I brividi del venerdì: Notturno _ Ciclo di Halloween

Secondo appuntamento con il ciclo di Halloween. Stanotte un racconto più moderno.
Buona lettura.

Ascoltami, cara.
Non ti dispiace se ti parlo, vero? Non ho ancora sonno, e ci sono tante cose che voglio dirti. Non ho potuto farlo prima, perché ne ho avuto sempre paura.
Se ti sembra buffo, posso capirlo. Quando si è giovani e belli non c’è nulla da temere, no?
Sono di quelli che non se ne preoccupavano mai, che ci ridevano su, che la rifiutavano. È a causa di ciò che penso di essere arrivato al punto di rifiutare me stesso. Guardandomi indietro, posso capire come sono arrivato a essere un uomo impaurito, un solitario.
Ma tu hai cambiato tutto. Non ho più paura, e con te al mio fianco anche la solitudine è scomparsa.
C’è anche un’altra cosa di cui non ti dovrai mai preoccupare, cara. Le persone come te non sono mai sole, poiché hanno sempre l’amore. L’hanno dai loro genitori durante l’infanzia, l’hanno anche dagli amici e, quando crescono, se lo trovano bell’e fatto. Non pensare che non me ne sia accorto – tutti quegli atleti, i fusti dell’università, che ti stavano attorno, che ti corteggiavano. E tu che sorridevi, dando tutto per scontato.
Non capire male, non ti sto rimproverando. Perché non avresti dovuto, dato che è sempre stato così?
Il motivo per cui ti sto dicendo questo è di cercare di farti capire come è stato diverso per me. Da quanto posso ricordare sono sempre stato spaventato. E soprattutto di notte, quando c’erano tutti i motivi assieme – aver paura perché ero solo al buio e nessuno se ne preoccupava, tantomeno i miei.
Di solito stavo sveglio qui sul letto, piangendo per le cose che mamma aveva detto, per le cose che papà aveva fatto per ferirmi. Guardando indietro ora, non credo che essi cercassero di farmi del male di proposito; solo che non sapevano quanto fossi sensibile. Per loro, dirmi che avevo un foruncolo sul naso era solo uno scherzo. Quando mi chiamavano imbranato, era solo il loro modo per ricordarmi di stare più attento. Dirmi che portare gli occhiali mi avrebbe impedito di entrare nella squadra della scuola non voleva dire che mi rimproverassero per questo. Ma allora, in effetti, lo avvertivo come tale.
Ciò è quanto mi fece temere di più, quando capii che li odiavo per quello che dicevano, per come ridevano. Se persino mio padre e mia madre non si preoccupavano di ferire i miei sentimenti, come potevo aspettarmi di meglio dagli altri? Per gli altri ragazzi, per gli insegnanti, dovevo essere dieci volte peggiore, e allora odiavo anche loro. Ma non volevo odiarli, mi dispiaceva odiare qualcuno, così – come dice lo strizzacervelli – proiettavo invece le mie paure sull’oscurità.
Oh sì, andai da uno strizzacervelli. Non lo sapevi, vero, cara? I miei non lo dissero a nessuno che mi ci avevano portato, era una sorta di colpevole segreto, qualcosa che si vergognavano di ammettere. Il loro figlio che andava da un dottore della testa perché piangeva di notte. E bagnava il letto. Che succede, un ragazzo così grande che si comporta come un bambino? Cresci, diventa un uomo, mi dicevano.
Lo strizza non lo disse mai, naturalmente. Cercò di aiutarmi, so che lo fece, e dopo un po’ superai il problema dell’enuresi. Questa è la parola che usò, non l’ho mai dimenticata. Non ho dimenticato un sacco di cose che mi disse, le cose che mi insegnò. Ma la più importante che ho imparato è qualcosa di cui non si rese conto. Mi insegnò a non mostrare i miei sentimenti.
Pensava di avermi guarito dalla paura del buio, ed ecco perché potei smettere di vederlo. Ciò che accadde davvero, invece, fu che smisi di parlare delle cose che mi spaventavano. Volevo compiacerlo, compiacere i miei, conoscere che cosa volesse dire essere lodato invece che rimproverato.
Ma non conobbi altro che la paura.
Restavo sveglio nel buio notte dopo notte, cercando di trattenermi dal tremare. Ora, invece di aver paura di odiare gli altri, avevo paura delle cose. Cose come le ombre, quelle ombre che spuntavano dagli angoli; cose come il vento che urlava fuori dalla finestra. Nascondevo la testa sotto il cuscino per tenere lontani le forme e i suoni, ma non funzionava mai.
Perché mi sarei addormentato e sarebbero venuti i sogni. Succedeva quando il vento si mutava in voci che mi deridevano, e le ombre si mutavano in volti, con occhi che mi osservavano e bocche che ghignavano. Venivano ogni notte, e ogni notte mi sarei svegliato urlando.
Ti prego, cara, cerca di ricordarti che non te lo sto dicendo per spaventarti, ma solo per farti capire che è sempre stato così per me in tutti questi anni.
Il peggio era che non potevo dire niente a nessuno. Ora sono adulto e tutti pensano che abbia superato il mio “piccolo problema”.
Così lo chiamavano i miei: il mio “piccolo problema”. Almeno non mi parlarono in quel modo quando crebbi. Invece era: “non capisco cosa te ne farai di una laurea in scienze umane quando uscirai da scuola. È tempo che cominci a pensare a qualcosa di pratico, a una carriera. Eccoti qui, già a ventun’anni, che non hai ancora idea di cosa fare nella vita.”
Non era vero, naturalmente. Sapevo che cosa volevo fare. Volevo ficcarmi in un buco, da qualche parte, e morire. E se non ci fossi riuscito, forse avrei dovuto fare dell’altro. Ad esempio, suicidarmi.
Non pensare che non mi sia passato per la mente. In notti come questa, a giacere solo qui nel letto, ne studiai persino i modi. Ma era inutile, sapevo che non avrei avuto il coraggio di farlo.
Paura di vivere, paura di morire. Così leggevo molto, ascoltavo la musica, andavo al cinema, guardavo la TV. Mi riempiva il tempo, ma non poteva riempire la mia vita. Per quello hai bisogno di amici, di gente che si interessi di te.
Ti prego di non fartene una brutta impressione, cara. Non che abbia voltato le spalle al prossimo. Ho avuto modo di conoscere un sacco di gente all’università e a lezione, e cercavo di fare amicizia con loro, ma sembrava non funzionare mai nel modo giusto. Nessuno voleva avere a che fare con me, nessuno mi invitava alle feste. Lo so perché. A chi importa di un tappo secco con gli occhiali, di uno che ha paura di guardare gli altri negli occhi e balbetta quando cerca di parlare?
Non hai mai avuto quel problema, eh? Lo so, perché ti osservavo. Dal giorno in cui ti sei iscritta al corso di letteratura inglese ho cominciato a osservarti. Ti ho memorizzata. Il tuo modo di essere e di camminare, di sorridere e di ridere, persino quelle piccole cose, come tirarti indietro i capelli dalla fronte prima di alzarti per rispondere a una domanda.
Credo che tu non mi abbia notato. E non ho mai avuto abbastanza coraggio per parlarti o solo per dirti ciao, non con quella banda sempre attorno a te – tutti quei tipi ghignanti coi baffi alla Burt Reynolds, che facevano le loro scene da macho. Oh, non posso rimproverarti per aver gradito la loro attenzione. Solo che non avevo una chance, e lo sapevo.
Ma avevo bisogno di qualcuno di cui occuparmi, e per un po’ pensai che i miei potessero essere ancora la risposta. Vedendo che mi laureavo magna cum laude e tutto quanto, forse avrebbero cambiato la loro opinione su di me.
Ricordo com’ero eccitato quando telefonarono e dissero che avrebbero abbreviato la loro vacanza e sarebbero tornati in tempo per la cerimonia di laurea, e come mi sentivo bene quando andai a prenderli con l’auto all’aeroporto.
Sai che cosa accadde, naturalmente. Era su tutti i giornali. Quel maledetto strano incidente, al momento del decollo dalla sosta di Denver. Non riuscirono mai a vedermi laureato, né io li rividi più, se non nelle bare chiuse. Poi i funerali e il legale, e la sistemazione della proprietà – ma non voglio parlarne. Non sto cercando di essere compatito, cara, sto solo cercando di farti capire.
All’inizio sembrava che le cose andassero meglio per me, dato che ereditai abbastanza per vivere senza la preoccupazione di un lavoro regolare. E non c’era nessuno attorno che mi mettesse a tacere o che mi dicesse cosa fare.
Ma era proprio questo che non andava. Ero completamente solo, mi trascinavo in giro per questa grande casa senza nessuno da vedere o a cui parlare. Arrivai a sentirmi come confinato e forse diventai un po’ matto.
È il solo modo che ho per spiegarti cosa feci. Fino ad ora ho avuto vergogna di confessarlo a qualcuno, ma posso dirtelo. Forse hai già intuito il motivo che avevo.
Perché non ero mai stato con una donna.
Difficile da credere al giorno d’oggi, no? Ventitre anni e ancora vergine.
Così andai da quella battona.
Successe perché non ce la facevo più a stare solo e una notte guidai fino a quel bar. Un’altra cosa: non ho mai preso droga e non bevevo mai più di una birra o due di tanto in tanto. Ma quella volta me ne fregai, volevo vedere come andava e ovviamente tutti quei bicchieri mi misero a terra.
Non sapevo neanche di essere ubriaco, mi sentivo solo rilassato, quasi come sono ora con te. Ero tutto solo là e cominciai a parlare col barista.
Non so neanche cosa dissi e come andò, ma mi parlò di quella puttana e mi diede l’indirizzo. Le telefonò persino per dirle che stavo arrivando; credo fossero d’accordo.
Se non fossi stato ubriaco non ci sarei mai andato, ma allora salii nel suo appartamento dove mi stava aspettando. Era molto più giovane e carina di quanto mi fossi aspettato, più simile a una prostituta d’alta classe. Ripensandoci ora, credo dovesse sapere in che situazione fossi e fece del suo meglio per rendere le cose più facili, aiutandomi persino a togliermi i vestiti, e poi…
E poi niente. Non voglio entrare in volgari dettagli. Non voglio pensarci neanche adesso, ma andò tutto male, non ce la facevo, e lei cominciò a ridere e a chiamarmi con un nome. Non me ne importava, volevo solo uscire di là.
Fu solo più tardi che pensai al nome con il quale mi aveva chiamato. Allora diventai furioso, ero davvero arrabbiato con me stesso per essere stato così sciocco.
La sola cosa che ne ricavai fu imparare come il bere possa essere d’aiuto. Comprai delle bottiglie di whisky da tenere qui e me le bevevo a casa. Non preoccuparti, non sono alcolizzato o cose del genere. Posso smettere quando voglio, e so come fare. Ma qualche bicchiere mi fa sentire meglio, senza i sogni. Il problema è che, quando mi sveglio, sono ancora teso e devo farmene un paio per calmarmi.
Ma non voglio più dipendere dal whisky. Adesso ho te. Non so come ti senti, ma per me è come un miracolo. Un sogno diventato vero.
Perché certe volte anche il bere non aiuta. Come stasera, che sono così agitato dal ricordo di tutte quelle brutte cose e mi domando se ha avuto senso cercare di andare avanti. Ero seduto qui in casa quando è scoppiato il temporale, ad ascoltare il vento che grattava le imposte, a guardare la bottiglia vuota sul tavolo, e sapevo di dover uscire.
Non avevo mangiato niente da colazione e così pensai che un po’ di cibo mi avrebbe fatto bene. La pioggia stava aumentando sul serio quando uscii; era difficile vedere davanti e la macchina cominciava a slittare, così decidi di svoltare nella strada secondaria e di prendere la via della città.
Fu proprio allora che accadde – guidando lungo il viale buio pesto sotto la pioggia, senza alcuna luce né traffico, nulla, se non gli alberi attorno. Credo che l’alcool mi facesse ancora effetto, perché quando la nebbia cominciò ad accumularsi avvertii un senso di vuoto dentro, come se fossi solo e sperduto in mezzo a chissà dove. E sapevo che, se anche la tempesta fosse cessata e la nebbia si fosse alzata, sarei restato ancora solo, ancora perduto, e niente sarebbe mai venuto a salvarmi.
Poi sei capitata tu, cara. Mi hai salvato.
Nel momento in cui ti vidi agitare la lampada, vicino a quella stupida piccola convertibile rossa, è stato come se tutto cambiasse. Appena ti ebbi riconosciuta, sapendo che eri proprio là e che mi chiamavi, l’incubo si trasformò in un sogno che si avvera. Forse pensi che sia stato solo un caso che ha fatto prendere la via secondaria e incontrare te laggiù in panne, dopo che ti era scoppiata una gomma. Ma non era frutto del caso, cara: era il destino.
Guardandomi indietro ora, sono certo che doveva succedere.
Anche portarti alla stazione di servizio e trovarla chiusa, e poi portarti qui a casa per usare il telefono, era tutto destino.
E il modo in cui mi guardavi, il modo in cui sorridevi, c’era qualcosa che non posso spiegare. Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito un vero uomo. E per la prima volta nella mia vita ho potuto comportarmi come un uomo.
Lasciami confessare una cosa. Mentivo quando ti ho detto che il telefono non funzionava. Funzionava, ma non volevo che lo sapessi. Ciò che volevo era averti qui con me, averti e tenerti nel modo in cui un vero uomo tiene la donna che ama.
È ciò che ho fatto e spero che tu capisca ora. Spero che tu comprenda ciò che ha significato per me, e che significhi qualcosa anche per te. Sapevo di amarti troppo per forzarti, così sono contento che sia andata nel modo che è stato. Ogni cosa sembrava proprio dover accadere, perché era destino.
Eri tanto bella, cara – non come quella puttana, non come le ragazze che ridevano sempre. Ora posso dimenticarle, dimenticare la vergogna, perché ho te. D’ora in avanti staremo sempre assieme.
Grazie, cara. Grazie per avermi fatto felice con il dono del tuo amore.
Mi piacerebbe solo non averti uccisa per prima.

Notturno _ Robert Bloch

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I brividi del venerdì: Gotico americano

È veramente esistito un G. Gordon Gregg.
Gli studenti di storia americana possono riconoscerlo come Herman W. Mudgett, sebbene lui preferisse lo pseudonimo allitterativo di H.H. Holmes.

( Dalla postfazione di Gotico americano )

Siamo nel 1893, l’anno della Fiera Mondiale Colombiana _ una sorta di antenato del moderno Expo _ , inaugurata a Chicago per festeggiare i 400 anni dalla scoperta dell’America.
Nei pressi della Fiera, G. Gordon Gregg ha fatto costruire “il Castello”, un palazzo dalle fattezze di un maniero, adibito al contempo come farmacia e albergo. Il Castello possiede infatti numerose stanze, alcune delle quali del tutto celate alla vista, collegate fra loro tramite ingegnosi passaggi segreti. Una stravaganza calcolata dal suddetto farmacista per mettere in atto indisturbato i suoi crimini: il dottor Gregg, infatti, è un sadico assassino, oltre che un avido truffatore.
Così, per una serie di eventi, la giovane giornalista Crystal fa la sua conoscenza con il presunto dottore e, dopo aver indagato sul suo passato, comincia a collegare tra loro le scomparse di alcune donne e a sospettare dell’uomo.
Crystal decide di investigare in prima persona, anche se la cosa si rivelerà più complicata del previsto, nonché più pericolosa.

I mostri non esistono

Non è la prima volta che Robert Bloch prende spunto dalla realtà per i personaggi delle sue storie; in Psycho, il romanzo più famoso dell’autore, l’altalenante figura di Norman Bates era stata ispirata da Ed Gein, il “Macellaio di Plainfield”, noto per aver “addobbato” la sua casa con parti di corpi umani.
Il protagonista di Gotico americano risponde invece alla figura di un altro famoso serial killer, H.H. Holmes, il cui vero nome era Herman Webster Mudgett, al quale vengono attribuiti più di un centinaio di omicidi.
Esattamente come accade nel libro, Holmes fece costruire un palazzo di tre piani, denominato “il Castello”, dove passaggi segreti, labirinti e cunicoli senza uscita fungevano da vere e proprie trappole mortali per le sue vittime.

H.H. Holmes e il suo "Castello".
H.H. Holmes e il suo “Castello”.

Ma contrariamente ad Holmes, la finalità dell’omicidio per Gregg non è esclusivamente il piacere sadico e perverso che ne ricava (sebbene poi conservi i cuori delle sue vittime sotto vetro), ma il profitto economico che ne può guadagnare.
Altra differenza rispetto al vero serial killer, sta nel comportamento e nelle peculiarità del personaggio fittizio: uomo estremamente affascinante e galante, il dr Gregg può contare anche sulle sue doti di eccellente ipnotista che, oltre ai suoi modi da perfetto gentleman, gli permettono di attirare facilmente le sue vittime, per lo più donne, che seduce con false promesse di matrimonio e amore eterno; ma come un moderno Barbablù, le future mogli vengono opportunamente eliminate nel momento in cui Gregg ha raggiunto il suo scopo, ovvero svuotarne il conto in banca.

Conclusioni

Da una vicenda reale intrigante, per quanto macabra, Bloch ne ha ricavato una trama piuttosto insipida, con personaggi fastidiosamente ridicoli, a tratti stereotipati, dotati di una caratterizzazione psicologica alquanto spicciola e banale, il tutto accompagnato da uno stile narrativo puerile.
I sospetti, le deduzioni e le scoperte di Crystal riguardo il dottore sono dettate esclusivamente dalla volontà dell’autore che non sa come fare per avviare la storia, ma non vengono supportate da fatti concreti.

Insomma, prometteva bene ma si è rivelato un fiasco. Questa volta, per me, Bloch ha toppato.
Molto meglio i racconti.

Voto: ★★

I brividi del venerdì: Belle da morire

Alla disperata ricerca di Psycho (non il film, che ho visto, ma del libro, che è introvabile) ho scovato questo libro di racconti di Robert Bloch; così, meglio di niente, l’ho comprato subito per conoscere direttamente la mano che ha dato vita all’instabile Norman Bates ed al suo tetro motel, eternato nella storia del cinema dal grandissimo Alfred Hitchcock, e basato, tra l’altro, sulle reali vicende del serial killer americano Ed Gein.

Il titolo completo dell’opera è Belle da morire. Eros e morte in quattordici storie mozzafiato.
Intanto le storie sono tredici (che ne abbia persa una per strada?), comunque sia, si tratta di una godibile raccolta di racconti horror, fantastici e semi seri.
Il macabro e lo scherno si mescolano in questi racconti, a volte assolutamente crudeli, altre  inverosimilmente sardonici (lo sapevate che il diavolo si può trovare sulle Pagine Gialle?!).

Quella mistica creatura di nome donna

Al di là delle atmosfere più o meno horror, la figura centrale di questi racconti risulta essere la donna in ogni suo aspetto. Donna-angelo o femme fatale, vittima o carnefice, la donna è l’oggetto del desiderio; agognata creatura dalle forme ammalianti e suadenti, la donna di Bloch viene spersonalizzata nelle fantasie erotiche dei protagonisti maschili: le donne non sono persone, sono oggetti sensuali e sessuali, da cui l’impellente desiderio di possesso ossessiona le menti maschili dei racconti, portandoli fino alla loro stessa rovina.
Caratteristica peculiare delle protagoniste di Bloch sono le donne con i capelli rossi, le sue preferite in assoluto, ma di tanto in tanto non disdegna neanche le bionde; che siano angeli o demoni, queste donne meravigliose sono capaci di stregare le menti degli uomini che, obnubilati dalla malia femminile, diventano come incapaci di intendere e di volere, annientati totalmente dalla loro lussuria.

La giustizia di Bloch

 Nella maggior parte dei racconti, Bloch non lascia che sia il caso a porre la parola fine nelle sue storie, ma interviene personalmente a ridistribuire la giusta dose di giustizia, restando pur sempre imparziale. Una sorta di Dio giustiziere, un emissario del karma, che con la sua penna si assicura di far ripagare i torti subiti. Una giustizia mirata, ma soprattutto atroce.
Così, la piccola Irma, picchiata dal padre, porrà fine ai suoi abusi grazie a una bambola voodoo; Isobel, donna bellissima quanto crudele, finirà per essere ripagata con la sua stessa moneta; Joe, colpevole di uxoricidio, finirà col diventare succube dell’ombra della defunta sposa; Vincent, che vuole violentare la donna che l’ha rifiutato, finirà col ritrovarsi ad essere la vittima anzi che il carnefice; Curtis, che ha ucciso la moglie, resterà stregato dal manichino che le somiglia; Louise, che tradisce il marito, avrà un macabro destino ad aspettarla; Farley, che vende la sua anima al diavolo per possedere una donna, verrà ironicamente truffato da Satana.
Nessuno può farla franca, con Bloch come autore.

L’essenzialità dell’orrore  

Lo stile di Bloch è semplice, lineare, immediato. E proprio qui sta il bello. Pensate a Lovecraft o ad Edgar Allan Poe: il loro incessante intento di stupire il lettore si traduce in un’opulenza di parole che, se da un lato riescono anche a ricreare atmosfere lugubri e tenebrose, dall’altro fanno sorridere il lettore moderno che non può certo impressionarsi nella lettura prolissamente pignola delle loro opere. Bloch, invece, è essenziale e difatti riesce nel suo intento. Poche frasi riescono a creare perfettamente un’atmosfera di suspense e sospetto, di incognito misterioso che riesce a catturare totalmente chi legge.
Lo splatter c’è, ma in misura lieve e appena accennata, niente a che vedere con lo stile grandguignolesco di molti autori del genere, perché Bloch preferisce lanciare il dado e lasciare che sia il lettore a coglierlo.

Conclusioni

Beffardo e pungente, Robert Bloch è un autore poco valutato a cui invece andrebbe concessa una seconda possibilità, in quanto non ha niente da invidiare ai tanti altri scrittori che circolano in giro; il suo stile, la sua fantasia, l’ironia e il gusto per il macabro e il grottesco, ricordano molti racconti del ben più famoso Stephen King.

Dei tredici racconti che assemblano la raccolta, i migliori in assoluto sono: L’apprendista stregone, Tutti hanno bisogno di un po’ di amore e Notturno (stupendo).
L’apprendista stregone, il secondo racconto del libro, è riuscito veramente ad angosciarmi: il protagonista mentalmente instabile e l’atmosfera sinistra che permea l’intero racconto, accrescono pian piano quel malessere premonitore, quel sentore della coscienza che avverte che qualcosa non va. E difatti il finale è a dir poco inquietante.
Poi, ovviamente, tutto sta nell’autosuggestione di chi legge.

Voto: ★★★½