Il sabato spaziale: Deus Irae

IMG_20141129_121759Ma è venuto quel giorno. L’ira si è abbattuta. Il peccato, la colpa e il castigo? Le psicosi maniacali di quelle entità che definivamo nazioni, istituzioni, sistemi – i poteri, i regni, le dominazioni – le cose che si fondono in eterno con l’uomo e che dall’uomo emergono? Il nostro buio, esteriorizzato e visibile? Comunque si voglia guardare a questi fatti, è stato raggiunto il punto critico. L’ira si è abbattuta. (…) E la mano che brandiva quella lama apparteneva a Carleton Lufteufel. Nel momento in cui affondava la lama nel nostro cuore, quella mano non era più umana, apparteneva al Deus Irae, al Dio dell’Ira stesso. Quel che resta sopravvive grazie alla Sua tolleranza. Se deve esistere una religione, ritengo che questo sia l’unico credo sostenibile.

Carleton Lufteufel, chi è? L’uomo che ha ucciso miliardi di persone, ponendo fine al mondo così com’era conosciuto, o la manifestazione terrena del Dio dell’Ira? Carleton Lufteufel è entrambe le cose, come sostengono i SOW, i Servi dell’Ira (Servants of Wrath), un gruppo religioso formatosi a seguito degli eventi che hanno portato alla distruzione del vecchio mondo.

Uno dei membri dei Servi dell’Ira è padre Handy, che ingaggia Tibor McMasters, talentuoso pittore menomato degli arti, per dipingere un ‘chiesesco’, un affresco, che raffiguri l’immagine del Deus Irae, Carleton Lufteufel.
Tibor accetta l’incarico, ma per portare a termine la sua opera ha bisogno di trovare e di vedere con i propri occhi Lufteufel, di cui si è ormai persa ogni traccia; parte così per un ‘Pelleg’, un pellegrinaggio alla ricerca dell’uomo che ha distrutto la civiltà e che lo ha ridotto a doversi servire di protesi estensibili al posto delle braccia, e di un carretto trainato da una mucca per potersi muovere.

Rivali spirituali dei SOW sono i cristiani, i pochi cristiani sopravvissuti alla Terza Guerra Mondiale, che non possono vedere di buon occhio l’impresa imboccata da Tibor; il palesare l’immagine del culto (sebbene per i cristiani non sia possibile e quindi non veritiera e priva di fondatezza) equivarrebbe ad accrescere il potere dei SOW, i quali si arricchirebbero di nuovi fedeli sopraffatti e corroborati nel credo tramite un idolo visibile, materiale. Così, Pete Sands, novizio della comunità cristiana, decide di seguire Tibor, sperando di potergli evitare l’incontro con Lufteufel.

Il Pelleg intrapreso da Tibor è molto pericoloso: nessuno che sia partito per un Pelleg ha mai fatto ritorno; ciò nonostante Tibor è ormai deciso a mantenere il suo impegno. Dipingerà il Dio dell’Ira.
Durante il suo viaggio, Tibor si ritrova a contatto con un mondo a lui estraneo; non poche saranno le volte in cui si stupirà dell’abissale differenza che caratterizza la desolazione dell’ambiente ad appena una cinquantina di chilometri da Charlotteville, la cittadina in cui vive.
A popolare il suo cammino vi sono poi strane creature, risultato delle mutazioni dovute al fallout nucleare della guerra: enormi lucertole antropomorfe, grossi scarafaggi parlanti, vermi famelici dalle dimensioni titaniche e piccoli esseri irsuti, a metà tra esseri umani e macropodidi, denominati ‘corridori’. Assieme a questa fauna geneticamente modificata dalle radiazioni, sopravvivono macchine computerizzate risalenti all’età prebellica, come il ‘Grande C’ (Grande Computer), una sorta di sfinge atipica che, mediante estensioni pseudo robotiche dall’aspetto femmineo, tenta di trascinare gli esseri umani nel suo baratro mortale, non appena questi gli abbiano rivolto le domande a cui il Grande C deve saper rispondere. Altra macchina potenzialmente pericolosa è ‘l’autofab’, una sorta di autofficina autonoma e psicologicamente instabile, alla quale Tibor è costretto a chiedere aiuto.

Un mondo popolato da mostri, mutanti, automi psicotici e assassini, ma pochi esseri umani, per lo più raggruppati in piccole comunità arrangiate in insediamenti semidistrutti, post-bellici.
Questo è il mondo futuro alla Terza Guerra Mondiale del duo Dick-Zelazny; un pianeta desolato, arido e ostile, un mondo popolato da strane creature, come un futuribile Paese delle Meraviglie, ma meno fantastico e più grottesco.

Il Deus Irae

Non lo fare più, per favore. Non avevo capito che fossi la cosa che sei.
« Lo rifaccio eccome, cazzo, se ci provi un’altra volta. »
Non ci riproverò. Ti offrirò dei ratti da
mangiare. Di quelli giovani, grassi. Solo, liberaci dalla Tua ira.

Carleton Lufteufel, il demone dell’aria ( dal tedesco, ‘Luft’ aria e ‘Teufel’ demone ). Il solo nome è evocativo.
Direttore dell’ ERDA ( acronimo inglese che sta per “Ente per lo sviluppo e la ricerca dell’energia” ) ai tempi dell’avvento del conflitto, Lufteufel è il diretto responsabile dello sterminio di massa che ha posto fine alla guerra, il “Creatore”, se così vogliamo chiamarlo, di un mondo civ
ilmente primordiale. Carleton Lufteufel è un uomo in carne ed ossa, ma nello stesso momento in cui ha premuto il tasto dello ‘sputo’ ( l’arma micidiale che ha corrotto ogni cosa ) si è tramutato nel Dio dell’Ira.
E ai pochi superstiti cosa rimane se non il culto in tale dio? Come spiegare altrimenti l’abominio del dolore, della distruzione e della morte che li ha contagiati? La possibilità non può essere che una: esiste un Dio, e questo Dio è malvagio.
Una teodicea ribaltata, annientata nel fallimento di trovare una spiegazione razionale alla compresenza del male e di un Dio caritatevole.
È il Dio dell’Ira che governa questo mondo, e la morte non rappresenta più un ricongiungimento col divino, ma una liberazione da esso.

CaDEUSIRAEDAW565rleton Lufteufel è un uomo in carne ed ossa, ribadiamolo; come tale è soggetto al dolore, al deterioramento fisico e morale: come un Cristo trasversale, Lufteufel ha la sua corona di spine conficcata nella testa – resti metallici delle esplosioni -, e la camicia, impregnata del suo sangue ripulito da Alice – una Maria Maddalena ritardata? – , come una santa sindone, ritrae il suo volto impresso nella tela.

A rimarcare l’essenza divina di Lufteufel vi sono i due passaggi in cui l’entità mistica del Dio dell’Ira si manifesta in mondo inequivocabile: la comparsa del dio di fronte a Tibor e la sua ultima apparizione ad Alice.

« Prega! » pretese la faccia. « In ginocchio e con le mani a terra! »
« Ma » disse Tibor « io non ho mani e ginocchia! »
« Questo lo stabilisco io » disse la facciona accesa. Tibor si sentì sollevare di colpo, poi sbatté duramente giù sul prato accanto al carretto. Gambe. Era inginocchiato.

Quando Tibor si ritrova bloccato per via della perdita di una ruota del suo carretto, un disco, i cui tratti facciali vanno formandosi lentamente, si palesa essere un’apparizione di Lufteufel, il quale prima dona gli arti a Tibor, e subito dopo se li riprende, manifestazione rivelante di potenza e sadismo.

Il suo incontro con Alice è invece molto più dolce e serafico. Alice è la ragazza mentalmente ritardata che Lufteufel ha preso con sé. La perdita di Lufteufel equivale per Alice alla perdita del padre, identificato dalla ragazza come tale.
Alice, essere umano subnormale, sarà l’unica a vedere la verità oltre il suo deficit; l’unica in grado di assistere alla teofania del Dio dell’Ira, miracolosamente rappacificato con se stesso e con il mondo.
La pace del Dio dell’Ira sta proprio nella sconfitta. La colpa che pesava sullo spirito di Lufteufel per le sue azioni, viene estirpata attraverso la sua morte.

I temi di Dick: la verità oltre la verità.

L’intero romanzo è una continua disputa teologica su quale sia il percorso “giusto” da seguire. Sostanzialmente, il romanzo ripercorre in chiave mistico-religioso la questione teoretica della verità, tema assai caro a Dick.


Come si sentirebbe il mondo senza di lui…di questi tempi sono davvero poche le cose cui aggrapparsi.

Preposta l’esigenza di una divinità in cui credere in un mondo post-apocalittico abbandonato a se stesso – non veniamo a conoscenza di strutture organico-normative -, il dilemma principale diventa quindi quale sia la divinità in questione cui affidarsi. Continuare imperterriti nella speranza di un dio buono e misericordioso, il Dio cristiano, oppure avallare il rapporto di causa-effetto, secondo il quale, a seguito di tale catastrofe, l’unico dio possibile è un dio dell’ira?
Una volta deciso quale via intraprendere, diventa necessario avvalorare tale scelta con delle prove.
L’ossessione per la verità che tormenta lo scrittore, è la stessa ossessione che spinge Pete Sands all’uso indiscriminato di droghe per arrivare a raggiungere la gnosi; così come per i SOW, l’unico modo per conoscere la sostanza e l’essenza del Dio dell’Ira è quello di ritrarlo.

La risoluzione finale ha un che di tragicomico. Morto Lufteufel, Pete convince Tibor che il barbone avvinazzato trovato in una stalla è il Dio dell’Ira; Tibor, finalmente giunto al termine del suo Pelleg, è pronto a tornare a casa per completare il suo chiesesco.

A diciassette anni dalla morte di Tibor, la gerarchia dei Servi dell’Ira promulgò una dichiarazione solenne di autenticità. Si trattava incontrovertibilmente del volto del Dio dell’Ira, Carleton Lufteufel. Non c’erano dubbi. (…) Questo allo scopo di garantire il rispetto dove mancava, la fede in una società sempre meno religiosa e il credo in un mondo già consapevole del fatto che la maggior parte delle cose in cui credeva si erano rivelate delle menzogne.

In definitiva, Dick afferma ancora una volta che non è possibile conoscere la verità ultima delle cose, ma ciò nonostante è necessario continuare verso il suo perseguimento, evitando di credere ciecamente a ciò che si vede.

Conclusioni

Dopo una prima parte traballante, in cui ho sinceramente pensato che gli autori si fossero fatti di acido, si arriva ad una comprensione più tangibile dell’idea che sta alla base del romanzo. Si capisce dove vogliono andare a parare, insomma. Fino alla seconda metà, in cui inizia la parte veramente intrigante della storia.
Che dire poi dell’accoppiata a quattro mani Dick-Zelazny? Sarò onesta: non mi ha convinta del tutto. Lo stile pare disorganizzato (soprattutto all’inizio, appunto), le descrizioni sono sommarie e i periodi estremamente brevi, segmentati. Questo, assieme ad un uso spropositato del tedesco, hanno reso l’opera disarmonica, proprio in virtù (ribadiamolo) delle differenze tra la prima e la seconda metà del libro. D’altronde c’è da dire che una dozzina d’anni di collaborazione discontinua tra i due scrittori deve aver reso la stesura della storia non poco complicata.
Comunque.
Deus Irae è un romanzo particolare, strano, per certi versi assurdo, ma con delle potenzialità innegabili.

Voto: ★★★½

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Il sabato spaziale: Nel Paese dei Ciechi

Conoscete il mito della caverna di Platone? Riassunto in soldoni, racconta di uomini che, imprigionati fin dall’infanzia dentro una caverna, sono stati legati e costretti a fissare solo il muro dinanzi a loro. Dietro ad essi, su di una strada in salita, arde un fuoco; tra il fuoco e la caverna c’è un muricciolo. Se dietro questo muricciolo passassero degli uomini con degli oggetti o degli animali, il fuoco proietterebbe le loro ombre sul muro dinanzi ai prigionieri, e se questi uomini, esterni alla caverna, parlassero, i prigionieri penserebbero che siano le ombre stesse a parlare.
Se un giorno un prigioniero fosse liberato, egli avrebbe un’iniziale difficoltà nel rendersi conto della realtà, e prima di poter guardare il sole senza rimanerne accecato, a causa della prolungata permanenza nell’oscurità, potrebbe solo vedere il riflesso degli oggetti nell’acqua. Man mano che i suoi occhi si abituano alla luce, questo schiavo liberato sarà allora capace di vedere la verità per quella che è. Il suo impulso sarà, quindi, quello di tornare a liberare i suoi compagni di schiavitù, ma essi non gli crederanno, talmente sono compromessi dalle loro credenze, e anzi potrebbero anche tentare di aggredirlo. Perché le credenze sono difficili da demolire ed è molto più semplice restare nel rassicurante mondo delle ombre.

La morale del mito consiste nello spiegare quanto sia arduo il percorso verso la verità e il vero sapere, e che il compito del filosofo (colui che è illuminato) è quello di portare la luce del bene e della sapienza agli altri uomini, pur sapendo che si tratta di un’impresa difficile.
Ebbene, leggendo Nel Paese dei Ciechi di Herbert George Wells, non ho potuto fare a meno di ripensare a questo mito; lo sfortunato protagonista che si ritrova ad essere l’unico “illuminato” senza però avere alcuna chance di persuadere il suo pubblico di orbi nel dargli retta.
Ma procediamo con ordine.

Nel paese dei ciechi…

Per sfuggire ai colonizzatori spagnoli, alcuni indigeni si sono rifugiati in una valle sperduta tra le Ande. Col passare degli anni, le nuove generazioni di questo ristretto clan, venivano colpite da una strana malattia che li rendeva sempre più ciechi. Pensando più ad una punizione divina che ad uno strano morbo contratto lì, un abitante decide di andare nel mondo giù in basso per cercare un antidoto o un talismano contro questa piaga.
Per sua sfortuna, al suo ritorno verso la valle scopre che una valanga ha reso inaccessibile la strada del ritorno ed è costretto a restare al di là della valle.

Passano i secoli, e nella remota valle andina, con il susseguirsi delle generazioni, la popolazione è diventata irrimediabilmente cieca, tant’è che i bambini nascono direttamente con i bulbi oculari vuoti. La normalità nella valle è la cecità e il mondo esterno non esiste.
Nuñez, uno scalatore, disgraziatamente cade dalla parete rocciosa che stava scalando, ma finisce, per lo più illeso, su un ammasso di neve che attutisce la caduta.
Appena si riprende, Nuñez parte in esplorazione e approda in una valle; tutto ciò che vede ha qualcosa di strano; ciò che attira maggiormente la sua attenzione sono delle casette schierate che non presentano finestre e sono sgraziatamente intonacate con diversi colori, oltre ad una serie stradine e viottoli regolari che collegano le varie case alla via centrale.
Qua e là vede alcune persone distese sul prato e uomini che stancamente riempiono delle giare con dell’acqua. Nuñez si avvicina ma, notando che nessuno sembra accorgersi di lui, comincia a gesticolare. Ancora niente. Allora urla.
Dopo un iniziale sconcerto, gli abitanti attorniano lo straniero e lo portano presso i saggi della valle.
Nuñez tenta invano di spiegare loro che viene dal mondo di fuori e che riesce a vedere, ma gli abitanti, ormai immemori di cosa sia la vista e di tutto ciò che con essa ha a che fare, credono che sia stato appena generato dalle rocce della valle; così spiegano a Nuñez la loro cosmogonia, la religione e che il tempo è stato diviso in caldo e freddo (giorno e notte) e che era bene dormire durante il caldo e lavorare durante il freddo (chiedono a Nuñez se sa dormire, lol).

Se inizialmente Nuñez pensa di poter soggiogare gli abitanti della valle essendo lui dotato della vista, si ritrova invece a fare i conti con una mentalità completamente estranea a concetti quali “cecità”, “vista”, “colore”, “luce e ombra” e simili. Tenta in ogni modo di spiegare cosa sia la vista, ma nessuno gli crede e cominciano a trattarlo come un demente.

« Io vedo » disse.

« Vedo? » disse Correa.

« Sì, io vedo » disse Nuñez volgendosi a lui, e inciampò nel secchio di Pedro.

« I suoi sensi sono ancora imperfetti » disse il terzo cieco. « Inciampa e dice parole senza senso. Conducilo per mano ».

Esasperato dalla cieca ottusità del suo nuovo entourage, Nuñez tenta la fuga, ma dopo essere rimasto al freddo e senza cibo per due giorni, decide di tornare nella valle e sottostare alle regole del Paese dei Ciechi.

Nuñez non parla più della bellezza del paesaggio, della vastità del cielo e del nitore delle stelle, se non a Medina-saroté, la figlia del suo nuovo padrone Yacob, l’unica che resta ad ascoltarlo incantata.
Tra i due nasce l’amore e Nuñez sente finalmente di poter essere felice anche in mezzo al buio, una fiammella di speranza nell’oscurità, ma quando il padre della ragazza viene a sapere che i due hanno intenzione di sposarsi finisce l’incanto. Medina-saroté non può sposarsi con un essere inferiore che va farneticando di stelle e tramonti, a meno che la sua demenza non venga curata mediante l’asportazione chirurgica dei globi oculari che, sicuramente, sono la causa delle sue fantasie. Anche Medina-saroté pensa che sia meglio l’operazione per porre a freno la fantasia dell’amato e sciogliere così ogni vincolo al loro matrimonio.
Cosa farà Nuñez?

…il monocolo è il re

Beati monoculi in terra caecorum è un proverbio latino medievale che, tradotto letteralmente, significa: beato il monocolo nella terra dei ciechi. Questa espressione si usa per dire che anche un mediocre sembra un genio se posto a confronto con chi è peggio di lui.
Appena giunto nel Paese dei Ciechi, Nuñez non fa che ripetere questo detto come un mantra; tralasciando l’odiosa prepotenza dell’essere umano nel voler sempre ergersi a dominatore nei confronti di chi crede più debole, Nuñez constaterà presto, e ben amaramente, l’erroneità della sua presunzione.
L’errore di Nuñez, infatti, è quello di magnificare a priori la sua facoltà visiva e contemporaneamente sminuire l’antropologia culturale che caratterizza il contesto sociale nel quale viene a trovarsi; perché, se nel mondo di Nuñez nella terra dei ciechi il monocolo è il re, nel Paese dei Ciechi il monocolo è il disagiato. Un mondo diverso ha anche regole diverse.
E cosa vuol dire tutto ciò? Vuol dire che niente è assoluto.

Tema cardine del racconto è infatti il relativismo, e nella fattispecie il relativismo culturale. Il problema dell’essere umano è che spesso presume che la sua realtà sia l’unica possibile; è inconcepibile per lui, se non ammettere, anche solo approvare una concezione culturale ed esistenziale diversa dalla sua. Ciò avviene sia per Nuñez (beati monoculi in terra caecorum) che per i ciechi. Quando Nuñez tenta di spiegare loro che viene da una città denominata Bogotà, i ciechi, totalmente incapaci di figurarsi un mondo esterno al loro, pensano che Bogotà sia il nome di Nuñez.
Quando Nuñez cerca di spiegargli cosa sia la vista è, sì, comprensibile che loro continuino a non capire, ma è altresì innegabile che essi non si sforzino nemmeno di comprendere e anzi, a causa del loro caparbio dogmatismo e della loro fisiognomica distorta, giudichino Nuñez inferiore, se non addirittura mentalmente ritardato.

« Ho esaminato Bogotà, » disse « e il caso mi è più chiaro. Penso che molto probabilmente si potrebbe guarirlo ».

« È quello che ho sempre sperato » disse il vecchio Yacob.

« Il suo cervello è turbato » disse il dottore cieco.

Gli anziani fecero un mormorio di assenso.

« Ora, che cosa lo turba? ».

« Ah! » disse il vecchio Yacob.

« Questo » disse il dottore, rispondendo alla propria domanda. « Le strane cose che hanno il nome di occhi, e che esistono per formare una soffice e gradevole depressione nel volto, sono nel caso di Bogotà malate a tal punto da danneggiare il cervello. Sono assai gonfie, e le palpebre, munite di ciglia, si muovono. Di conseguenza il suo cervello è in uno stato di continua irritazione e logoramento ».

« Sì? » disse il vecchio Yacob. « Sì? ».

« E io penso di poter dire con ragionevole certezza che per guarirlo completamente altro non occorre se non una semplice e facile operazione chirurgica: asportare, cioè, questi corpi irritanti ».

« E poi sarà assennato? ».

« Perfettamente, e un cittadino esemplare ».

« Sia ringraziato il Cielo per la scienza! » disse il vecchio Yacob, e subito corse ad annunciare a Nuñez le sue liete speranze.

A noi un dialogo del genere può far sorridere, se non inquietare (se si pensa ad una pazzia come l’asportazione degli occhi), ma ciò che si deve considerare è il punto di vista degli interlocutori: per loro è normale non vedere, per loro la valle è il mondo, per loro ciò che è stato tramandato di generazione in generazione è l’unica verità ammissibile, sebbene si tratti di credenze elaborate dalla psiche umana che necessariamente, in assenza di dati scientifici, è costretta a interpretare come può (fantasiosamente, il più delle volte) la realtà che l’attornia.
Così, se come affermava Carl Gustav Jung: “le forze eruttate dalla psiche collettiva portano confusione e cecità mentale”, la cecità, nel Paese dei Ciechi, non è solo fisiologica ma anche mentale.

Un altro elemento interessante nel racconto di Wells è la simmetria che si viene a creare tra l’abitante che resta confinato nel mondo “al di qua” della valle, e Nuñez, che invece si ritrova catapultato nel Paese dei Ciechi.
Una simmetria che rispecchia il dualismo, l’altra faccia della stessa medaglia: due mondi speculari che coesistono sebbene diametralmente opposti. Il punto di vista, il relativismo, appunto.
Termini, poi, come “al di qua” e “al di là”, non fanno altro che  marcare ulteriormente questo confine prospettico tra i due mondi capovolti.

L’amore è cieco

Una delle doti che apprezzo maggiormente nel genere umano è la capacità di adattamento; Nuñez che si ritrova “enucleato” nel Paese dei Ciechi, nonostante le iniziali difficoltà, capisce che l’unico modo per sopravvivere è quello di adeguarsi alla vita della comunità cieca, e così fa, ma sarebbe tuttavia scorretto affermare che Nuñez effettivamente si integri nella nuova congrega.
Non potendo condividere i suoi pensieri su ciò che vede e pensa realmente è normale allora che Nuñez cominci a provare un certo interesse per l’unica persona che gli dia ascolto, Medina-saroté.
Come un’unica scintilla che rischiara le tenebre della sua nuova esistenza, Nuñez ritrova in Medina-saroté quel calore confortante che solo il contatto umano può generare. E così, sboccia l’amore.
Ma si tratta di amore vero o è solo un desiderio dettato dal senso di solitudine e di estraneità che Nuñez inesorabilmente prova nella sua nuova condizione di unico vedente?
É possibile che questo amore sia un’illusione, una speranza per ricominciare a vivere serenamente in un mondo che non è il suo?
Penso che sia probabile, anche perché se Nuñez comincia a nutrire affetto per Medina-saroté è principalmente perché lei, oltre ad avere le palpebre meno infossate (e quindi ricordandogli maggiormente un suo simile), è l’unica che gli dà ascolto, sebbene interpretando la sua verità per una sua fantasia.
Si tratta allora di una fantasia nella fantasia, così come vi è un mondo nel mondo.
É quindi inevitabile la delusione di Nuñez nello scoprire che Medina-saroté non ha mai creduto alla sua storia e preferisce che si operi e ponga così fine alle sue fantasticherie.
In un primo momento, Medina-saroté può sembrare un’egoista, ma se ci immedesimiamo nei suoi panni e torniamo a pensare al suo punto di vista è chiaro che lei, poverina, non capisce e non può capire, ma anzi spera e crede nell’operazione di Nuñez solo per buona fede.
Forse il detto “mogli e buoi dei paesi tuoi” è un tantino estremista, ma penso sia indubbio che eviti incomprensioni culturali non indifferenti (poi se uno va oltre l’incomprensione e vede la cosa come una possibilità di arricchimento personale è un altro discorso).

Conclusioni

Questo breve racconto di H.G.Wells, consigliatomi dalla mia professoressa di lettere ai tempi del liceo, è riemerso dopo anni e anni dalla mia interminabile wish list, e, che dire, sono stata consigliata bene.
Questo piccolo libriccino di appena quaranta pagine è un invito ad aprire gli occhi e la mente; è un invito a non fermarsi dinanzi ai limiti della propria percezione delle cose, ma ad indagare, ad andare oltre le apparenze, e a tenere in conto la possibilità che il nostro punto di vista non sia l’unico e assoluto.
Il mondo è grande, ed è bello perché è vario; non limitiamoci a giudicare senza conoscere, perché niente è certo e tutto è relativo.
La cecità può colpire chiunque, ma evitare di chiudere gli occhi può aiutare a prevenirla.

Voto: ★★★★

Il sabato spaziale: Tempo fuor di sesto

Tempo fuor di sesto, oltre ad essere una frase dell’Amleto di Shakespeare, è il titolo del romanzo di Philip K. Dick scritto nel 1958-59. Scrittore postmodernista, Dick è autore di numerosi romanzi di fantascienza dai quali sono stati tratti vari film tra cui, per esempio, il fantastico The Truman show che è stato ispirato proprio da questo libro.

Il tempo, non per niente, è fuor di sesto

In un’anonima cittadina americana degli anni ’50, Ragle Gumm, campione nazionale del concorso “Dove si troverà l’omino verde?”, vive, assieme alla sorella Margo, il cognato Vic e il nipote Sammy, un’esistenza alquanto monotona e tranquilla. Ogni mattina, non appena arriva il giornale, Ragle si cimenta ferventemente nella risoluzione del quiz indetto dalla Gazette da ormai tre anni. Le sue soluzioni, rivelatesi sempre giuste, gli garantiscono un cospicuo reddito con cui vivere. Così, mentre gli altri uomini lasciano le proprie case per recarsi a lavoro, Ragle passa le sue giornate a lavorare in casa armato di grafici, tabelle e schemi, perché per lui è di un vero e proprio lavoro che si tratta. Per via di questa vita placidamente statica Ragle si sente insoddisfatto, turbato. Non solo sente che la sua vita non ha sbocchi, ma è anche preda di strane allucinazioni. Che stia diventando pazzo? Ma Ragle non è il solo a cui capitano certe stranezze: anche suo cognato Vic comincia ad avere inspiegabili visioni. Il ritrovamento di strani biglietti, elenchi telefonici con numeri inesistenti, riviste con dive mai viste in copertina, assieme alle allucinazioni, mettono in allarme tutti nella casa Gumm-Nielson. Qualcosa non va, ma cosa? La realtà diventa dubbio.
Il piccolo Sammy, poi, costruisce una radio a galena e riesce a captare anomale comunicazioni militari.
Pezzo dopo pezzo, Ragle si convince sempre di più che la sua paranoia non sia così infondata. Qualcuno lo sta spiando e usando, ma perché?
Così Ragle tenta la fuga. Il primo rocambolesco tentativo di varcare il confine della città si dimostra più arduo del previsto ma alla fine Ragle riesce a scoprire la verità. Una terribile, quanto incredibile, macchinazione è stata ordita contro di lui proiettandolo in un altro mondo, in un’altra epoca che non esiste più. Ma Ragle viene presto ritrovato e drogato dai sui sorveglianti. Viene riportato nella città fittizia da cui era scappato, senza ricordare nulla. O quasi. I particolari, il pezzo chiave della sua memoria è annebbiato ma ormai Ragle sa che ciò che lo circonda è falso. L’unico modo per scoprire finalmente tutta la verità è uscire di lì, di nuovo. Sapendo di essere monitorato, questa volta Ragle è più cauto e assieme al cognato ruba un camion riuscendo finalmente a “evadere” dalla cittadina. E’ fatta.
Ragle e Vic approdano in una città sconosciuta, apparentemente simile a quella che hanno abbandonato, ma popolata da individui assai strani. I ragazzi si vestono con lunghe tuniche e si acconciano i capelli in giganteschi coni, le ragazze si rasano la testa, non si truccano e indossano abiti maschili ed entrambi parlano un astruso slang. La carta moneta non esiste più, sostituita da dischetti simil plastica, e in atto c’è una guerra: tra Lunari e Terrestri.
Ragle capisce così che “Dove si troverà l’omino verde?” non è semplicemente un gioco, ma un’importante operazione di intercettazione missilistica. Il suo talento nel prevedere il punto in cui la Terra sarà colpita dai missili Lunari è quindi di vitale importanza e decide di tornare a “casa”. Alla ricerca di un telefono per contattare chi di dovere, Ragle e Vic entrano in una farmacia. Dal bancone, però, spunta fuori una vecchia conoscenza di Ragle, la signora Keitelbein, fittizia vicina di casa. La donna, una Lunare, mostra loro delle riviste moderne dove tutta la verità è scritta nero su bianco. Ragle finalmente ricorda tutto: aveva deciso di schierarsi con i Lunari e lasciare la Terra, ma i terrestri non potevano perdere un elemento tanto importante come Ragle. Così hanno riprogrammato la sua mente riportandola agli anni ’50, alla sua infanzia, un’epoca che Ragle ha sempre amato e per la quale provava nostalgia.
Ripreso il pieno possesso della sua memoria, Ragle decide di porre fine alla guerra e lasciare così la Terra.

Questa strana cosa chiamata realtà

Può la realtà essere un’illusione? E se sì, che cosa è reale? Ma cosa vuol dire reale? Ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo? Secondo Ragle Gumm no. Il reale va al di là di tutto ciò; il reale è paradossalmente l’ideale, l’intellegibile, la parola intesa come Logos. Le percezioni empiriche non sono veridiche, non manifestano la realtà perché i nostri sensi non sono oggettivi ma soggetti ad alterazioni, sono influenzabili. Possiamo conoscere il fenomeno ma non la cosa in sé (come si può notare, se non si è completamente estranei alla filosofia, i riferimenti a Eraclito, Platone e Kant sono palesi).
Ma allora, se la realtà non è la realtà, chi sono io veramente? L’identità del soggetto si perde se gli assodati contorni contestuali che lo circondano (socio-culturali, ambientali ecc.) si annullano. Un colpo di spugna su tutto ciò che si conosce e si comincia a dubitare di noi stessi, a diffidare sul valore delle nostre verità e sulla stessa concezione di esistenza. Perché, come nel pirandelliano Mattia Pascal l’individuo non esiste se non esiste per la società, allora neanche Ragle esiste – almeno così com’è – in una realtà che non esiste. E se non esisti, perché non sai più chi sei, cosa fai? Vai alla ricerca di risposte. E Ragle lo fa.

Old Town

Il ritorno agli anni ’50 non è casuale. Nel suo iniziale lavoro di intercettazione missilistica anti-Lunare, Ragle Gumm percepisce tutto il peso e lo stress di una responsabilità così alta come quella di evitare centinaia morti. Il destino delle vite terrestri dipende unicamente da Ragle; si può comprendere quindi la difficoltà nel dover sopportare un onere del genere. Inoltre Ragle comprende la fondatezza della causa Lunare e decide di passare dalla loro parte. Per impedire tutto ciò ed evitare a Ragle lo stress del suo compito, i capi terrestri decidono di riprogrammare la mente di Ragle e per meglio favorire il lavaggio del cervello, rispediscono Ragle negli anni della sua infanzia, gli anni ’50. Una città fittizia, Old Town, viene costruita apposta per lui e in questo palcoscenico allestito ad arte vengono inseriti degli attori e dei volontari che si sono sottoposti alla riprogrammazione.
Ma cos’è che di quest’epoca affascina tanto Ragle? La stabilità, direi. Il cliché dell’uomo che va a lavoro e quando torna a casa ha la sicurezza di ritrovare ancora lì la sua famiglia che lo ama e lo circonda, così come accadeva al padre di Ragle. I racconti della seconda guerra mondiale, il tepore del focolare domestico, la serenità del nido familiare, sono in realtà esperienze che appartengono al padre di Ragle, col quale in questa utopia (o distopia, a seconda di come la si voglia interpretare) si reincarna.
Ma Ragle non è suo padre, e se per tre anni interi la sua ansia della realtà ha favorito l’assoggettamento a questa fantasia, Ragle cade nell’insoddisfazione. Non ha una casa tutta sua, non ha una moglie e dei figli, non ha il classico lavoro in un ufficio. Ragle si sente un inetto, un inconcludente, un quarantenne che passa la vita risolvendo lo stupido gioco di un giornale.
Il sogno idealizzato dell’infanzia non si traduce così  nelle aspettative di Ragle, ed è probabile che questo, assieme agli indizi che man mano trova, risvegli in lui echi indefiniti della sua vita reale.

Lo stile

Lo stile narrativo di Philip K. Dick risulta alquanto prosaico, soprattutto nella prima parte del romanzo: le molteplici scene descrittive sono caratterizzate da vere e proprie elencazioni, come una sorta di lista delle azioni dei protagonisti. Risulta quindi una parte un po’ lenta, statica, in cui ci si immerge flemmaticamente nella classica e banale vita medio-borghese dell’epoca. A far sì che l’attenzione del lettore non si sopisca entrano però in gioco gli strani avvenimenti che accadono ai protagonisti e le varie stranezze e incongruenze che se da un lato mettono in confusione chi legge, dall’altro accrescono inevitabilmente la curiosità del lettore (io ho finito il libro in due giorni non riuscendo a smettere di leggere).
Man mano che la presa di coscienza di Ragle aumenta e si cimenta in un’ardimentosa fuga, si entra nel vivo dell’azione; il ritmo è più attivo, più veloce, emozionante.
L’ultima parte invece è diametralmente opposta alla prima. Lo stile si velocizza fin troppo; il finale è frettoloso e serrato, si perde quasi il senso di continuità con l’altra metà del libro. Una scissione totale: dal mondo degli anni ’50 si viene catapultati a quello del futuro, moderno e… che mondo! Un futuro ridicolo e poco credibile, non solo perché rivelatosi totalmente errato per noi posteri, ma soprattutto perché non concretizzato; ci ritroviamo in un mondo bizzarro e improbabile senza conoscere gli aspetti e le adeguate esplicazioni sulle fondamenta politiche e socio-culturali che lo rendano verosimile. Non viene neanche chiarito fino in fondo il motivo del conflitto tra Lunari e Terrestri, restando così un finale sconclusionato e precipitoso.

Conclusioni

Ma in sostanza mi è piaciuto questo libro? Sì, perché sebbene, per i miei gusti, il finale lasci a desiderare, la curiosità che mi ha spinta a leggerlo per ore è stata talmente forte che penso sia un bel punto a suo vantaggio (non sono molti i libri che mi incollano così). Essendo una neofita della fantascienza credo che come inizio possa andare bene.
Inoltre la copertina del libro è azzeccata in pieno (ma cosa c’entra?!), anche se questa è una considerazione che si può formulare solo a posteriori. Leggete il libro e scoprirete il perché!

Voto: ★★★★