Lunedì narrativa: Tutti i racconti

Anche nella narrativa breve, Flannery O’Connor si riconferma una delle autrici più spettacolari e talentuose che io abbia mai letto.
Mistica e pittoresca, la sua prosa rapisce completamente chi legge, e lo getta in un mondo cupo e bucolico al tempo stesso.
Assolutamente unica, proprio come il 29 febbraio.

flanny

Le trentuno storie che compongono la raccolta, Tutti i racconti edita da BUR, sono accomunate, oltre che dalla scrittura sublime della O’Connor, da tutte quelle tematiche che caratterizzano la narrativa dell’autrice.
E allora, come ne Il cielo è dei violenti, ritroviamo quel rapporto conflittuale tra ragione e fervore religioso, in cui il mistero della fede è più grande di qualsiasi logica, ma che porta irrimediabilmente alla catastrofe, quando estremizzato, quando si pensa di comprenderne l’inintelligibilità.

Storie del profondo sud che rispecchiano ogni modo la brutalità e, al contempo, la bellezza di questo pezzo d’America così sbandato, così ostile, chiuso in se stesso.
Leggiamo di storie ambientate in vecchie fattorie dove assistiamo perennemente allo scontro fra padroni e lavoranti, tra genitori e figli, tra modernità e passato.
Scontro è la parola chiave; è attraverso lo scontro con la realtà, tramite lo shock, che si arriva ad una più alta forma di comprensione della verità _una sorta di sintesi hegeliana_ . Ecco che la violenza diventa l’unica forma possibile di amore, di rivelazione.

I personaggi della O’Connor sono figure alienate, impietose, ciniche, ironicamente perse nelle loro convinzioni, nella loro ignoranza, che faticano ad adattarsi ad un mondo che sta cambiando, in cui le città si ingrandiscono a dismisura, tanto da perdercisi, e dove i neri vivono alla stregua dei bianchi, accanto a loro e con loro.

Fissavano il negro artificiale come se si trovassero di fronte a un grande mistero, un monumento alla vittoria altrui che li riuniva nella comune sconfitta. […]
Il signor Head schiuse le labbra per fare un nobile pronunciamento e sentì la propria voce dire: “Non ne hanno abbastanza di negri, qui. Ne vogliono anche uno artificiale.”

(da Il negro artificiale)

Mistero e sconfitta, due temi peculiari dell’intera opera di Flannery O’Connor; il paradosso e l’assurdo che permeano i suoi racconti non sono altro che la manifestazione di quel grande mistero che è l’esistenza, impossibile da decifrare, impossibile da battere. L’unica forma di salvezza che resta è la misera accettazione fine a se stessa.

Conclusioni

Flannery O’Connor riesce a rendere reale e normale tutto ciò che non lo è; tramite i suoi racconti si viene catapultati in veri e propri piccoli mondi, ognuno con le sue dominanti, con i suoi drammi, tratteggiati dallo stile visionario e le descrizioni simboliche che caratterizzano questa scrittrice di enorme talento.
Fattori sociali quali religione, razzismo, o semplice perbenismo morale, si oggettivizzano, perdendo quella carica di critica sociale alla quale molti scrittori non riescono a rinunciare; a Flannery non interessa giudicare o biasimare, non è quello il suo scopo.

Tutti i racconti di questa raccolta sono godibilissimi di per sé, ma i migliori, secondo me, sono: Il geranio, Il fiume, Il profugo, Gli storpi entreranno per primi.

Voto: ★★★★

Annunci

I brividi del venerdì: Stagioni diverse

Stagioni diverse è una raccolta di racconti di Stephen King, famosa per aver ispirato film di successo quali “Le ali della libertà”, “L’allievo” e “Stand by me”.
Il libro si compone di quattro lunghi racconti, scritti in periodi diversi, tra la stesura di un romanzo e l’altro, suddivisi secondo le quattro stagioni.

L’eterna primavera della speranza

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank è il primo racconto che apre il volume. La storia è quella di Andy Dufresne, ex banchiere che, accusato del duplice omicidio della moglie e del suo amante, finisce condannato all’ergastolo nel penitenziario di Shawshank.
Nonostante la dura vita del carcere, dove agli abusi dei compagni di reclusione, si aggiungono quelli dei secondini, Andy Dufresne riesce a mantenere un atteggiamento sereno e dignitoso, scatenando ora l’ammirazione, ora l’invidia di chi riesce a scorgere in lui la grande forza d’animo che lo caratterizza.
A narrare le vicende di Dufresne è un altro recluso, Red, colui il quale riesce a procurare ogni genere di merce ai detenuti; è proprio in virtù di questo suo “servizio” che entra in contatto per la prima volta con Andy, tra le cui richieste vi sono un martello da minerali ed un poster a grandezza umana dell’attrice Rita Hayworth.
Col passare degli anni, Andy diventa una figura “importante” all’interno del penitenziario, dove si occupa della gestione della biblioteca interna e della revisione fiscale dei dipendenti _direttore compreso_ procurandosi la stima di tutti.
Quando però, tramite vie traverse, riemergono nuovi fatti sul caso di Dufresne, il direttore manifesta un inatteso odio per il detenuto modello, rifiutandosi di riaprire il caso.
Andy cerca allora un modo alternativo per riprendersi ciò che gli spetta: la sua libertà.

Critica:
Sebbene Andy Dufresne sia un personaggio carismatico e a dir poco eccezionale, riuscendo così ad accaparrarsi la simpatia del lettore, è altresì un personaggio fantastico, in ogni senso; così, anche la sua storia, che viene sicuramente narrata in modo accattivante, risulta troppo incredibile a causa di un finale ai limiti della verosimiglianza.

L’estate della corruzione

Un ragazzo sveglio racconta il malsano legame che unisce un ex comandante delle SS ed un ragazzino affascinato dal nazismo.

Todd Bowden entra in contatto quasi per caso con l’ex nazista Kurt Dussander, ora Arthur Denker, ed è deciso ad estrapolare quanti più particolari sadici il vecchio Dussander possa raccontare. Inizialmente l’uomo si rifiuta di prendere parte a questo orrido gioco del ragazzino, ma si ritrova costretto a soddisfare la macabra curiosità di Todd, e così tutto ha inizio; ogni giorno, dopo la scuola, mentre il vecchio racconta restio le indicibili torture inflitte agli ebrei, Todd ascolta assorto e deliziato i racconti dei campi di sterminio, un boccone di ciambella dopo l’altro.
Ma col passare del tempo quest’oscura rievocazione finisce per intaccare l’equilibrio mentale di entrambi: da un lato, un vecchio che era riuscito a seppellire il ricordo degli orrori commessi, riassapora il gusto del potere e del male, dall’altro, un ragazzino che, nonostante l’insana curiosità morbosa che l’ha spinto a conoscere ogni dettaglio raccapricciante, adesso viene tormentato dagli incubi.
La situazione si evolve in un processo esplosivo, mentre il rapporto tra i due si fa sempre più claustrofobico.

Critica:
Un ragazzo sveglio è il racconto più lungo del volume, tanto da poter essere tranquillamente definito un romanzo breve, ed il migliore dei quattro; la trovata originale dell’autore di porre a confronto il male di ieri con il male di oggi, l’atmosfera macabra e raccapricciante a cui riesce a dar vita, la descrizione e lo studio dell’evolversi della psicopatia sadico-sessuale che caratterizza Todd, l’arguzia del ragazzino nel nascondere il suo reale rapporto con Dussander ai genitori, e l’incapacità, volenti o nolenti, dei suddetti nel rendersi conto che hanno dato la vita a un mostro, tutti questi elementi riescono a dar vita ad un vero e magnifico racconto dell’orrore, tanto da poter disgustare e far rabbrividire chi legge.

L’autunno dell’innocenza

Il corpo si potrebbe definire un racconto di formazione.
Quattro ragazzini vengono a sapere del cadavere di un coetaneo ritrovato a qualche miglia dalla cittadina in cui vivono e decidono di andarlo a vedere con i propri occhi, prima che le autorità ne vengano a conoscenza.
Intraprendono così un viaggio, all’insaputa di tutti, verso il corpo; per arrivarci dovranno superare la discarica di Milo e del suo temibile cane, percorrere il ponte di rotaie che divide le due sponde, sopportare la canicola estiva ed il temporale, e altro ancora.
Alla fine di tutto, qualunque sia stato il risultato, si rendono conto di aver detto irrimediabilmente addio all’infanzia.

Critica:
È un racconto piacevole, sì, ma niente a che vedere con le aspettative che mi ero creata; è un viaggio di iniziazione in cui succede poco o niente in termini di horror e di suspense.
Le intromissioni dei racconti del narratore adulto, che praticamente niente hanno a che fare con la storia, mi hanno sinceramente infastidita, e la morte del ragazzo è impossibile da un punto di vista fisico: un treno ti travolge e riesce a scalfirti mezza faccia, prenderti le scarpe ma non i piedi? Mi pare tecnicamente astruso, oltre che infattibile.
Ciò che più si apprezza però è l’esperienza del viaggio in se stessa: le descrizioni, la ricostruzione di un ricordo, di un’avventura preadolescenziale, vissuta alla fine di una calda estate anno1960. Tutto grida all’avventura, ma come ho scritto sopra, poco all’elemento fantastico.

Una storia d’inverno

L’ultimo racconto, Il metodo di respirazione, tratta di un misterioso club, al quale il narratore prende parte, dove si raccontano storie di ogni genere, le più particolari, però, solo poco prima di Natale. Così, in un racconto nel racconto, ci viene narrata l’incredibile storia di uno dei soci del club che, durante la sua professione di medico, ha assistito ad un parto sovrannaturale.

Critica:
Il metodo di respirazione è il racconto leggermente più scialbo del libro, e quello in cui la componente fantastica è più presente.
Con il trucco della storia nella storia, King sembra semplicemente voler allungare la storia o fondere due racconti che altrimenti non avrebbero niente in comune, ma il risultato non è dei migliori dell’autore; la prima parte, quella che svolge la funzione di cornice, inerente al club sarebbe risultata un bel racconto, se solo lo scrittore si fosse preso la briga di impegnarcisi appena un po’, mentre la storia di Natale del dottor McCarron, risulta più tragica che “paurosa”, nonostante l’elemento fantastico.

Conclusioni

Nonostante i pro e i contro, nonostante le aspettative molto elevate che nutrivo, Stagioni diverse è una bella (scusate la banalità del termine) raccolta; la prosa di King, nonostante non sia certo paragonabile a quella di un ben più poetico Carver o Maupassant, risulta comunque scorrevole, a volte fin troppo prolissa, ma decisamente appropriata a ciò che lo scrittore racconta.
Lo stesso King, nella postfazione, ammette di non essere certo il migliore e di non saper trascendere dall’elemento noir, ma sicuramente ce la mette sempre tutta, e noi lo apprezziamo per questo.

In quasi tutte queste storie poi è presente il solito crossover a cui spesso ricorre King (vi basta pensare a una parola: Castle Rock, e avrete tutto chiaro).

Una doverosa critica va alla casa editrice, che dovrebbe rivedere la traduzione un po’ antiquata e impregnata di orrori errori grammaticali _ ah, il congiuntivo, questo sconosciuto! _

Voto: ★★★

I classici della domenica: Bartleby lo scrivano

Il mio primo incontro con Herman Melville si è concluso. Non avevo mai letto niente di questo autore ed ignoravo completamente in cosa mi sarei imbattuta. Per mia fortuna ho cominciato la scoperta dello scrittore con dei racconti e non con un intero romanzo. Perché dico così? Beh, perché Melville non è assolutamente una lettura semplice, almeno per me.
Posso capire perché lo scrittore americano finì nel dimenticatoio all’epoca delle sue opere: i tempi non erano maturi. Gli scritti di Melville sono oscuri, astrusi, sibillini; lo stile e le tematiche precorrono i tempi: Herman Melville è il pioniere dell’ermetismo e della letteratura dell’assurdo.
È abbastanza chiaro, quindi, come una narrativa del genere non possa essere stata apprezzata dai contemporanei dell’autore, quando il genere letterario in vigore era per lo più il romanzo naturalista.
Ciò nonostante, l’opera di Melville è sopravvissuta e giunta sino a noi; un’opera ostica ed enigmatica, ma permeata di una potenza simbolica indiscutibile.

Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street

La storia di Bartleby ci viene raccontata dal suo datore di lavoro, titolare di uno studio legale nella sempre più emergente Wall Street. Alle prese con un lavoro sempre maggiore, il narratore decide di assumere al suo servizio un altro scrivano e fa qui, dunque, la sua comparsa Bartleby.
Bartleby è un uomo taciturno, pallido, dimesso e sobrio; nel suo cantuccio solitario, Bartleby è uno scrivano provetto, copiando incessantemente documento dopo documento. Nemmeno una pausa per il silenzioso eremita, cosa che rende il narratore colpito e perplesso. Bartleby si presenta dunque come un lavoratore alacre e instancabile, ma alle prime richieste che non riguardino esclusivamente la copiatura, come ad esempio l’uscire per svolgere commissioni, Bartleby si sottrae semplicemente con un “preferirei di no”. Il titolare resta basito dal rifiuto dello scrivano nell’eseguire i suoi compiti, ma come disarmato dal candore della risposta, finisce con il lasciar cadere la questione. Inutilmente il narratore rinnova le sue richieste, ottenendo in cambio sempre la solita risposta: preferirei di no. Assieme ad un giustificato dispetto, cresce nel magistrato il desiderio di conoscere meglio la strana figura che ha assunto nel suo ufficio; Bartleby è chiuso nel suo guscio, imperscrutabile, a dir poco emblematico. Ma chi è Bartleby? Da dove viene? Qual è la causa dei suoi perentori, quanto pacati, rifiuti?
Ad accrescere il disagio del narratore è poi l’improvvisa interruzione del lavoro di Bartleby come copista; di punto in bianco, lo scrivano pretende di non voler più scrivere, o meglio, preferirebbe non farlo più, lasciando il suo padrone nell’impotenza di fronte alla sua perentoria decisione. Bartleby passa ora le sue giornate fissando fuori della finestrella dello studio, che dà su un muro. A niente valgono le proteste, le suppliche, gli inviti accorati del legale di fronte alla caparbia ostinazione dello scrivano. Bartleby vive nel suo mondo, un mondo astratto e inaccessibile, un mondo sbarrato dalla continua presenza di quel muro fuori dalla finestra.
Il narratore, ora impietosito, ora esasperato dal comportamento del suo subalterno, decide di licenziare, sebbene a malincuore, lo strano individuo, ma inutilmente; Bartleby non intende andarsene, preferirebbe non andarsene, e non se ne va.
Non sapendo più come doversi comportare, il legale finisce con il trasferirsi in un altro palazzo, lasciando Bartleby al suo destino. A distanza di poco tempo, però, il narratore viene a conoscenza delle proteste degli inquilini del suo vecchio stabile, indispettiti dalla presenza continua e spettrale dell’ex scrivano. Bartleby finisce così col venire arrestato.
A questo punto il narratore, dispiaciuto per la fine di Bartleby, va a trovarlo in prigione per assicurarsi che stia bene; la figura di spalle, di fronte a un muro, testimonia che niente è cambiato in Bartleby. L’uomo continua il suo compito di sognatore, di figura astratta ed ascetica, di sovvertitore silenzioso, fino all’inevitabile fine.

La critica è molto dibattuta riguardo l’interpretazione del racconto; Bartleby è chiaramente una figura simbolica dai tratti evangelici: un moderno Gesù Cristo capace di vedere oltre, inaccessibile ai comuni mortali? Forse. Sicuramente è un aspetto da tenere di conto.
Ma la teoria che tendo ad accreditare di più è una sorta di critica intrinseca alla società moderna; sempre più caotica, sempre più veloce, moderna, inafferrabile, la società di Melville, di cui Wall Street ne è l’astro nascente, è una società basata sul capitale e sulle leggi burocratiche. Non più uomini, ma notai ed avvocati. Non più valori umani ma capitali, azioni, denaro.
Bartleby è il simbolo del passato che tenta di dire no al futuro incalzante. Ma un muro si oppone sempre di fronte alla sua figura; la strada è sbarrata in senso contrario, si può solo andare avanti, altrimenti si finisce con il restare a fissare solo un muro.

Ma il muro potrebbe anche indicare quell’effettiva barriera che divide il genere umano.

“Ah Bartleby! Ah, umanità!”

Un muro fra me e gli altri, una costante instabilità che finisce col minare le convinzioni altrui ( i continui ripensamenti e le crisi di coscienza del narratore, l’invasione del verbo preferire all’interno dell’ufficio, che “contamina” anche gli altri assistenti del legale).

E altri racconti americani

Gli altri racconti che compongono la raccolta non sono meno ermetici del precedente.

In Chicchirichì, ovvero il canto del nobile gallo Beneventano, un uomo appesantito dai comuni problemi materiali (problemi pecuniari), rinasce grazie al portentoso canto di un gallo, appartenente ad un pover’uomo che si rifiuta di vendere il bene più prezioso che ha: il canto del suo fedele gallo.

Ne I due templi, Melville contrappone l’ostentata purezza della Chiesa al mondo più pagano del Teatro. L’apparenza sacrale e caritatevole della Chiesa, viene smascherata dall’effimero ambiente mondano che, paradossalmente, risulta più di sostanza e genuino del primo.

Ne Il paradiso degli scapoli e il tartaro delle fanciulle assistiamo a due scenari totalmente contrapposti: il mondo spensierato e benestante degli avvocati, uomini scapoli e della buona società, a quello infinitamente più triste e freddo di una cartiera, dove donne dal colorito niveo, ripetono incessantemente il loro lavoro meccanico, paragonate a Cristo per il loro sacrificio a discapito della loro virtù.

Jimmy Rose, protagonista del racconto omonimo, è un uomo enormemente ricco e generoso che finisce col perdere tutte le sue sostanze e vivere di un’indifferente, quanto supponentemente tollerata, carità da coloro che gli erano amici ai tempi delle sue ricchezze.
Jimmy Rose è la nemesi di Bartleby, in quanto accetta suo malgrado quel compromesso che lo scrivano rifiuterà fino alla morte.

Io e il mio camino è un racconto dal tono più spensierato; narra della smodata ammirazione di un uomo per il suo camino, che combatte in tutti i modi la sua famiglia, che invece vorrebbe sbarazzarsene.

Conclusioni

Decisamente quella di Herman Melville non è una letteratura banale ed agevole; tra i riferimenti biblici ed evangelici, le critiche velate ed i numerosi simbolismi, l’opera dello scrittore americano presenta non poche difficoltà nella sua interpretazione, oltre che nella sua lettura.
Consiglio: iniziate, come me, da racconti o romanzi minori prima di imbattervi nel ben più voluminoso capolavoro che è Moby Dick. Almeno per il primo incontro. Poi fate voi.

Voto: ★★½

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte_ Il Fotocane _ Ciclo di Halloween

Nel caso non ve ne foste accorti, stanotte è Halloween! Avete preparato i costumi da indossare? E i sacchetti in cui mettere i dolcetti? E la fotocamera/i-phone con cui scattare le foto della serata? Sì? Bene, ma state attenti.
Se al posto del vostro amico ubriaco dovesse apparirvi raffigurato un enorme cane nero…datemi retta…SCAPPATE!

 

 Il Fotocane

Per il giorno del suo quindicesimo compleanno, Kevin riceve in regalo la tanto desiderata macchina fotografica e subito decide di inaugurarla con un ritratto di famiglia. Mr e Mrs Delevan e la sorellina Megan si mettono in posa, un bel sorriso e click! La foto viene sputata fuori dalla polaroid, ma invece della famiglia attorno alla torta, i Delevan si ritrovano a fissare un cane nero davanti ad un vecchio steccato bianco. Che diavoleria è mai questa? Che sia un difetto? Uno strano scherzo? Kevin continua a scattare foto, a vari soggetti in posti diversi, ma il risultato è sempre lo stesso: il cane nero davanti allo steccato.
Desideroso di scoprire cosa si cela dietro quello strano fenomeno, Kevin porta la sua Sun 660 al negozio di Pop Merrill, una sorta di factotum della città. Ma nemmeno Pop è in grado di svelare il mistero che si cela dietro la macchina fotografica. Osservando meglio le foto, però, Pop e Kevin scorgono qualcosa di strabiliante: il cane della foto non è fermo! È un cambiamento impercettibile eppure evidente: foto dopo foto, il cane cambia posizione, fino a che non si accorge di essere fotografato. E allora inizia a mostrare i denti.
Kevin comincia a intuire il pericolo della macchina e decide di sbarazzarsi dell’oggetto prima che quell’essere mostruoso che si cela al suo interno si sbarazzi di lui. Ma Pop ha in mente altri progetti…

Quattro dopo mezzanotte, caveat emptor

Il fotocane è un racconto ambientato a Castle Rock, vi dice niente?
Come spiega King nell’introduzione, Il fotocane è una sorta di punto d’incontro tra due romanzi: Cujo e Cose preziose.
Durante l’arco del racconto, infatti, il fotocane viene paragonato ad un altro cane, un sanbernardo per la precisione, famoso nella cittadina per aver provocato morte e scompiglio, Cujo, appunto.
Qui il riferimento è palese, mentre per quanto riguarda Cose preziose è molto più latente, anche perché ai tempi della stesura del racconto, il romanzo non era ancora stato pubblicato.
Ne Il fotocane facciamo così, per la prima volta, conoscenza con lo sceriffo Pangborn, Polly e Pop Merrill, che risulta essere lo zio di Ace in Cose preziose.
La tecnica del crossover è spesso usata da Stephen King, che si diverte nell’intrecciare tra loro fatti/personaggi/luoghi di diversi romanzi; personalmente ‘odi et amo’ questo espediente narrativo perché se da un lato provo una sorta di esaltazione nel riconoscere e rincontrare vecchi personaggi, dall’altro mi innervosisce quando i fatti di cui si parla sono avvenuti in romanzi che ancora non ho letto (in questo caso Cujo).

Altra peculiarità di King è la modalità con la quale si ha la rottura dell’equilibrio iniziale dei personaggi; due, infatti, sono le situazioni che solitamente portano il protagonista alla complicazione della storia: o il tizio in questione se la va letteralmente a cercare (e allora vien da sé che se lo merita), oppure il tizio è semplicemente un povero sfigato che, meramente per caso, si ritrova ad aver a che fare con orribili avversità ( al che, un pensiero spontaneo subito emerge: “ma perché, poveraccio, proprio a lui?”)
E’ il caso di Kevin, quindicenne con la testa a posto, che, come regalo di compleanno, si ritrova tra le mani una macchina “stregata” molto pericolosa.
Rientra invece nella prima categoria Pop Merrill; avido strozzino e furbo come una faina, Pop decide di tenersi la macchina per avidità, sperando di venderla a qualche stralunato appassionato di esoterismo, ma sfortunatamente per lui nessuno sembra interessato.
Pop è persino consapevole del pericolo della macchina ma non gli importa. L’unica cosa che conta sono i soldi. È abbastanza scontato che da agente diventi agito, succube della malia della macchina che ormai è sempre più potente.

Di nuovo, poi, come in Il Poliziotto della Biblioteca, notiamo come i sogni siano la chiave ricorrente di King per permettere al protagonista di trovare la soluzione al suo problema; è proprio grazie ai suoi incubi se Kevin riesce a capire come fermare il fotocane.
D’altronde, la notte porta consiglio, no?

Conclusioni

Dopo ben tre lunghi (e quando dico lunghi, intendo lunghi) racconti, devo ammettere che ho fatto fatica a leggere quest’ultima storia; non perché non fosse meritevole come le altre, ma forse arrivare a quota quattro, tutto di seguito, è stato troppo per me. Devo ammettere comunque che è stato il racconto che mi ha coinvolto di meno.
I migliori restano senz’altro I langolieri e Finestra segreta, giardino segreto.

Voto: ★★★

Il ciclo di Halloween dei “brividi del venerdì” finisce qui ( alleluia!). Mi raccomando, divertitevi stanotte, recitate ‘trick or treat’, ma non fate troppo tardi: dopo la mezzanotte possono accadere fatti strani e misteriosi!
Buonanotte e sogni…da paura! 😉

I brividi del venerdì: Quattro dopo mezzanotte _ Il Poliziotto della Biblioteca _ Ciclo di Halloween

Per un lettore credo non esista posto più bello di una biblioteca. Un luogo sicuro, calmo, silenzioso, dove fantasia e realtà diventano magicamente un tutt’uno. Ma cosa succede se la biblioteca in questione si rivela un luogo oscuro, tetro, abitato da spaventosi spettri del passato che dimorano in silenzio, in attesa di cibarsi delle tue paure?

Il Poliziotto della Biblioteca

Su consiglio della bella segretaria Naomi, Sam si reca alla biblioteca pubblica di Junction City alla ricerca di un libro che lo aiuti nel redigere il discorso che dovrà tenere presso il noto circolo del Rotary Club la sera stessa. Sam non va spesso in biblioteca, anzi mai, ma quella in particolare istintivamente non gli piace: l’atmosfera fredda e austera, gli alti soffitti scuri e il silenzio mortale che vi regna, lasciano dentro di lui una sensazione di gelido timore; ad aumentare il suo disagio sono i manifesti terrificanti appesi nella sezione dei ragazzi. Uno in particolare evoca in lui un senso di atavico terrore: il manifesto che avverte di riportare i libri in tempo se non si vuole avere a che fare con la polizia bibliotecaria. Però, che idiozia! Non esiste una polizia bibliotecaria! Eppure, quell’uomo minaccioso ritratto nel manifesto è capace di inquietare Sam fin nel midollo.
La conoscenza con Ardelia Lorz, la bibliotecaria, non migliora certo le sue prime impressioni: una vecchia signora che sorride con le labbra, ma dallo sguardo di ghiaccio, faziosamente gentile e compita che non accetta di essere contraddetta. Una vecchia arpia, insomma.

Il discorso di Sam è un successo clamoroso e nei giorni successivi il pensiero dei libri e della biblioteca è ben lontano da lui, preso com’è dal suo lavoro e i suoi impegni. Ma il messaggio di Ardelia Lorz nella segreteria telefonica di Sam gli ricorda che il termine è scaduto, e il poliziotto della biblioteca non tarda a presentarsi a casa sua. Alto come un colosso, bianco come un cadavere, lo sguardo truce e una cicatrice sotto l’occhio, il poliziotto del manifesto è adesso in carne ed ossa a casa di Sam. Il suo aspetto minaccioso non inganna sulle sue intenzioni. Sam dovrà riconsegnare i libri alla biblioteca o il coltello che tiene in mano finirà presto nella sua gola.
Letteralmente terrorizzato, Sam comincia a cercare i libri ovunque ma non riesce a trovarli da nessuna parte; cerca di fare mente locale e finalmente ricorda dove li ha messi: nella scatola in cui tiene i giornali vecchi che Dave Duncan, il barbone alcolizzato della città, raccoglie e porta alla discarica ogni settimana, per racimolare qualche soldo.
I libri sono definitivamente perduti e Sam è in preda al panico all’idea di dover riaffrontare il poliziotto della biblioteca. Ma chi sono lui e Ardelia Lorz? Perché le persone a cui chiede informazioni sulla donna cominciano a urlare sgomente?
L’unico a sapere qualcosa è proprio il vecchio Dave Duncan, e solo lui e Naomi possono aiutarlo. Sam ancora non lo sa, ma presto dovrà affrontare una presenza malefica che ha a che fare con il suo passato e le sue paure più recondite.

Le tre di notte: vieni con me, figliolo…fono un poliziotto

Il Poliziotto della Biblioteca è un racconto “multistrato”, in cui due sono i principali nuclei narrativi: la storia che ruota attorno a Sam e quella che si incentra su Dave.
Due episodi evidentemente diversi che si intersecano goffamente tra loro: da una parte Sam e il suo Poliziotto della Biblioteca, dall’altra Dave e la malefica Ardelia.
King utilizza lo stratagemma della ‘storia nella storia’ per convogliare le due vicende in un unico racconto, espediente a cui l’autore ricorre altre volte, ma con il quale stavolta fa cilecca.
Il risultato infatti, almeno a parer mio, è un po’ disastrato: anche accettando questo connubio generale, si percepisce una disomogeneità globale dell’opera; due storie troppo dissimili per amalgamarsi, che finiscono solamente per cozzare l’una contro l’altra.

Schematizzando il racconto viene fuori una struttura di questo genere:
Sam si reca in biblioteca- Sam conosce Ardelia Lorz- Il manifesto del poliziotto della biblioteca fa riaffiorare paure infantili di Sam- Sam perde i libri- Dave è il responsabile- Il poliziotto della biblioteca fa visita a Sam -Sam si reca da Dave- Dave racconta di Ardelia e la sua storia- Sam ricorda l’uomo-talpa, il suo poliziotto della biblioteca- Dave, Sam e Naomi vanno alla biblioteca per combattere Ardelia.- Ardelia vuole Sam – Sam sconfigge il suo poliziotto della biblioteca e Ardelia.

Insomma, le sequenze narrative hanno un che di forzato, prive di un legante concreto _ vi basti pensare al fatto che l’unico trait d’union delle due vicende è la semplice conoscenza tra Sam e Dave _.

Il poliziotto personale di Sam è l’uomo-talpa, un uomo che, dichiarandosi poliziotto della biblioteca, violenta il piccolo Sam, ma il poliziotto della biblioteca raffigurato sul manifesto ad opera di Dave è completamente diverso. Allora mi chiedo: come diavolo fa Sam a collegare istintivamente due figure tanto diverse? È solo la formula magica “poliziotto della biblioteca” a riaprire in lui il varco con un passato tanto doloroso e ormai rimosso? Probabilmente, ma così si spezza quel legame, quel continuum tematico/narrativo che si andava formando col poliziotto del manifesto, un personaggio che di per sé bastava a rendere interessante la storia, e che invece finisce per essere solamente un figurante.

Il trauma infantile di Sam non ha niente a che fare con Ardelia Lorz: è questo che spezza la storia in due. E King si è sforzato di riunire i cocci.
I libri, poi, non sono altro che un semplice pretesto di Ardelia, e dello stesso King, per dare il via a tutto ciò che segue.

Che dire poi di Ardelia Lorz? Una figura losca, oscura, che detiene un fascino morboso sia su Dave che sul lettore. L’aura malefica e misteriosa che circondano Ardelia ed il timore superstizioso legato al suo nome, la rendono un personaggio intrigante e vincente.
Ma (perché c’è sempre un ‘ma’) King decide di optare per una scelta non poco demenziale; se Ardelia fosse stata una strega, un vampiro, un demone, quello che vi pare, sarebbe stata perfetta,
ma renderla una sorta di mostro alieno ha un che di trash spaventoso. Un alieno/insetto molliccio/ mutaforme? maddai! E’ una caduta di stile mostruosa!

Certo è che il bello di King è anche questo: fregarsene altamente di tutto e di tutti e spiazzare il lettore anche con trovate a dir poco kitsch.

Conclusioni

Il Poliziotto della Biblioteca parte non bene, ma benissimo. Poteva arrivare ad essere una storia veramente bella, ma, ahimè, King cade di tono (vabbè dai, ti perdono).
Di nuovo, come in Finestra segreta, giardino segreto, vi è quell’angoscia che attanaglia il lettore nel compartecipare allo stato emotivo ansiogeno che pervade il protagonista, impossibilitato nella sua corsa contro il tempo, alla ricerca di quei libri maledetti che possono costargli la vita (oltre che la sanità mentale).
Quindi, ordunque, lo consiglio? Nì. Non è un racconto imperdibile, ma nemmeno così pessimo; se siete fan/groupie/collezionisti dell’autore, viene da sé il monito/dovere interiore di leggerlo.
Comunque, in ultimo ma non ultimo, un doveroso accorgimento: la scena della violenza sul piccolo Sammy è descritta in modo orribilmente vivido e impietoso, indi astenersi se gentili d’animo e troppo sensibili.

Voto: ★★★

Bye.

Lunedì narrativa: America oggi

America oggi è un’antologia di dieci racconti scritti da Raymond Carver, che hanno ispirato la sceneggiatura per il film omonimo di Robert Altman (Short cuts).

Sui dieci racconti che fanno parte della raccolta, solo due emergono vittoriosi dalla nube d’inconcludenza generale che permea gli altri, uno più insignificante dell’altro, in cui non c’è finale, non c’è proprio trama, non c’è niente.

 

Un conto è il minimalismo, un altro è l’inconcludenza.

Lo stile pressoché minimalista (anche se Carver non ha mai voluto essere etichettato) non preclude al piacere della lettura di questi racconti; ciò che invece è esasperante è la totale assenza di significato.
Un conto è cogliere un significato sottinteso, non esplicitato, un altro è inventarsi di sana pianta un significato che questi racconti a parer mio non hanno affatto. Ma non è nemmeno questo il punto.
Se le aspettative del lettore non fossero alimentate da fasulle recensioni, allora mi andrebbe anche bene. Si prenderebbe la raccolta per quello che è: semplici scorci senza capo né coda e stop. Ma siccome nella critica si parla di piccoli drammi, ecco che allora non va più bene. Quali sarebbero questi drammi? Ripeto, devo inventarmeli io? Devo forzare una chiave di lettura interpretativa in cerca di un significato che in realtà è totalmente assente? Il dramma nel primo racconto, Vicini, sarebbe che lui è un travestito latente? Che la coppia resta chiusa fuori dalla porta? O forse è l’invidia che i due provano per i vicini? E nel secondo racconto Loro non sono tuo marito, il dramma starebbe nel desiderio del marito di vedere la moglie desiderabile agli occhi altrui? O è forse la figura del marito stesso un dramma? Perché un uomo che impone alla moglie una dieta ferrea per sentirsi appagato dal giudizio estetico della società effettivamente è un dramma. Un dramma di essere umano! Sì, forse è proprio questo il dramma, ma quand’anche fosse così, si tratta di una speculazione forzata.
Nei racconti di Carver non ci sono svolte, non c’è pathos.
Al che, qualcuno può contestare dicendo che Carver vuole semplicemente raffigurare la quotidianità. Quotidianità? A me pare di cogliere una quotidianità piuttosto inverosimile nella maggior parte dei racconti (pensate alla scenetta con quel gorilla di Nelson in Vitamine). Vi pare sul serio una scena verosimile? A me per niente.

Non parliamo poi dei personaggi. La psicologia è inesistente. Sì, si colgono delle briciole qua e là con cui comporre una mollica di pane, ma in definitiva rimangono dei personaggi miseri, alquanto freddi, amorali.

America oggi? E che America allora!

 

I fondamenti sociali dell’America:
fatti i fatti tuoi e bevi che ti passa

L’America di Carver è un’America alquanto squallida che si riassume principalmente in due parole: indifferenza e alcolismo.
Alla maggior parte dei protagonisti non importa niente di quello che accade loro intorno, purché non accada a loro, ma in alcuni casi il disinteresse è tale che essi non si curano neanche delle loro stesse vite. Tanti piccoli étrangers, oserei dire, intrappolati o adagiatisi (a seconda dei casi) nel grigiore delle loro esistenze. Il problema è che nessuno si sforza più di tanto per cambiare – La vita è questa. – e qui sta il vero dramma.

Il sidro dell’America è l’alcol, che si tratti di birra o si tratti di whisky poco importa.
Mi ha dato un sincero fastidio leggere di tizi perennemente alticci, se non ubriachi, con il bicchiere o la bottiglia sempre in mano. Dio mio, ubriaconi, scuotetevi dai vostri fumi alcolici! Non si tratta di ragazzini dementi in cerca di eccitazione, ma si parla di trentenni, dei così detti adulti! Ma effettivamente di adulti in questa raccolta se ne trovano ben pochi. Non si può essere considerati adulti a priori solo perché si ha un lavoro, una casa e una famiglia. Infatti la maggior parte dei personaggi si rivela essere una banda di perenni adolescenti, immaturi ed egoisti. Questo è il popolo di Carver.

 

Qualcuno che si salva c’è

Come ho scritto in precedenza, non tutti i racconti si perdono nel niente. Due in particolare sono molto ben riusciti e degni di nota: Con tanta di quell’acqua a due passi da casa e Una cosa piccola ma buona. Questi sono gli unici due racconti che riescono a trasmettere qualcosa di concreto e profondo.
Limonata in un certo senso si accomuna a Una cosa piccola ma buona (che è veramente bello per quanto triste), ma è troppo breve _ più che un racconto vero e proprio è una sorta di poesia sui generis_ per poter far presa sul serio, ma forse c’è qualcuno che l’apprezzerà di più proprio per la sua incisività.

Con tanta di quell’acqua a due passi da casa

Finalmente un dramma vero, tangibile, inequivocabile: quello dell’indifferenza, appunto, che in questo racconto è palpabile all’ennesima potenza.
Quattro uomini decidono di andare a pesca lungo il fiume, per qualche giorno, su in montagna. Al loro arrivo scoprono riverso nell’acqua il cadavere di una giovane donna, nuda. Ma hanno camminato per diverse miglia prima di arrivare lì e lei ormai è morta. Che fretta c’è? Così, con mio grande disgusto, i quattro amici trascorrono, come da programma, le loro giornate in montagna come se niente fosse: bevono whisky, dormono, bevono whisky, pescano, lavano le stoviglie lì nel fiume, a pochi metri dalla ragazza, bevono whisky, giocano a carte, si raccontano storielle sporche, dormono, bevono whisky, pescano, bevono whisky. Ah già, si sono anche assicurati che la corrente non trascinasse via il corpo della giovane, legandole il polso alle radici di un albero (che premurosi!).
Decidono di tornare a casa un giorno prima del previsto e, a una stazione di servizio, chiamano finalmente lo sceriffo.
Claire Kane, la moglie di Stuart, uno della combriccola, non appena viene a conoscenza dell’accaduto entra in crisi. Com’è possibile che degli uomini restino completamente impassibili di fronte al cadavere di un altro essere umano?
Stuart non capisce nemmeno quale sia il problema. Era morta.
Questa spaventosa ottusità e la totale noncuranza con la quale è rimasto in montagna con gli amici, allontanano Claire sempre di più. Tutti vanno avanti, a nessuno importa niente di quella povera ragazza. Ma per Claire è il punto di rottura. Non riesce a darsi pace per il comportamento del marito. La donna comincia a interrogarsi sul significato della sua vita, sul suo passato, sull’esistenza stessa. Tutto andrà avanti come se niente fosse.
Ma no, non è più possibile oramai.
Stuart, che continua a non capire niente, tenta di riavvicinare la moglie con dei “ti amo” a caso, privi di significato, passando poi ai bruschi “vai all’inferno” ogni qualvolta la moglie rifiuta i suoi importuni approcci sessuali. Stuart è un uomo incapace di empatia e sensibilità; sempre attaccato alla sua lattina di birra o al suo bicchiere di whisky, riesce solo a pensare al sesso. Stuart non è un uomo, è una bestia.
Claire invece è un essere umano. E’ una donna, è una madre, è una persona. Diventa quindi un dovere morale per lei, non appena si scopre l’identità del cadavere, assistere ai funerali della ragazza. Quella ragazza, che suo marito ha pensato bene di lasciare a mollo ancora un po’ (tanto era già morta!), era a sua volta una persona, con una famiglia e degli amici che le volevano bene.

Questo racconto è amaro. Siamo esseri umani legati dall’indifferenza per il prossimo. Siamo soli, cinici, abbandonati a noi stessi. Ma per fortuna c’è ancora qualcuno che, come Claire, si rifiuta di dimenticare il valore e la dignità che ogni individuo merita.

 « Non è giusto: quella lì era già morta, no? […] E che cavolo, io non ci vedo niente di male! […] Quella era morta, morta, morta, hai capito? » […]

 « Ma è proprio questo il punto », dico io. « Era morta. Non capisci? Aveva bisogno di aiuto » .

***

 « Cristo santo, Stuart, era solo una bambina! » 

 

Conclusioni

Decisamente, questo scrittore non fa per me. Ho avuto aspettative troppo alte per poi restare solamente delusa.
Sarà un mio limite, ma la mia ottusità mentale fa sì che io debba trovare una qualche trama, un evento, un significato, insomma qualcosa in una storia per poterla apprezzare.
Comunque un aspetto positivo che ho ammirato con piacere c’è. Lo stile narrativo di Carver: semplice, essenziale, scorrevole. Si legge bene insomma. In alcuni racconti poi, la prosa assume addirittura un che di poetico, pur trattando di quotidiane banalità.
Insomma l’arte del raccontare c’è, solo che non mi ritrovo d’accordo sul ‘cosa’ raccontare.
De gustibus.