso lo scontro con la realtà, tramite lo shock, che si arriva ad una più alta forma di comprensione della verità _una sorta di sintesi hegeliana_ . Ecco che la violenza diventa l’unica forma possibile di amore, di rivelazione.

I personaggi della O’Connor sono figure alienate, impietose, ciniche, ironicamente perse nelle loro convinzioni, nella loro ignoranza, che faticano ad adattarsi ad un mondo che sta cambiando, in cui le città si ingrandiscono a dismisura, tanto da perdercisi, e dove i neri vivono alla stregua dei bianchi, accanto a loro e con loro.

Fissavano il negro artificiale come se si trovassero di fronte a un grande mistero, un monumento alla vittoria altrui che li riuniva nella comune sconfitta. […]
Il signor Head schiuse le labbra per fare un nobile pronunciamento e sentì la propria voce dire: “Non ne hanno abbastanza di negri, qui. Ne vogliono anche uno artificiale.”

(da Il negro artificiale)

Mistero e sconfitta, due temi peculiari dell’intera opera di Flannery O’Connor; il paradosso e l’assurdo che permeano i suoi racconti non sono altro che la manifestazione di quel grande mistero che è l’esistenza, impossibile da decifrare, impossibile da battere. L’unica forma di salvezza che resta è la misera accettazione fine a se stessa.

Conclusioni

Flannery O’Connor riesce a rendere reale e normale tutto ciò che non lo è; tramite i suoi racconti si viene catapultati in veri e propri piccoli mondi, ognuno con le sue dominanti, con i suoi drammi, tratteggiati dallo stile visionario e le descrizioni simboliche che caratterizzano questa scrittrice di enorme talento.
Fattori sociali quali religione, razzismo, o semplice perbenismo morale, si oggettivizzano, perdendo quella carica di critica sociale alla quale molti scrittori non riescono a rinunciare; a Flannery non interessa giudicare o biasimare, non è quello il suo scopo.

Tutti i racconti di questa raccolta sono godibilissimi di per sé, ma i migliori, secondo me, sono: Il geranio, Il fiume, Il profugo, Gli storpi entreranno per primi.

Voto: ★★★★

Lunedì narrativa: Figlio di Dio

È piccolo, sporco, con la barba lunga. Si muove con impacciata ferocia tra la paglia secca, in mezzo alla polvere e alle strisce di luce. Sangue di sassoni e celti nelle sue vene. Nient’altro che un figlio di Dio come voi, forse.

Forse non era il libro dal quale dovevo cominciare per conoscere questo autore, forse mi aspettavo di più, fatto sta che Figlio di Dio di Cormac McCarthy mi ha lasciato con la bocca piuttosto asciutta.

Attraverso una narrazione frammentaria, talvolta dispersiva, assistiamo alla trasformazione di Lester Ballard, il protagonista del libro, cane randagio di una qualsiasi contea del Tennessee, da violento asociale a bestia implacabile.

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Lester Ballard è un disadattato sociale; non ha una casa, non ha un lavoro, non ha amici. Vive di una frugalità disarmante: si procura il cibo cacciando o arrangiandosi con piccoli furti, occupa abusivamente la vecchia casa abbandonata del nonno e i suoi rapporti con la comunità sono rari e sommari.
Incapace di interagire normalmente con i suoi simili, Ballard coltiva occasionali devianze sessuali, quali il voyeurismo e il feticismo, finché un giorno, quasi per caso, si ritrova a scoprire un’ulteriore perversione, la necrofilia.
Sempre il caso vuole che la casa dove vive prenda fuoco, costringendolo così, senza più alcun riparo, a cercare rifugio in una caverna sulle montagne. E la trasformazione è completata.
Senza rapporti con il mondo civile, Lester Ballard è ormai un animale, psicopatico, amorale, che per procacciarsi piacere sessuale ricorre all’omicidio seriale.

La storia di per sé è certamente cruda eppure, per quanto mi riguarda, non ha raggiunto lo scopo desiderato; tutta la violenza e la volgarità gratuita, di cui è abbondantemente intriso il libro, invece di suscitare un genuino disgusto finisce solo per annoiare. Il troppo stroppia, sempre.
Diventa palese la volontà di McCarthy di ripugnare il lettore, finendo solo con l’allontanarlo per l’esasperazione.
La violenza viene bilanciata da un’onnipresente e indomabile natura dalle sembianze bucoliche ma che risulta comunque cupa, pur nella sua imparzialità.
La violenza e la natura, la violenza è la natura.

La figura di Lester Ballard è sicuramente abominevole e disumana, eppure non è riuscita a incutermi odio o disperazione; sinceramente ho provato solo pietà per quest’individuo evidentemente malato che, quando la catapecchia in cui vive va a fuoco, si preoccupa di salvare anche i peluche vinti alla fiera, o che si ritrova a guardare il cielo chiedendosi di cosa siano fatte le stelle e di cosa sia fatto lui.
Il suo vivere allo stato brado, senza alcuna forma di moralità, non lo rende cattivo, nel vero senso della parola, nonostante le bestemmie, le parafilie e gli omicidi.
Lester Ballard è un uomo che non è un uomo, che eppure è anche lui un figlio di Dio, forse.
Forse, è il figlio minorato di Dio.

Conclusioni

Pensate che a quei tempi la gente fosse più cattiva di oggi? chiese il vicesceriffo. Il vecchio stava guardando la città inondata. No, disse. Non lo penso. Penso che la gente sia la stessa fin dal giorno che Dio creò il primo uomo.

La tesi di McCarthy vorrebbe forse far riflettere sull’ambivalenza della natura umana, quella dualità che ci permette di essere uomo e bestia, ma il personaggio di Ballard è talmente animalesco da non rientrare più nella categoria degli uomini, ormai è qualcos’altro; sarebbe stato possibile affrontare un tema del genere se al contrario avesse conservato una coscienza _ si pensi a Il signore delle mosche; i protagonisti di Golding ispirano realmente un’analisi sul bene e sul male, sulla vera essenza della natura umana, perché seppur trasformarti in violenti selvaggi, sono ancora capaci di comprendere il significato delle loro azioni, il che è anche peggio: loro non fanno del male per un bisogno incontrollato, loro scelgono volontariamente di fare il male.

Insomma questo Figlio di Dio non mi ha convinta, vedremo col prossimo.

Voto: ★★½

Lunedì narrativa: La camera azzurra

Dopo un lungo periodo di stasi, finalmente ho ripreso seriamente in mano un libro, e quale piacere ritornare alla lettura con un bel romanzo quale La camera azzurra di Georges Simenon.
Scritto nel 1963, La camera azzurra è una sorta di combinazione tra Lo straniero di Camus ed il film Attrazione fatale, con Glenn Close e Michael Douglas. Riuscite a immaginare un connubio del genere?

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La “camera azzurra” è il ritrovo di due amanti, Tony e Andrée; entrambi sposati e residenti in un piccolo borgo della Francia degli anni ’60, i due hanno stabilito di vedersi nella camera dell’hotel del fratello di Tony, nel paese vicino, tronfi della loro passione e certi della loro discrezione.
La stanza nella quale si incontrano segretamente da ormai quasi un anno, è appunto la camera azzurra, così soprannominata per via della tinta color liscivia delle pareti.

Ma la camera azzurra non è solo un luogo di sordidi incontri amorosi; la camera azzurra è un mondo a se stante, irreale e trasognato, dove la vita di tutti i giorni diventa evanescente, anzi di più, praticamente non esiste. La camera azzurra è il dominio dell’eros, dell’appagamento fisico e spirituale che ne deriva, il luogo dove il tempo non esiste e le parole perdono di significato.
O almeno così pensava Tony.
Già, perché proprio a causa di quelle parole, sfuggite superficialmente dopo il compiacimento carnale, la vita dell’uomo non sarà più la stessa.

« Ti piacerebbe passare con me il resto della tua vita? ».
Registrava automaticamente le parole di Andrée senza prestarvi una particolare attenzione. Non più di quanto facesse con le immagini o gli odori. Come poteva sapere che avrebbe rivissuto quella scena decine e decine di volte?

Una leggerezza fatale quella di Tony, che lo porterà a vivere la sua famiglia forse più intensamente di quanto abbia mai fatto, ma allo stesso tempo lo travolgerà in una spirale senza uscita, fatta di ansie e sensi di colpa, di penose inchieste giudiziarie e interrogatori coatti.
Perché alla sensuale e volitiva Andrée non basteranno più le parole, ma vorrà i fatti, che Tony lo voglia o meno.

Come già detto, La camera azzurra presenta alcune caratteristiche che immancabilmente hanno rievocato il ricordo del celebre romanzo di Camus; sebbene Simenon non sia interessato a ricercare dei risvolti esistenzialisti all’interno della sua storia, il protagonista Tony ripresenta certi aspetti simili a quelli di Meursault: il vivere passivamente, trascinato più dagli eventi che dalla stessa volontà, quelle parole dette senza un motivo apparente, ancora annebbiato dopo la passione, come Meursault che, sulla spiaggia, sotto l’effetto del sole cocente, spara ad un uomo senza un intento ben preciso; o ancora, quando dinanzi alla morte dei propri cari, sembrano non provare alcuna emozione, passando così per cinici, insensibili, di fronte alla comune morale di una società tassativa; il disinteresse e l’apatia durante il processo.

Andrée è la tipica femme fatale; bella e apparentemente algida, è una donna spregiudicata che non esita a sedurre Tony, sicura del suo fascino e decisa fortemente ad ottenere ciò che vuole. La sua tresca con il suo amante è qualcosa di più per lei: il suo diventa presto un amore avido, molesto, tanto da trasformarsi in pura ossessione; ed ecco che la figura di Andrée si evolve da femme fatale a vera e propria dark lady.

Lo stile di Simenon è caratterizzato da una prosa semplice, pulita, essenziale.
L’intera struttura del romanzo si basa su un gioco di alternanze temporali tramite un sapiente uso di analessi interne, senza una netta divisione tra il passato e il presente, di modo che essi finiscono per fondersi in un tutt’uno, in un unico tempo narrativo, aggiungendo così una certa dinamicità al racconto che, sebbene leggermente dispersivo, non disturba affatto la lettura.

Conclusioni

La camera azzurra è un romanzo di circa 150 pagine ma, pur nella sua brevità, riesce in modo eccellente ad esporre passioni, ossessioni, rimorsi e angosce.
Non un capolavoro, sia chiaro, ma decisamente ne consiglio la lettura, anche solo per staccare la spina per un pomeriggio, o poco più.

Voto: ★★★★

I classici della domenica: Il ritratto di Dorian Gray

Difficile dire qualcosa che non risulti scontato su uno dei capolavori della letteratura mondiale quale Il ritratto di Dorian Gray, scritto nel 1890 da Oscar Wilde.
Non mi perderò nel riassumere la trama che, bene o male, tutti conoscono e che può essere trovata ovunque; farò un’analisi per lo più soggettiva, tratta dalle mie sensazioni, tanto più che di sensi si parla per tutto il romanzo.

Dorian Gray è un personaggio complesso, incerto, e ciò è dovuto alla sua evoluzione nell’arco della storia; da giovane innocente e puro _viziato e vanitoso, certo, ma pur sempre incorrotto_ , a dandy sfrenato, a tratti fieramente malvagio, in altri titubante e compassionevole.
Una marionetta vuota che si lascia riempire e indottrinare dai sofismi finemente infiocchettati di Lord Henry Wotton, uomo privo di remore e votato ad un unico ideale: la bellezza.
Come se l’accorato discorso di quest’ultimo sulla gioventù fosse una formula magica, alla vista del ritratto di Basil, Dorian si rende conto pienamente e realmente della sua straordinaria bellezza; come in una sorta di epifania joyciana, alla vista della sua immagine, Dorian comprende l’importanza del suo aspetto e della sua giovane età, invocando quel fatale sortilegio che segnerà irrevocabilmente la sua vita.

Dominato da una volontà influenzabile, sarà poi il libro di Huysmans, À rebours, a plasmarlo definitivamente: Dorian Gray resta affascinato dalla vita di Des Esseintes e ne imita la ricerca dei sensi e dello stile; curioso, però, come il finale del romanzo di Huysmans non funga da monito per l’eterno adone.

Con l’atto di relegare il dipinto maledetto lontano dalla sua vista, Dorian ha scelto definitivamente la sua strada, quella di una vita vuota, votata esclusivamente al piacere, in tutte le sue forme, che si tramuta spesso in comportamenti trasgressivi ed immorali. Dorian sembra non avere coscienza, sebbene in alcuni barlumi di lucidità, si renda conto della sua natura insensibile e ne provi pietà.
La sua fine rispecchia il suo animo vile e ormai corrotto: volendo cambiare vita, egli comunque si rifiuta di confessare pubblicamente le sue colpe, unico vero modo per espiare i suoi peccati, preferendo distruggere il quadro piuttosto che vederlo ritornare al suo originale splendore; tutto questo perché la sua volontà di cambiamento è puramente fittizia. Il problema è che l’uomo non tiene in conto che distruggendo il dipinto, distrugge al contempo la sua stessa anima e, non potendo il corpo vivere senza di essa, provoca la sua stessa morte.

La vera maledizione per Dorian non è tanto la sua eterna giovinezza, quanto il poter vedere gli effetti della sua condotta sulla sua anima; anche lord Wotton, responsabile della corruzione del giovane, conduce la stessa vita di Dorian, eppure il suo destino non viene macchiato dai suoi peccati, e anzi, se si vuole lord Wotton è perfino peggiore di Dorian, dato che quest’ultimo, almeno qualche volta conosce i rimorsi della coscienza, al contrario del suo amico, completamente amorale.
Forse Wilde condanna il giovane, non per il suo comportamento in sé, ma per la mancanza dei segni che questo dovrebbe tracciare sul suo volto; per tutto il romanzo infatti si gioca su quella convinzione tipicamente rinascimentale della corrispondenza esistente tra lo spirito e il corpo, per cui le persone fisicamente belle sono persone morali, pure, mentre quelle brutte sono immorali, malvagie.

Se Controcorrente del già citato Huysmans viene considerato la Bibbia del decadentismo, Il ritratto di Dorian Gray rappresenta la Bibbia dell’estetismo; interamente imperniato sulla filosofia edonista, alla quale l’estetismo si riconduce, il finale si espleta in quella massima di Théophile Gautier ( il cui concetto può essere precedentemente ritrovato in Poe, per dirne uno ) che ne è il caposaldo della dottrina: art for art’s sake, l’arte per l’arte.
Il tragico epilogo de Il ritratto di Dorian Gray non ha niente a che fare con l’eventuale insegnamento morale che se ne potrebbe trarre, in quanto come afferma lo stesso Wilde nell’introduzione al romanzo:

Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene, o male. Questo è tutto.”

Il ripristinarsi del primigenio aspetto della tela rappresenta la totale vittoria dell’arte sulla vita dell’uomo; mentre Dorian Gray muore, il suo aspetto tramutato orrendamente, il dipinto trionfa, magnifico, eterno e indistruttibile.

Conclusioni
Wilde rielabora in chiave moderna il mito del Faust, il tema del doppio e il topos dell’eterna giovinezza regalandoci una trama estremamente affascinante, ma lo stile esageratamente ricercato nella forma e, soprattutto, nei dialoghi, impregnati di aforismi, paradossi ed un’onnipresente retorica epicurea, rendono la lettura a tratti pesante; i riferimenti letterari e intellettuali da parte di Wilde sono numerosi e quasi mai ne cita la fonte.
Come scrisse l’autore irlandese:

” Ho appena terminato il mio primo racconto lungo, e sono esausto. Temo che sia come la mia vita – tutta conversazione e niente azione. Non sono capace di descrivere le azioni: i miei personaggi stanno seduti in poltrona, e conversano.”

Esatto. Nell’ultima parte del romanzo la storia prende più vita, troviamo un Dorian Gray sempre più sconfitto e stanco, in cui si percepisce l’imminente apice della vicenda, recuperando un po’ di quella scioltezza narrativa che scarseggia per buona parte del libro.
Comunque sia, Il ritratto di Dorian Gray è una lettura imprescindibile e doverosa.

Voto: ★★★½

” Basil Hallward è quello che credo di essere, Henry Wotton è come il mondo mi dipinge e Dorian Gray è quello che mi piacerebbe essere.” Oscar Wilde in una lettera a Ralph Payne.

Lunedì narrativa: Uomini e topi

Uomini e topi è un romanzo breve di John Steinbeck, pubblicato nel 1937 e tradotto in Italia da Cesare Pavese, che racchiude in sé quei temi precipui che lo scrittore americano affronterà anche in altri romanzi.

Il titolo si rifà ai versi della poesia A un topo, del poeta scozzese Robert Burns:

Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!

Che differenza c’è tra gli uomini e i topi?

Due braccianti in cerca di fortuna nella desolata landa californiana della grande depressione. Due compagni di viaggio, due amici, George e Lennie, animati da un sogno: il desiderio di possedere, un giorno, una tenuta tutta loro.
Al ranch Soledad, dove i due trovano lavoro, il mite Lennie viene subito notato per la sua forza poderosa e la sua mente infantile; colto da un ritardo mentale, il giovane è ossessionato da tutto ciò che risulti soffice al tatto, motivo per il quale spesso, in mancanza di qualcosa di più morbido, Lennie cattura topolini da accarezzare, spesso con troppo vigore, finendo con l’ucciderli.
Le dure giornate di fatica e sudore al ranch si trascinano animate dal sogno dei due uomini, il sogno della casa coi conigli, il desiderio di una vita migliore.
Finché un giorno, Lennie combina involontariamente un ‘guaio’, e al suo compagno George non resta che un’unica, estrema e dolorosissima, cosa da fare.

” Mi piace carezzare le belle cose. Una volta ho veduto alla fiera dei conigli dal pelo lungo. Erano così belli, vi dico. Qualche volta ho carezzato anche i topi, ma solo quando non trovavo altro.”
[…]
Prese a Lennie la mano e se la pose sul capo.

” Toccate in questo punto e sentirete come sono morbidi.”
Le grosse dita di Lennie presero a lisciarle i capelli.
” Non spettinatemi,” disse la ragazza.
Lennie disse: “Oh, che bello,” e lisciava più forte. ” Che bello.”

Soledad

L’ambientazione del romanzo si colloca tra gli scenari di una California selvaggia, indomita, in cui è la natura che regna sovrana e dove l’unica presenza dell’uomo si concentra prevalentemente all’interno di ranch solitari. Nel contesto naturalista del romanzo, è proprio in un ranch, tra uomini e animali, che si svolge prevalentemente l’intera vicenda.

Nel dominio non meglio specificato di Soledad (solitudine, ulteriore riferimento alla condizione dell’umano abbandono a se stessi), coabitano da una parte i braccianti, e dall’altra i padroni. Le bestie non sono altro che bestie.
In queste tre categorie figurano rispettivamente George, Slim, Carlson e il vecchio Candy, per quanto riguarda la figura del bracciante, del lavoratore, dell’oppresso; Curly, suo figlio e la moglie di Curly jr, per quanto riguarda la figura del padrone, del ricco, del potente.
Tra le bestie poi, oltre agli animali veri e propri, troviamo Crooks e Lennie.

Crooks, l’unico uomo di colore nel ranch, vive separatamente dagli altri braccianti:
[…] aveva la cuccetta nel ripostiglio dei finimenti, una baracchetta appoggiata alla parete del fienile.
Come un animale, Crooks vive in un ripostiglio, accanto agli altri animali, nel fienile.
E come una bestia scontrosa e selvatica, ormai chiuso in un guscio d’isolamento forzato, Crooks è restio ad avere quei contatti amichevoli ai quali non è abituato; quando Lennie tenta di fare amicizia con Crooks, lui è scorbutico e diffidente: d’altronde, se i bianchi non vogliono avere niente a che fare con lui, lui non vuole avere niente a che fare con loro. Quando però Lennie non dà cenno di volersene andare, Crooks lo lascia entrare nella sua stanza e comincia un monologo sulla sua solitudine, sul suo bisogno, nonostante tutto, di avere accanto qualcuno con cui parlare, come del resto tutti gli esseri umani.
Vittima perenne dei bianchi, Crooks si vendica su Lennie, il più fragile a sua volta nella catena sociale, ulteriore dimostrazione di una natura crudele in cui vige “la legge del più forte”, dove il forte se la rifà sul più debole, secondo una severa gerarchia sociale e biologica.

” Dicevo supponete che George sia andato in città questa notte e voi non ne sappiate mai più nulla.”
Crooks spingeva a fondo a una sua specie di segreta vittoria. ” Supponete ciò, ” ripeté.
” Non farà questo, ” gridò Lennie. ” George non farebbe mai questo. Da tanto tempo siamo insieme. Questa notte ritornerà…” ma quel dubbio era troppo, per lui. “Voi dite che non tornerà!”
Il viso di Crooks si rischiarò di gioia alla tortura di Lennie.

Lennie a sua volta rientra nel gruppo degli animali: lento d’intelligenza, è però forte come un toro, come un cavallo, come un animale da soma. Lennie si riduce a questo: un animale innocente e senza coscienza.
Non a caso, sia il cane di Candy, sia Lennie, muoiono allo stesso modo: “proprio sotto la nuca”. Come un animale che non serve più, che è troppo debole per sopravvivere in un mondo troppo duro, il più forte decide di risparmiare al più debole la sofferenza, decidendo della sua vita.

La casa dei conigli

La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. ” Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d’un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l’indomani.”
Lennie era felice. ” È così, è così. E adesso dimmi com’è per noi.”
George riprese. ” Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare. Ma se quegl’altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.”
Lennie interruppe. ” Noi invece è diverso! E perché? Perché…perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché.”
Rise beato. ” Va avanti, George.”
” Lo sai a memoria. Puoi dirlo da te.”
” No, tu. Ho dimenticato qualcosa. Dimmi come sarà un giorno.”
” Va bene. Un giorno…avremo messo insieme i soldi e ci sarà una casetta con un pezzo di terreno e una mucca e i maiali e…”
” E vivremo del grasso della terra,” urlò Lennie.
” E terremo i conigli. Va avanti, George! Di quel che avremo nell’orto e i conigli nelle gabbie e la pioggia d’inverno e la stufa; dì come sarà spessa la panna sul latte che non lo potremo tagliare. Dì tutto questo, George.”
” E perché non lo dici tu? Lo sai benissimo.”
” No… dillo tu. Non è lo stesso, se lo dico io. Va avanti…George. Dì come accudirò ai conigli.”
” Allora, ” disse George, ” Avremo una grande aiuola d’erba e una conigliera e le galline. E quando pioverà d’inverno, diremo ‘ Al diavolo il lavoro’ e accenderemo un grande fuoco nella stufa e staremo seduti ascoltando la pioggia cadere sul tetto…

Ciò che spinge avanti George e Lennie è il desiderio di riuscire ad avere una casa loro, in cui vivere del proprio lavoro e allevare conigli.
La casa e, soprattutto, i conigli sono il chiodo fisso del dolce Lennie, che non smette mai di chiedere a George di raccontargli per filo e per segno l’intera fiaba _ perché è a questo che si riduce_, e George ogni volta gliela ripete pazientemente, come un mantra.
La casa dei conigli non è altro che un sogno, un’utopia che si trasforma in una verità schiacciante e crudele, annichilente: il sogno americano non esiste più, è un’illusione, è morto.

George disse sommesso: “…Credo che lo sapevo fin da principio. Lo sapevo che non ci saremmo mai arrivati. A lui piaceva tanto sentirne parlare che anch’io ho creduto fosse possibile.”
” Allora… tutto è finito? “, disse Candy costernato.

Conclusioni

La potenza drammatica di questa storia, la tragicità, il pathos, tutto trasuda da queste poche ma intense pagine. Più di un microcosmo, durante la lettura del romanzo il ranch diventa il mondo; Steinbeck, in poco più di cento pagine, è riuscito a ricreare dei personaggi reali, veri, sinceri, tutti animati da brutalità e sofferenza, da speranza e disincanto, e a ritrarre quella condizione umana di degrado e umiliazione che risulta universale.

Uomini e topi è un romanzo verista in cui il concetto dell’ostrica è potenziato fino all’estremo: se nasci topo, non riuscirai mai a diventare uomo, ma entrambi siete esseri deboli e fragili, delicati: basta una carezza o una scrollata troppo forte e di voi non resta che un corpo senza vita.
Alla fine, non c’è poi tanta differenza tra uomini e topi.

Ma, topolino, non sei il solo
A provare che la previdenza può essere vana:
I piani più accurati dei Topi e degli Uomini
Vanno spesso storti,
E non ci lasciano che dolore e pena,
Invece della gioia promessa!

Voto: ★★★★★

I brividi del venerdì: Gotico americano

È veramente esistito un G. Gordon Gregg.
Gli studenti di storia americana possono riconoscerlo come Herman W. Mudgett, sebbene lui preferisse lo pseudonimo allitterativo di H.H. Holmes.

( Dalla postfazione di Gotico americano )

Siamo nel 1893, l’anno della Fiera Mondiale Colombiana _ una sorta di antenato del moderno Expo _ , inaugurata a Chicago per festeggiare i 400 anni dalla scoperta dell’America.
Nei pressi della Fiera, G. Gordon Gregg ha fatto costruire “il Castello”, un palazzo dalle fattezze di un maniero, adibito al contempo come farmacia e albergo. Il Castello possiede infatti numerose stanze, alcune delle quali del tutto celate alla vista, collegate fra loro tramite ingegnosi passaggi segreti. Una stravaganza calcolata dal suddetto farmacista per mettere in atto indisturbato i suoi crimini: il dottor Gregg, infatti, è un sadico assassino, oltre che un avido truffatore.
Così, per una serie di eventi, la giovane giornalista Crystal fa la sua conoscenza con il presunto dottore e, dopo aver indagato sul suo passato, comincia a collegare tra loro le scomparse di alcune donne e a sospettare dell’uomo.
Crystal decide di investigare in prima persona, anche se la cosa si rivelerà più complicata del previsto, nonché più pericolosa.

I mostri non esistono

Non è la prima volta che Robert Bloch prende spunto dalla realtà per i personaggi delle sue storie; in Psycho, il romanzo più famoso dell’autore, l’altalenante figura di Norman Bates era stata ispirata da Ed Gein, il “Macellaio di Plainfield”, noto per aver “addobbato” la sua casa con parti di corpi umani.
Il protagonista di Gotico americano risponde invece alla figura di un altro famoso serial killer, H.H. Holmes, il cui vero nome era Herman Webster Mudgett, al quale vengono attribuiti più di un centinaio di omicidi.
Esattamente come accade nel libro, Holmes fece costruire un palazzo di tre piani, denominato “il Castello”, dove passaggi segreti, labirinti e cunicoli senza uscita fungevano da vere e proprie trappole mortali per le sue vittime.

H.H. Holmes e il suo "Castello".
H.H. Holmes e il suo “Castello”.

Ma contrariamente ad Holmes, la finalità dell’omicidio per Gregg non è esclusivamente il piacere sadico e perverso che ne ricava (sebbene poi conservi i cuori delle sue vittime sotto vetro), ma il profitto economico che ne può guadagnare.
Altra differenza rispetto al vero serial killer, sta nel comportamento e nelle peculiarità del personaggio fittizio: uomo estremamente affascinante e galante, il dr Gregg può contare anche sulle sue doti di eccellente ipnotista che, oltre ai suoi modi da perfetto gentleman, gli permettono di attirare facilmente le sue vittime, per lo più donne, che seduce con false promesse di matrimonio e amore eterno; ma come un moderno Barbablù, le future mogli vengono opportunamente eliminate nel momento in cui Gregg ha raggiunto il suo scopo, ovvero svuotarne il conto in banca.

Conclusioni

Da una vicenda reale intrigante, per quanto macabra, Bloch ne ha ricavato una trama piuttosto insipida, con personaggi fastidiosamente ridicoli, a tratti stereotipati, dotati di una caratterizzazione psicologica alquanto spicciola e banale, il tutto accompagnato da uno stile narrativo puerile.
I sospetti, le deduzioni e le scoperte di Crystal riguardo il dottore sono dettate esclusivamente dalla volontà dell’autore che non sa come fare per avviare la storia, ma non vengono supportate da fatti concreti.

Insomma, prometteva bene ma si è rivelato un fiasco. Questa volta, per me, Bloch ha toppato.
Molto meglio i racconti.

Voto: ★★

Giovedì: Libero _ Il Fumetto: La Maschera della Morte Rossa

Avete presente il racconto “La mascherata della morte rossa” di Edgar Allan Poe?
Ecco, allora potete leggere l’omonima graphic novel, edita Kleiner Flug, scritta da Marco Rocchi e disegnata da Giuseppe Dell’Olio.

Ispirato al racconto dell’autore noir per eccellenza, questo fumetto ne riprende le fila per evolverne la trama e mostrare gli avvenimenti che si susseguono all’interno del castello del principe Prospero durante l’isolamento coatto per sfuggire alla temibile epidemia di peste, nota con il nome di Morte Rossa.

Per intrattenere i suoi ospiti e sfuggire alla noia della prolungata clausura, Prospero organizza una grande festa, suddivisa in sette stanze: ogni stanza è dedicata a un dato piacere e colore, ed è presieduta da uno dei sette lord più fedeli del sovrano.
Piaceri discutibili, piaceri promiscui e perversi ai quali lasciarsi impunemente andare, mentre aldilà delle mura cintate impervia la morte.
Non tutti però sono dediti ai festeggiamenti; c’è infatti un giovane menestrello in cerca di una vendetta che non esiterà a compiere, grazie al patto con la Morte Rossa stessa.

In questa rivisitazione moderna, il principe Prospero e la sua corte vengono ritratti ancora più malvagi e senza remore di come non sia in realtà nel racconto di Poe.

Le sette stanze dedicate a sette piaceri diversi, rappresentano chiaramente i sette vizi capitali.

Rispetto al racconto, più velato, più misterioso e poetico, il fumetto perde la sua delicatezza grazie alle esplicite scene disegnate e ad una trama resa ancora più dark e, in senso lato, più ‘volgare’.

I disegni ‘sporchi’, volutamente spuri, grotteschi, e le tonalità scure e cupe, contribuiscono a rendere l’atmosfera del racconto illustrato ulteriormente macabra.

Conclusioni

L’idea di fondo è buona, i disegni sono apprezzabili, congeniali alla cupezza della storia.
Ma, c’è un ma; la trama e la sua trasposizione grafica, condensata in una novantina di pagine, l’ho trovata troppo frettolosa, grezza, a tratti grossolana.
In definitiva, lascia poco. Poteva uscirne qualcosa di più ricercato con un po’ di studio in più.
Al costo di 17 euro, lo consiglio per i veri appassionati.

Voto: ★★★

Lunedì narrativa: Buio a mezzogiorno

Sulla conturbante scena del Novecento, numerosi sono i romanzi che hanno fatto la differenza; Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler è sicuramente da ritenersi uno di questi.
Il titolo, di per sé eloquente, se non addirittura esegetico, racchiude l’intero pensiero dell’autore e del suo protagonista, Rubasciov.

“Il vecchio male” pensò Rubasciov. “I rivoluzionari non dovrebbero pensare con la mente degli altri.
“O dovrebbero, invece? Sicuramente?
“Come si può cambiare il mondo, se ci si identifica con chiunque?
“Come si potrebbe diversamente cambiarlo?
“Colui che comprende e perdona…dove può trovare un motivo per agire?
“Dove non lo troverebbe?”

È piena notte quando Rubasciov viene prelevato dal suo appartamento e trasferito in carcere. Con un’accusa di tradimento non meglio specificata, Nicolaj Salmanovic Rubasciov, personaggio importante del partito comunista, viene arrestato e rinchiuso nella cella dove avrà inizio il suo personale calvario etico-spirituale.
Durante la sua prigionia, Rubasciov ha modo di ripensare al movimento al quale ha dedicato la sua intera esistenza, analizzandone i processi evolutivi, i suoi meccanismi più intrinsechi, evidenziandone le debolezze e le mancanze, il tutto con una lucida criticità che ne ripercorre, passo dopo passo, i cambiamenti e i fenomeni che hanno portato all’attuale sistema, al cui vertice si trova inossidabile il N°1.
Tra prese di posizione e debilitazioni fisiche, assistiamo al mutamento interiore di Rubasciov, dove alla logica ferrea del partito viene a sostituirsi una coscienza morale, rimasta dormiente e assoggettata ai compiti e i desideri del fine ultimo del partito, e che adesso riemerge in tutta la sua potenza nella ‘finzione grammaticale’.
Il risultato è un’amara capitolazione.

La politica del N°1

“Dunque, aveva fatto la Guerra civile, dopo tutto” pensò Rubasciov. Ma eran cose d’altri tempi, ormai, e non facevano più differenza.

Sebbene il personaggio di Rubasciov sia fittizio, la sua vicenda si rifà ad eventi realmente accaduti durante il regime staliniano, noto anche come Grande terrore, caratterizzato dalle cosiddette ‘purghe’, nel quale un qualsiasi parere avverso a quello del regime poteva trasformarsi in un’accusa di tradimento. Nel romanzo, poi, Koestler descrive come queste accuse vengano avvalorate da false prove, costruite per lo più sulla base di un’austera logica di causa-effetto, di supposizioni consequenziali, poco importa se nulla hanno a che fare con la realtà dei fatti.
Tutto questo perché “ ciò che viene presentato come giusto deve risplendere come oro, ciò che viene presentato come erroneo deve essere nero come la pece. “. Il comunismo, sotto le fila di Stalin, diventa più di un movimento politico, esso si sostituisce completamente alla religione, diventando esso stesso una religione, con i suoi dogmi e i suoi credo incontrovertibili; chiunque non rispetti ciecamente la volontà del partito, chiunque non abbia abbastanza fede, viene automaticamente epurato, eliminato, in virtù di un bene più grande: il mantenimento del potere del comunismo, per far sì che la Rivoluzione non venga rovesciata in alcun modo.
Non importa se si è servito il partito per tutta la vita, non importano i sacrifici fatti sino a quel momento: i ritratti degli ex componenti del partito, di coloro che hanno fatto la Rivoluzione ed hanno contribuito alla sua vittoria, vengono cancellati dalle fotografie una volta appese al muro; i libri ritenuti contrari all’ideologia dominante, banditi dalle biblioteche; tutto può ribaltarsi in un istante, in quel fatidico istante in cui si inizia a pensare con la propria testa _ impossibile non pensare al 1984 di Orwell _.

La finzione grammaticale

Tanto peggio per colui che prendeva sul serio quella commedia e che vedeva solo quanto avveniva sul palcoscenico e non il meccanismo dietro le quinte.

Durante la sua carriera politica all’interno del partito, Rubasciov ha spesso eseguito incarichi scomodi, liquidando membri del movimento accusati di controrivoluzione e, nonostante la palese montatura dell’accusa, il non ancora ex commissario del popolo, ha sempre obbedito agli ordini, pur talvolta non ritenendoli personalmente giusti, senza obiettare; questo perché nella politica del comunismo non c’è spazio per i moralismi: l’unica morale che conta è quella del partito, una morale quindi riarticolata in base alle esigenze di quest’ultimo. Nel comunismo prevale infatti un’etica che ricorda in qualche misura l’Utilitarismo, per cui il giusto equivale all’utile ed il male al dannoso.
In una tale ottica si perde di conseguenza il valore dell’individuo, in quanto si agisce in virtù di un simbolico popolo, ” una moltitudine di un milione divisa per un milione “.
Un’etica rivoluzionaria, per citare Weber, in cui per il bene ultimo (l’utopia di un mondo comunista) l’uso della violenza è legittimato e vale il principio machiavelliano de “il fine giustifica i mezzi”.
La coscienza verso il singolo non esiste, in quanto la propria responsabilità è verso il principio.

Ma durante la prigionia, i ricordi di Rubasciov riemergono prepotenti e con essi quella che lui chiama ‘finzione grammaticale’, che altro non è che il suo inconscio, la sua coscienza, il suo ‘io’ più intimo. Manifestandosi negli improvvisi flashback, nel gesto meccanico di strofinarsi il pince-nez sulla manica e con un pulsante mal di denti, Rubasciov inizialmente cerca di combattere con tutte le sue forze questa verità latente, che adesso vuole emergere, rimettendo le sue azioni ad un giudizio più grande di quello degli uomini, ovvero a quello della Storia.

“La Storia non conosce né scrupoli né esitazioni”, aveva detto a uno di quegli sventurati. “Scorre, inerte e infallibile, verso la sua meta. Ad ogni curva del suo corso lascia il fango che porta con sé i cadaveri degli affogati. La Storia sa dove va. Non commette errori. Colui che non
ha una fede assoluta nella Storia non è nelle file del partito”.

Finché, al grido disperato del suo amico Bogrov mentre viene portato via per essere fucilato, la razionalità cede il posto alla presa di coscienza. Il lamento di quel singolo uomo porta Rubasciov a capovolgere completamente il suo pensiero. Ecco che il bene ultimo perde la sua logica se a discapito del singolo, che riacquista quindi la sua importanza, il suo valore intrinseco ed inviolabile.

Stremato dalle torture psicofisiche a cui viene sottoposto ed intrapreso il nuovo percorso dell”io’, Rubasciov ammette di essere colpevole, non di attività controrivoluzionarie, ma di aver dato adito alla sua coscienza interiore, di aver anteposto la sua riscoperta dell’individuo alla cieca fede nel partito, per il quale l’individuo non ha alcuna importanza, non esiste.
Intrappolato in una sorta di crisi esistenziale, tra la sua nuova posizione ed il credo di tutta una vita, Rubasciov, consapevole che la vecchia generazione della sua epoca è ormai finita in favore dei nuovi uomini di Neanderthal, si arrende all’inevitabile, scoprendosi desideroso solamente di dormire, per sempre.

Conclusioni

Scritto nel 1940, Buio a mezzogiorno è un romanzo di denuncia degli orrori e dei meccanismi che si trovano dietro i processi staliniani, per altro attualissimi a quell’epoca.
Allo stesso tempo Koestler affronta quel problema di fondo tra l’ideale comunista e la sua messa in pratica nel regime stalinista, tra la dignità del singolo e la ragione della Storia.
Il dibattito principale riguarda l’etica all’interno della politica, e numerosi sono i riferimenti filosofici, da Hegel a Weber.
Un romanzo complesso quindi, ma terribilmente valido e importante, arricchito da uno stile narrativo impeccabile, fluente ma allo stesso tempo sapiente, affatto noioso o pedante.
Inutile aggiungere che lo consiglio caldamente.

Voto: ★★★★★