Lunedì narrativa: Abbiamo sempre vissuto nel castello

“Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni.
Merricat, disse Connie, non è ora di dormire?
In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire!”
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Disturbante, accattivante, romanzo atipico dalle fosche tinte noir quello di Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello (1962).

Due sorelle che vivono isolate nella grande casa di famiglia, uno zio invalido a cui badare ed una puntigliosa routine da seguire: cucinare, pulire, prendersi cura del giardino, sotterrare, nascondersi.
Tutti gli altri componenti della famiglia Blackwood sono morti, un’accusa di omicidio che alimenta l’odio viscerale dei paesani, un ‘estraneo’ che stravolge l’esistenza idilliaca dei tre esiliati.

Questo è quanto dovete sapere, il resto lo svelerà il libro.

 Una lettura conturbante, alienata, che sfocia in un senso di malessere e irrealtà fortemente perturbante.
Un libro capace di trascinare il lettore in una vera e propria dimensione a sé stante; il mondo come lo conosciamo non esiste più, esiste solo quello di Merricat e sua sorella Costance, ameno e anomalo al tempo stesso.
Un grandissimo applauso a questa scrittrice che non conoscevo, un grande applauso alla sua somma maestria e follia.

Ora però sussiste un prolema: come riuscire a togliersi dalla testa Merricat ed il suo fantasmagorico castello?
Credo di avere contratto una nuova ossessione…

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L’edizione inglese con la bellissima illustrazione del disegnatore svizzero Thomas Ott.
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Lunedì narrativa: Tutti i racconti

Anche nella narrativa breve, Flannery O’Connor si riconferma una delle autrici più spettacolari e talentuose che io abbia mai letto.
Mistica e pittoresca, la sua prosa rapisce completamente chi legge, e lo getta in un mondo cupo e bucolico al tempo stesso.
Assolutamente unica, proprio come il 29 febbraio.

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Le trentuno storie che compongono la raccolta, Tutti i racconti edita da BUR, sono accomunate, oltre che dalla scrittura sublime della O’Connor, da tutte quelle tematiche che caratterizzano la narrativa dell’autrice.
E allora, come ne Il cielo è dei violenti, ritroviamo quel rapporto conflittuale tra ragione e fervore religioso, in cui il mistero della fede è più grande di qualsiasi logica, ma che porta irrimediabilmente alla catastrofe, quando estremizzato, quando si pensa di comprenderne l’inintelligibilità.

Storie del profondo sud che rispecchiano ogni modo la brutalità e, al contempo, la bellezza di questo pezzo d’America così sbandato, così ostile, chiuso in se stesso.
Leggiamo di storie ambientate in vecchie fattorie dove assistiamo perennemente allo scontro fra padroni e lavoranti, tra genitori e figli, tra modernità e passato.
Scontro è la parola chiave; è attraverso lo scontro con la realtà, tramite lo shock, che si arriva ad una più alta forma di comprensione della verità _una sorta di sintesi hegeliana_ . Ecco che la violenza diventa l’unica forma possibile di amore, di rivelazione.

I personaggi della O’Connor sono figure alienate, impietose, ciniche, ironicamente perse nelle loro convinzioni, nella loro ignoranza, che faticano ad adattarsi ad un mondo che sta cambiando, in cui le città si ingrandiscono a dismisura, tanto da perdercisi, e dove i neri vivono alla stregua dei bianchi, accanto a loro e con loro.

Fissavano il negro artificiale come se si trovassero di fronte a un grande mistero, un monumento alla vittoria altrui che li riuniva nella comune sconfitta. […]
Il signor Head schiuse le labbra per fare un nobile pronunciamento e sentì la propria voce dire: “Non ne hanno abbastanza di negri, qui. Ne vogliono anche uno artificiale.”

(da Il negro artificiale)

Mistero e sconfitta, due temi peculiari dell’intera opera di Flannery O’Connor; il paradosso e l’assurdo che permeano i suoi racconti non sono altro che la manifestazione di quel grande mistero che è l’esistenza, impossibile da decifrare, impossibile da battere. L’unica forma di salvezza che resta è la misera accettazione fine a se stessa.

Conclusioni

Flannery O’Connor riesce a rendere reale e normale tutto ciò che non lo è; tramite i suoi racconti si viene catapultati in veri e propri piccoli mondi, ognuno con le sue dominanti, con i suoi drammi, tratteggiati dallo stile visionario e le descrizioni simboliche che caratterizzano questa scrittrice di enorme talento.
Fattori sociali quali religione, razzismo, o semplice perbenismo morale, si oggettivizzano, perdendo quella carica di critica sociale alla quale molti scrittori non riescono a rinunciare; a Flannery non interessa giudicare o biasimare, non è quello il suo scopo.

Tutti i racconti di questa raccolta sono godibilissimi di per sé, ma i migliori, secondo me, sono: Il geranio, Il fiume, Il profugo, Gli storpi entreranno per primi.

Voto: ★★★★

Lunedì narrativa: Figlio di Dio

È piccolo, sporco, con la barba lunga. Si muove con impacciata ferocia tra la paglia secca, in mezzo alla polvere e alle strisce di luce. Sangue di sassoni e celti nelle sue vene. Nient’altro che un figlio di Dio come voi, forse.

Forse non era il libro dal quale dovevo cominciare per conoscere questo autore, forse mi aspettavo di più, fatto sta che Figlio di Dio di Cormac McCarthy mi ha lasciato con la bocca piuttosto asciutta.

Attraverso una narrazione frammentaria, talvolta dispersiva, assistiamo alla trasformazione di Lester Ballard, il protagonista del libro, cane randagio di una qualsiasi contea del Tennessee, da violento asociale a bestia implacabile.

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Lester Ballard è un disadattato sociale; non ha una casa, non ha un lavoro, non ha amici. Vive di una frugalità disarmante: si procura il cibo cacciando o arrangiandosi con piccoli furti, occupa abusivamente la vecchia casa abbandonata del nonno e i suoi rapporti con la comunità sono rari e sommari.
Incapace di interagire normalmente con i suoi simili, Ballard coltiva occasionali devianze sessuali, quali il voyeurismo e il feticismo, finché un giorno, quasi per caso, si ritrova a scoprire un’ulteriore perversione, la necrofilia.
Sempre il caso vuole che la casa dove vive prenda fuoco, costringendolo così, senza più alcun riparo, a cercare rifugio in una caverna sulle montagne. E la trasformazione è completata.
Senza rapporti con il mondo civile, Lester Ballard è ormai un animale, psicopatico, amorale, che per procacciarsi piacere sessuale ricorre all’omicidio seriale.

La storia di per sé è certamente cruda eppure, per quanto mi riguarda, non ha raggiunto lo scopo desiderato; tutta la violenza e la volgarità gratuita, di cui è abbondantemente intriso il libro, invece di suscitare un genuino disgusto finisce solo per annoiare. Il troppo stroppia, sempre.
Diventa palese la volontà di McCarthy di ripugnare il lettore, finendo solo con l’allontanarlo per l’esasperazione.
La violenza viene bilanciata da un’onnipresente e indomabile natura dalle sembianze bucoliche ma che risulta comunque cupa, pur nella sua imparzialità.
La violenza e la natura, la violenza è la natura.

La figura di Lester Ballard è sicuramente abominevole e disumana, eppure non è riuscita a incutermi odio o disperazione; sinceramente ho provato solo pietà per quest’individuo evidentemente malato che, quando la catapecchia in cui vive va a fuoco, si preoccupa di salvare anche i peluche vinti alla fiera, o che si ritrova a guardare il cielo chiedendosi di cosa siano fatte le stelle e di cosa sia fatto lui.
Il suo vivere allo stato brado, senza alcuna forma di moralità, non lo rende cattivo, nel vero senso della parola, nonostante le bestemmie, le parafilie e gli omicidi.
Lester Ballard è un uomo che non è un uomo, che eppure è anche lui un figlio di Dio, forse.
Forse, è il figlio minorato di Dio.

Conclusioni

Pensate che a quei tempi la gente fosse più cattiva di oggi? chiese il vicesceriffo. Il vecchio stava guardando la città inondata. No, disse. Non lo penso. Penso che la gente sia la stessa fin dal giorno che Dio creò il primo uomo.

La tesi di McCarthy vorrebbe forse far riflettere sull’ambivalenza della natura umana, quella dualità che ci permette di essere uomo e bestia, ma il personaggio di Ballard è talmente animalesco da non rientrare più nella categoria degli uomini, ormai è qualcos’altro; sarebbe stato possibile affrontare un tema del genere se al contrario avesse conservato una coscienza _ si pensi a Il signore delle mosche; i protagonisti di Golding ispirano realmente un’analisi sul bene e sul male, sulla vera essenza della natura umana, perché seppur trasformarti in violenti selvaggi, sono ancora capaci di comprendere il significato delle loro azioni, il che è anche peggio: loro non fanno del male per un bisogno incontrollato, loro scelgono volontariamente di fare il male.

Insomma questo Figlio di Dio non mi ha convinta, vedremo col prossimo.

Voto: ★★½

Lunedì narrativa: La camera azzurra

Dopo un lungo periodo di stasi, finalmente ho ripreso seriamente in mano un libro, e quale piacere ritornare alla lettura con un bel romanzo quale La camera azzurra di Georges Simenon.
Scritto nel 1963, La camera azzurra è una sorta di combinazione tra Lo straniero di Camus ed il film Attrazione fatale, con Glenn Close e Michael Douglas. Riuscite a immaginare un connubio del genere?

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La “camera azzurra” è il ritrovo di due amanti, Tony e Andrée; entrambi sposati e residenti in un piccolo borgo della Francia degli anni ’60, i due hanno stabilito di vedersi nella camera dell’hotel del fratello di Tony, nel paese vicino, tronfi della loro passione e certi della loro discrezione.
La stanza nella quale si incontrano segretamente da ormai quasi un anno, è appunto la camera azzurra, così soprannominata per via della tinta color liscivia delle pareti.

Ma la camera azzurra non è solo un luogo di sordidi incontri amorosi; la camera azzurra è un mondo a se stante, irreale e trasognato, dove la vita di tutti i giorni diventa evanescente, anzi di più, praticamente non esiste. La camera azzurra è il dominio dell’eros, dell’appagamento fisico e spirituale che ne deriva, il luogo dove il tempo non esiste e le parole perdono di significato.
O almeno così pensava Tony.
Già, perché proprio a causa di quelle parole, sfuggite superficialmente dopo il compiacimento carnale, la vita dell’uomo non sarà più la stessa.

« Ti piacerebbe passare con me il resto della tua vita? ».
Registrava automaticamente le parole di Andrée senza prestarvi una particolare attenzione. Non più di quanto facesse con le immagini o gli odori. Come poteva sapere che avrebbe rivissuto quella scena decine e decine di volte?

Una leggerezza fatale quella di Tony, che lo porterà a vivere la sua famiglia forse più intensamente di quanto abbia mai fatto, ma allo stesso tempo lo travolgerà in una spirale senza uscita, fatta di ansie e sensi di colpa, di penose inchieste giudiziarie e interrogatori coatti.
Perché alla sensuale e volitiva Andrée non basteranno più le parole, ma vorrà i fatti, che Tony lo voglia o meno.

Come già detto, La camera azzurra presenta alcune caratteristiche che immancabilmente hanno rievocato il ricordo del celebre romanzo di Camus; sebbene Simenon non sia interessato a ricercare dei risvolti esistenzialisti all’interno della sua storia, il protagonista Tony ripresenta certi aspetti simili a quelli di Meursault: il vivere passivamente, trascinato più dagli eventi che dalla stessa volontà, quelle parole dette senza un motivo apparente, ancora annebbiato dopo la passione, come Meursault che, sulla spiaggia, sotto l’effetto del sole cocente, spara ad un uomo senza un intento ben preciso; o ancora, quando dinanzi alla morte dei propri cari, sembrano non provare alcuna emozione, passando così per cinici, insensibili, di fronte alla comune morale di una società tassativa; il disinteresse e l’apatia durante il processo.

Andrée è la tipica femme fatale; bella e apparentemente algida, è una donna spregiudicata che non esita a sedurre Tony, sicura del suo fascino e decisa fortemente ad ottenere ciò che vuole. La sua tresca con il suo amante è qualcosa di più per lei: il suo diventa presto un amore avido, molesto, tanto da trasformarsi in pura ossessione; ed ecco che la figura di Andrée si evolve da femme fatale a vera e propria dark lady.

Lo stile di Simenon è caratterizzato da una prosa semplice, pulita, essenziale.
L’intera struttura del romanzo si basa su un gioco di alternanze temporali tramite un sapiente uso di analessi interne, senza una netta divisione tra il passato e il presente, di modo che essi finiscono per fondersi in un tutt’uno, in un unico tempo narrativo, aggiungendo così una certa dinamicità al racconto che, sebbene leggermente dispersivo, non disturba affatto la lettura.

Conclusioni

La camera azzurra è un romanzo di circa 150 pagine ma, pur nella sua brevità, riesce in modo eccellente ad esporre passioni, ossessioni, rimorsi e angosce.
Non un capolavoro, sia chiaro, ma decisamente ne consiglio la lettura, anche solo per staccare la spina per un pomeriggio, o poco più.

Voto: ★★★★

Lunedì narrativa: Espiazione

Un libro struggente, forte, amaro.
Dolorosamente meraviglioso.
Questo l’assioma inconfutabile per descrivere il romanzo capolavoro di Ian McEwan, Espiazione.
Una vicenda di cui l’espiazione del titolo non sarà mai sufficiente a rimediare la sua colpa.

Siamo in una calda giornata d’estate del 1935 mentre in casa Tallis fervono i preparativi per la cena in onore di Leon, il figlio primogenito di ritorno da Londra.
La giovane Briony, tredicenne dalla vivida immaginazione, è alle prese con il suo dramma personale: i cugini arrivati dal nord non sembrano in grado di recitare con la dovuta passione la commedia scritta appositamente per il fratello dalla bambina.
Nel frattempo conosciamo, Cecilia, la sorella maggiore, e Robbie, membro aggiuntivo della famiglia Tallis, figlio di una domestica.
Nei giorni che precedono l’arrivo di Leon, niente sembra andare per il verso giusto: il vaso dello zio Clem, sopravvissuto indenne alla prima guerra mondiale, si rompe durante uno scontro tra Robbie e Cecilia; i cugini, evidentemente negati per la recitazione, soffrono per la nostalgia di casa; Briony, ossessionata dalla perfezione, finisce per rinunciare allo spettacolo.
In un crescendo di disarmonie e nuove scoperte, la situazione si fa sempre più satura di piccoli avvenimenti insignificanti eppure opprimenti, di una trazione implosiva, finché non trova il suo malaugurato sfogo durante la cena. Briony si riappropria del controllo sugli eventi a discapito della realtà, accusando di un crimine un uomo del tutto innocente.
Questa la molla che porterà alla catastrofe, questa la grande colpa. Questa l’eterna espiazione.

In questa prima parte della storia, che si concentra sugli avvenimenti in casa Tallis, McEwan riesce, in un gioco sublime di alternanze, a modulare sapientemente l’equilibrio tra azione, descrizione e digressione, dotando questa prima unità narrativa di una forza motrice tale da spingere il lettore in una famelica lettura senza sosta.
Poi il periodo di iniziale arresto con la seconda parte, che riesce comunque a decollare non meno bene della prima, in cui ritroviamo Robbie sul campo di battaglia della seconda guerra mondiale.
La terza parte, incentrata sugli ulteriori sviluppi e chiarimenti della vicenda, sancisce la fine della struttura narrativa utilizzata finora; si svela il metaromanzo, il romanzo nel romanzo, l’espiazione che la protagonista concretizza attraverso la scrittura di ciò che accadde veramente in quella notte di giugno del 1935.

Romanzo “Novecentesco” nell’ambientazione e nello stile, l’autore si ispira, rendendola propria, alla teoria bergsoniana del tempo, un fluire continuo della memoria, che sfocia nel flusso di coscienza, tecnica peculiare di scrittori quali la Woolf e Joyce; i vari capitoli del libro sono infatti intervallati da monologhi interiori, dove è l’individuo con i suoi conflitti e i suoi pensieri a prendere il sopravvento.
La focalizzazione multipla fa sì che l’introspezione coinvolga più di un personaggio, regalandoci un’analisi psicologica ricca e magistrale, come pochi autori riescono a creare.

Conclusioni

Una trama mirabile arricchita da un intreccio formidabile, una prosa elegante e suadente, uno studio fecondo e attento dei personaggi, fanno di Ian McEwan un narratore a dir poco eccezionale, così come eccezionale risulta questo romanzo.
Straconsigliato, ma preparate i fazzoletti.

Voto: ★★★★★

I brividi del venerdì: L’uomo che amava i fiori _Ciclo di Halloween

Buonasera lettori.
Siamo giunti all’ultimo capitolo di questo ciclo di Halloween 2015, ed io mi chiedo, ma secondo voi, poteva forse mancare un racconto del re dell’horror?!
No, appunto.

In un tardo pomeriggio del maggio 1963, un giovanotto con la mano in tasca camminava spedito lungo la Terza Strada, a New York. L’aria era dolce e gradevole, il cielo si andava oscurando a poco a poco dall’azzurro al calmo e splendido viola del tramonto. Ci sono persone che amano la città, e quella era appunto una serata che induceva ad amarla. Sembrava che tutti coloro che sostavano sulla soglia delle rosticcerie, delle tintore o dei ristoranti sorridessero. Una vecchia signora che spingeva una vecchia carrozzina da neonato con dentro due borse della spesa sorrise al giovanotto e lo apostrofò: “Ciao, bello!” Il giovanotto le rivolse un mezzo sorriso poi agitò la mano in un saluto.
Lei passò oltre, pensando: è innamorato.
Lui dava quell’impressione, infatti. Indossava un vestito grigio chiaro, la cravatta poco allentata, il colletto della camicia sbottonato. I capelli scuri erano tagliati corti. La carnagione era chiara, gli occhi celesti. Una faccia che non aveva niente di straordinario, ma in quella dolce serata primaverile, lungo quel viale, nel maggio del 1963, il giovane era bello, e la vecchia, in un momento di dolce nostalgia, si ritrovò a pensare che in primavera chiunque può essere bello…se si affretta incontro alla persona dei suoi sogni, per andare a cena e poi magari a ballare. La primavera è l’unica stagione in cui sembrava che la nostalgia non diventi mai amara, e lei continuò per la strada, contenta d’avergli rivolto la parola e contenta che lui avesse ricambiato il complimento, alzando la mano in un mezzo saluto.
Il giovane attraversò la Sessantatreesima, camminando con un che di elastico nel passo e sempre con quel mezzo sorriso sulle labbra. Verso la metà dell’isolato, un vecchio stava accanto a un carrettino verde carico di fiori: il colore predominante era il giallo, quello febbrile della giunchiglia e dei crocus tardivi. Il vecchio aveva anche dei garofani e alcune rose tea di serra, anche quelle gialline. Sgranocchiava un pretzel e ascoltava una radiolina a transistor posata su un angolo della bancarella.
La radio riversava cattive notizie che nessuno ascoltava: un assassino armato di martello era tuttora latitante; JFK aveva dichiarato che la situazione nel Vietnam, una nazione asiatica, richiedeva una vigile attenzione; una donna non identificata era stata ripescata dall’East River; una giuria non aveva condannato un re del crimine nella guerra che l’amministrazione civica stava conducendo contro la droga; i russi avevano fatto esplodere un ordigno nucleare. Niente di tutto questo sembrava reale, niente sembrava importante. L’aria era dolce e profumata. Due panciuti bevitori di birra sostavano davanti a un negozio di fornaio, lanciando monetine e scambiandosi frecciate. La primavera tremolava sull’orlo dell’estate e, in città, l’estate è la stagione dei sogni.
Il giovanotto oltrepassò il fioraio e il suono della radio si affievolì. Lui esitò, si voltò e parve ripensarci. Rimise la mano nella tasca della giacca e stette un poco a giocherellare con qualcosa. Per un momento la sua faccia sembrò perplessa, solitaria, quasi tormentata; poi, mentre la mano usciva dalla tasca, ritrovò l’espressione di ansiosa attesa.
Il giovane si girò verso il carrettino del fioraio, sorridendo. Le avrebbe portato dei fiori, e questo l’avrebbe fatta contenta. Amava vedere che gli occhi le si illuminavano per la sorpresa e per la gioia quando le faceva un’improvvisata: piccole cose, perché era tutt’altro che ricco. Una scatola di cioccolatini. Un braccialetto. Una volta, soltanto un sacchetto di arance di Valencia, perché sapeva che erano le preferite di Norma.
“Mio giovane amico,” disse il fioraio, vedendo che il giovane vestito di grigio tornava sui suoi passi, facendo scorrere lo sguardo sulla merce esposta. Il venditore di fiori era sui sessantotto anni, indossava un vecchio maglione grigio e portava un basco, nonostante il tepore della serata. La sua faccia era una mappa di rughe, i suoi occhi affondavano nelle borse e una sigaretta gli ballonzolava tra le dita. Ma ricordava anche lui che cosa voleva dire essere giovani in primavera: giovani e così innamorati da camminare quasi senza toccare terra. Di solito la faccia di quel fioraio era acida, ma ora l’uomo sorrideva un poco, proprio come aveva sorriso la vecchietta con le borse della spesa, perché quel giovanotto era un caso che dava nell’occhio. Si scosse via qualche briciola di pretzel dal maglione sformato e pensò: se l’amore fosse una malattia, questo figliolo l’avrebbero già ricoverato d’urgenza.
“Quanto vengono, questi fiori?” chiese il giovanotto.
“Le farò un bel bouquet per un dollaro. Quelle rose tea, invece, sono di serra. Costano un po’ di più, settanta centesimi l’una. Posso dargliene sei per tre dollari e cinquanta.”
“Un po’ care,” disse il giovane.
“Le cose belle si pagano, mio giovane amico. Non gliel’ha insegnato sua madre?”
Il giovanotto sorrise. ” Sì, può darsi che me l’abbia accennato.”
“Certo. È sicuro che l’ha fatto. Gliene darò mezza dozzina, due rosse, due bianche e due gialle. Che cosa potrei fare, più di così? Ci metterò anche un po’ di capelvenere – a loro piace, sa – e magari un po’ di felce, per riempire. Bene. Oppure può prendere il bouquet, per un dollaro.”
“A loro?” chiese il giovane, sempre sorridendo.
“Mio giovane amico,” rispose il venditore di fiori, gettando il mozzicone sul marciapiede e ricambiando il sorriso, “nessuno compera fiori per sé, in maggio. È come una legge nazionale, capito che cosa voglio dire?”
Il giovanotto pensò a Norma, ai suoi occhi felici e sorpresi, al suo sorriso dolce, e piegò un poco la testa. “Sì, credo di sì,” rispose.
“Ha capito e come! Allora, cosa decide?”
“Be’, lei cosa ne pensa?”
“Glielo dico subito, quello che penso. Ehi! Il consiglio è gratis, vero?”
Il giovane sorrise: “Credo sia la sola cosa che ancora lo sia.”
“Dice proprio bene, purtroppo,” replicò il fioraio. “Bene, mio giovane amico. Se i fiori sono per sua madre, le porti il bouquet. Qualche giunchiglia, qualche croco, qualche altro fiorellino di campo. Lei non rovinerà tutto, dicendo: ‘Oh, caro, che belli, quanto costano, ma sei matto a buttare via i soldi in quel modo?'”
Il giovane gettò indietro la testa rise.
“Ma se sono per la sua ragazza,” continuò il venditore, “allora la cosa è diversa, figlio mio, e lei lo sa. Le porti le rose e vedrà che non si trasformerà in un contabile, capito quello che voglio dire? Le butterà le braccia al collo, invece…”
“Prendo le rose,” decise il giovanotto, e stavolta fu il fioraio a scoppiare a ridere. I due uomini che stavano giocando sul marciapiede guardarono verso il carrettino e sorrisero.
“Ehi, figliolo!” gridò uno dei due. “Vuoi comprare un anello matrimoniale per pochi soldi? Ti vendo il mio…io non lo voglio più.”
Il giovanotto sorrise e arrossì fino alla radice dei capelli.
Il fioraio scelse sei rose, tagliò a ciascuna un pezzo di gambo, le spruzzò d’acqua e le avvolse in un foglio messo a spirale.
“Stasera il tempo è proprio come lo vorremmo sempre,” diceva la radio. “Bello e dolce, temperatura sui ventitre gradi, perfetto per salire a contemplare le stelle dal tetto di casa, per chi è romantico.”
Il fioraio fermò con lo scotch l’ultimo angolino angolino del foglio e raccomandò al giovanotto di dire alla sua bella che un po’ di zucchero aggiunto all’acqua del vaso le avrebbe fatte durare più a lungo.
“Glielo dirò,” promise il giovane. Porse un biglietto da cinque dollari. “Grazie.”
“Faccio solo il mio mestiere, mio giovane amico,” rispose il fioraio, dandogli un dollaro e mezzo di resto. Il suo sorriso divenne un po’ più triste. “Le dia un bacio da parte mia.”
Alla radio, il complesso Quattro Stagioni cominciò a cantare Sherry. Il giovanotto si mise in tasca il resto e proseguì lungo la strada, gli occhi grandi, attenti e ansiosi, guardando non tanto intorno a sé e alla vita che montava e rifluiva come una marea lungo la Terza Strada quanto internamente e nell’immediato futuro, pregustando il momento. Ma c’erano particolari che interferivano: una mamma che spingeva il suo piccolo dentro un passeggino, la faccia del piccolo comicamente sporca di gelato; una bimbetta che saltava la corda a tempo con una filastrocca. “Ab-barabbà-ciccì-cocò, tre civette sul comò…” Due donne ferme sulla porta di una lavanderia fumavano e paragonavano gravidanze. Un gruppo di uomini stava guardando, nella vetrina di un negozio di elettrodomestici, un gigantesco televisore a colori dal prezzo vertiginoso: alla TV trasmettevano una partita di baseball e tutte le facce dei giocatori apparivano verdi. Il campo di gioco era di un vago color fragola, e i Metropolitans di New York vincevano contro i Phillier per sei a uno.
Il giovane continuava a camminare, con i fiori in mano, ignaro che le due donne fuori della lavanderia avessero smesso per un attimo di chiacchierare e l’avessero guardato malinconicamente, mentre passava con il suo fascio di rose; i giorni in cui loro due ricevevano fiori erano passati da un pezzo. Né si accorse che un giovane vigile aveva fermato il traffico con un colpo di fischietto, all’incrocio tra la Terza e la Sessantanovesima, per dargli il tempo di attraversare; il vigile era a sua volta fidanzato e riconosceva l’espressione sognante sulla faccia del giovane per averla vista molto spesso nello specchio, ultimamente, quando si faceva la barba.
Arrivato alla Settantatreesima si fermò e svoltò a destra. Quella via era un poco più buia, vi si allineavano palazzine d’abitazione e ristoranti dai nomi italiani. Tre isolati più in giù, era in atto una partita di pallone, in un prato, nella luce morente. Il giovane non si spinse tanto in là; percorse un mezzo isolato e svoltò in uno stretto viottolo.
Ora le stelle erano apparse, con un luccichio tenue, e il viottolo era buio e pieno d’ombra; spiccavano qua e là le forme vaghe dei bidoni della spazzatura. Il giovane era solo, ora: cioè, no, non del tutto. Un gemito incerto si levava nella penombra sfumata di viola, e il giovane aggrottò la fronte. Era la serenata di un gatto in amore e non c’era niente di gradevole in quei versacci.
Si mise a camminare più lentamente, guardando l’orologio. Mancava un quarto alle otto e Norma doveva essere ormai…
Poi la scorse, che avanzava verso di lui dal cortile, con indosso calzoni di tela blu e una camicetta alla marinara che gli diede quasi una stretta al cuore. Era sempre una sorpresa vederla per la prima volta, era sempre un dolcissimo choc: sembrava così giovane.
Ora il sorriso gli si allargò, divenne radioso…ed egli affrettò il passo.
“Norma!” disse.
Lei guardò in su e sorrise…ma, come furono più vicini, il sorriso sbiadì.
Quello di lui tremolò un poco, ed egli avvertì un attimo di inquietudine. La faccia al disopra della camicetta alla marinara parve sbiadire, cancellarsi. Stava diventando buio, ora…possibile che lui si fosse sbagliato? No, sicuramente. Era Norma.
“Ti ho comperato dei fiori,” disse, con un felice senso di sollievo, e le porse il mazzo avvolto nella carta oleata.
Lei guardò i fiori per un attimo, sorrise…e li restituì.
“Grazie, ma si sbaglia,” disse. “Io mi chiamo…”
“Norma,” bisbigliò lui, ed estrasse il martello a manico corto dalla tasca della giacca, dove l’aveva tenuto fino a quel momento. “Sono per te, Norma…è stato sempre per te…tutto per te.”
Lei indietreggiò, la faccia una macchia bianca e rotonda, la bocca un nero e spalancato O di terrore, e non era Norma, Norma era morta, morta da dieci anni, ormai, e non aveva importanza perché lei ora stava per urlare ed egli calò il martello per fermare l’urlo, per uccidere l’urlo, e nel calare il martello il mazzo di rose gli sfuggì di mano, il foglio si ruppe e si aprì, lasciando cadere rose rosse, bianche e gialle accanto agli ammaccati bidoni dell’immondizia dove i gatti facevano l’amore nel buio, gridando in amore, gridando, gridando.
Calò il martello e lei non urlò, ma avrebbe potuto urlare perché non era Norma, nessuna di loro era Norma, ed egli calava il martello, calava il martello, calava il martello. Non era Norma e così lui vibrava colpi, come aveva fatto altre cinque volte.
Qualche indefinibile tempo dopo, fece scivolare il martello nella tasca interna della giacca e indietreggiò dall’ombra scura riversa sui ciottoli, dalle rose finite come pattume accanto ai bidoni. Si voltò e lasciò lo stretto viottolo. Era completamente buio, ormai. I ragazzi che giocavano a palla se n’erano andati. Se c’erano macchie di sangue sul suo vestito, non avrebbero dato nell’occhio, nel buio, nel buio dolce di quella primavera avanzata, e il nome di lei non era stato Norma, ma lui sapeva qual era il suo nome. Era…era…
Amore.
Il suo nome era amore, e lui camminava per quelle strade buie perché Norma lo stava aspettando. E lui l’avrebbe trovata. Un giorno o l’altro, presto.
Ricominciò a sorridere. Il passo gli ritornò elastico ed egli continuò a camminare lungo la Settantatreesima Strada. Una coppia di coniugi di mezz’età sedeva sui gradini di casa, all’esterno. Lo guardarono passare, la testa un po’ piegata da un lato, lo sguardo perduto nella distanza, un mezzo sorriso sulle labbra. Dopo che era passato, la donna disse: “Com’è che tu non l’hai più quell’aria lì?”
“Eh?”
“Niente,” disse lei, ma rimase a guardare il giovane vestito di grigio sparire nella tenebra della notte ormai fonda e intanto pensava che, se c’era qualcosa di più bello della primavera, era l’amore giovane.

L’uomo che amava i fiori _ Stephen King

I brividi del venerdì: La zampa di scimmia _Ciclo di Halloween_

Senza troppi preamboli, ecco a voi un racconto forse poco noto, ma non poco apprezzabile. Come al solito, buona lettura.

Fuori, la notte era fredda e umida, ma nel salottino di Lakesman Ville le persiane erano chiuse e il fuoco ardeva allegro nel camino. Padre e figlio stavano giocando a scacchi, e il primo, il quale aveva a proposito del gioco idee che comportavano innovazioni radicali, metteva spesso il suo re in situazioni così inutilmente pericolose da suscitare persino i commenti della vecchia signora dai capelli bianchi che se ne stava seduta tranquillamente accanto al camino a lavorare a maglia.
– Senti il vento, – disse White, che, dopo essersi accorto troppo tardi di aver commesso un errore fatale, cercava di escogitare il sistema migliore perché il figlio non lo notasse.
– Lo sto ascoltando, – rispose il figlio, ma continuava a osservare con la massima attenzione la scacchiera, e allungò una mano. – Scacco.
– Credo proprio che non verrà questa sera, – brontolò il padre, una mano appoggiata sul bordo del tavolo.
– Scacco, – ripeté il figlio.
– Ecco il guaio di vivere fuori mano, – blaterò White, con improvvisa e imprevista violenza; – e, fra tutti i peggiori, i più infami posti fuori mano dove vivere questo è il peggiore. Il sentiero è un pantano e la strada è un torrente. Non so che cosa ne pensino gli altri. Probabilmente, dato che ci sono due case soltanto su questa strada, sono convinti che la cosa non conti più di tanto.
– Non preoccuparti, caro, – intervenne la moglie, conciliante; – forse la prossima volta vincerai.
White alzò la testa di scatto, appena in tempo per cogliere una occhiata di intesa fra madre e figlio. Le parole gli morirono sulle labbra, e egli nascose nella barbetta grigia un sorriso colpevole.
– Eccolo! – esclamò Herbert White, mentre il cancello sbatteva forte e un pesante scalpiccío si avvicinava alla porta.
II vecchio si alzò, desideroso di fare una buona accoglienza all’ospite, si affrettò verso la porta, e lo sentirono lamentarsi con il nuovo arrivato. Anche il nuovo arrivato si lamentava, ed allora la signora White fece: – Ssst, ssst! – e tossì adagio mentre il marito entrava nella stanza, seguito da un uomo alto e massiccio, dagli occhi piccoli e tondi e dal viso rubicondo.
– Sergente maggiore Morris, – disse il nuovo venuto, presentandosi.
II sergente maggiore strinse la mano ai presenti, accettò la poltrona che gli veniva offerta accanto al fuoco e assunse un’aria soddisfatta mentre il padrone di casa andava a prendere whisky e bicchieri e metteva sulla fiamma un piccolo bricco di rame.
Al terzo bicchiere i suoi occhi si fecero più lucidi ed egli cominciò a parlare; il piccolo circolo familiare guardava con interesse questo visitatore che arrivava da lontano mentre squadrava le larghe spalle nella poltrona e narrava di scene strane e di imprese epiche, di guerre e di pestilenze e di popolazioni curiose.
– Ventun anni di questa vita, – disse White, rivolgendosi alla moglie e al figlio. – Quando è partito era un ragazzino tutto pelle e ossa che lavorava nell’arsenale. E guardatelo un po’ adesso.
– Sembra che non se la sia passata molto male, – osservò cortesemente la signora White.
– Anche a me piacerebbe andare in India, – disse White, – non fosse altro che per vedere come è fatto il mondo.
– State molto meglio qui dove siete, – fece il sergente maggiore, scuotendo la testa. E la scosse ancora dopo aver appoggiato al tavolo, con un sospiro, il bicchiere vuoto.
– Mi piacerebbe vedere quei vecchi templi, e i fachiri, e i giocolieri, – insistette il vecchio. – Che cosa avevate incominciato a raccontarmi l’altro giorno a proposito di una zampa di scimmia o simili, Morris?
– Niente, – si affrettò a rispondere il soldato. – O almeno, niente che valga la pena di ascoltare.
– Una zampa di scimmia? – chiese la signora White, incuriosita.
– Bene, è solo un esempio di quella che si potrebbe chiamare magia, forse, – disse il sergente maggiore, con aria disinvolta.
I tre ascoltatori si chinarono in avanti, più interessati che mai. Il visitatore si portò distrattamente alle labbra il bicchiere vuoto, poi tornò ad appoggiarlo sul tavolo. Il padrone di casa si affrettò a riempirglielo.
– A guardarla, – disse il sergente maggiore, frugandosi in tasca, – è una zampetta come tutte le altre, essiccata come una mummia.
Aveva preso di tasca qualcosa, e lo mostrò. La signora White si fece indietro con una smorfia, ma suo figlio invece lo prese e lo esaminò con curiosità.
– E che cosa ha di particolare? – chiese White che, dopo averla presa a sua volta dalle mani del figlio e dopo averla osservata, la mise sul tavolo.
– Ha un incantesimo che le è stato gettato da un vecchio fachiro, – spiegò il sergente, – un santone. Voleva mostrare che il destino domina la vita della gente e che coloro i quali vogliono interferire con il destino lo fanno a proprio rischio e pericolo. Ha messo su questa zampa un incantesimo in modo che tre uomini diversi potessero esigere da essa l’adempimento di tre desideri.
Parlava con una serietà così profonda che i suoi ascoltatori si resero conto come le loro risate apparivano un poco fuori luogo.
– Bene, perché non avete espresso i vostri tre desideri, signore? – domandò Herbert, molto a proposito.
Il soldato lo guardò come, in genere, la mezza età guarda la giovinezza presuntuosa. – Li ho espressi, – disse, adagio, mentre il suo viso segnato si sbiancava.
– E questi vostri tre desideri sono stati realmente esauditi? – volle sapere la signora White.
– Sì, – rispose il sergente maggiore, e il bicchiere gli picchiò contro i denti robusti.
– E qualcun altro ha visto soddisfatti i suoi tre desideri? – insistette la vecchia signora.
– Il primo li ha visti esaudire, sì, – fu la risposta. – Non so chi fossero i primi due, ma il terzo era morto. È così che sono venuto in possesso della zampa.
Il suo tono era così grave che un profondo silenzio cadde sul gruppetto.
– Se voi avete già visto soddisfatti i vostri tre desideri, è inutile che la teniate allora, – disse alla fine il vecchio. – Per che cosa la conservate ancora?
Il soldato scosse la testa. – Una fantasia mia, immagino. Una volta mi ero messo in testa di venderla, ma credo che non farò mai una cosa del genere. Ha già provocato guai a sufficienza, questa zampa. E poi, nessuno la comprerebbe. Alcuni pensano che si tratti di una favola, e chi ci crede vuole prima metterla alla prova e poi pagarmi.
– Se poteste esprimere altri tre desideri, – chiese il vecchio, guardandolo fissamente, – lo fareste?
– Non lo so, – fece l’altro. – Non lo so.
Prese la zampa, la fece dondolare fra il pollice e l’indice, poi, con un movimento brusco, la buttò nel fuoco. Con un grido soffocato, White si chinò e la recuperò dalle fiamme.
– Meglio lasciarla bruciare, – proclamò il soldato con tono solenne.
– Se non la volete più, Morris, – disse il vecchio, – datela a me.
– No, – replicò l’amico, ostinato. – L’ho buttata nel fuoco. Se la tenete, non date a me la colpa di quello che può succedere. Se siete un uomo di buon senso, fareste meglio a rimetterla fra le fiamme.
L’altro scosse la testa ed esaminò con attenzione l’oggetto di cui era appena entrato in possesso.
– Come si fa? – domandò.
– Tenetela nella destra ed esprimete il desiderio ad alta voce, – spiegò il sergente maggiore. – Ma ci tengo a mettervi in guardia contro le conseguenze del vostro atto.
– Sembrano le Mille e una notte, – commentò la signora White, mentre si alzava e cominciava a preparare la cena. – Non vi pare che, per ciò che mi riguarda, potrei esprimere il desiderio di avere quattro mani?
Suo marito prese il talismano di tasca e poi tutti e tre scoppiarono in una risata, ma il sergente maggiore, il viso atteggiato ad una espressione di profondo allarme, lo afferrò per un braccio.
– Se proprio volete esprimere i vostri desideri, – disse, cupo, – chiedete almeno qualcosa di sensato.
White tornò a mettere in tasca la zampa, poi, sistemate le sedie, fece cenno all’amico di prendere posto a tavola. Durante la cena il talismano fu quasi completamente dimenticato, e più tardi i tre ascoltarono con profonda attenzione una seconda puntata delle avventure del soldato in India.
– Se la storia della zampa di scimmia non è più degna di fede di quelle che ci ha raccontato, – disse Herbert quando la porta si fu chiusa alle spalle del loro ospite, appena in tempo perché arrivasse a prendere l’ultimo treno, – credo proprio che non riusciremo a ricavarne molto.
– Gli hai dato qualcosa in pagamento? – chiese la signora White, guardando attentamente il marito.
– Oh, una sciocchezza, – egli rispose, arrossendo un poco. – Non voleva accettare niente, ma ce l’ho costretto. Ed ha ancora insistito perché la buttassi via.
– Già, – fece Herbert, con ben simulato orrore. – Oh, saremo ricchi e famosi e felici. Esprimi il desiderio di diventare imperatore, papà, tanto per cominciare; in questo modo non sarai più agli ordini di tua moglie.
Poi cominciò a correre attorno al tavolo, inseguito dalla furibonda signora White armata di un copridivano.
White prese la zampa di tasca e la osservò, dubbioso.
– Non so quale desiderio esprimere, e questo è un fatto, – disse lentamente. – Mi sembra di avere tutto quello che voglio.
– Se solo potessi far rimettere in ordine la casa, saresti più felice, non è vero? – fece Herbert, appoggiandogli una mano su una spalla. – Bene, chiedi duecento sterline allora; saranno più che sufficienti.
Il padre, sorridendo un poco vergognoso della propria credulità, levò alto il talismano mentre il figlio, con un’aria solenne guastata però da un allegro ammiccamento alla madre si mise a sedere al piano e faceva echeggiare tutta una serie di lugubri accordi.
– Desidero duecento sterline, – disse il vecchio, scandendo le parole.
Il suono del pianoforte coronò la frase, ma fu subito interrotto da un grido di terrore del vecchio. La moglie e il figlio si precipitarono verso di lui.
– Si è mosso! – egli esclamò, con una occhiata di disgusto all’oggetto che giaceva sul pavimento. – Mentre esprimevo il desiderio, mi si è contorto in mano come un serpente.
– Bene, non vedo il danaro, – disse il figlio, raccogliendo la zampa e mettendola sul tavolo, – e scommetto che non lo vedrò mai.
– Deve essere stata la tua immaginazione, papà, – mormorò la moglie, guardandolo con espressione ansiosa.
– Egli scosse la testa, adagio. – Non importa, comunque; non è successo niente di male, ma è una cosa che mi ha dato lo stesso un brutto colpo.
Tornarono a mettersi a sedere accanto al fuoco mentre i due uomini terminavano di fumare la pipa. Fuori, il vento era più forte che mai, e il vecchio sussultò, nervoso, al rumore di una porta che sbatteva al piano di sopra. I tre rimasero immersi in un silenzio insolito e deprimente che durò fino a quando la vecchia coppia si alzò per andarsi a coricare.
– Probabilmente troverai i soldi avvolti in un grosso pacco in mezzo al tuo letto, disse Herbert, dopo aver augurato la buona notte, – e in cima all’armadio ci sarà accasciato qualcosa di orribile che ti spierà mentre metti in tasca quel danaro mal guadagnato.
Il mattino seguente, alla luce del sole invernale che pioveva sul tavolo della prima colazione, Herbert rise dei propri timori. Nella stanza c’era un’aria di sana allegria che era mancata completamente la sera precedente, e la sudicia e raggrinzita zampetta giaceva abbandonata sulla credenza con una noncuranza che lasciava intendere una ben scarsa fiducia nelle sue virtù.
– Credo che tutti i vecchi soldati siano eguali, – disse la signora White. – Bella idea la nostra di starcene a ascoltare tutte quelle sciocchezze. Come è possibile che i desideri siano esauditi al giorno d’oggi? E, ammesso che fosse possibile, che male ti farebbero duecento sterline, papà?
– Può darsi che gli cadano sulla testa dal cielo, – commentò il frivolo Herbert.
– Morris ha detto che tutto accadeva nel più naturale dei modi, – replicò il padre, – tanto che tu, volendo, avresti potuto attribuire la cosa a una coincidenza pura e semplice.
– Bene, non capitare sul danaro prima del mio ritorno, – disse Herbert, alzandosi da tavola. – Temo che ti trasformerebbe in un uomo meschino e avaro, e in tal caso noi saremmo costretti a sconfessarti.
La madre rise, lo seguì fino alla porta, lo guardò mentre si avviava giù per la strada e, quando tornò alla tavola, si prese allegramente gioco della credulità del marito. Il che non le impedì di precipitarsi alla porta quando il postino bussò, e non le impedì di accennare, sia pure brevemente, alle abitudini alcoliche di un sergente maggiore in ritiro quando risultò che la posta le aveva recapitato soltanto un conto del sarto.
– Credo che, quando tornerà a casa, Herbert pescherà fuori qualcun’altra delle sue osservazioni ironiche, – osservò, mentre sedevano a pranzo.
– Temo di sì, – convenne White, versandosi un poco di birra; ma, con tutto ciò, quella cosa mi si è mossa in mano, sarei pronto a giurarlo.
– Ti è sembrato così, certo, – disse la vecchia, conciliante.
– Ti dico che è così, – replicò lui. – Non ci pensavo nemmeno; ho avuto semplicemente… Che c’è?
La moglie non gli rispose. Era intenta a seguire con gli occhi i misteriosi movimenti di un uomo che, fuori, stava guardando con aria indecisa la casa, quasi cercasse di decidersi a entrare. Il pensiero fisso alle duecento sterline, ella notò che lo sconosciuto era ben vestito e portava in testa un cappello a cilindro di seta, nuovo di zecca. Tre volte l’uomo indugiò con la mano sulla maniglia, poi, proseguì. La quarta volta indugiò con la mano sulla maniglia, poi, con subitanea decisione, spinse e si avviò su per il sentiero. Nello stesso istante la signora White si portava in fretta le mani dietro la schiena, slacciava in fretta le fettucce del grembiale e nascondeva questo utile articolo di uso domestico sotto il cuscino della sedia.
Ella fece accomodare nella stanza lo sconosciuto, che appariva a disagio. L’uomo guardava furtivamente la signora White, ed ascoltò con espressione preoccupata la vecchia signora mentre si scusava per il disordine della stanza e per la giacca del marito, un indumento che di solito veniva riservato per i lavori in giardino. Poi ella attese, nei limiti della pazienza del suo sesso, che l’altro entrasse in argomento, ma sulle prime lo sconosciuto si tenne stranamente silenzioso.
– Mi… mi hanno chiesto di passare da voi, – disse alla fine, e si chinò per togliere un filo dal risvolto dei calzoni. – Vengo da parte della Maw & Meggins.
La vecchia sussultò. – Qualcosa di grave? – chiese ansante. – È successo qualcosa a Herbert? Che cosa? Che cosa?
Intervenne il marito. – Via, via, mamma, – disse in fretta. – Siediti e non arrivare a conclusioni avventate. Sono sicuro che non venite a portarci cattive notizie, signore, – e guardò l’altro con espressione ansiosa.
– Sono dolente… – cominciò il visitatore.
– È ferito? – domandò la madre.
Il visitatore annuì con un cenno. – Ferito gravemente, – disse, adagio, – ma non soffre più.
– Oh, sia ringraziato Iddio, – esclamò la vecchia, giungendo le mani.
– Sia ringraziato Iddio! Sia ringra…
Si interruppe bruscamente mentre il sinistro significato di quella frase cominciava a farsi chiaro per lei, e sul viso che l’uomo teneva rivolto verso terra lesse la peggiore conferma dei propri timori. Trattenne il fiato allora e, voltandosi verso il marito che non era riuscito ancora a capire gli appoggiò una mano tremante su una spalla. Seguì un lungo silenzio.
– È finito fra gli ingranaggi di una macchina, – disse alla fine il visitatore, a voce bassa.
– Finito fra gli ingranaggi di una macchina, – ripeté White, con tono atono, – sì.
Si mise a sedere, gli occhi che non vedevano fissi fuori dalla finestra, e prese fra le sue la mano della moglie, e la strinse forte, come aveva fatto nei giorni ormai lontani in cui l’aveva corteggiata, circa quaranta anni prima.
– Era il solo che ci fosse rimasto, – disse poi, girando la testa verso il visitatore. – E’ dura.
L’altro tossì e, alzandosi, si diresse lentamente verso la finestra.
– La ditta desiderava che vi presentassi le mie più sincere condoglianze per la vostra grave perdita, – disse, senza voltarsi. – Capirete, spero, che io sono un semplice funzionario e che obbedisco soltanto a ordini ricevuti.
Nessuna risposta; la vecchia aveva il viso cereo, gli occhi sbarrati e fissi, e quasi non respirava; il viso del marito aveva l’espressione che aveva dovuto avere quello del suo amico sergente impegnato nella prima azione di guerra.
– Sono venuto qui per dire che la Maw & Meggins respinge ogni e qualsiasi responsabilità, – continuò l’altro. – Non vanno debitori di nulla nei vostri confronti, ma, in considerazione dei servizi di vostro figlio, desiderano offrirvi quale compenso una certa somma.
White lasciò andare la mano della moglie e, alzandosi in piedi, guardò con una espressione inorridita il suo visitatore. Le sue labbra aride formularono la parola: – Quanto?
– Duecento sterline, – fu la risposta.
Senza neppure udire il grido della moglie, il vecchio abbozzò un debole sorriso, allungò le mani in avanti, come un cieco, e si afflosciò, svenuto, sul pavimento.

I due vecchi seppellirono il loro morto nel grande cimitero nuovo, a due miglia circa di distanza, e fecero ritorno a una casa immersa nelle ombre e nel silenzio. Tutto si era svolto così in fretta che da principio quasi non riuscivano a rendersene conto, e rimasero in uno stato di attesa, come se dovesse succedere qualcosa d’altro, qualcosa che valesse ad alleggerire quel carico, troppo pesante per i loro stanchi cuori. Ma i giorni passavano, e l’attesa cedette alla rassegnazione, quella rassegnazione senza speranza dei vecchi che viene spesso scambiata per apatia. Qualche volta quasi nemmeno si parlavano, perché non avevano nulla da dirsi, e le loro giornate erano lunghe e tediose.
Fu circa una settimana dopo che il vecchio, svegliandosi all’improvviso nel cuore della notte, allungò una mano e si accorse di essere solo. La stanza era immersa nelle tenebre, e dalla finestra giungeva il suono di un pianto sommesso. Si sollevò sul letto e tese l’orecchio.
– Torna qui, – disse, teneramente. – Prenderai freddo.
– Fa ancora più freddo per mio figlio, – rispose la vecchia, scoppiando di nuovo in lacrime.
La eco dei singhiozzi svanì alle sue orecchie. Il letto era tiepido, ed egli aveva gli occhi pesanti di sonno. Finì per appisolarsi, poi si addormentò, fino a quando un grido alto, selvaggio della moglie non lo fece risvegliare con un sussulto.
– La zampa di scimmia! – ella urlava, frenetica. – La zampa di scimmia!
Si drizzò, allarmato. – Dove? Dov’è? Che c’è?
Ella avanzò con passo incerto verso di lui, attraverso la stanza. – La voglio, – mormorò. – Non l’hai distrutta, vero?
– È in salotto, sulla mensola, – rispose, meravigliato. – Perché?
Ella urlò e rise a un tempo, poi, chinandosi su di lui, lo baciò su una guancia.
– Ci ho pensato solo adesso, – gli disse, istericamente. – Perché non ci ho pensato prima? Perché non ci hai pensato tu?
– Pensato a che cosa? – chiese.
– Gli altri due desideri, – rispose, in fretta. – Ne abbiamo espresso solo uno.
– E non è stato forse abbastanza?
– No, – esclamò ella, trionfante, – ne esprimeremo un altro ancora. Va’ a prenderla subito ed esprimi il desiderio che il nostro ragazzo torni in vita.
L’uomo si mise a sedere sul letto e scostò le lenzuola dalle membra tremanti. – Mio Dio, sei pazza! – gridò, sbalordito.
-Va’ a prenderla, – fece lei, ansante, – va’ a prenderla.
– Torna a letto, – mormorò, con voce incerta. – Non sai quello che stai dicendo.
– Il primo desiderio è stato esaudito, – replicò la vecchia, febbrilmente.
– Perché non dovrebbe esserlo anche il secondo?
– Una coincidenza, – balbettò White.
– Va’ a prenderla ed esprimi il desiderio, – urlò la vecchia, e lo trascinò verso la porta.
Egli scese nelle tenebre, raggiunse a tentoni il salotto e trovò la mensola. Il talismano era al suo posto, ed egli si senti invadere dall’orribile paura che il desiderio ancora inespresso potesse portargli lì il figlio mutilato senza lasciargli il tempo di uscire dalla stanza, e trattenne il respiro allora, mentre si accorgeva di non sapere più da che parte fosse la porta. La fronte madida di gelido sudore, fece il giro del tavolo, poi continuò, guidandosi sul muro, fino a quando non si trovò nel piccolo corridoio, quella strana e misteriosa cosa stretta in una mano.
Persino il viso pallido di sua moglie appariva cambiato quando entrò nella stanza. Era bianco e ansioso, e ai suoi timori parve che avesse una espressione insolita. In quel momento ebbe paura di lei.
– Il desiderio! – ella gridò, con voce energica.
– È una cosa folle e malvagia, – balbettò.
– Il desiderio! – ripeté la moglie.
Sollevò la mano. – Voglio che mio figlio torni in vita.
Il talismano cadde per terra, ed egli lo guardò, rabbrividendo. Poi si abbandonò, tremante, su una sedia mentre la vecchia, gli occhi accesi, andava alla finestra ed apriva le persiane.
Rimase seduto lì fino a quando il freddo non gli penetrò nelle ossa, e ogni tanto dava una rapida occhiata alla figura della vecchia che guardava fuori. Il mozzicone, che era arrivato sotto il bordo dei portacenere di ceramica, allungava ombre pulsanti sul soffitto e sulle pareti, poi, dopo un ultimo guizzo più forte, si spense. Sollevato oltre ogni dire all’idea che il talismano si era rivelato inefficace, il vecchio si trascinò di nuovo fino al letto, e un paio di minuti dopo la moglie lo raggiunse e si distese stancamente al suo fianco.
Nessuno parlava, ma se ne stavano tutti e due in silenzio ad ascoltare il ticchettio del pendolo. La scala scricchiolò e un topo corse precipitosamente e rumorosamente nel muro. Il buio era opprimente, e, dopo essere rimasto immobile per qualche tempo per raccogliere tutto il suo coraggio, il marito prese la scatola dei fiammiferi, ne accese uno e scese al piano terreno per andare a cercare una candela.
Ai piedi delle scale, il fiammifero si spense, ed egli si fermò per accenderne un altro; proprio in quel momento, un colpo, così leggero e furtivo da essere appena percepibile, venne bussato alla porta.
I fiammiferi gli caddero di mano. Rimase immobile, senza respiro, fino a quando il colpo si ripeté. Allora si voltò e risalì di corsa nella sua stanza e si chiuse la porta alle spalle. Un terzo colpo echeggiò nella casa.
– Che cosa è? – esclamò la vecchia, sollevandosi.
– Un topo, – le rispose, con voce incerta, – un topo. Mi è passato davanti sulle scale.
La moglie si mise a sedere sul letto, l’orecchio teso. Un colpo energico rimbombò per tutta la casa.
– E’ Herbert! – ella gridò. – È Herbert!
Si precipitò alla porta, ma il marito le si parò dinanzi e, prendendola per un braccio, la tenne saldamente.
– Che cosa intendi fare? – le bisbigliò, roco.
-E’ il mio ragazzo… è Herbert! – urlò ella, dibattendosi meccanicamente.
– Avevo dimenticato che c’erano due miglia da percorrere. Perché mi trattieni? Lasciami andare! Devo aprirgli la porta!
– Per l’amor di Dio, non lasciarlo entrare! – esclamò il vecchio, tremante.
– Hai paura di tuo figlio! – strillò la vecchia, lottando per liberarsi. – Lasciami andare. Vengo, Herbert, vengo!
Un altro colpo, un altro ancora. Con una mossa improvvisa la vecchia si divincolò e si precipitò fuori dalla stanza.
Il marito la seguì sul pianerottolo e la chiamò con voce straziante mentre correva giù per le scale. Udì il tintinnio della catena che veniva tolta, il rumore del catenaccio che scivolava adagio dalla sua piastra. Poi, ecco la voce della vecchia, forzata e ansante.
– Il catenaccio in alto, – gridò, a voce altissima. – Scendi. Non ci arrivo.
Ma il marito era con le mani e con le ginocchia sul pavimento e cercava disperatamente la zampa. Se solo fosse riuscito a trovarla prima che quello che c’era fuori entrasse…
Un tambureggiare di colpi echeggiò per la casa, ed egli udì il rumore di una sedia che veniva trascinata, che la moglie appoggiava alla porta, nel corridoio. Udì il cigolio del catenaccio che veniva spinto indietro, adagio, e nello stesso istante trovò la zampa di scimmia, e mormorò freneticamente, ansando, il suo ultimo desiderio.
I colpi cessarono bruscamente, anche se la loro eco indugiava ancora nella casa. Udì lo scricchiolio della sedia che veniva spinta indietro, il rumore della porta che si apriva.
Una ventata gelida si infilò su per le scale, ed un lungo ed alto gemito di delusione e di scoraggiamento della moglie gli diede il coraggio di correrle accanto e poi di spingersi fino al cancello. Il lampione che sorgeva proprio lì di fronte illuminava una strada silenziosa e deserta.

La zampa di scimmia _ William Wymark Jacobs

I brividi del venerdì: Notturno _ Ciclo di Halloween

Secondo appuntamento con il ciclo di Halloween. Stanotte un racconto più moderno.
Buona lettura.

Ascoltami, cara.
Non ti dispiace se ti parlo, vero? Non ho ancora sonno, e ci sono tante cose che voglio dirti. Non ho potuto farlo prima, perché ne ho avuto sempre paura.
Se ti sembra buffo, posso capirlo. Quando si è giovani e belli non c’è nulla da temere, no?
Sono di quelli che non se ne preoccupavano mai, che ci ridevano su, che la rifiutavano. È a causa di ciò che penso di essere arrivato al punto di rifiutare me stesso. Guardandomi indietro, posso capire come sono arrivato a essere un uomo impaurito, un solitario.
Ma tu hai cambiato tutto. Non ho più paura, e con te al mio fianco anche la solitudine è scomparsa.
C’è anche un’altra cosa di cui non ti dovrai mai preoccupare, cara. Le persone come te non sono mai sole, poiché hanno sempre l’amore. L’hanno dai loro genitori durante l’infanzia, l’hanno anche dagli amici e, quando crescono, se lo trovano bell’e fatto. Non pensare che non me ne sia accorto – tutti quegli atleti, i fusti dell’università, che ti stavano attorno, che ti corteggiavano. E tu che sorridevi, dando tutto per scontato.
Non capire male, non ti sto rimproverando. Perché non avresti dovuto, dato che è sempre stato così?
Il motivo per cui ti sto dicendo questo è di cercare di farti capire come è stato diverso per me. Da quanto posso ricordare sono sempre stato spaventato. E soprattutto di notte, quando c’erano tutti i motivi assieme – aver paura perché ero solo al buio e nessuno se ne preoccupava, tantomeno i miei.
Di solito stavo sveglio qui sul letto, piangendo per le cose che mamma aveva detto, per le cose che papà aveva fatto per ferirmi. Guardando indietro ora, non credo che essi cercassero di farmi del male di proposito; solo che non sapevano quanto fossi sensibile. Per loro, dirmi che avevo un foruncolo sul naso era solo uno scherzo. Quando mi chiamavano imbranato, era solo il loro modo per ricordarmi di stare più attento. Dirmi che portare gli occhiali mi avrebbe impedito di entrare nella squadra della scuola non voleva dire che mi rimproverassero per questo. Ma allora, in effetti, lo avvertivo come tale.
Ciò è quanto mi fece temere di più, quando capii che li odiavo per quello che dicevano, per come ridevano. Se persino mio padre e mia madre non si preoccupavano di ferire i miei sentimenti, come potevo aspettarmi di meglio dagli altri? Per gli altri ragazzi, per gli insegnanti, dovevo essere dieci volte peggiore, e allora odiavo anche loro. Ma non volevo odiarli, mi dispiaceva odiare qualcuno, così – come dice lo strizzacervelli – proiettavo invece le mie paure sull’oscurità.
Oh sì, andai da uno strizzacervelli. Non lo sapevi, vero, cara? I miei non lo dissero a nessuno che mi ci avevano portato, era una sorta di colpevole segreto, qualcosa che si vergognavano di ammettere. Il loro figlio che andava da un dottore della testa perché piangeva di notte. E bagnava il letto. Che succede, un ragazzo così grande che si comporta come un bambino? Cresci, diventa un uomo, mi dicevano.
Lo strizza non lo disse mai, naturalmente. Cercò di aiutarmi, so che lo fece, e dopo un po’ superai il problema dell’enuresi. Questa è la parola che usò, non l’ho mai dimenticata. Non ho dimenticato un sacco di cose che mi disse, le cose che mi insegnò. Ma la più importante che ho imparato è qualcosa di cui non si rese conto. Mi insegnò a non mostrare i miei sentimenti.
Pensava di avermi guarito dalla paura del buio, ed ecco perché potei smettere di vederlo. Ciò che accadde davvero, invece, fu che smisi di parlare delle cose che mi spaventavano. Volevo compiacerlo, compiacere i miei, conoscere che cosa volesse dire essere lodato invece che rimproverato.
Ma non conobbi altro che la paura.
Restavo sveglio nel buio notte dopo notte, cercando di trattenermi dal tremare. Ora, invece di aver paura di odiare gli altri, avevo paura delle cose. Cose come le ombre, quelle ombre che spuntavano dagli angoli; cose come il vento che urlava fuori dalla finestra. Nascondevo la testa sotto il cuscino per tenere lontani le forme e i suoni, ma non funzionava mai.
Perché mi sarei addormentato e sarebbero venuti i sogni. Succedeva quando il vento si mutava in voci che mi deridevano, e le ombre si mutavano in volti, con occhi che mi osservavano e bocche che ghignavano. Venivano ogni notte, e ogni notte mi sarei svegliato urlando.
Ti prego, cara, cerca di ricordarti che non te lo sto dicendo per spaventarti, ma solo per farti capire che è sempre stato così per me in tutti questi anni.
Il peggio era che non potevo dire niente a nessuno. Ora sono adulto e tutti pensano che abbia superato il mio “piccolo problema”.
Così lo chiamavano i miei: il mio “piccolo problema”. Almeno non mi parlarono in quel modo quando crebbi. Invece era: “non capisco cosa te ne farai di una laurea in scienze umane quando uscirai da scuola. È tempo che cominci a pensare a qualcosa di pratico, a una carriera. Eccoti qui, già a ventun’anni, che non hai ancora idea di cosa fare nella vita.”
Non era vero, naturalmente. Sapevo che cosa volevo fare. Volevo ficcarmi in un buco, da qualche parte, e morire. E se non ci fossi riuscito, forse avrei dovuto fare dell’altro. Ad esempio, suicidarmi.
Non pensare che non mi sia passato per la mente. In notti come questa, a giacere solo qui nel letto, ne studiai persino i modi. Ma era inutile, sapevo che non avrei avuto il coraggio di farlo.
Paura di vivere, paura di morire. Così leggevo molto, ascoltavo la musica, andavo al cinema, guardavo la TV. Mi riempiva il tempo, ma non poteva riempire la mia vita. Per quello hai bisogno di amici, di gente che si interessi di te.
Ti prego di non fartene una brutta impressione, cara. Non che abbia voltato le spalle al prossimo. Ho avuto modo di conoscere un sacco di gente all’università e a lezione, e cercavo di fare amicizia con loro, ma sembrava non funzionare mai nel modo giusto. Nessuno voleva avere a che fare con me, nessuno mi invitava alle feste. Lo so perché. A chi importa di un tappo secco con gli occhiali, di uno che ha paura di guardare gli altri negli occhi e balbetta quando cerca di parlare?
Non hai mai avuto quel problema, eh? Lo so, perché ti osservavo. Dal giorno in cui ti sei iscritta al corso di letteratura inglese ho cominciato a osservarti. Ti ho memorizzata. Il tuo modo di essere e di camminare, di sorridere e di ridere, persino quelle piccole cose, come tirarti indietro i capelli dalla fronte prima di alzarti per rispondere a una domanda.
Credo che tu non mi abbia notato. E non ho mai avuto abbastanza coraggio per parlarti o solo per dirti ciao, non con quella banda sempre attorno a te – tutti quei tipi ghignanti coi baffi alla Burt Reynolds, che facevano le loro scene da macho. Oh, non posso rimproverarti per aver gradito la loro attenzione. Solo che non avevo una chance, e lo sapevo.
Ma avevo bisogno di qualcuno di cui occuparmi, e per un po’ pensai che i miei potessero essere ancora la risposta. Vedendo che mi laureavo magna cum laude e tutto quanto, forse avrebbero cambiato la loro opinione su di me.
Ricordo com’ero eccitato quando telefonarono e dissero che avrebbero abbreviato la loro vacanza e sarebbero tornati in tempo per la cerimonia di laurea, e come mi sentivo bene quando andai a prenderli con l’auto all’aeroporto.
Sai che cosa accadde, naturalmente. Era su tutti i giornali. Quel maledetto strano incidente, al momento del decollo dalla sosta di Denver. Non riuscirono mai a vedermi laureato, né io li rividi più, se non nelle bare chiuse. Poi i funerali e il legale, e la sistemazione della proprietà – ma non voglio parlarne. Non sto cercando di essere compatito, cara, sto solo cercando di farti capire.
All’inizio sembrava che le cose andassero meglio per me, dato che ereditai abbastanza per vivere senza la preoccupazione di un lavoro regolare. E non c’era nessuno attorno che mi mettesse a tacere o che mi dicesse cosa fare.
Ma era proprio questo che non andava. Ero completamente solo, mi trascinavo in giro per questa grande casa senza nessuno da vedere o a cui parlare. Arrivai a sentirmi come confinato e forse diventai un po’ matto.
È il solo modo che ho per spiegarti cosa feci. Fino ad ora ho avuto vergogna di confessarlo a qualcuno, ma posso dirtelo. Forse hai già intuito il motivo che avevo.
Perché non ero mai stato con una donna.
Difficile da credere al giorno d’oggi, no? Ventitre anni e ancora vergine.
Così andai da quella battona.
Successe perché non ce la facevo più a stare solo e una notte guidai fino a quel bar. Un’altra cosa: non ho mai preso droga e non bevevo mai più di una birra o due di tanto in tanto. Ma quella volta me ne fregai, volevo vedere come andava e ovviamente tutti quei bicchieri mi misero a terra.
Non sapevo neanche di essere ubriaco, mi sentivo solo rilassato, quasi come sono ora con te. Ero tutto solo là e cominciai a parlare col barista.
Non so neanche cosa dissi e come andò, ma mi parlò di quella puttana e mi diede l’indirizzo. Le telefonò persino per dirle che stavo arrivando; credo fossero d’accordo.
Se non fossi stato ubriaco non ci sarei mai andato, ma allora salii nel suo appartamento dove mi stava aspettando. Era molto più giovane e carina di quanto mi fossi aspettato, più simile a una prostituta d’alta classe. Ripensandoci ora, credo dovesse sapere in che situazione fossi e fece del suo meglio per rendere le cose più facili, aiutandomi persino a togliermi i vestiti, e poi…
E poi niente. Non voglio entrare in volgari dettagli. Non voglio pensarci neanche adesso, ma andò tutto male, non ce la facevo, e lei cominciò a ridere e a chiamarmi con un nome. Non me ne importava, volevo solo uscire di là.
Fu solo più tardi che pensai al nome con il quale mi aveva chiamato. Allora diventai furioso, ero davvero arrabbiato con me stesso per essere stato così sciocco.
La sola cosa che ne ricavai fu imparare come il bere possa essere d’aiuto. Comprai delle bottiglie di whisky da tenere qui e me le bevevo a casa. Non preoccuparti, non sono alcolizzato o cose del genere. Posso smettere quando voglio, e so come fare. Ma qualche bicchiere mi fa sentire meglio, senza i sogni. Il problema è che, quando mi sveglio, sono ancora teso e devo farmene un paio per calmarmi.
Ma non voglio più dipendere dal whisky. Adesso ho te. Non so come ti senti, ma per me è come un miracolo. Un sogno diventato vero.
Perché certe volte anche il bere non aiuta. Come stasera, che sono così agitato dal ricordo di tutte quelle brutte cose e mi domando se ha avuto senso cercare di andare avanti. Ero seduto qui in casa quando è scoppiato il temporale, ad ascoltare il vento che grattava le imposte, a guardare la bottiglia vuota sul tavolo, e sapevo di dover uscire.
Non avevo mangiato niente da colazione e così pensai che un po’ di cibo mi avrebbe fatto bene. La pioggia stava aumentando sul serio quando uscii; era difficile vedere davanti e la macchina cominciava a slittare, così decidi di svoltare nella strada secondaria e di prendere la via della città.
Fu proprio allora che accadde – guidando lungo il viale buio pesto sotto la pioggia, senza alcuna luce né traffico, nulla, se non gli alberi attorno. Credo che l’alcool mi facesse ancora effetto, perché quando la nebbia cominciò ad accumularsi avvertii un senso di vuoto dentro, come se fossi solo e sperduto in mezzo a chissà dove. E sapevo che, se anche la tempesta fosse cessata e la nebbia si fosse alzata, sarei restato ancora solo, ancora perduto, e niente sarebbe mai venuto a salvarmi.
Poi sei capitata tu, cara. Mi hai salvato.
Nel momento in cui ti vidi agitare la lampada, vicino a quella stupida piccola convertibile rossa, è stato come se tutto cambiasse. Appena ti ebbi riconosciuta, sapendo che eri proprio là e che mi chiamavi, l’incubo si trasformò in un sogno che si avvera. Forse pensi che sia stato solo un caso che ha fatto prendere la via secondaria e incontrare te laggiù in panne, dopo che ti era scoppiata una gomma. Ma non era frutto del caso, cara: era il destino.
Guardandomi indietro ora, sono certo che doveva succedere.
Anche portarti alla stazione di servizio e trovarla chiusa, e poi portarti qui a casa per usare il telefono, era tutto destino.
E il modo in cui mi guardavi, il modo in cui sorridevi, c’era qualcosa che non posso spiegare. Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito un vero uomo. E per la prima volta nella mia vita ho potuto comportarmi come un uomo.
Lasciami confessare una cosa. Mentivo quando ti ho detto che il telefono non funzionava. Funzionava, ma non volevo che lo sapessi. Ciò che volevo era averti qui con me, averti e tenerti nel modo in cui un vero uomo tiene la donna che ama.
È ciò che ho fatto e spero che tu capisca ora. Spero che tu comprenda ciò che ha significato per me, e che significhi qualcosa anche per te. Sapevo di amarti troppo per forzarti, così sono contento che sia andata nel modo che è stato. Ogni cosa sembrava proprio dover accadere, perché era destino.
Eri tanto bella, cara – non come quella puttana, non come le ragazze che ridevano sempre. Ora posso dimenticarle, dimenticare la vergogna, perché ho te. D’ora in avanti staremo sempre assieme.
Grazie, cara. Grazie per avermi fatto felice con il dono del tuo amore.
Mi piacerebbe solo non averti uccisa per prima.

Notturno _ Robert Bloch