Lunedì narrativa: Abbiamo sempre vissuto nel castello

“Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni.
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire?
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!”
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Disturbante, accattivante, romanzo atipico dalle fosche tinte noir quello di Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello (1962).

Due sorelle che vivono isolate nella grande casa di famiglia, uno zio invalido a cui badare ed una puntigliosa routine da seguire: cucinare, pulire, prendersi cura del giardino, sotterrare, nascondersi.
Tutti gli altri componenti della famiglia Blackwood sono morti, un’accusa di omicidio che alimenta l’odio viscerale dei paesani, un ‘estraneo’ che stravolge l’esistenza idilliaca dei tre esiliati.

Questo è quanto dovete sapere, il resto lo svelerà il libro.

 Una lettura conturbante, alienata, che sfocia in un senso di malessere e irrealtà fortemente perturbante.
Un libro capace di trascinare il lettore in una vera e propria dimensione a sé stante; il mondo come lo conosciamo non esiste più, esiste solo quello di Merricat e sua sorella Costance, ameno e anomalo al tempo stesso.
Un grandissimo applauso a questa scrittrice che non conoscevo, un grande applauso alla sua somma maestria e follia.

Ora però sussiste un prolema: come riuscire a togliersi dalla testa Merricat ed il suo fantasmagorico castello?
Credo di avere contratto una nuova ossessione…

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L’edizione inglese con la bellissima illustrazione del disegnatore svizzero Thomas Ott.
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Lunedì narrativa: La camera azzurra

Dopo un lungo periodo di stasi, finalmente ho ripreso seriamente in mano un libro, e quale piacere ritornare alla lettura con un bel romanzo quale La camera azzurra di Georges Simenon.
Scritto nel 1963, La camera azzurra è una sorta di combinazione tra Lo straniero di Camus ed il film Attrazione fatale, con Glenn Close e Michael Douglas. Riuscite a immaginare un connubio del genere?

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La “camera azzurra” è il ritrovo di due amanti, Tony e Andrée; entrambi sposati e residenti in un piccolo borgo della Francia degli anni ’60, i due hanno stabilito di vedersi nella camera dell’hotel del fratello di Tony, nel paese vicino, tronfi della loro passione e certi della loro discrezione.
La stanza nella quale si incontrano segretamente da ormai quasi un anno, è appunto la camera azzurra, così soprannominata per via della tinta color liscivia delle pareti.

Ma la camera azzurra non è solo un luogo di sordidi incontri amorosi; la camera azzurra è un mondo a se stante, irreale e trasognato, dove la vita di tutti i giorni diventa evanescente, anzi di più, praticamente non esiste. La camera azzurra è il dominio dell’eros, dell’appagamento fisico e spirituale che ne deriva, il luogo dove il tempo non esiste e le parole perdono di significato.
O almeno così pensava Tony.
Già, perché proprio a causa di quelle parole, sfuggite superficialmente dopo il compiacimento carnale, la vita dell’uomo non sarà più la stessa.

« Ti piacerebbe passare con me il resto della tua vita? ».
Registrava automaticamente le parole di Andrée senza prestarvi una particolare attenzione. Non più di quanto facesse con le immagini o gli odori. Come poteva sapere che avrebbe rivissuto quella scena decine e decine di volte?

Una leggerezza fatale quella di Tony, che lo porterà a vivere la sua famiglia forse più intensamente di quanto abbia mai fatto, ma allo stesso tempo lo travolgerà in una spirale senza uscita, fatta di ansie e sensi di colpa, di penose inchieste giudiziarie e interrogatori coatti.
Perché alla sensuale e volitiva Andrée non basteranno più le parole, ma vorrà i fatti, che Tony lo voglia o meno.

Come già detto, La camera azzurra presenta alcune caratteristiche che immancabilmente hanno rievocato il ricordo del celebre romanzo di Camus; sebbene Simenon non sia interessato a ricercare dei risvolti esistenzialisti all’interno della sua storia, il protagonista Tony ripresenta certi aspetti simili a quelli di Meursault: il vivere passivamente, trascinato più dagli eventi che dalla stessa volontà, quelle parole dette senza un motivo apparente, ancora annebbiato dopo la passione, come Meursault che, sulla spiaggia, sotto l’effetto del sole cocente, spara ad un uomo senza un intento ben preciso; o ancora, quando dinanzi alla morte dei propri cari, sembrano non provare alcuna emozione, passando così per cinici, insensibili, di fronte alla comune morale di una società tassativa; il disinteresse e l’apatia durante il processo.

Andrée è la tipica femme fatale; bella e apparentemente algida, è una donna spregiudicata che non esita a sedurre Tony, sicura del suo fascino e decisa fortemente ad ottenere ciò che vuole. La sua tresca con il suo amante è qualcosa di più per lei: il suo diventa presto un amore avido, molesto, tanto da trasformarsi in pura ossessione; ed ecco che la figura di Andrée si evolve da femme fatale a vera e propria dark lady.

Lo stile di Simenon è caratterizzato da una prosa semplice, pulita, essenziale.
L’intera struttura del romanzo si basa su un gioco di alternanze temporali tramite un sapiente uso di analessi interne, senza una netta divisione tra il passato e il presente, di modo che essi finiscono per fondersi in un tutt’uno, in un unico tempo narrativo, aggiungendo così una certa dinamicità al racconto che, sebbene leggermente dispersivo, non disturba affatto la lettura.

Conclusioni

La camera azzurra è un romanzo di circa 150 pagine ma, pur nella sua brevità, riesce in modo eccellente ad esporre passioni, ossessioni, rimorsi e angosce.
Non un capolavoro, sia chiaro, ma decisamente ne consiglio la lettura, anche solo per staccare la spina per un pomeriggio, o poco più.

Voto: ★★★★

Giovedì: libero _ Uscite in libreria: Luglio 2015

Vi sono mancata??
L’appuntamento di giugno, purtroppo, è saltato, quindi passiamo direttamente a questo luglio di fuoco!
Questo mese prevede ben due incontri con Israel J.Singer, la risposta di Sof’ja Tolstaja a Sonata a Kreutzer del marito, una raccolta dei grandi
omicidi americani (che per una patita di crimini come me non può certo mancare!) e per finire in bellezza un nuovo horror/thriller…

(trame riportate come da siti promotori) Continua a leggere

Lunedì narrativa: Suite francese

La cosa più importante qui, e la più interessante, è la seguente: i fatti storici, rivoluzionari, ecc. devono essere solo sfiorati, mentre quella che viene approfondita è la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che è specchio della realtà di tutti i giorni.

Così scrive Irène Némirovsky nei suoi appunti per la stesura del suo ultimo romanzo, Suite francese, e così è.

Romanzo rimasto incompiuto a causa della prematura scomparsa dell’autrice, dovuta all’internamento nei campi di prigionia nazisti, Suite francese è un’opera epocale, il cui scopo doveva essere quello di mostrare la Francia, e soprattutto i francesi, in uno dei suoi periodi più bui. Gli eventi straordinari e terribili che subissarono la Francia negli anni della seconda guerra mondiale, svolgono per lo più il ruolo di messa in moto di tutti quei meccanismi sociali in cui la paura, l’ipocrisia, la viltà e l’egoismo regnano sovrani; i princìpi morali dell’umanità lasciano il posto a quelli del regno animale, della legge del più forte, tramutando un intero popolo in una moltitudine di bestie braccate e confuse.
Ed è proprio così che vengono descritti i parigini in fuga dalla Ville Lumière, durante l’esodo di massa che caratterizza la prima parte di Suite francese.

Tempesta di Giugno

Alla vigilia dell’entrata dei tedeschi a Parigi, in un’atmosfera di incertezza e malumore, la famiglia Péricand si decide a lasciare la capitale alla volta del sud della Francia, come tanti altri.
I coniugi Michaud vengono incaricati da Corbin, direttore della banca in cui lavorano, di raggiungere la filiale di Tours entro due giorni.
L’altezzoso scrittore Corte abbandona restio il suo studio, non dopo essersi assicurato di avere con sé il suo manoscritto.
Charlie Langelet, esteta e collezionista di oggetti d’arte, dopo aver imballato le sue preziose porcellane, si appresta a lasciare la città.
Nelle strade un agglomerato di macchine cariche di bagagli e persone intasa le vie, mentre una ressa di appiedati _ il popolino, gli operai, i poveri _ come uno sciame segue un’unica direzione, lontano da Parigi; i treni sono fermi, le stazioni chiuse: l’unico modo per lasciare la città è in macchina, in bicicletta, a piedi.
I paesi di passaggio vengono invasi dai profughi in cerca di un po’ di cibo, di riparo, di aiuto; chi riesce a trovare almeno una sedia e chi deve arrangiarsi a dormire per strada.
Gli aerei che sovrastano i cieli non sono tutti amici; alcuni attaccano sganciando bombe sulle piazze, creando ulteriore panico e scompiglio. I poveri e i ricchi si ritrovano sullo stesso piano, senza per questo avvicinarli nella comune difficoltà.

In questo clima di caos e miseria, il secondogenito dei Péricand, Hubert, spinto da un adolescenziale desiderio di eroismo patriottico, riesce a scappare dalla madre per andare ad unirsi ai soldati; tra questi, tra i feriti, c’è Jean-Marie, unico figlio dei Michaud, che viene affidato alle cure della giovane contadina Madeleine.

Poi l’armistizio, la resa della Francia.

Dolce

In casa Angelier, suocera e nuora si affrettano a nascondere i beni più preziosi in vista dell’arrivo dei tedeschi in paese; è stato stabilito che ogni casa francese dovrà ospitare un membro dell’esercito tedesco fino a tempo indeterminato.
Per la signora Angelier è un amaro affronto, detestando profondamente quegli invasori che hanno fatto prigioniero suo figlio, mentre sua nuora Lucille osserva con sincera curiosità l’arrivo di quell’uomo ben curato, alto, distinto nella sua uniforme ordinata: l’ufficiale Bruno von Falk.
Come Lucille, tutti nel villaggio assistono con un misto di fascino e repulsione quei vincitori dall’aspetto duro, sì, ma allo stesso tempo umano, come loro.
Inizialmente è difficile adattarsi: i tedeschi sono il nemico e i francesi sono diffidenti; ma col passare del tempo tra vincitori e vinti sembra instaurarsi un tacito benestare. Le donne, rimaste senza uomini, non possono non rimanere attratte da quei giovani ben rasati e virili; i bambini, inizialmente intimoriti, instaurano un’intimità amicale con quei soldati che gli regalano sempre le caramelle.
Da una parte l’odio per il soldato straniero, dall’altra la benevolenza per quello stesso essere umano.
Così in Lucille, donna intelligente e dalla vita infelice, nasce un affetto indefinito per il tenente di stanza presso casa Angelier, ricambiato a sua volta dal tedesco, cosa assolutamente intollerabile per la vecchia suocera.
L’amicizia tra Bruno e Lucille si trasforma delicatamente in qualcosa di più, finché l’entrata in guerra contro la Russia richiama i soldati verso un nuovo paese.
Dopo tre mesi di pacifica e forzata convivenza, ora un sospiro di sollievo, ora un gemito di tristezza attraversa gli abitanti del paese.
Chissà se torneranno.

Conclusioni

Suite francese è un romanzo che lascia l’amaro in bocca, non solo per il finale inconcluso, ma per quella persistente sensazione di malinconia che l’autrice riesce a instillare con le sue parole delicate e cocenti allo stesso tempo. Lo stile elegante e armonioso che caratterizza questa scrittrice, non impedisce la costante presenza di una critica violenta ed aspra.

Ad una prima parte caotica, dove si analizzano la brutalità e le bassezze dell’uomo e della guerra, segue una parte di stanziamento, di calma, di studio del comportamento umano, tra vinti e vincitori.
Nessuno sembra vincere in Suite francese, nessuno può raggiungere la felicità. Gli unici a trionfare sono i bambini che, nella loro innocenza, nella loro semplicità, continuano a comportarsi normalmente, come se sapessero che a un periodo di crisi seguirà inevitabilmente l’equilibrio. Lo stesso vale per la natura che, quasi beffarda e indifferente alla crisi dell’uomo, continua il suo ciclo vitale: così gli alberi proseguono nel dare i loro frutti mentre le bombe distruggono le case, e i fiori continuano a profumare quell’aria che sa ancora di sangue e di morte.

La carrellata di personaggi a cui assistiamo durante ‘Tempesta di giugno’, la ritroviamo sparpagliata in ‘Dolce’, come una ramificazione dello stesso albero, sebbene non ripresi a dovere a causa della morte dell’autrice. Nel progetto della Némirovsky, infatti, a ‘Tempesta di giugno’ e ‘Dolce’, avrebbero dovuto seguire altre tre parti, dove tutti i protagonisti della prima parte sarebbero riapparsi e ulteriormente approfonditi.
Un’altra sconfitta per il genere umano.

Voto: ★★★★

È grazie alle figlie di Irène se Suite francese è pervenuto fino a noi; durante le loro fughe per sfuggire alla politica nazista, hanno sempre portato con loro il manoscritto della madre già imprigionata.
È grazie alle figlie di Irène se “Suite francese” è pervenuto fino a noi; durante le loro fughe per salvarsi dalla politica nazista, hanno sempre portato con loro il manoscritto della madre ormai già scomparsa.