I brividi del venerdì: Belle da morire

Alla disperata ricerca di Psycho (non il film, che ho visto, ma del libro, che è introvabile) ho scovato questo libro di racconti di Robert Bloch; così, meglio di niente, l’ho comprato subito per conoscere direttamente la mano che ha dato vita all’instabile Norman Bates ed al suo tetro motel, eternato nella storia del cinema dal grandissimo Alfred Hitchcock, e basato, tra l’altro, sulle reali vicende del serial killer americano Ed Gein.

Il titolo completo dell’opera è Belle da morire. Eros e morte in quattordici storie mozzafiato.
Intanto le storie sono tredici (che ne abbia persa una per strada?), comunque sia, si tratta di una godibile raccolta di racconti horror, fantastici e semi seri.
Il macabro e lo scherno si mescolano in questi racconti, a volte assolutamente crudeli, altre  inverosimilmente sardonici (lo sapevate che il diavolo si può trovare sulle Pagine Gialle?!).

Quella mistica creatura di nome donna

Al di là delle atmosfere più o meno horror, la figura centrale di questi racconti risulta essere la donna in ogni suo aspetto. Donna-angelo o femme fatale, vittima o carnefice, la donna è l’oggetto del desiderio; agognata creatura dalle forme ammalianti e suadenti, la donna di Bloch viene spersonalizzata nelle fantasie erotiche dei protagonisti maschili: le donne non sono persone, sono oggetti sensuali e sessuali, da cui l’impellente desiderio di possesso ossessiona le menti maschili dei racconti, portandoli fino alla loro stessa rovina.
Caratteristica peculiare delle protagoniste di Bloch sono le donne con i capelli rossi, le sue preferite in assoluto, ma di tanto in tanto non disdegna neanche le bionde; che siano angeli o demoni, queste donne meravigliose sono capaci di stregare le menti degli uomini che, obnubilati dalla malia femminile, diventano come incapaci di intendere e di volere, annientati totalmente dalla loro lussuria.

La giustizia di Bloch

 Nella maggior parte dei racconti, Bloch non lascia che sia il caso a porre la parola fine nelle sue storie, ma interviene personalmente a ridistribuire la giusta dose di giustizia, restando pur sempre imparziale. Una sorta di Dio giustiziere, un emissario del karma, che con la sua penna si assicura di far ripagare i torti subiti. Una giustizia mirata, ma soprattutto atroce.
Così, la piccola Irma, picchiata dal padre, porrà fine ai suoi abusi grazie a una bambola voodoo; Isobel, donna bellissima quanto crudele, finirà per essere ripagata con la sua stessa moneta; Joe, colpevole di uxoricidio, finirà col diventare succube dell’ombra della defunta sposa; Vincent, che vuole violentare la donna che l’ha rifiutato, finirà col ritrovarsi ad essere la vittima anzi che il carnefice; Curtis, che ha ucciso la moglie, resterà stregato dal manichino che le somiglia; Louise, che tradisce il marito, avrà un macabro destino ad aspettarla; Farley, che vende la sua anima al diavolo per possedere una donna, verrà ironicamente truffato da Satana.
Nessuno può farla franca, con Bloch come autore.

L’essenzialità dell’orrore  

Lo stile di Bloch è semplice, lineare, immediato. E proprio qui sta il bello. Pensate a Lovecraft o ad Edgar Allan Poe: il loro incessante intento di stupire il lettore si traduce in un’opulenza di parole che, se da un lato riescono anche a ricreare atmosfere lugubri e tenebrose, dall’altro fanno sorridere il lettore moderno che non può certo impressionarsi nella lettura prolissamente pignola delle loro opere. Bloch, invece, è essenziale e difatti riesce nel suo intento. Poche frasi riescono a creare perfettamente un’atmosfera di suspense e sospetto, di incognito misterioso che riesce a catturare totalmente chi legge.
Lo splatter c’è, ma in misura lieve e appena accennata, niente a che vedere con lo stile grandguignolesco di molti autori del genere, perché Bloch preferisce lanciare il dado e lasciare che sia il lettore a coglierlo.

Conclusioni

Beffardo e pungente, Robert Bloch è un autore poco valutato a cui invece andrebbe concessa una seconda possibilità, in quanto non ha niente da invidiare ai tanti altri scrittori che circolano in giro; il suo stile, la sua fantasia, l’ironia e il gusto per il macabro e il grottesco, ricordano molti racconti del ben più famoso Stephen King.

Dei tredici racconti che assemblano la raccolta, i migliori in assoluto sono: L’apprendista stregone, Tutti hanno bisogno di un po’ di amore e Notturno (stupendo).
L’apprendista stregone, il secondo racconto del libro, è riuscito veramente ad angosciarmi: il protagonista mentalmente instabile e l’atmosfera sinistra che permea l’intero racconto, accrescono pian piano quel malessere premonitore, quel sentore della coscienza che avverte che qualcosa non va. E difatti il finale è a dir poco inquietante.
Poi, ovviamente, tutto sta nell’autosuggestione di chi legge.

Voto: ★★★½

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I classici della domenica: Agnes Grey

Agnes Grey, scritto nel 1847 da Anne Brönte, sotto lo pseudonimo di Acton Bell, è il primo romanzo della minore delle sorelle Brönte. E’ tendenzialmente la meno conosciuta del trio e non senza motivo; il suo romanzo, infatti, è il meno riuscito: sebbene mantenga le caratteristiche del romanzo vittoriano del primo ‘800, è assente quell’elemento distintivo, quel certo non so che, che distingua il romanzo dagli altri dello stesso genere. E’ una storia piatta in cui manca quell’originalità che appartiene a Jane Eyre o Cime tempestose, che risultano invece molto più coinvolgenti e accattivanti, grazie anche agli elementi gotici che sicuramente giocano un ruolo importante nel fascino generale delle loro opere.

La storia di Agnes

Agnes Grey, secondogenita di un modesto pastore, cresce nel contesto protetto del nido familiare; essendo la più piccola viene spesso esonerata dai lavori domestici e, priva di contatti sociali, mantiene una natura naïve. A diciotto anni, desiderosa di mettersi alla prova, scoprire il mondo ed essere di aiuto alla famiglia, decide di intraprendere la carriera di istitutrice.
La prima famiglia in cui approda, i Bloomfield, la metterà a dura prova. Si ritrova infatti a dover combattere contro tre piccoli mostri. Tutti tremendamente viziati e anaffettivi, sono uno peggio dell’altro: Tom, il beniamino della madre, è un piccolo psicopatico che ama torturare ogni animaletto gli capiti tra le mani; Mary Ann, la secondogenita, è capricciosa e volutamente dispettosa, e Fanny, quella che in un primo momento sembrava la più dolce, si rivela non essere da meno degli altri fratelli, sputa in faccia e urla.
Inutilmente Agnes tenta di imporsi sui suoi allievi, anche perché i genitori le hanno proibito qualsiasi forma di punizione severa, e così la povera ragazza finisce anche per passare come un’incapace. La sua prima catastrofica esperienza come istitutrice dei Bloomfield dura un anno, dopo il quale viene licenziata.
Tornata dalla sua famiglia Agnes non si sente soddisfatta di questo primo approccio con il mondo e decide di riprovare; d’altronde non tutte le famiglie saranno come i Bloomfield!
Trova così lavoro presso la famiglia Murray, più altolocata della precedente, ma non meno impegnativa. Qui Agnes deve pensare principalmente all’educazione delle figlie, Rosalie e Matilda, senza però imporsi severamente, cercando di interessarle e senza affaticarle troppo, così come vuole la signora Murray.
Rosalie è una ragazza di sedici anni, molto bella e di conseguenza molto vanitosa e frivola. Tutto ciò che interessa a Rosalie è piacere, essere ammirata e corteggiata dagli uomini, ai quali spezza il cuore con boria e con un piacere crudele.
Matilda è tutto l’opposto della sorella: un maschiaccio, di tredici/quattordici anni, che impreca, si interessa alla caccia e pensa solo a cavalcare la sua giumenta.
Anche qui Agnes tenta inutilmente di educare le signorine affidatele ai precetti della carità cristiana, senza però essere mai presa in considerazione. Diventa man mano sempre più invisibile: i suoi consigli non vengono ascoltati ed è ignorata da tutti.
Avviene però un fatto che porta nuova gioia alla vita di Agnes: l’arrivo del nuovo curatore del pastore Hatfield, il quale è un uomo ben poco caritatevole, narcisista e meschino. Il signor Weston, il curatore, è invece un fervente cristiano, prodigo nell’aiutare i bisognosi, umile e gentile.
Agnes si innamora poco a poco di Weston, ma timida e insicura com’è, cerca sempre di nascondere il suo amore.
Alla morte del padre, Agnes apre una scuola assieme alla madre, lasciando quindi la famiglia Murray e Weston, che comunque deve trasferirsi altrove.
E’ tutto finito dunque? Il finale lo potete immaginare.

Due istitutrici: Agnes e Jane a confronto

Sia in Agnes Grey che in Jane Eyre figurano come protagoniste due donne, entrambe istitutrici, che mostrano però una personalità dissimile, sebbene con qualche somiglianza.
Agnes, educata in casa dalla madre, è piuttosto ingenua anche se non stupida. Jane, rimasta orfana, è stata istruita con le regole ben più severe dell’orfanotrofio.
Agnes è mite, introversa, taciturna, remissiva; non riesce a imporsi né sui propri allievi, né con i suoi datori di lavoro. Come istitutrice cerca di fare del suo meglio, ma non può che accontentarsi dei piccoli risultati che ottiene, se li ottiene.
Si reputa una persona morale e pia, ma ha comunque poca stima di sé, forse anche a causa di come viene trattata dagli altri. E’ quindi insicura e si rende lei stessa invisibile, tanto che rimane stupita se qualcuno si interessa a lei.
Jane invece, sebbene sia anch’essa introversa, non è affatto remissiva; ha un carattere coraggioso e non ha paura di dire quello che pensa. Istitutrice capace e intelligente, ha però anche lei poca autostima, almeno per quanto riguarda il suo aspetto fisico, in quanto si ritiene “bruttina”.
E’ superfluo dire che ho preferito di gran lunga Jane.

Struttura

Anche nella struttura narrativa Agnes Grey si differenzia dai romanzi delle sorelle maggiori: Cime tempestose (che strutturalmente risulta il più complicato dei tre) presenta due narratori interni, di primo e secondo grado.
Agnes Grey è scritto in prima persona; nella premessa, la narratrice spiega che l’intento del libro è quello di raccontare la propria storia perché possa tornare utile a qualcuno o divertente per qualcun altro. Agnes si rivolge spesso al lettore scusandosi continuamente nell’eventualità di risultare noiosa e salta delle parti che ritiene di scarso interesse, finendo, così, per diventare realmente noiosa.
Anche Jane Eyre è scritto in prima persona, ma la narratrice è meno invadente; non interrompe la narrazione per interagire direttamente con il lettore, né censura o si scusa per ciò che ha da dire.

Conclusioni

Sebbene Agnes Grey si legga bene e velocemente, Jane Eyre resta il mio preferito.
Troppo tenue e banale per reggere il confronto con le sorelle, il romanzo di Anne può passare inosservato senza che se ne senta molto la mancanza.
Non lo boccio del tutto, ma nemmeno lo promuovo a pieni voti.

Voto: ★★★

Lunedì narrativa: E l’eco rispose

Dopo successi come Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli, Khaled Hosseini torna alle stampe con il nuovo romanzo E l’eco rispose.
Questa nuova opera dell’autore risulta strutturalmente più complessa dei precedenti libri, ma, ahimè, anche meno riuscita. Nonostante lo stile sia, bene o male, il solito, stavolta non è riuscito a catturarmi appieno; sebbene la focalizzazione multipla sia una scelta inter
essante e più dinamica (oltre che per niente casuale in questo romanzo), risulta altresì più dispersiva se la narrazione si snoda da troppi punti di vista, che sono ben otto in questo caso.

Un’altra differenza rispetto agli altri romanzi è l’ambientazione. L’Afghanistan è la terra delle storie di Hosseini, in cui si viene completamente immersi nella cultura del Paese; una sorta di fiaba esotica dalle atmosfere mediorientali che incantano. Qui la malia si infrange; romanzo più cosmopolita, si districa dall’Afghanistan all’America, dalla Francia alla Grecia, senza però riuscire a regalare le stesse atmosfere suggestive e palpabili, ma snocciolando semplicemente una lista di nomi, di luoghi, senza consistenza.

Le storie di:

Abdullah

Su un carretto rosso trainato da un uomo, Pari e Abdullah attraversano il deserto dal piccolo villaggio di Shadbagh verso la ricca Kabul. L’uomo che spinge il carretto è Sabur, padre di Pari e Abdullah. Sabur ha un lavoro da svolgere a Kabul e porta la piccola Pari con sé. Abdullah sarebbe dovuto restare a casa con la matrigna Parwana e il fratellastro Iqbal, ma l’amore che prova per la sorella gli rende impossibile separarsi da lei. Abdullah non ha più una madre, che è morta dando alla luce Pari, e da allora ha riversato tutto il suo affetto sulla sorellina, prendendosi cura di lei e accudendola come farebbe una vera madre. Pari, a sua volta, è affezionata al fratello più grande che le resta sempre accanto e la protegge con tanto amore. I due bambini hanno un gioco speciale: Abdullah raccoglie le piume di vari uccelli e le dona a Pari, la quale le conserva gelosamente in una piccola scatolina del tè. La felicità per Pari e Abdullah è restare l’una accanto all’altro, per sempre.
Arrivati a Kabul, lo zio Nabi li porta a casa dei Wahdati, i ricchi signori presso i quali lavora come autista e cuoco. Abdullah percepisce subito che dietro l’affettata gentilezza di Nila Wahdati, padrona di casa, si nasconde qualcosa di molto pericoloso e spiacevole.

Parwana

Parwana ha una sorella gemella, Masuma. Nonostante le due siano gemelle, sono in realtà molto diverse: Masuma è estremamente bella, cattura gli sguardi degli uomini ovunque vada; Parwana invece passa inosservata, incapace di attirare le attenzioni maschili. Tutta l’infanzia e l’adolescenza di Parwana ruota attorno alla sorella. Nel villaggio di Shadbagh dove vivono entrambe, Parwana si innamora del giovane Sabur, cantastorie per diletto. Questo amore segreto spezza il cuore a Parwana quando scopre che Masuma ha intenzione di sposarsi con Sabur. E’ un attimo. Un attimo di pura follia, rabbia, gelosia. Parwana quasi non si accorge di spingere la sorella giù dall’albero sul quale si sono arrampicate. Tutti pensano a un disgraziato incidente, ma Parwana sa e non dimenticherà.

Nabi

Nabi è nato e cresciuto nel villaggio di Shadbagh assieme alle sorelle Masuma e Parwana. Una volta cresciuto decide di scappare dalla miseria di Shadbagh, dall’invalidità di Masuma e dalla vita di stento che si prospetta dinanzi a lui, per cercare fortuna nella più felice Kabul. Nabi trova così lavoro presso il ricco Wahdati. Nabi è contento della sua vita serena finché non incontra Nila, bellissima promessa sposa di Suleiman Wahdati. Nila è una donna fuori dal comune; incurante delle tradizioni e della morale afgana, indossa abiti occidentali, beve, fuma, si diverte. Nabi perde la testa per Nila. Farebbe qualsiasi cosa per renderla felice. Qualsiasi cosa.

Idris

Idris viveva a Kabul con suo cugino Timur finché all’inizio della guerra, le loro famiglie sono emigrate negli Stati Uniti. Idris, discreto e coscenzioso, si è impegnato e si è laureato in medicina; Timur, egocentrico e fascinoso, non ha frequentato l’università, non ha messo la testa a posto e riesce sempre a farla franca, con grande disappunto di Idris.
I due cugini tornano a Kabul per rivendicare la proprietà delle loro vecchie case. Una volta a Kabul ritrovano il loro vicino di casa Nabi, che ospita gli operatori umanitari accorsi da tutto il mondo per aiutare gli afgani. Idris e Tibur fanno la conoscenza di varie persone tra cui il medico Markos e l’infermiera Amra. All’ospedale dove lavora Amra, Idris e Tibur conoscono Roshi, una bambina il cui zio ha massacrato la famiglia e quasi ammazzato lei. Idris prende subito a cuore la situazione di Roshi, ed ogni giorno va a trovarla in ospedale. Il legame che si crea tra i due è sincero e Idris vorrebbe adottare la bambina, portarla con sé negli States e farla operare come si deve.
Al momento del ritorno a casa Idris promette che parlerà al suo capo per provvedere all’operazione di Roshi.
Una volta in America, Idris si infastidisce per la superficialità degli altri, per la bella vita che fanno, in confronto a quella della povera Roshi. Ma gli impegni quotidiani ben presto si affollano e nella mente di Idris tutta la sofferenza e la miseria che ha visto a Kabul, l’affetto che ha provato per Roshi, e le sue promesse di aiutarla sfumano pian piano nell’oblio, come se tutto ciò fosse stato solo un sogno.

Pari

Dal momento in cui è stata separata da Abdullah, Pari vive nell’opulenza dei Wahdati. Vista la tenera età della bambina, col tempo Pari finisce per dimenticare la sua vita a Shadbagh, dimentica Sabur, il suo cane e il suo amato fratello Abdullah. La nuova vita di Pari, l’unica di cui potrà ricordarsi, sarà quella donatale dai Wahdati, che saranno estremamente felici fino alla malattia di Suleiman. Nali, allergica al senso del dovere e incapace di rinunciare al divertimento, scappa con la figlia a Parigi.
Ma l’amore di Pari non sarà sufficiente per Nali, e Pari sentirà costantemente l’assenza di qualcosa. O di qualcuno.

Adel

Adel è il giovane figlio del comandante Sahib. A seguito di un attentato subìto a Kabul, la famiglia si trasferisce nella vecchia Shadbagh, ora dominata interamente dall’enorme villa di Sahib. Una nuova Shadbagh è stata costruita poco lontano. Adel, letteralmente segregato in casa, si sente solo senza il contatto dei coetanei, finchè un giorno incontra Gholam, un ragazzino poco più grande, accompagnato dal vecchio padre, entrambi vestiti di stracci. Adel e Gholam stringono un’amicizia segreta, fino a quando Gholam gli rivela rabbiosamente che Sahib, acclamato eroe della jihad, è in realtà un narcotrafficante che ha costruito il suo narco-palazzo lì dove un tempo sorgeva la casa di suo padre, Iqbal.

Markos

Markos Varvaris è cresciuto nella piccola isola greca di Tinos assieme alla madre Odie e alla sua amica d’infanzia Thalia. Il suo spirito intraprendente fa nascere dentro di lui la voglia di viaggiare per il mondo facendo il fotografo, e così sarà. Dopo aver visitato ogni luogo possibile, viene ricoverato in un ospedale in India, in condizioni gravi. Miracolosamente si salva e decide di diventare medico.
Arrivato a Kabul per aiutare la popolazione rimasta ferita dai bombardamenti, viene ospitato nella casa di Nabi, col quale stringe amicizia. Alla morte di Nabi, Markos trova il suo testamento assieme a una lunga lettera che dovrà recapitare a sua nipote Pari. Markos si mette alla ricerca della donna e la ritrova.

Pari

Pari porta lo stesso nome della sorella di suo padre, Abdullah. Da sempre ha sentito la presenza dell’altra Pari accanto a sé, desiderando ardentemente di poterla incontrare.
Pari cresce negli Stati Uniti dove il padre ha aperto un ristorante afgano. Il sogno di Pari è quello di diventare un’artista ma, a pochi giorni dalla partenza per il college, la ragazza scopre che sua madre è malata e decide di restare con i suoi genitori. Dopo la morte della madre, Pari deve poi assistere il padre che ormai ha perso la testa. Pari rinuncia così alla vita per dedicarsi alla sua famiglia, ma la telefonata di sua zia Pari le ridonerà una nuova prospettiva per il futuro.

I temi

Il tema principale di questo romanzo è la sofferenza nei suoi molteplici aspetti, tra cui spiccano senza dubbio quelli dell’abbandono e della bellezza. La guerra invece riecheggia come un sottofondo, con tutte le sue atrocità e le conseguenze che comporta.

Si parla di abbandono nelle storie di Abdullah, Nabi, Nila e Idris: Abdullah che subisce la perdita di Pari, Nabi che abbandona le sue sorelle in cerca di una vita più facile, Nila che abbandona il marito per fuggire da una vita di rinunce e responsabilità per lei penose, Idris che finisce per dimenticare la piccola Roshi.

La storia di Abdullah è stata per me la più triste; spezza il cuore assistere alla separazione dei due bambini, che non hanno altro se non loro stessi, alla sofferenza di Abdullah, rimasto ormai solo, sconfitto ma che imperterrito continua a conservare le piume che trova per donarle a Pari il giorno in cui, spera, la rivedrà.

Anche la bellezza apporta la sua bella dose di sofferenza e la storia di Parwana ne è un esempio: chi non possiede tale caratteristica soffre e si tortura, si sente una nullità, è corroso dall’invidia; chi invece è più fortunato e possiede tale dono diventa un bersaglio, fonte di amore ma anche di odio, perché la bellezza è un’arma a doppio taglio.
L’amica di Markos, Thalia, viene abbandonata dalla madre perché sfigurata, e rinuncia a una vita ricca di sogni perché consapevole che il suo aspetto predominerà sempre su tutto, anche sul suo talento.
La bellezza di Nila le consente di avere schiere di uomini ai suoi piedi, ma ciò non la renderà comunque libera da quell’infelicità che fondamentalmente le scorre da sempre nelle vene.

Tutto può essere sofferenza, anche la bellezza.

Conclusioni

E l’eco rispose è un romanzo di assenze e di dolore, di lotta continua per la sopravvivenza, per la felicità.
Tante piccole storie, tante tranches de vie, messe l’una accanto all’altra; si parte dalla separazione di Pari da Abdullah, che sarà il filo conduttore di tutto il romanzo, per poi coglierne costantemente l’eco che risuona nelle vite dei protagonisti. Tanti piccoli pezzi che vanno a completare il puzzle.

Come ho scritto in precedenza, la focalizzazione multipla non è una scelta casuale: l’esistenza, nella sua totalità, non si compone infatti di vari punti di vista? La verità non è mai una sola; dal punto di vista di Abdullah, Nabi è il “cattivo”, mentre dal punto di vista di Nila, Nabi è il “buono”. Per Abdullah, Pari è l’adorata sorella, per Nila è l’agognata figlia, per Nabi, Pari è sì la nipote, ma anche il mezzo per donare la felicità a Nila. Niente è assoluto se non la propria percezione delle cose.
Alla fine non esiste giusto o sbagliato, non ci sono vincitori o vinti. Si tratta semplicemente di vita.
Il caso fortuito, che porta al concatenarsi degli eventi, assume le sembianze del destino che man mano riallaccia i fili sciolti della vicenda iniziale.

Anche il Karma sembra trovare il suo ruolo in questa storia: Parwana, responsabile dell’invalidità di Masuma, resterà al suo fianco e se ne prenderà cura, assecondando ogni sua richiesta come una sorta di penitenza. Nabi, che scappa dalla paralisi della sorella, finirà a sua volta per occuparsi dell’infermo Suleiman.
Come in un gioco di specchi ogni riflesso porta con sé la sua origine, così da ogni azione scaturisce una conseguenza e ad ogni torto segue una punizione.

Sebbene non sia ai livelli dei precedenti lavori di Hosseini (tra cui Mille splendidi soli resta sicuramente il mio preferito), questo libro è un buon romanzo, ma è altresì troppo “tragico”. Con questo non voglio dire che la vita sia tutta rose e fiori, anzi, ma non so, forse nella finzione letteraria questo aspetto di tragicità e miseria umana diventa troppo marcato, come una forzatura, che sa di artefatto.

Voto: ★★★