Lunedì narrativa: Figlio di Dio

È piccolo, sporco, con la barba lunga. Si muove con impacciata ferocia tra la paglia secca, in mezzo alla polvere e alle strisce di luce. Sangue di sassoni e celti nelle sue vene. Nient’altro che un figlio di Dio come voi, forse.

Forse non era il libro dal quale dovevo cominciare per conoscere questo autore, forse mi aspettavo di più, fatto sta che Figlio di Dio di Cormac McCarthy mi ha lasciato con la bocca piuttosto asciutta.

Attraverso una narrazione frammentaria, talvolta dispersiva, assistiamo alla trasformazione di Lester Ballard, il protagonista del libro, cane randagio di una qualsiasi contea del Tennessee, da violento asociale a bestia implacabile.

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Lester Ballard è un disadattato sociale; non ha una casa, non ha un lavoro, non ha amici. Vive di una frugalità disarmante: si procura il cibo cacciando o arrangiandosi con piccoli furti, occupa abusivamente la vecchia casa abbandonata del nonno e i suoi rapporti con la comunità sono rari e sommari.
Incapace di interagire normalmente con i suoi simili, Ballard coltiva occasionali devianze sessuali, quali il voyeurismo e il feticismo, finché un giorno, quasi per caso, si ritrova a scoprire un’ulteriore perversione, la necrofilia.
Sempre il caso vuole che la casa dove vive prenda fuoco, costringendolo così, senza più alcun riparo, a cercare rifugio in una caverna sulle montagne. E la trasformazione è completata.
Senza rapporti con il mondo civile, Lester Ballard è ormai un animale, psicopatico, amorale, che per procacciarsi piacere sessuale ricorre all’omicidio seriale.

La storia di per sé è certamente cruda eppure, per quanto mi riguarda, non ha raggiunto lo scopo desiderato; tutta la violenza e la volgarità gratuita, di cui è abbondantemente intriso il libro, invece di suscitare un genuino disgusto finisce solo per annoiare. Il troppo stroppia, sempre.
Diventa palese la volontà di McCarthy di ripugnare il lettore, finendo solo con l’allontanarlo per l’esasperazione.
La violenza viene bilanciata da un’onnipresente e indomabile natura dalle sembianze bucoliche ma che risulta comunque cupa, pur nella sua imparzialità.
La violenza e la natura, la violenza è la natura.

La figura di Lester Ballard è sicuramente abominevole e disumana, eppure non è riuscita a incutermi odio o disperazione; sinceramente ho provato solo pietà per quest’individuo evidentemente malato che, quando la catapecchia in cui vive va a fuoco, si preoccupa di salvare anche i peluche vinti alla fiera, o che si ritrova a guardare il cielo chiedendosi di cosa siano fatte le stelle e di cosa sia fatto lui.
Il suo vivere allo stato brado, senza alcuna forma di moralità, non lo rende cattivo, nel vero senso della parola, nonostante le bestemmie, le parafilie e gli omicidi.
Lester Ballard è un uomo che non è un uomo, che eppure è anche lui un figlio di Dio, forse.
Forse, è il figlio minorato di Dio.

Conclusioni

Pensate che a quei tempi la gente fosse più cattiva di oggi? chiese il vicesceriffo. Il vecchio stava guardando la città inondata. No, disse. Non lo penso. Penso che la gente sia la stessa fin dal giorno che Dio creò il primo uomo.

La tesi di McCarthy vorrebbe forse far riflettere sull’ambivalenza della natura umana, quella dualità che ci permette di essere uomo e bestia, ma il personaggio di Ballard è talmente animalesco da non rientrare più nella categoria degli uomini, ormai è qualcos’altro; sarebbe stato possibile affrontare un tema del genere se al contrario avesse conservato una coscienza _ si pensi a Il signore delle mosche; i protagonisti di Golding ispirano realmente un’analisi sul bene e sul male, sulla vera essenza della natura umana, perché seppur trasformarti in violenti selvaggi, sono ancora capaci di comprendere il significato delle loro azioni, il che è anche peggio: loro non fanno del male per un bisogno incontrollato, loro scelgono volontariamente di fare il male.

Insomma questo Figlio di Dio non mi ha convinta, vedremo col prossimo.

Voto: ★★½

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Lunedì narrativa: Espiazione

Un libro struggente, forte, amaro.
Dolorosamente meraviglioso.
Questo l’assioma inconfutabile per descrivere il romanzo capolavoro di Ian McEwan, Espiazione.
Una vicenda di cui l’espiazione del titolo non sarà mai sufficiente a rimediare la sua colpa.

Siamo in una calda giornata d’estate del 1935 mentre in casa Tallis fervono i preparativi per la cena in onore di Leon, il figlio primogenito di ritorno da Londra.
La giovane Briony, tredicenne dalla vivida immaginazione, è alle prese con il suo dramma personale: i cugini arrivati dal nord non sembrano in grado di recitare con la dovuta passione la commedia scritta appositamente per il fratello dalla bambina.
Nel frattempo conosciamo, Cecilia, la sorella maggiore, e Robbie, membro aggiuntivo della famiglia Tallis, figlio di una domestica.
Nei giorni che precedono l’arrivo di Leon, niente sembra andare per il verso giusto: il vaso dello zio Clem, sopravvissuto indenne alla prima guerra mondiale, si rompe durante uno scontro tra Robbie e Cecilia; i cugini, evidentemente negati per la recitazione, soffrono per la nostalgia di casa; Briony, ossessionata dalla perfezione, finisce per rinunciare allo spettacolo.
In un crescendo di disarmonie e nuove scoperte, la situazione si fa sempre più satura di piccoli avvenimenti insignificanti eppure opprimenti, di una trazione implosiva, finché non trova il suo malaugurato sfogo durante la cena. Briony si riappropria del controllo sugli eventi a discapito della realtà, accusando di un crimine un uomo del tutto innocente.
Questa la molla che porterà alla catastrofe, questa la grande colpa. Questa l’eterna espiazione.

In questa prima parte della storia, che si concentra sugli avvenimenti in casa Tallis, McEwan riesce, in un gioco sublime di alternanze, a modulare sapientemente l’equilibrio tra azione, descrizione e digressione, dotando questa prima unità narrativa di una forza motrice tale da spingere il lettore in una famelica lettura senza sosta.
Poi il periodo di iniziale arresto con la seconda parte, che riesce comunque a decollare non meno bene della prima, in cui ritroviamo Robbie sul campo di battaglia della seconda guerra mondiale.
La terza parte, incentrata sugli ulteriori sviluppi e chiarimenti della vicenda, sancisce la fine della struttura narrativa utilizzata finora; si svela il metaromanzo, il romanzo nel romanzo, l’espiazione che la protagonista concretizza attraverso la scrittura di ciò che accadde veramente in quella notte di giugno del 1935.

Romanzo “Novecentesco” nell’ambientazione e nello stile, l’autore si ispira, rendendola propria, alla teoria bergsoniana del tempo, un fluire continuo della memoria, che sfocia nel flusso di coscienza, tecnica peculiare di scrittori quali la Woolf e Joyce; i vari capitoli del libro sono infatti intervallati da monologhi interiori, dove è l’individuo con i suoi conflitti e i suoi pensieri a prendere il sopravvento.
La focalizzazione multipla fa sì che l’introspezione coinvolga più di un personaggio, regalandoci un’analisi psicologica ricca e magistrale, come pochi autori riescono a creare.

Conclusioni

Una trama mirabile arricchita da un intreccio formidabile, una prosa elegante e suadente, uno studio fecondo e attento dei personaggi, fanno di Ian McEwan un narratore a dir poco eccezionale, così come eccezionale risulta questo romanzo.
Straconsigliato, ma preparate i fazzoletti.

Voto: ★★★★★

Lunedì narrativa: L’uomo dal vestito grigio

Dopo avere abitato per sette anni nella piccola casa di Greentree Avenue, a Westport, nel Connecticut, la detestavano entrambi.

Così si apre l’incipit del primo romanzo di Sloan Wilson, L’uomo dal vestito grigio, anno 1955, che ha rispecchiato, volente o nolente, quella generazione di uomini accomunati da un vestito di flanella grigia nell’America degli anni ’50.
Autore prolifico degli Stati Uniti, è meno conosciuto in Italia, dove la sua produzione si riduce solamente a due testi, il romanzo sopracitato ed il, forse, più famoso Scandalo al sole.
È un peccato dover rinunciare all’opera omnia di questo scrittore Americano, con la ‘a’ maiuscola, ma d’altronde siamo in Italia, si sa come va qui da noi.

Tom e Betsy Rath, sposati e con tre figli, vivono in un tranquillo quartiere residenziale, nella periferia del Connecticut; la moglie Betsy bada alla casa e ai bambini, il marito Tom prende il treno ogni mattina per recarsi in ufficio nella fondazione in cui lavora da nove anni.
Una vita placida, una vita ordinaria, una vita piatta.

Era strano pensare che una casa con la crepa a forma di punto interrogativo e le macchie di inchiostro sulla tappezzeria dovesse rappresentare, con ogni probabilità, il termine del loro personale cammino. Era impossibile crederlo. In un modo o nell’altro, qualcosa doveva cambiare.

Appunto. Qualcosa doveva cambiare.
Tom viene a conoscenza di un posto vacante nella grande azienda della United Broadcasting e decide di tentare la sorte; il nuovo lavoro significherebbe possibilità di carriera, comporterebbe un aumento di stipendio e la possibilità di andarsene da quel sobborgo dai villini tutti uguali, ormai tanto odiato.
Contro ogni previsione, Tom viene assunto come stretto collaboratore del dirigente in persona, Richard Hopkins, uno degli uomini più importanti e ricchi nel mondo degli affari.
Ma assieme ad un futuro presumibilmente più roseo, inaspettatamente riemerge il passato più oscuro di Tom, quello che l’uomo aveva relegato nel cassetto più recondito della sua memoria: quello della guerra, e con esso, quello di Maria.

Ad aggiungere scompiglio avviene la morte della nonna novantenne di Tom, l’unica parente rimasta in vita, che con la sua dipartita lascerà al nipote la sua immensa e decadente proprietà nella ridente cittadina di South Bay.
Tom si ritrova in bilico tra un presente incerto ed un passato doloroso da dover affrontare: il lavoro alla United Broadcasting non si rivela così sicuro e stabile come sperava, i debiti, l’ipoteca sulla proprietà della defunta, la vendita frettolosa della casa in Greentree Avenue, l’incontro con l’ex commilitone Cesare Gardella e con lui la pressante, seppur lontana, presenza di Maria, risucchiano Tom in un vortice di preoccupazioni senza sosta, mentre Betsy, ignara di tutto, continua a ripetere la sua fede nel futuro.

Tom si guardò intorno nella casa in preda al caos e di colpo questa gli fu indicibilmente cara. La crepa simile a un punto interrogativo sulla parete della stanza di soggiorno, i mobili modesti, il linoleum logoro in cucina: tutto sembrava fare parte di un che di prezioso che stesse affondando rapidamente, di qualcosa che era già colato a picco e non sarebbe stato possibile recuperare.

Nell’attimo stesso in cui il suo equilibrio viene messo in pericolo, Tom si accorge di rimpiangere quella vita monotona ma sicura. Perché essere un uomo dal vestito grigio forse non era poi così male. O no?
Combattuto tra ciò che deve essere e ciò che è realmente, Tom capisce che l’unico modo per salvarsi, l’unico modo per emergere da quella massa di uomini in grigio, è essere onesto, seguire la sua coscienza e dire la verità, a qualunque costo.

La flanella pizzica

[…] Non c’è più nulla che sembri divertente. Non c’è niente che non vada in questa casa, e non c’è niente che non vada in Greentree Avenue, o in Tom o in me. È solo che nulla è più divertente; ed è spaventoso perché, una volta detto questo, non c’è altro da aggiungere… Ma perché? » si domandò.

Ne L’uomo dal vestito grigio, soprattutto nella prima parte, riecheggia in qualche modo, seppur con enormi differenze, un altro romanzo con la medesima ambientazione: Revolutionary road.
Questo bisogno di una vita perfetta, omologata, rispettata che finisce col rivelarsi solo un misero cliché e, di conseguenza, quell’urgenza di andare oltre le apparenze, la quotidianità, il conformismo, sono tutti temi che accomunano non solo i due romanzi, ma un’intera generazione di individui formati con lo stampino che, ad un certo punto della loro vita, decidono di cercare disperatamente la loro strada.
La differenza principale sta in come si decide di percorrerla, questa strada.
In Revolutionary road i due coniugi si lasciano trascinare impotenti dalle loro nevrosi, fino ad un finale tragico, cupo e senza speranza; ne L’uomo dal vestito grigio Tom e Betsy scelgono invece di non lasciarsi travolgere, ma di combattere per quello in cui credono e alla fine riescono a vincere.

Conclusioni

Quello di Sloan Wilson è un romanzo delizioso che ti permette di rivivere quell’America degli anni ’50, immortalata nel suo quadretto idilliaco con le sue casette bianche e le donne in abiti da cocktail, con i padri di famiglia che fanno i pendolari ed indossano sempre un completo di flanella grigia.
Un romanzo delicato, ma anche profondo, amaro, quando scopri che sulla giacca color fumo manca un bottone, o c’è un buco nella tasca.
Un romanzo che grida all’America, a quell’America dorata degli anni Cinquanta, con i suoi splendori e i suoi stereotipi, ma anche un romanzo di memorie, di smembramento, della lotta personale di un uomo contro il suo stesso conformismo.
D’altronde

« Non ha nessuna importanza. Sarà interessante stare a vedere che cosa accadrà. »

Voto: ★★★★

Gregory Peck in una scena dell'omonimo film del 1956.
Gregory Peck in una scena dell’omonimo film del 1956.